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Full text of "Archivio Storico Siciliano"

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in  2009  with  funding  from 

University  of  Toronto 


http://www.archive.org/details/nsarchiviostoric35soci 


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A 

ARCHIVIO 

STORICO  SICILIANO 


/PUBBLICAZIONE    PEEIODIOA 


DELIA 


SOCIETÀ  SICILIANA  PER  LA  STORIA  PATRIA 


) 


NUOVA  SERIE,  ANNO  XXXY- 


PALERMO 

SCUOLA  TIP.    «  BOCCOLE   DEL  POVERO  » 
1910 


612042 


ELENCO 


DEGLI 


UFFICIALI  E  SOCI  DELLA  SOCIETÀ 

PER   L'ANNO    1910. 


SOCIA    K    PATRONA 

SUA  MAESTÀ  MARGHERITA  DI  SAVOIA  REGINA  MADRE 


UFFICIALI 


PRESIDENTE 

Prof.  Ayy.  Gr.  Uff.  ANDREA  GUARNERI 


VICE  -  PRESIDENTI 

DoTT.  GoMM.  Giuseppe  Pitrè 

Prof.    Gomm.   Antonino   Salinas 


SEGRETARIO  GENERALE 
Prof.  Gav.  Salvatore  Romano 


IV  ELENCO  DEGLI   UFFICIALI 

yiGE-SEGRETARI 

Prof.  Dott.  Carlo  Alberto  Garufi 

DoTT.  Gav.  Uff.  Carlo  Grispo  -  Moncada 


DIRETTORI  DELLE  GLASSI 

Dott.  Gav.  Socrate  Chiaramonte 
(1»  Classe) 

Prof.  Gav.  Giuseppe  Cosentino 
(2»  Classe) 

Prof.  Gav.  Gaetano  Mario  Golumba 
(3'  Glasse) 

CONSIGLIERI 

Dott.  Gav.  Salvatore  Salomone  -  Marino 

Prof.  Gav.  Alfonso  Sansone 

GoMM.  Francesco  Varvaro 

Prof.  Dott.  Valentino  Labate 

Avv.  Gav.  Giuseppe  Riservato 

Prof.  Dott.  Ludovico  Perrone  -  Grande 

TESORIERE 

Gav.  Pietro  Spadaro 

BIBLIOTECARIO 

Dott.  Gav.  Giuseppe  La  Mantia 


ELENCO   DEI  CORPI   MORALI 


CORPI  MORALI  CHE  HANNO  PRESO  AZIONI 

Ministero  dell'Istruzione  Pubblica  N.  400. 
Ministero  d'Agricoltura,  Industria  e  Commercio  N.  5. 
Provincia  di  Palermo  N.  20. 
Provincia  di  Catania  id. 
Provincia  di  Caltanissetta  N.  10. 
Municipio  di  Palermo  N.  200. 
Municipio  di  Acireale  N.  4. 
Municipio  di  Castroggio vanni  id. 
Municipio  di  Marsala  id. 
Municipio  di  Monte  S.  Giuliano  id. 
Municipio  di  Nicosia  id. 
Municipio  di  Noto  id. 
Municipio  di  Parco  id. 
Municipio  di  Siracusa  id. 
Municipio  di  Termini-Imerese  id. 
Municipio  di  Alcano.  N.  2. 
Biblioteca   Fardelliana  di  Trapani  N.  4. 
Biblioteca  Comunale  di  Vicenza  id. 
Biblioteca  Nazionale  di  Napoli  id. 
Biblioteca  Nazionale  Braidenze  di  Milano  id. 
Biblioteca  Comunale  di  Caltanissetta  id. 
Biblioteca  Universitaria  di  Messina  id. 
Biblioteca  Nazionale  di  S.  Marco  in  Venezia  N.  2. 
Biblioteca  Comunale  di  Verona  id. 
Circolo  del  Gabinetto  di  lettura  in  Messina  N.  4. 
Circolo  Artistico  di  Palermo  id. 
Compagnia  dei  Bianchi  in  Palermo  N.  2. 
Circolo  Bellini  in  Palermo  N.  4. 
Nuovo  Casino  in  Palermo  id. 

Ufficio  Regionale  per  la  Conservazione  dei  Monumenti  della  Si- 
cilia id. 


VI  ELENCO   DEI  CORPI   MORALI 


CORPI  MORALI  ASSOCIATI  ALLE  PUBBLICAZIONI 
DELLA  SOCIETÀ 

Archivio  di  Stato  in  Palermo  per  una  copia  di  ciascuna  pubbli- 
cazione. 
Biblioteca  Palatina  di  Parma  id. 

Camera  dei  Deputati  id. 

Ministero  della  Guerra  id. 

Id.        dell'Interno  id. 

Archivio  di  Stato   in  Cagliari   per  una  copia  del  periodico. 
Id.  in  Firenze  id. 

Id.  in  Napoli  id. 

Id.  in  Venezia  id. 

Biblioteca  Comunale  di  Castel vetrano  id. 

Id.         Labronica  di  Livorno  id. 


ELENCO   DEI  SOCI  VII 


PRIMA  GLASSE 


DIRETTORE 

DoTT.  Gav.  Socrate  Ghiaramonte 

SEGRETARIO 
Prof.  Giuseppe  Gorradi 

SOCI  (1) 

Abbadessa  prof.  Giuseppe.  —  Monreale. 
Accardi  avv.  Gioacchino,  comm.  «§». 
Alagona  Gaetano,  ^. 
Albanese  Carlo,  uff.  *,  «§«. 
Anastasi  prof.  Rosalia. 
Arezzo  nob.  dei  marchesi  Pietro. 
Atanasio  barone  Francesco  Paolo. 
Avarna  Nicolò,  duca  di  Gualtieri,  Senatore  del  Regno. 
Avellone  avv.  Salvatore,  ^,  Deputato  al  Parlamento. 
Avellone  avv.  Ruggero,  comm.  <^. 
Barcellona  prof.  Pietro,  <^ .  —  Carini. 

Barcellona  dott.  Pietro,  =^,  Consigliere  della  Corte  d'Appello. 
Barba  avv.  Stefano,  uff.  <%>. 
Basile  avv.  Antonino. 
Basile  Avv.  Carlo,  comm.  «§». 
Baviera  dott.  Giovanni,  Prof,  della  R.  Università. 
Beccaria  mgr.  Giuseppe,  *,  uff.  »§«,    comm.  0.  Dan.  di    Monte- 
negro, Cappellano  Maggiore  di  S.  M.  il  Re.  —  Roma. 
Bellanca  prof.  Nicolò. 
Bellaroto  marchese  Ferdinando,  comm.  «§«. 
Besta  dott.  Enrico,  «f»,  prof.  dell'Università.  —  Pisa. 


(1)  È  indicato  il  luogo  di  residenza  soltanto  pei  soci  non   residenti 
a  Palermo. 


vili  ELENCO   DEI   SOCI 


Bonfiglio  prof,  parroco  Simone. 

Bordiga  Erminia,  Direttrice  del  Reale  Educatorio  «Maria  Ade- 
laide». 

Borzì  prof.  Antonino,  *,  uff.  «§«,  Direttore  dell'Orto  Botanico. 

Bottalla  avv.  Pietro,  * ,  uff.  «§» ,  Cancelliere  di  Corte  di  Cassazio- 
ne a  riposo. 

Bova  (S.  E.)  Gaspare,  Vescovo  di  Samaria  e  Ausiliare  di  S.  E. 
il  Cardinale  Arcivescovo. 

Briguccia  Vincenzo. 

Caeti  prof.  Nillina. 

Calatabiano  dott.  Salvatore,  ^ ,  Consigliere  della  Corte  di  Appello 

Candela  dott.  Pasquale,  ^  ,  <^  ,  Sostituto  procuratore  generale 
della  Corte  di  Appello. 

Canzone  Licata  Salvatore,  i^. 

Capasso  prof.  dott.  Gaetano,  <^,  Preside  del  R.  Liceo  «  Manzoni  ». 
Milano. 

Caronna  can.  Nunzio,  Arciprete  —  Poggioreale. 

Cascavilla  prof.  can.  Michele. 

Cassarà  avv.  Giuseppe. 

Castellano  Ambrogio,  comm.  «§»,  Console  di  Grecia. 

Catalano  Vittorio  Emanuele. 

Cataliotti  del  Grano  nob.  Bernardo,  Parroco  di  S.  Ippolito. 

Cataliotti  -  Valdina  del  Grano  dott.  nob.  Ferdinando  ,  Barone  e 
Signore  di  Chiapparla.  —  Pontoise  {Seine  et  Oise). 

Celestre  Giovan  Luigi. 

Cervello  dott.  Vincenzo,  comm.  *  '^,  Prof.  dell'Università. 

Cesareo  prof.  Giovanni  Alfredo,  uff.  K>  *J«,  Prof.  dell'Università. 

Chiaramonte  dott.  Socrate,  <*. 

Ciofalo  avv.  Francesco,  <^. 

Ciotti  -  Grasso  avv.  Pietro,  comm.   ^. 

Callida  Ettore.  —  Caltanissetta. 

Colocci  marchese  Adriano,  comm.  >^ .  —  Catania. 

Columba  dott.  Gaetano  Mario,  >§»,  Prof.  dell'Università. 

Coppoler  prof.  Edoardo. 

Corradi  prof.  Giuseppe. 

Corselli  Rodolfo,  Capitano  in  servizio  di  Stato  Maggiore. 

Corso  prof.  Cosimo.  —  Termini  -  Imerese. 

Cusimano  dott.  Giovanni.  —  Patti. 

Cremona  avv.  Giuseppe.  —  Vittoria  {Gozo). 


ELENCO   DEI   SOCI  IX 


Grimi  dott.  Giuseppe. 

Grocco  Paterna  dott.  prof.  Onofrio. 

Gutrera  Antonino,  cav.  0.  Cor.  di  Prussia,  Delegato  dì  P.  S. 

Daddi  dott.  not.  Francesco. 

D'Alessandro  (S.  E.)  mgr.  Gaetano,  Vescovo. 

De  Giccio  can.  Giuseppe,  =^. 

Dell'Agli  Antonino.  —  Giarratana. 

Deodato  Pietro,  <{• .  —  Villarosa. 

De  Seta  marchese  Francesco,  gr.  cord.  *   ►§.  ,  Senatore  del  Re- 
gno, Prefetto  della  provincia  di  Napoli. 

De  Stefano  -  Ficani  Galogero,  ^,  Ispettore  degli   Scavi  e  Monu- 
mento. 

Di  Benedetto  dott.  Antonio.  —  Barcellona  -  Pozzo  di  Gotto. 

Di  Gaetano  Gaspare,  Gonservatore  dell' Arch.  Notarile  —  Novara. 

Di  Gesù  can.  Giuseppe.  —  Monreale. 

Di  Giovanni  Leonardo,  prof,  nel  R.  Liceo  «  Garibaldi  ». 

Di  Gregorio  Pasquale,  Perito  agrimensore. 

Di  Lorenzo  dott.  Nicolò,  ^. 

Di  Martino  avv.  Girolamo,  comm.  *,  gr.  uff.  «5»  e  comm.    del- 
l'Aquila Rossa  di  Pr.,  Senatore  del  Regno. 

Di  Pietro  dott.  can.  Salvatore. 

Di  Puma  sac.  Pietro.  —  Girgenti. 

Dominici  -  Morillo  dott.  prof.  ab.  Luigi,  Bibliotecario  —  Ponessi - 
Generosa. 

Drago  -  Galandra  dott.  Giuseppe,  ^,  Presid.  del  Tribunale  di  Tra- 
pani. 

Epifanio  prof.  Vincenzo.  —  Monreale. 

Falcone  avv.  Giuseppe,  *,  =§,. 

Faraci  avv.  Vincenzo.  —  Alcamo. 

Fatta  del  Bosco  Enrico. 

F^rara  dott.  Gaetano. 

Ferrigno  G.  Battista.  —  Castelvetrano. 

Fignon  can.  Giuseppe. 

Filiti  sac.  Gaetano. 

Furia  Gamillo,  Ǥ>. 

Garaffa   dott.    Ettore ,  «5»  ,   Gonservatore   dell'  Archivio   notarile 
distrettuale. 

Garofalo  avv.  Filippo.  —  Ragusa. 

Garufi  dott.  Garlo  Alberto,  Prof.  dell'Università. 


ELENCO   DEI   SOCI 


Gentile  Giovanni,  Prof.  dell'Università, 

Genuardi  nob.  dei  baroni  di  Molinazzo  dott.  Luigi,  S.  Assistente 

nel  R.  Archivio  di  Stato. 
Genzardi  prof.  Bernardo,  R.  Provveditore  agli  studj  di  Trapani. 
Giachery  Luigi,  *. 
Giacona  -  Venuti  Avv.  Vincenzo. 
Giambruno  dott.  Salvatore,  *,    c§,  ,    Direttore   del    R.    Archivio 

di  Stato. 
Gianformaggio  Giovanni.  —  Grammichele. 
Giardina  avv.  Stefano. 
Giglio  Tramonte  Giuseppe. 

Graziadei  prof.  Vittorio,  R.  Provveditore  degli  studj  di  Catanzaro. 
Gregori  Suor  Anna  Serafina,  Superiora   dell'  Istituto   di   Educa- 
zione «  S.  Anna». 
Guarneri  avv.  prof.  Andrea,  comm.  *,  gr.  uff.   4»,  Senatore  del 

Regno. 
Guarneri  avv.  Eugenio. 
Guccia  nob.  Giov.  Battista  de'  marchesi  di  Ganzarla,   ^  ,  Prof. 

delle  R.  Università,    Direttore   dei  «Rendiconti   del   Circolo 

Matematico  di  Palermo». 
Gulì  prof.  sac.  Giovanni. 
Gulli  dott.  prof.  Alberto. 
Gurgone  prof.  sac.  Antonio.  —  Nìcosia. 
Labate  dott.  Valentino,  Prof,  nel  R.  Liceo  «Garibaldi». 
La  Calce  prof.  Orsensio.  —  Cefalù. 
La  Colla  avv.  prof.  Francesco,  uff.  •§■. 
La  Corte  prof.  Giorgio.  —  Maddaloni. 
La  Grassa  avv.  Michele. 
La  Manna  avv.  Biagio,  *,  comm.   ^. 
La  Mantia  dott.  Francesco  Giuseppe,  Ǥ.,  Consigliere  della  Corte 

di  Appello,  é 

Lancia  (S.  E.)  mgr.  nob.  dei  marchesi  Domenico  Gaspare,  Cas- 

sinese.  Arcivescovo  di  Monreale. 
Lancia  nob.  dei  marchesi  Giuseppe. 
Lanza  nob.  Giulia,  Principessa  di  Trabia  e  di  Butera. 
Lanza  Ignazio,  Conte  di  S.  Marco,  C.  0.  S.  Giov.  di   Ger.  o  di 

Malta. 
Lanza  dei  principi  di  Scalea  (S.  E.)  dott.  nob.  Pietro,  Barone  di 

Moxharta,  comm.  *,  gr.  cord.  >§^,  C.  0.  S.  Giov.  di   Ger.  o 


ELENCO   DEI   SOCI  XI 


Malta,  Sotto  Segretario  di  Stato  per  gli  Affari  Esteri,  De- 
putato   al  Parlamento.  —  Roma. 

Lanza  dei  principi  di  Scalea  nob.  Lucio. 

Lanza  -  Mantegna  conte  Giuseppe ,  nob.  dei  conti  di  Mazzarino , 
C.  0.  S.  Giov.  di  Ger.  o  di  Malta. 

La  Rosa  Matteo. 

Lauria  Arcangelo,  ^, 

Leanti  dott.  prof.  Giuseppe.  —  Prato. 

Leto  can.  prof.  Giovan  Battista.  —  Monreale. 

Lo  Cascio  prof.  Sante. 

Lo  Forte  Francesco ,  Maggior  Generale  nella  riserva,  uff.  * , 
comm.  ^. 

Longo  dott.  Antonio,  *,  comm.  ^,  Prof.  dell'Università. 

Longo  Manganaro  prof.  Giovanni. 

Lorico  avv.  Filippo. 

Lualdi  (S.  E.)  Alessandro,  Cardinale  -  Arcivescovo. 

Lumbroso  prof.  Giacomo,  <^ .  —  Frascati. 

Macaluso  Damiano,  *,  comm.  <§»  Prof.  dell'Università. 

Machì  prof.a  Anna. 

Majelli  dott.  Giuseppe  (S.  E.)  gr.  cord.  *  ^,  Primo  Presidente 
di  Corte  di  Cassazione  a  riposo.  Senatore  del  Regno. 

Majorca-Mortili  aro  Rosalia. 

Malleo  prof.  Leopoldo. 

Mangiameli  dott.  Salvatore,  ^,  Archivista  di  Stato. 

Mango  dott.  cav.  Antonino,  Marchese  di  Casalgerardo,  Barone  di 
Castelluzzo,  «§»,  Direttore  dell' Archivio  Provinciale. — Girgenti. 

Marino  prof.  Nicolò. 

Marinuzzi  avv.  Antonino,  comm.  »§«,  Deputato  al  Parlamento. 

Martini  prof.  Raffaele.  —  Reggio  di  Calabria. 

Mastropaolo  nob.  Alfio. 

Mazziotta  Francesco,  ^ .  —  Messina. 

Mellina  Lorenzo,  Uffìziale  commissario  di  Marina.  —  Spezia. 

Mercurio  prof.  Giovanni. 

Messina  can.  Vito.  —  Catania. 

Minutilla  dott.  Salvatore,  <^. 

Mirabella  prof.  Francesco  Maria,  Direttore   didattico. — Alcamo. 

Mondini  Raffaele,  ^ ,  Maggiore  di  fanteria  nella  milizia  territoriale. 

Morisani  P.  Lett.  Fr.  Agostino  dei  predicatori.  —  Acireale. 

Mule  prof.  Francesco  Paolo. 


XII  ELENCO   DEI   SOCI 


Mule  -  Bertelo  Giovanni ,  ^  ,  Segretario  capo  dell'Amministra- 
zione provinciale  al  riposo,  —  Caltanissetta. 

Natale  dott.  Michele.  —  Caltanissetta, 

Niceforo  dott.  Nicola,  uff.  ^,  Consigliere  della  Corte  di  Appello. 

Nicotra  prof.  Francesco,  ^. 

Notarbartolo  di  Castelreale  nob.  Francesco. 

Notarbartolo  -  Merlo  Leopoldo,  Ǥ^,  Capitano  di  fregata. 

Omodeo  Adolfo. 

Orestano  dott.  Francesco,  <§»,  Prof.  dell'Università. 

Orlando  avv.  Francesco. 

Orlando  avv.  Vittorio  Emanuele,  gr.  uff.  *>,  gr.  cord.  «§«,Prof. 
della  R.  Università.  —  Roma. 

Ottone  ing.  Giuseppe,  Direttore  Generale  della  Società  Nazionale 
delle  Ferrovie  e  Tramvie.  —  Roma. 

Palizzolo  -  Gravina  nob.  cav.  Vincenzo,  Barone  di  Ramione,  gr. 
cord.  S.  M.  0.  Ger.,  Membro  della  Commissione  Ar.  Siciliana. 

Paolucci  prof.  Giuseppe.  —  Firenze. 

Patera  dott.  Paolo.  —  Partanna. 

Paterno  prof.  Emanuele,  gr.  cord.  *,  ^,  gr.  cord.  t§».  Vicepre- 
sidente del  Senato  del  Regno. 

Patiri  Giuseppe.  —  Termini  ■  Imerese. 

Patricola  dott.  Corrado.  —  Palermo. 

Pavone  prof.  dott.  Michele,  <^. 

Pecoraro  -  Lombardo  avv.  Antonino,  Deputato  al  Parlamento. 

Pecorella  dott.  Camillo,  Sotto  -  Bibliotecario  alla  Nazionale. 

Pelaez  dott.  Emanuele,  <^. 

Pensabene  -  Perez  avv.  marchese  Giuseppe. 

Perricone  Francesco. 

Perrone-Grande  prof.  dott.  Ludovico. 

Persico  -  Remorini  Alessandrina. 

Piazza  dott.  Lorenzo.  —  Lentini. 

Piazza  -  Martini  prof.  dott.  Vincenzo. 

Picardi  Vincenzo.  —  Roma. 

Piccolo  Lipari  dott.  Giuseppe,  ^  Consigliere  di  Corte  d'Appello. 

Pignone  del  Carretto  nob.  frate  Carlo  dei  principi  di  Alessan- 
dria, C.  0.  S.  Giov.  di  Ger.  o  di  Malta. 

Polizzi  prof.  Giovanni,  Direttore  del  R.  Ginnasio  «Meli». 

Pulci  prof.  Francesco,  <^. 

Raciti  Romeo  prof.  can.  Vincenzo.  —  Acireale. 


ELENCO   DEI  SOCI  XIII 


Raccuglia  prof.  Salvatore,  R.  Ispettore  scolastico.  —  Messina. 

Raimondi  avv.  Francerco,  comm.  ^. 

Raimondi  sac.  Giuseppe  Maria  dei  Minori  Osservanti. 

Ranfaldi  dott.  Antonio.  —  Aidone. 

Ricca  Salerno  Giuseppe,  *.  comm.   ^,  prof.  dell'Università. 

Riservato  avv.  Giuseppe.  ^. 

Rivarola  dei  principi  di  Roccella  nob.  Eduardo,  rappresentante 
la  reale  e  nobile  Compagnia  de'  Bianchi. 

Rivoire  prof.  Pietro. 

Robbo  Giuseppe,  >^. 

Romano  prof.  Salvatore,  =^,  uff.  d'Acc.  di  Fr. 

Romano  -  Catania  dott.  Antonino,  <é>  Consigliere  della  Corte  di 
Appello. 

Romano  -  Catania  dott.  Giuseppe,  ^ ,  Tenente  Colonello  medico 
nella  riserva. 

Rossi  prof.  Vittorio.  —  Padova. 

Rovasenda  di  Rovasenda  e  del  Melle  conte  dott.  Casimiro,  com- 
mendatore *  «S»  e  di  Santo  Stanislao  di  Russia,  gr.  uff.  del- 
l'ordine di  Francesco  Giuseppe  d'A.,  Prefetto. 

Ruffo  Vincenzo  dei  principi  della  Floresta.  —  Patti. 

Ruggieri  avv.  Leonardo,  gr.  uff.   ^. 

Russo  can.  prof.  Giuseppe.  —  Girgenti. 

Russo  Giovannina. 

Russo  -  Giliberti  dott.  prof.  Antonino,  =5». 

Ryolo  Domenico  comm.  =|> .  —  Xaro. 

Salazar  Lorenzo,  *,  =§»,  Console  di  S.  M.  il  Re  d' Italia  —  i)t*- 
blino. 

Salvo  Benigno,  Magazziniere  delle  privative.  —  Novara  di  Sicilia. 

Sanfilippo  avv.  Giacomo,  comm.   ^. 

Sainte  Agathe  (de)  conte  Giuseppe.  —  Besangon. 

Sansone  prof.  Alfonso,  <^. 

Santangelo  dott.  Enrico,  Primo  Segretario  al  Ministero  dell'In- 
terno,  ^ ,  —  Roma. 

Savagnone  dott.  prof.  Francesco  Guglielmo,  Archivista  capo  al- 
l'Archivio Comunale. 

Scala  Vincenzo. 

Scandurra  Sampolo  dei  baroni  di  Salsetta  nob.  avv.  Gaetano,  «§«. 

Sciacca  avv.  Giovan  Crisostomo.  —  Reggio  di  Calabria. 

Scialabba  avv.  Giuseppe,  <^. 


XIV  ELENCO   DEI   SOCI 


Scio  Leonardo,  ^. 

Seminara  avv.  Gioacchino,  comm.  '^. 

Settimo  Girolamo,  principe  di  Fitalia,  uff.  *    ^ ,  Gentiluomo  di 

Corte  di  S.  M.  la  Regina  Margherita  di  Savoia. 
Siciliano  Giuseppe. 
Simiani  dott.  Valentino.  —  Roma. 
Sollima  dott.  prof.  Francesco.  —  Palermo. 
Sorce  dott.  Giuseppe,  comm.  *•   <^,  Prefetto.  —  Brescia. 
Sortino  Schininà  Eugenio,  =§> .  —  Bagusa  Inferiore. 
Spataro  Vittorio,  uff.  *•,  comm.  5§.. 
Streva  avv.  Andrea,  *,  <%>. 
Telluccini  Augusto.  —  Roma. 

Testasecca  conte  Ignazio,  Deput.  al   Parlam.  —  Caltanissetta. 
Tirrito  ing.  Rosario. 
Titone  dott.  Michele. 

Tomasino  rag.  Salvatore,  Commissario  delle  dogane. 
Tommasini  Oreste,  ^,  comm.  <^  Senatore  del  Regno,  Presidente 

della  Società  Romana  di  Storia  Patria.  —  Roma. 
Tosi  Gaetano,  *•,  comm.  >ì>,  Consigliere  di   Corte   d'Appello  a 

riposo. 
Varvaro  -  Pojero  Francesco,  comm.  i^. 
Varvaro  Gaetano. 
Vita  avv.  Francesco. 

Vullo  avv.  Girolamo,  Giudice  di  Tribunale. 
Vullo  avv.  Gaetano,  Giudice  di  Tribunale. 
Ziino  dott.  Giuseppe,  ^,  Prof.  nell'Università.  -Palermo. 
Zuccaro  (S.  E.)  mgr.  Ignazio,  Vescovo. 


ELENCO   DEI  SOCI  XV 


SECONDA  GLASSE 


DIRETTORE 
Prof.  Gav.  Giuseppe  Gosentino 

SEGRETARIO 
DoTT.  Gav.  Uff.  Giuseppe  Travali 

SOCI 

Anelli  avv.  Giuseppe. 

Barrillà- Vasari  proc.  leg.  Ignazio,  Sotto  Archivista  di  Stato. 

Beccadelli-Acton  Paolo,  Principe  di  Camporeale,  gr.  uff.  =§',  G. 
0.  S.  Giov.  di  Ger.  o  di  Malta,  Senatore  del  Regno. 

Boglino  mgr.  can.  Luigi. 

Bona  Ignazio,  «5». 

Bottino  ing.  prof.  Francesco. 

Briquet  dott.   Carlo  Mosè.  —  Ginevra. 

Calvaruso  Giuseppe  Maria. 

Cavarretta  dott.  not.  Giovan  Battista. 

Chalandon  Ferdinando,  Archivista  pareografo.  —  Parigi. 

Cianciolo  avv.  Carlo. 

Cosentino  prof.  Giuseppe,  ^ ,  Primo  Archivista  di  Stato. 

Cozzucli  prof.  can.  Giambattista,  ^. 

Crispo-Moncada  dott.  Carlo  uff.  <^  ,  Sotto  bibliotecario  alla  Na- 
zionale. 

De  Gregorio  marchese  prof.  Giacomo,  *,  uff.  <^  e  d'Acc.  di  Fr. 

Di  Marzo  mgr.  Gioacchino,  comm.  *  ^  ,  Bibliotecario  della 
«Comunale». 

Di  Pietra  avv.  prof.  Biagio,  Console  di  Spagna. 

Ferrante  sac.  prof.  Giuseppe,  del  Ginnasio  «G.  Meli». 

Franchina  Antonio. 


XVI  ELENCO   DEI   SOCI 


Giorgi  dott.  prof.  Ignazio,  uff.  *,  'f'jCav.  0.  C.  di  Pr.,  Biblio- 
tecario della  Casanatense.  —  Roma. 

Grassi- Privitera,  prof.  Giovanni  Battista,  '^,  Direttore  del  R.  Gin- 
nasio ■«  Garibaldi  »  Partinico . 

Guarniera  dott.  Elvira. 

Guastella  dott.  Ernesto,  ^,  Sotto  Bibliotecario  della  Nazionale. 

Inghilleri  -  Di  Bella  prof.  Giuseppe,  Direttore  della  R.  Scuola 
Tecnica.  —  Piazzi. 

La  Farina  avv.  Giovanni,  uff.  *  comm  «^. 

La  Farina  avv.  Giuseppe. 

Lagumina  prof.  can.  Giuseppe. 

La  Mantia  dott.  Giuseppe  ,  ^  ,  Assistente  nel  R.  Archivio  di 
Stato. 

La  Via-Bonelli  avv.  Mariano,  Deput.  al  Parlam.  uff.  ^.—Nicosia. 

Lionti  dott.  not.  Ferdinando,  ^  ,  Primo  Archivista  di  Stato  a 
riposo. 

Mantia  avv.  Pasquale,  ■>§«. 

Manzone  Gaspare,  «§»,  S.  Assistente  nel  R.  Archivio  di  Stato. 

Marano  dott.  Giuseppe.  —  Borgetto. 

Milazzo-Cervello  dott.  Luigi. 

Palma  prof.  Giovan  Battista.  —  Castellamare  del  Golfo. 

Parlato  avv.  Liborio. 

Pennino  mgr.  prof.  Antonino. 

Piaggia  dei  baroni  di  Santa  Marina  nob.  Domenico  ,  S.  Assi- 
stente del  R.  Archivio  di  Stato. 

Pipitone-Federico  dott.  prof.  Giuseppe,  <§=. 

Pitrè  dott.  prof.  Giuseppe,  comm.  *•  ^ ,  Accademico  della  Cru- 
sca, Presidente  della  R.  Accademia  di  Scienze ,  Lettere  ed 
Arti. 

Romano-Puzzio  Pietro. 

Russo  Filadelfio,  ^ .  —  Capìzzi. 

Salomone -Marino  dott.  prof.  Salvatore,   ^. 

Salvo-Gozzo  di  Pietraganzili  nob.  Giuseppe,  uff.  <^ ,  Bibliotecario 
della  Nazionale. 

Tasca-Lanza  dei  conti  di  Almerita  nob.  Giuseppe,  comm.  4fe,  gr. 
uff.  <^,  Senatore  del  Regno. 

Travali  dott.  Giuseppe,  ^,  uff.  <^  e  d'Accad.  di  Fr.,  Archivista 
di  Stato,  Segretario  della  Commissione  Araldica  Siciliana. 

Zingarelli  dott.  Nicola  prof,  nella  R.  Università. 


ELENCO   DEI   SOCI  XVII 


TERZA  GLASSE 


DIRETTORE 

Prof.  Gav.  Gaetano  Mario  Golumba 

SEGRETARIO 

DoTT.  Gesare  Matranga 

SOCI 

Allegra  Francesco  Paolo. 
Alagna  ing.  Vincenzo. 
Alliata  nob.  dei  marchesi  Filippo  Maria. 
AUiata  Giuseppe,  principe  di  Villafranca,  di  Ucria  ecc. 
Andò  avv.  Tommaso. 
Armò  ing.  prof.  Ernesto,  comm.  «§». 
Atanasio  di  Montededero  barone  Giuseppe. 
Basile  ing.  prof.  Ernesto,  gr.  uff.  *•   «5». 
Beltrani  Vito. 

Bertacchi  Gosmo,  Prof.  dell'Università. — Bologna. 
Beuf  rag.  Gostantino,  «5». 
Bluetti  -  Vertua  Gaterina. 
Biondolillo  ing.  Giovanni, 
fiuterà  ing.  Federico. 

Galvaruso  dott.  Garlo,  prof.  nell'Università. 
Gammarata  dott.  Antonio  -  Caltanissetta. 
Gantone  ing.  Salvatore. 

Ghianello  Di  Maria  Zappino   di  Boscogrande  dott.  Stefano,   Ba- 
rone di  Garcaci. 
Ghiaramonte-Bordonaro  Gabriele,  gr.  uff.  *,  Sen.  del  Regno. 
Giocchetti  prof.  Eduardo. 

Ciofalo  prof.  Saverio,  Bibliotecario.  —  Termini- Imerese. 
Coppola  ing.  Angelo. 
Gottone  ing.  Vincenzo. 
Cutrera  Arturo,  Ispettore  demaniale.  —  S.  Stefano  di  Camastra. 


XVIII  ELENCO  DEI   SOCI 


Daddi  mgr.  Giacomo,  seg.    gen.    del   Comitato   diocesano   «  Pro 

Arte  Sacra». 
D'Antoni  Salvatore. 

De  Spucches  Antonio,  principe  di  Galati,  *. 
Demaria  parroco  Salvatore.  —  Acitrezsa. 
Destefano  ing.  Salvatore. 

Di  Maria  Alleri  e  Natale  Tommaso,  marchese  di   Monterosato 
Di  Vita  prof,  Giuseppe. 
Donati- Sci  bona  ing.  Franceso,  »§«. 
Enrile  dott.  Antonio  prof,  del  R.  Ginnasio  «  G.  Meli  ». 
Ferraro  prof.  ing.  Corrado. 
Genovese-Ruffo  Salvatore.  —  Siracusa. 
La  Corte-Cailler  prof.  Gaetano,  ^. 
Laguraia  (S.  E.)  mgr.  Bartolomeo,  Vescovo  di  Girgenti. 
Lanza  di  Scalea  nob.  Francesco,  gr.  uff.  *  ^,  cav.   0.  Mer.  Lav., 

Senatore  del  Regno. 
La  Scola  avv.  Virgilio. 
Lo  Bianco  Antonino,  Ingegnere  architetto. 
Machi  Salvatore. 
Mangano  avv.  Giuseppe. 
Mangano  avv.  Vincenzo. 
Matranga  dott.  Cerare. 
Mattei  ing.  Salvatore. 
Mauceri  ing.  Luigi,  comm.   '^.  —  Roma. 
Melfi  Corrado,  barone  di  Santa  Maria.  —  Chiaramonte  Gulfi. 
Merenda  Prof.  Pietro. 

Millunzi  prof.  can.  Parroco  Gaetano.  —  Monreale. 
Mirabella  prof.  Vincenzo. 
Moncada  Pietro,  principe  di  Paterno,  C.  0.  S.  Giov.  di  Ger.  o 

di  Malta. 
Mora  can.  mgr.  Vincenzo. 
Natoli  marchese  Giuseppe,  ^. 

Orsi  prof.  Paolo,  4» ,  Direttore  del  Museo  Nazionale  di  Siracusa. 
Pace  Biagio.  —  Comiso. 
Palazzotto  ing.  Francesco. 
Parisi  can.  prof.  Giuseppe. 
Paterna  -  Baldizzi  prof.  arch.   Leonardo  della  R.   Università  di 

Napoli. 

Petronio  -  Russo  sac.  Salvatore,  Prevosto  e  vicario  foraneo  —  A- 
dernò. 


ELENCO   DEI  SOCI  XIX 


Pernull  (von)  Hans. 

Pintacuda  ing.  Carlo,  coinm.  ^,  cav.  0.  Mer.  Lav. 
Piraino-De  Corrado  ing.  Antonio. 

Pitini  Vincenzo,  prof.  R.  Istituto  Tecnico  «  Filippo  Parlatore  ». 
Pugliesi  Vincenzo.  —  Alcamo. 
Ragusa  prof.  Vincenzo. 
Rao  ing.  Giuseppe. 
Rap  Giuseppe. 

Renzi  ing.  Salvatore,  comm.  »5«. 

Rocca  Pietro  Maria,  «§»,  R.  Ispettore  dei  Monumenti. — Alcamo. 
Russo  ing.  prof.  Nunzio. 

Rutelli  prof.  Mario,  comm.  *   =§i.  .      . 

Rutelli  Nicolò,  uff.  ^,  dell'accademia  di  S.  Ferdinando  di  Madrid. 
Rutelli  Teresina. 
Rutelli  Vitina  Maria. 

Salemi-Pace  ing.  prof.  Giovanni,  comm.  ^. 
Salinas  prof.  Antonino,  comm.  *  ^  e  dell'O.  Cor.  di  Prussia,  Di- 
rettore del  Museo  Nazionale. 
Salinas  dott.  Emanuele. 
Sanfilippo  -  Musso  Michele. 
Sciajno  Invidiata  Paolo,  ^.  —  Geraci  Siculo. 
Sciangula  prof.  Agostino. 
Siciliano  Michelangalo,  <§». 

Sinitra  Raja  ing.  agr.  Giuseppe.  —  Lercara  -  Friddi. 
Spadaro  Pietro,  <^,  Console  del  Paraguay. 
Starrabba  Giuseppe,  barone  di  Ralbiato. 
Turrisi  Floridia  Mauro,  principe  di  Partanna. 
Ugdulena  Giovanni. 
Ugo  Antonio,  comm.  <^  scultore. 
Whitaker  Giuseppe,  comm.  4>. 
Whitaker  Tina. 
Ziino  ing.  Nunzio,  uff.  ^,  prof,  della  R.  Università. 

SOCI  NON  ADDETTI  ALLE  CLASSI 

Blandini  (S.  E.)  mgr.  Giovanni,  Vescovo.  —  Noto. 
Bonanno  Edoardo,  uff.  <^. 
Caruso  Corrado. 


XX  ELENCO   DEI  SOCI 


Churchill  Sidney  I.  A.,  Console  Generale  di  S.  M.  Britannica.— 

Napoli. 
Ciotti  Pietro. 

De  Leonardis  Gaetano,  rappresentante  il  Municipio  di  Parco. 
De  Spucches  dei  principi  di  Galati  nobile  Giovanni. 
Fedele  sac.  Giuseppe.  —  Monreale. 
Fignon-Prost  rag.  Girolamo. 
Giuffrè  prof.  dott.  Liborio,  comm.  <^. 
Gramaglia  Gaetano. 
Lanza  Pietro,  principe  di  Trabia  e  dì  Butera,  comm.   *    >§«,  C. 

0.  S.  Giov.  di  Ger,  o  di  Malta,  Deputato  al  Parlamento. 
Monroy  Ascenso  Alonso  Alberto,  principe  di  Maletto. 
Oli  veri  Eugenio,  comm.  *,  gr.  uff.  <ì>,  Senatore  del  Regno. 
Pignatelli  Aragona  Diego ,  principe  del.  Sacro  Romano  Impero, 

C.  0.  S.  Giov.  di  Ger.  o  di  Malta.  —  Napoli. 
Salomone  avv.  Rosario.  —  Aragona. 
Schininà  Giuseppe,  Marchese  di  S.  Elia,  Senatore  del  Regno. — 

Ragusa. 
Varvaro  Eduardo,  comm.  ^,  Direttore  della  Cassa  di  risparmio 

«Vittorio  Emanuele». 
Venuti  arciprete  Mauro.  —  Cinisi. 

SOCI  ONORARI 

S.  A.  I.  E  R.  L'Arciduca  d'austria  Luigi  Salvatore. 
Benndorf  prof.  Ottone  della  R.  Università  di  Vienna. 
Busolt  dott.  prof.  Georg  della  Università  di  Gottinga. 
Engel  Arthur,  Cabinet  des  Medailles.  —  Parigi. 
Perreau  Pietro  uff.   * .  —  Parma. 
Pflugk-Harttung  prof.  Giulio.  —  Berlino. 
Walkiss  Lloyd  W.  --  Inghilterra. 


MEMORIE  ORIGINALI 

SEBASTIANO  BAGOLINO 

POETA  LATINO  ED  ERUDITO  DEL   SEC.  XVI 


(Continuazione,  vedi  anno  XXXIV,  favsc.  I-II) 

A  meraviglia,  poi,  riusciva  il  Ì^Tostro  nella  satira,  sia  che 
la  trattasse  con  «rravità  giovenalesca,  sia  che  con  festività 
oraziana.  Un  epigramma  a  Fabio  Giordano  (1),  fiso  a  tagliar 
i  panni  addosso  al  prossimo,  quando  sul  proprio  conto  c'era 
tanto  da  ridire  ;  uno  su  certi  Ramirio  e  Gomillo  (2) ,  po- 
veri diavoli,  che,  venuti  di  Spagna  tra  noi,  si  davan  l'aria 
di  signoroni  discesi  da  magnanimi  lombi  ;  uno  su  Filli  (3), 
che,  ormai  aggrinzita,  sdentata  e  calva,  s'ingegnava  invano 
di  nascondere  co'  lenocinj  dell'arte  la  inamabile  vecchiaia  ; 
e  altri  parecchi  di  simiglianti  darei  di  buon  grado  a  gu- 
starne a'  lettori.  Ma  devo,  al  solito,  limitarmi  a  pochissimi. 

Eccone  questo  brevino  ad  un  indegne  sacerdote  di  E- 
sculapio  —  tutto  il  contrario  del  medico  Achille  Caruso  ,  a 
cui  il  poeta,  che  in  Girgenti  ne  era  stato  curato,  con  dot- 
trina ed  affetto,  di  malattia  gravissima ,  dedicava  alquanti 
faleucj  (1)  in  testimonianza  di  viva  gratitudine  —  : 

Si  laudein  meruit  Tydeus  et  fortis  Achilles 
Quod  dederint  multos  belligerando  neci  ; 

Maiores  pluresque  tibi  debentur  honores, 

Tradideris  plures  quod  medicando  neci  (5). 

Vedasi  con  che  fine  ironia  è  condotto  il  seguente  al  poe- 
tastro Faraone  di  Benevento,  al  quale,  sappiamo,  il  Bago- 

(1)  BII  n.  261,  p.  176. 

(2)  BIT  n.  271,  p.  182. 

(3)  BIT  n.  277,  p.  185. 

(4)  Ved.  BII  n.  99,  p.  60;  dove  i  versi  settimo  e  nono  mancano  di 
due  parole,  al  posto  delle  quali  nel  mio  codicetto  ,  n.  612,  e.  115  v.,  si 
legge  «ergo»  nell'uno  e  nell'altro  un  «plialuos»,  che  non  mi  persuade. 

(5j  BII  n.  263,  p.  178. 


SEBASTIANO   BAGOLINO 


lino  volea  bene  come  al  fumo  negli  occhi  : 

Mentitur  qui  te,  Pharao,  non  esse  poeta  ni 

Dixerit  :  indiciis  hoc  ego  mille  probo. 
Quod  tibi  prae  nimia  squalet  fuligine  barba, 

Nonne  et  Pacuvii  8<iualida  barba  fnit? 
Quod  donata  fuit  magni  tibi  copia  nasi, 

Nonne  satis  celeber  Naso  poeta  fuit? 
Quod  tibi  putidulis  hircus  gravis  accnbat  ah's, 

Nunquid  Aristophanes  non  redolebat  idem  ? 
Quod  furis,  Empedoclis  fuit  hoc,  qui  frigidus  Aetnam 

Ardentem  insiluit,  dum  cupit  esse  Deus. 
Ergo,  mi  Pharao,  totus  (mihi  crede)  poeta  es; 

Hoc  unum  certe  me  dubitare  facit. 
Hernia  me  dubitare  facit  te  haud  esse  poetam  ; 

Die  mihi:  quis  vates  heruiolosus  erat*  (1). 

E  come  vantaggino  aggiungerò  questo  distico  ad  un  poe- 
tonzolo  sciancato,  che  di  sicuro  non  era  nelle  buone  grazie 
dell'arguto  Alcamese: 

Mentitur  qui  te  non  dixerit  esse  poetam; 

Nam  gressu  hexametrum  pentametrumque  facis  (2), 

Da  notare  è  inoltre  che  alla  satira  il  Bagolino  era  pro- 
penso così,  che,  volendo  esercitarsi  a  voltare  in  latino  qual- 
cosa de'  poeti  greci,  ne  sceglieva  appunto  di  preferenza  al- 
cuni epigrammi  di  quel  genere;  come,  ad  esempio,  due  di 
Lucilio.  L'un  de'  quali  esalta  sarcasticamente  la  microsco- 
picità  di  Diofanto  : 

Ex  atomis  Epicurus  ait  mundum  esse  creatum, 
Hoc  ipsum  credens^  Alcime,  praetenue. 

Si  vero  Diophantus  ea  ipsa  aetate  fuisset, 
Qui  minimis  atomis  est  minor  et  levior; 

Ex  Diophanto  Epicurus  mundum  hunc  esse  putasset, 
Aut  cuncta  ex  atomis  ex  Diophanto  atomo  (3). 


(1)  BII  n.  255,  pp.  172-3.  —  Nel  Quinternum,  e.  12,  l'epigramma  è  in- 
titolato Ad  Pharaonem  quendam  beneventanum  poetastrum. 

(2)  BII  n.  286,  p.  189. 

(3)  BH  n.  289,  p.  191.  -Testo,  dal  volume  ^-'EAAHNES   nOIHTAI' 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI 


L'altro  immortala  la  sordidezza  che  non  abbandona  Ermo- 
«rate  fin  nell'ora  estrema  : 

Hermocrates  moriens  rutili  cupidissiraus  auri^ 

Heredeni  sese  scripserat  in  tiibulis. 
Enumerans  autem  iu  lecto  quantum  dare  oportet 

Pro  medicoruni  opera,  si  auxilientur  ei; 
Praeterea  nunieraus  suraptus,  quos  fecerat  aeger, 

Incepit  tandem  collacrymare  dolens. 
Quos  ne  ut  adaugeret,  medicis  si  solveret  unam 

Dracmam,  ut  succurrant,  maluit  ipse  mori. 
Sarcophago  impositus  naulum  prò  merce  Charontis 

Solum  habet;  heredes  cuncta  bona  accipiunt  (1). 

Egli  non  era  abbastanza  esperto  nella  lingua  di  Omero, 
allo  studio  della  quale  si  sarebbe  dedicato  con  trasporto , 
qualora  gli  fosse  stato  concesso  di  liberarsi  da  tante  cure 
incresciose  : 

Atqui  ego  si  possem  tot  me  me  exolvere  curis, 
Atque  aerumnoso  mentem  inhibere  maloj 


IIAAAIOr  ecc.,  Coloniae  Allobrogvm,  typis  Petri  de  la  Rouiere,  An- 
no CloIoCXIV  ;  t.  II,  p.  570: 

'E^  àtóiitóv  'ETCìxoopo?  oXo"^  tòv  v.óg^o'j  sYpatJisv 
Eivat,  TOÒTO  Soxtóv,  'AX%i(i.s,  XeirTÓtaiov. 

Et  Sé  tot'  fjv  AiófpavTO?,  sYpat{)sv  av  è%  Ato^àvcoo, 

ToÒ    Xal    TtóV    àtójWtìV    rOoXÓ    TS    XsTtTOTSpOO. 

"H  xà  (lèv  aXX'sYpatj^s  Goviatàvai  è^  àtójjiov  àv, 
'Ex  TOÒTOD  8i    àotàc,  'AXxijis,  zà<;  aTÓjioo?. 

(1)  BII  n.  279,  p.  186.   -  Testo,  dal  voi.  ^'EAAHN.   nOIHT.  HAA. 
«ce.  cit.,  t.  II,  p.  584  : 

©VYjaxtóv  'Ep[ioxpànrj(;  ó  «ptXàpYopo?,  èv  Sia^TJxat? 

AÒtòv  xGìv  ISioDv  s'yP^^I*^  xXirjpovó[i.ov. 
^TjiptCtóv  Si'  àvéxstTO  Ttóoov  Stóost  SisYsp^el? 

'I-rjTpof?  (JLca^oo,  xal  xi  vootÀv  Sa:rav4. 
''fì<;  St'  eupe  tzXbìiù  Spa)({i.'y]V  |itav,  riv  8i(xn<ùd^, 

AuaiTsXsì  ■9'V7]ax£iv,  zItib  •  xai  è^sTd^T]. 
KsìTo  Sé  Y'o^Sév  sr/wv  ò^oXoD  :uXéov  *  oc  Ss  xà  Xsivoo 

XpTjjJiaTa  xXrjpovófioi  ■^pzaaav  àoTraaio)?. 


SEBASTIANO   BAGOLINO 


Velleiu  securus  Graios  accedere  tbntes, 

Et  vellem  longas  combibere  Iliadas. 
Utque  olim  biferi  per  eulta  rosaria  Paesti 

Decerpsit  tenera  serta  puella  manù; 
Sic  ego  Cecropiae  eernens  niiraciila  lingiiae, 

Hine  gazas  mihi  decerperam  ego  ambrosias  (1). 

Tuttavia  per  la  virtù  del  sno  ingegno  anche  in  tali  eser- 
cizj  ei  riusciva  egregiamente,  come  può  vedersi  paragonando 
le  sue  versioni  con  quelle  di  ellenisti  valentissimi  (2);  e  ben 
emulava  talvolta  la  grazia  spontanea  del  testo,  dandole  u- 
n'  impronta  di  originalità  tutta  x)ropria.  Del  che  parmi  si 
abbia  una  prova  in  quest'altro  saggio  che  qui  soggiungo , 
quantunque  il  suo  argomento  non  si  appartenga  alla  satira,^ 
riguardando  un  tale  che  avea  colto  un  grappolo  d'uva  im- 
matura (3)  : 


(1)  BII  n.  341,  p.  219. 

(2)  Cf.,  ad  es.,  la  prima  delle  riferite  versioni  con  questa  del  Cunich  : 

Ex  atomis  rerum  liane  summam  constare  Epicurus 
Scripsit,  dum  credit  nil  minus  esse  atomis. 

Ex  te  scripsisset,  si  tura,  Diophante,  fuisses; 
Ipsis  nam  minor  es  tu,  Diopbante,  atomis. 

Aut  certe  ex  atomis  scripsisset  caetera  rerum 
Constare^  ast  ipsas  ex  Diopbanto  atomos. 

Ved.  R.  CuNiCHii  e  Soc.  lesu  Anthologica  sire  epigranimata  Anthologiae 
Graecorum  selecta  latinis  rersihus  reddita  ecc. ,  Romae  CIOIOCCLXXI, 
typ.  Mich.  Ang.  Barbiellini,  pp.   158-9. 

(3)  Testo,  d'incerto  autore,  dal  voi.  ^'EAA.     U.    II.    ecc.  cit.  ,  t.  II, 
pag.  495  : 

Ti?  ttot'  àxT]§éoTOi><;  olvotpóipov  ofi^axa  Bàx/oo 

'Avrjp  à{i7r£XivoD  otXijjj.aTOi;  s^stajisv, 
XsiXea  §£  aTD'f^stc,  '/rf.\iA^ic,  jSàXsv  (ùc,  av  óSiTait; 

EiT]  v£'.ao[iévo'.(;  i^{j.i§aèc  axó[3aXov. 
EIt]  ol  Aióvoooc  àvà[>aio<;  ola.  AoxoópY^? 

'"'Otti  [ilv  aò4o{iévay  £aj3£oev  stxppooòvav. 
ToòSs  Yàp  av  tàya  ti?  Sta  zcótia-ct?  j\  Trpoc  àotSàc 

"HXotì-sv,  t)  foepoù  xtjSeoc  I^^s  Xóaiv. 


POETA  LATINO  ED  ERUDITO  DEL   SEC.    XVI 


Qui  non  uiaturum  execuit  de  vite  racemum^ 

Vimineisque  domum  pertulit  in  calathis; 
Iure  illum  excrucient  saevi  fera  fata  Lycurgi  : 

Debuerat  sacris  parcere  palniitibus. 
Illum  laetitiae  Bacchns  dator  aspicit  aequis 

Luminibus,  cuius  sub  pede  niusta  fluunt. 
Hinc  venit  ingenlum  nobis,  mensque  ipsa  calescit, 

Torpuerat  pota  quae  modo  tristis  aqua  (1). 

E  mi  passo  della  versione  dell'  epigramma  di  Archia  ad 
«uà  imprudente  rondinella  che  nidificava  sotto  una  statua 
di  Medea  ;  sul  quale,  siccome  annota  il  Triolo  (2),  scrissero 
€on  non  minore  eleganza  il  Poliziano ,  l' inglese  Daniele 
Alsvorto,  autore  deWlmitatio  Theocritea,  il  Marnilo  ed  altri. 

Erra  però  il  Triolo  affermando  avere  il  Bagolino  scritto 
in  greco  e  poi  tradotto  in  latino  (3)  l'elegia  bellissima  per 
la  ritirata  a  Costantinopoli  di  una  flotta  turca ,  che  s'  era 
accostata  minacciosa  alle  spiagge  della  Sicilia  (4). 

E,  a  proposito,  tra'  carmi  di  argomento  storico  del  no- 
stro poeta  meritano  particolare  ricordo  quelli  che  accen- 
nano a  simili  frangenti. 

Quando  egli  venne  in  età  da  scriver  versi,  durava  ancor 
viva  nell'  isola  1'  ammirazione  per  due  fatti  guerreschi  di- 
retti ad  abbattere  la  pericolosa  potenza  ottomana  e  a  fiac- 
care la  tracotanza  de'  corsari  africani.  Era  il  primo  1'  im- 
presa fortunata  condotta  da  Carlo  V  nel  1535.  E  quella  il 
Bagolino  cantò  riferendosi  a  un  ricordo  che  si  lega  alla 
contrada  d' Inici ,  una  volta  feudo  de'  Mastrandrea ,  nel 
territorio  ericino. 

Da  Trapani ,  ove  ricevette  le  prime  manifestazioni  del 
gaudio  straordinario  de'  Siciliani  per  la  visita  imperiale 
desiderata  sin  dal  tempo  di  Alfonso  il  Magnanimo  e  final- 
mente  ottenuta    in    sì    lieta    circostanza,  avviandosi  sullo 


(1)  BII  n.  294,  p.  194. 

(2)  BII  n.  306,  p.  200. 

(3)  T  34,  p.  39. 

(4)  BII  n.  349,  p.  223. 


SEBASTIANO   BAGOLINO 


scorcio  dell'agosto  a  Palermo,  sostò  il  potente  monarca  col 
fiore  de'  suoi  confidenti  in  quel  feudo,  ospitatovi  regalmente 
nella  turrita  abitazione  del  nobile  Antonio  Mastrandrea  ; 
e,  dopo  esservisi  alquanto  riposato,  passeggiando  «  ne'  de- 
liziosi boschetti  ivi  d' intorno ,  fermossi  a  prender  fresco 
sotto  1'  ombra  d'  un  vecchio  olivo  •»  ,  meraviglioso  «  per  la 
grossezza  del  suo  pedale  »  (1) ,  che  d'  allora  ebbe  il  nome 
di  oleastro  dell'imiìeratore  (2). 

Il  poeta,  per  cui  hi  spada  «  Quinti  Oaesaris  »  era  supe- 
riore alla  spada  di  Achille  (3)  ,  perpetuando  quel  ricorda 
ne'  suoi  carmi ,  accennava  all'espugnazione  della  fortezza 
africana,  a'  lieti  evviva  del  vittorioso  esercito  imperiale, 
alla  fuga  di  Ariadeno  Barbarossa ,  alla  restituzione  del 
soglio  al  re  Muley-Hasan;  e  tutto  ciò  con  rapidi  tocchi 
da  maestro  : 

Caesaris  hospitio  quondam  dignata  superbo, 

Aeternuuì  in  libris  vive,  olea  alma,  meis. 
Te  tetigit  man  US  illa  Ducis,  quem  bella  gereutem 

Horruit  in  summis  Africa  tonsa  iugis. 
lampridem  Ine  miserae  delevit  maenia  Byrsae, 

Erexitque  suo  clara  trophaea  lovi, 
Victor  io,  bellator  io  :  ruit  agmen  equorum, 

Fugit  et  ad  patrias  Arriadenus  aquas. 
Hoc  duce  (tanta  fuit  vis  et  clementia  dantis) 

Amissas  reparat  Rex  Muleassus  opes. 
Restituit  dominum  patriae,  dominoque  superbo 

Eripuit  terras,  eripuitque  animum. 
Post  haec  facta  tua  fessus  requievit  in  umbra, 

Legit  et  e  ramis  debita  serta  tuis  (4). 

Il  secondo  fatto  era  il  trionfo  ottenuto  dalla  croce  sulla 
mezzaluna   a  Lepanto  il  7  ottobre  1571  :    avvenimento  ,  di 


(1)  Massa,  La  Sicilia  in  prospettiva,  Palermo,  MDCCIX;  parte  seconda,. 
318. 

(2)  T  35,  p.  9. 

(3)  BII  n.  335,  p.  231. 

(4)  BII  n.  48,  p.  32. 


POETA   LATINO   ED  ERUDITO   DEL   SEC.    XVI 


cui  in  quel  secolo  non  parve  altro  maggiore  al  mondo  cri- 
stiano e  che  l'Italia,  dominata  dallo  straniero  e  incapace 
purtroppo  di  aspirare  ad  altre  vittorie ,  esaltò  unanime  in 
componimenti  lirici ,  in  epigrammi  e  in  sonetti  ;  e  perfino 
in  poemi  epici,  oggi  del  tutto  obliati. 

N^el  coro  delle  lodi  al  valoroso  don  Giovanni  d'Austria 
non  mancò  naturalmente  la  voce  de'  poeti  della  Sicilia, 
che  pili  delle  altre  regioni  era  stata  provata  dal  guajo  fu- 
nesto della  pirateria  e  il  cui  stendardo  avea  sventolato  con 
onore  accanto  a  quelli  di  Venezia  e  di  Spagna  nelle  acque 
che  furon  teatro  della  famosa  battaglia.  Ed  uno  de'  cantori 
di  Lepanto  (1)  fu  appunto  il  !N^ostro,  che,  oltre  di  rammeu- 
tare  il  gran  trionfo  nella  chiusa  della  citata  elegia  De  Tur- 
farum  classe  ad  Bizantium  reversa  (2) ,  un'  ode  a  Calliope 
sull'  «  homo  missus  a  Deo  »  chiiidea  con  queste  due  strofe: 

Die,  olim  ut  tuinidos  coutuderit  Scythas, 
Qui  laeva  loniis  fluctibus  alite 
Com misere  rate»,  longaque  aplustria, 
Viresque  Odrysii  ducis. 
Miratac  numerum  iiaviura  Echinades 
Proraisere  suo  militi  adoream  : 
Mox  cum  apparuit  liic  Austria,  tristibus 
Fleverunt  querimoniis  (3); 

e,  ammirando  la  statua  di  bronzo  (4j,  insigne  lavoro  dello 
scultore  carrarese  Andrea  Calamec ,  levata  al  prode  con- 
dottiero in  Messina,  esclamava  : 

Hic  vir,  bic  est,  cuius  toties  iam  vasta  Propontis 
Experta  est  saevas  in  sua  damna  inanus. 


(1)  Ved.  S.  Salomone-Marino,  Spigolature  stor.  sicil.,  in  Xuave  Effem. 
Sieil.j  serie  III,  voi.  X,  Palermo,  L.  Pedone  Lauriel  edit.,  1880 — F.  Mango, 
/  cantori  di  Lepanto,  in  Xote  letterarie,  Palermo,  tip.  Lo  Statuto,  1894; 
e  Una  miscellanea  del  nec.  XVI.  in  Varietà  letterarie,  Roma,  tip.  coope- 
rativa sociale,  1899. 

(2j  BII  n.  349,  pp.  225-6. 

(3)  BII  n.  106,  pp.  64-5. 

(4)  Rimasta  intatta  nell'immane  disastro  che  colpì  ultimamente  (28  di- 
cembre 1908)  la  regina  del  Faro. 


SEBASTIANO   BAGOLINO 


Bello  erat  ille  ferox,  positis  placidissitnus  arinis; 
Sic  prisca  extollunt  saecula  Scipiadum  (1). 

Ma  il  celebrato  trionfo  non  depresse  a  lungo  la  terribile 
audacia  tnrchesca  ;  ond'egli  poi,  al  vedere  inonorato  l'elmo 
del  valente  Austriaco  ,  così  dolevasi  : 

Heu  quantum  sine  te  gens  inimica  valet  !  (2). 

Né  a  scongiurare  il  pericolo  permanente  per  la  vicinanza 
de'  corsari  di  Barberia  potea  giovare  la  colmatura  dello 
storico  porto  donde  era  partito  allo  sfacelo  de'  Cartaginesi 
Scipione  l'Africano ,  disgraziatamente  deliberata  dal  vitto- 
rioso don  Giovanni  seguendo  il  parere  del  Duca  di  Sessa  (S) 
e  attuata  per  giunta  co'  ruderi  solenni  delle  mura  ciclopi- 
che de'  tempi  e  degli  ediftzj  insigni  della  vetusta  Lilibeo  : 
colmatura ,  che  tanto  danno  invece  arrecava  alla  Sicilia 
tutta  e  principalmente  alla  bella  Marsala,  privandole  «  d'u- 
no de'  più  famosi  e  più  capaci  porti ,  di  un  emporio  dove 
colavano  le  ricchezze  della  intera  provincia  di  Trapani , 
una  delle  più  fertili  di  questa  fertilissima  terra  »  (4). 

Le  agguerrite  galere,  in  vero,  e  le  agili  feluche  temute 
tornavano  ad  aggirarsi  ne'  nostri  mari  come  nibbio  che 
volteggi  attorno  alla  preda  designata  ;  e  i  guai  sofferti  e  i 
pericoli  corsi  dagli  avi  non  tardavano  a  rinnovarsi  pe' 
nepoti. 

I  vecchi  conterranei  del  Bagolino  al  ricordo  delle  feste 
fatte  in  Alcamo  a  Carlo  V,  quando  il  vittorioso  imperatore, 
dopo  la  sua  breve  sosta  ad  Inici,  passò  quivi  tre  giorni  (5) 


(1)  BII  n.  49,  p.  33. 

(2)  BII  n.  81,  p.  52. 

(3)  S.  Salomone-Marino,  Spigolai,  star,  sicil.  cit.,  p.  186, 

(4)  S.  Salomone-Marino  ,  Reiasione  delle  feste  della  città  di  Palermo 
a  Don  Giovanni  d'  Austria  dopo  la  vittoria  di  Lepanto  ecc.  ,  in  Nuove 
Effemeridi  Siciliane ,  serie  III ,  voi.  I  ;  Palermo ,  L.  Pedone  Lauriel 
edit.,  1874,  p.  28. 

(5)  Ved.  la  nota  contemporanea  del  not.  Pietro  Scannariato  riportata 
da  I.  Dk  Blasi,  Disc,  storico  cit.,  p.  140. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI 


in  ♦i^iocoiidissima  quiete  (1) ,  associavan  quello  de'  sacritìzj 
superiori  alle  proprie  forze  economiche,  a  cui  nello  stesso 
anuo  la  città  sgoménta  avea  dovuto  sobbarcarsi  per  ripa- 
rare e  compiere  sollecitamente  le  sue  mura  e  munirsi  di 
porte  a  schermo  de'  paventati  assalti  del  Barbarossa  (2). 
Rammentavano  le  loro  gravissime  apprensioni  dell'  anno 
1544,  allorché  si  sparse  la  nuova  che  l'armata  di  quel  per- 
fido capitano,  il  quale  aveva  atterrato  Messina,  preso  Reg- 
gio, desolato  le  Calabrie,  abbattuto  Patti  e  assalito  Lipari 
traendone  diecimila  prigionieri  (3) ,  avrebbe  vólto  le  prore 
verso  Trapani  o  Tunisi  e,,  passando  perii  mare  di  Alcamo, 
questa  senza  dubbio  avrebbe  distrutta  (4).  Ricordavano 
ancora  quel  triste  criorno  dell'agosto  del  1588,  in  cui,  essen- 
do comparsa  l' armata  turchesca  trenta  miglia  al  di  qua 
della  costa  di  Genova  e  temendosi  volesse  tosto  appressar- 
si alla  Sicilia,  con  dispaccio  da  Messina  del  viceré  don  Gio- 
vanni della  Oerda  duca  di  Medinaceli  a  don  Gerolamo 
Attienza  comandante  della  cavalleria  alla  guardia  de'  cor- 
sari,  veniva  ingiunto  di  far  subito  uscire  da  Alcamo  con 
le  cose  loro  le  persone  incapaci  a  difendersi  e  la  gente 
utile   tenere    in   ordine  e  vigilante ,  affin  di  non  incorrere 


(1)  Ved.  il  passo  dell'ADRiA  riportato  dal  De  Blasi,  Disc,  storico  cit., 
p.   147,  e  da  V.  Di  Giotanni,  Notizie  stor.  d,  e.  di  Alcamo  cit.,  p.  26. 

(2)  Ved.  i  contratti  del  18  gennajo  e  18  maggio  VITI  indiz.  1535  presso 
il  not.  Stefano  Torneri,  riferiti  da  P.  M.  Rocca,  Delle  muraglie  e  porte 
della  città  di  Alcamo,  in  Archivio  Storico  Siciliano,  N.  S.,  a.   XIX,  1895. 

(3)  R.  Gregorio  ,  Opere  rare  edite  ed  inedita  ri(fuard<inti  la  Sicilia  ; 
Palermo,  Pensante,  1873;  p.  560. 

(4)  Ciò  ei  rileva  dal  passo  seguente  di  un  atto  protestatorio,  che  trovo 
nei  rogiti  del  not.  Melchiorre  Marsala  con  data  del  31  dicembre  IV  ind. 
1545  :  «  Cura  in  anno  ij.e  indicionis  prox.  preter.  quidam  perfidus  capi- 
taneus  nominatus  Barbarussa  se  contulisset  cum  eius  armata  turchisca 
in  civitatem  liperis  qiiam  civitatem  cepisset  et  destruxisset...  postquam 
ditta  armata  cepit  dittam  civitatem  liperis  publice  dicebatur  velie  ex  ea 
recedere  et  se  conferve  in  civitatem  drepani  seu  in  civitatem  tunesij  et 
transire  per  hoc  mare  alcami  quo  transeunte  siue  dubio  destruxisset 
<littara  terram  alcami...  ». 


10  SEBASTIANO   BAGOLINO 

in  qualche  repentina  invasione  (1) E  ii  poeta,  che  gio- 
vanetto avea  palpitato  per  viva  commozione  al  racconto 
(li  quelli  ed  altri  ricordi  funesti ,  era  orniai  a  sua  volta 
testimonio  e  parte  di  ansie  non  meno  crudeli  e  di  nuove 
non  lievi  disdette. 


(1)  Ecco  il  testo  di  tale  ordinanza  viceregia  :  «Philippus  etc.  Magniflce 
regie  fidelis  dilecte.  In  questo  punto  che  sonno  le  liore  XVIII  è  venuta 
staffetta  con  lettere  tanto  del  111.  Principe  di  Oria  come  del  Ili.  viceré 
di  napole  et  scriveno  conno  tarmata  torkesca  discordata  con  Francesi  era 
comparsa  trenta  migli  di  equa  de  la  costti  di  genova  et  si  pò  sperare  di 
giorno  in  giorno  in  questi  mare  per  ciò  ne  ha  parso  farvene  havisata 
accio  che  facziati  subito  scasare  li  genti  inutili  con  le  robbi  di  quessa 
terra  et  con  li  altri  genti  utili  star  in  ordini  et  c<m  ogni  vigilantia  accitv 
non  si  incurra  in  alcuna  repentina  invasione  et  di  <iuello  che  di  più  si 
intendira  vi  teneremo  havisato  et  voi  farreti  lo  videsmo  di  <}uanto  oc- 
correrà. Datum  messane  die  iiij.o  augusti  p.e  ind.  1558.  El  Dominus  don 
Jan  de  la  Cerda  ». 

Due  giorni  prima,  lo  stesso  viceré  di  Sicilia  avea  spedito  all'Attienza 
l'ordinanza  seguente  :  «  Philippus  etc,  Magnifice  regie  fidelis  dilecte.  Tra 
gli  altri  provisioni  per  noi  fatti  in  opposito  di  la  armala  torchesca  ha- 
vimo  provisto  chi  in  tutti  li  lochi  marittimi  del  regno  si  stia  con  quella 
provisione  di  genti  di  cavallo  et  di  pedi  che  fossi  possibile  per  non  re- 
ciperse  alcun  dapno  et  si  ha  ordinato  che  voi  con  quissa  Compaguia  di 
Cavalli  de  la  militia  di  aloamo  habiati  cura  de  la  marina  di  quissa  terra 
et  del  Carricatore  di  Castello  a  niare  di  golfo  per  questo  ne  ha  parso 
far  ve  la  presente  per  la  <iuale  vi  dicimo  et  comaudamo  expresse  chi  te- 
nendo havisi  chi  detta  armata  faccia  il  suo  ritorno  per  questi  mare  de- 
biate  con  quessa  predetta  vostra  Compagnia  di  Cavalli  di  numero  ottau- 
taquattro  defendere  la  detta  marina  di  quessa  terra  et  di  detto  Carrica- 
tore di  Castello  a  mare  et  resistere  a  la  detta  armata  quanno  forte  vo- 
lesse tentare  alcuna  invasione  et  si  forte  la  detta  armata  tirasse  al  suo^ 
camino  per  la  parte  di  menzo  giorno  exequireti  tutto  <[uello  et  quanto 
per  lo  lll.o  duca  di  bivona  cap.o  di  arme  et  vicario  nostro  in  quisso  vai 
di  vazara  per  sue  lettere  vi  serra  ordinato  che  cossi  per  lettere  nostre 
le  havemo  scripto  a  detto  lll.o  duca.  Datum  messane  die  ij.o  augusti 
p.  eind.  1558.  El  dominus  don  Juan  de  la  cerda.  ». 

Le  due  riferite  ordinanze  traggo  dalla  risposta  data  dallo  spettabile 
Attienza  il  19  agosto  I  indiz.  1558,  agli  atti  del  not.  Giov.  Paolo  Orofino, 
ad  una  ingiunzione  fattagli  dal  magnifico  Giov.  Francesco  Belguardo  per 
commissione  di  don  Pietro  de  Luna  duca  di  Bivona  e  conte  di  Caltabel- 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  11 

Corse  voce  nel  1593  che  Sinan  Bassa  —  la  cui  odiosa 
t'ama  lasciavasi  già  indietro  quella  di  Ariadeuo  Barbarossa, 
di  Dragutte  e  di  Ulucciali  — si  disponesse  a  passare  in  po- 
nente con  un'armata  formidabile.  Tosto  per  ordine  del  vi- 
ceré duca  d'  Olivares  la  Sicilia  fu  in  armi...  Qual  fosse  lo 
stato  d'animo  del  Bagolino,  e  col  suo  quello  de'  Siciliani 
tutti,  in  quel  pericolo,  ci  è  rivelato  dal  seguente  epigramma: 

Naupactuin  et  iuga  Taygeti  et  fera  saxa  Capharei 

Deseruit  falsis  gens  male  freta  Deis. 
Trajicit  et  Siculuni  numerosa  classe  profundum, 

Sperat  et  in  nostro  figere  signa  solo. 
Summe  Heros,  cuius  timet  oranis  Achaia  uomen, 

Disjice  Mygdonias  per  freta  cacca  rat€S. 
Aut  cernes  timidum  fugisse  ad  Echinadas  hostem, 

Aut  uiiser  in  tumulos  venerit  ille  suos  (1). 

Giunse  infatti  a'  primi  di  settembre  del  1594  il  terribile 
rinnegato  alla  Fossa  di  San  Giovanni  e  di  là ,  non  con- 
tento delle  stragi  inaudite  commesse  nella  Calabria,  tentava 
di  sorprendere  la  sua  Messina.  3Ia  alla  difesa  della  corag- 
giosa città  era  preposto  lo  strategoto  Giovanni  Ventimiglia, 
marchese  di  Geraci ,  sulla  cui  accortezza  e  sul  cui  valore 
era  ben  da  contarsi  ;  onde  il  poeta,  partecipando  alla  tìdu- 
cia  comune ,  terminava  un  epigramma  su  tale  argomento 
con  questi  due  distici  : 

Ne  dubita,  (en  video)  totus  tibi  iniiitat  aether, 
Et  Vintimilias  implet  ad  arma  n\auus. 

Sic  tibi  devicto  Zancle  dabit  lioste  colo.ssos, 

Amphitheatra,  arcus,  pegniata,  tempia,  rotas  (2). 


lotta  e  Sclafani.  Nella  quale  risposta  si  legge  anche  questa  notizia  :  *die 
viiij.  presentis  uìensis  augusti  in  quo  die  iam  per  tres  dies  ante  ditta 
armata  era  ut  dicitur  in  la  fossa  di  santo  ioanni  prope  civitAtem  rigiolis... 
quia  nunquam  ditta  armata  fecit  iter  per  partes  meridiey  adhuc  et  in 
ditto  tempore  ipse  spectabilis  cum  ditta  comitiva  equitum  stabat  ut  di- 
citnr  a  la  guardia  di  corsari  iuxta  mandatum  et  ordinem  excellentiae 
snae...  >. 

(1)  BI  n.  330,  p.  228. 

(2)  BII  n.  3,  p.  4. 


12  SEBASTIANO  BAGOLINO 

N*^  V  augurio  fu  vano.  ì  reiterati  tentativi  del  Cicala  riu- 
•8CÌroiio  a  vuoto;  e  il  potentissimo  fra'  corsari  del  Mediter- 
raneo se  ne  tornava  a  Costantinopoli  furibondo  e  scornato. 
Nel  tripudio  generale  dell'  isola  per  la  ritirata  della 
flotta  turca  il  Bagolino ,  oltre  di  scrivere  due  epigrafi  a 
nome  di  Messina  e  di  Palermo  in  onore  del  Ventimiglia  (1), 
si  lascia  sgorgare  dall'  animo  1'  elegia  spontanea ,  che  il 
Triolo  disse  dettata  in  greco,  con  l'intonazione  dell'inno: 

Laetitiae  date  signa  :  volet  sacer  ignis  ad  auras  : 

Barbarus  in  Phrygias  iam  redit  hostis  aquas. 
Quique  «ibi  tumidus  promise  rat  alta  Pelori 

Maenia,  et  iinperiis  Sicana  regua  sui», 
Esset  Zanclaeo  victori  grande  trophaeum, 

Tarn  cito  Clazoraenes  ni  repetisset  aquas. 
Ah  timuit,  voluitque  fuga  reperire  salutera. 

Sic  sine  sudore  et  sanguine  tutus  abit. 

Così  principia  il  canto  giqjoso.  Poi,  continuando  con  fervido 
linguaggio,  fa  che  i  reduci  dalla  fallita  impresa  se  ne  scu- 
sino, presso  il  loro  tiranno  sdegnato,  con  questi  accenti  : 

Terra  antiqua,  potens  arniis,  munita  virurn  vi 

Prrnegat  iraperiis  snbdere  colla  tuis. 
Noluiraus  puppes.  viresque  absumere  nostras, 

Atque  ignominiae  iungere  damna  novae. 
Vidisti  ut  tonitrus,  vidisti  ut  fulgura  terrent; 

Sic  Zanclaea  tuas  terruit  ora  rate». 
Non  virtute  palam  gens  haec  superanda,  nec  armis, 

Fraude  licet  sola  vincere  forte  genus. 

Le  quali  scuse  ridondando  a  maggior  vergogna  delle  armi 
ottomane,  accrescendo  l'ambascia  e  lo  sconforto  delle  tracie 
contrade,  provocano  il  sarcasmo  delle  isole  Curzolari,  che 
ricordan  le  vittorie  altre  volte  ottenute  sui  Turchi  dagli 
eserciti  cristiani  ;  e  1'  elegia  si  chiude  col  ritornello  : 

Laetitiae  date  signa  :  volet  sacer  ignis  ad  auras; 
Abdidit  in  Phrygias  se  ferus  hostis  aquas  (2). 


(J)  BII  nn.  86  e  87,  p.  55. 
(2)  BII  n.  349,  pp.  223-6. 


POETA    LA.TINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI  13 

Sennonché  nel  1597  si  ha  notizia  di  un'  altra  turchesca 
spedizione  che  si  apparecchia  a'  nostri  danni.  Al  primo 
sentore,  il  poeta  si  rivolge  al  santo  del  suo  nome  col  car- 
me votivo  che  ho  riferito  tra'  sacri.  Nel  settembre  dell'an- 
no appresso  la  notizia  par  che  si  avieri  :  il  rinnegato  mes- 
sinese riappare  con  quaranta  galere  e  fa  gittar  le  ancore 
nel  porto  della  città  natia.  Il  terrore  invade  più  che  mai 
i  petti  dei  Siciliani. 

Unanimi  fratres  niagnum  aetheris  incrementum, 
Cernitis  in  Siculo  Turcica  vela  mari. 

In  tal  guisa  invoca  allora  il  Bagolino  le  anime  dei  fratelli 
Giacomo  e  Luigi,  affinchè  nel  cielo  intercedano  per  la  pa- 
tria nello  imminente  infortunio.  E,  infervorandosi  all'  idea 
di  vederla  circondata  e  depredata  da'  barbari  e  di  esser 
condotta  schiava  la  madre,  esclama  : 

Quis  scit  au  has  saevis  recludat  gentibus  oras, 
Et  rapiat  nostras  barbarus  hostis  opes  t 

Vestrane  post  tergum  ducetur  vincta  catenis, 
Perferet  et  genitrix  regna  potentis  beri  t 

Ah  potius  ine  me  caelesti  perdite  telo, 

Atque  repentini»  sternite  missilibus  (1). 

Ma  questa  volta  Scipione  Cicala  non  era  il  tremendo 
corsaro  che  si  accostava  a  Messina  avido  di  sangue  e  di 
bottino  :  era  invece  il  figliuolo,  che,  vinto  da  un  prepotente 
bisogno  dell'anima,  veniva  a  cercarvi  la  sua  genitrice, 
Lucrezia,  la  cui  dolce  immagine  dopo  trent'anni  gli  tornava 
assidua  alla  mente  e  lo  visitava  ne'  sogni.  Egli  questa  volta 
non  sarebbe  stato  crudele  verso  la  sua  città ,  né  mai  più 
per  l'avvenire  avrebbe  condotto  l'armata  contro  la  Sicilia, 
se  avessero  arriso  al  suo  ardente  desiderio  :  riabbracciare 
finalmente  la  madre,  poi  allontanarsi  per  sempre E,  dopo 


(I)  BI  n.  186,  p.  131.  —  Il  titolo  di  questo  epigramma  nel  mio  codi- 
cetto  (n.  412,  e.  72)  è  Ad  Tatobum  et  Aloysium  Bagoìinos  coelites prò  classe 
Turcarum  a  jinibus  skulis  arceiida  anno  1598  mense  seplembris. 


14  SEBASTIANO   BAGOLINO 

tre  giorni  di  trepidazione ,  grazie  alla  prudenza  del  viceré 
duca  di  Macqueda,  il  corsaro  facea  paga  la  brama  del  santo 
affetto  Aliale,  l' isola  respirava  per  lo  scampato  pericolo. 

Sorvolo  ora  su  alcuni  comi)onimenti  laudatorj  diretti  a 
chiarissimi  personaggi  ;  come  il  carme  a  Fabrizio  Branci- 
forte  principe  di  Butera  ,  nel  cui  quarto  distico  si  allude 
al  leone  dell'arma  della  sua  illustre  famiglia  (1)  ;  quello  al 
colto  (2)  e  valoroso  figliuolo,  Francesco  Branciforte  principe 
di  Pietraperzia ,  marito  di  Giovanna  d'Austria,  con  una 
allusione ,  oltre  che  al  medesimo  leone ,  all'  aquila  dello 
stemma  del  suocero  don  Giovanni  e  del  prosuocero  Car- 
lo V  (3)  ;  quello  a  Rodolfo  imperatore  de'  Cristiani  (in  un 
cui  verso  osservo  per  incidenza  esser  indicato  il  colore  de' 
capelli ,  «  fulvas  comas  »  ,  del  poeta)  (4)  ;  e  altri,  che ,  per 
maggior  brevità,  non  menziono  neanche. 

Non  posso  però  ristarmi  dal  riprodurre  il  seguente  grazio- 
so epigramma  a  Marco  Antonio  Colonna,  uno  degli  eroi  della 
battaglia  di  Lepanto  : 

Hermes,  dum  loqueris;  duru  rides,  Marce,  Cupido  es; 

Marsqne  es,  ubi  arma  capis;  tresque  refers  Superos. 
Mars,  Amor,  Hermes;  prosternis,  succendis,  inundas; 

Hostem,  Erycinam,  aures;  vi,  facie,  eloquio  (5)- 

E  da  trascriversi  «  honoris  causa  »  parmi  quest'  altro 
affettuosissimo  al  già  mentovato  (6)  Luigi  Aries  Giardina  (7), 
il  cui  primogenito  ebbe  pure  un  carme  del  Bagolino  (8)  : 

Ceu  tecto  moeret  vacuo  castissima  coniux, 
Dum  procul  a  caro  cogitur  esse  viro; 


(1)  BII  n.  52,  p.  35. 

(2)  BII  n.  54,  p.  36.  —  Ved.  Mongitore,  Bibl.  Sic,  t.  I,  p.  209. 

(3)  BII  n.  61,  p.  40. 

(4)  BII  n.  50,  p.  33. 

(5)  BII  n.  89,  p.  55. 

(6)  Ved.  Parte  Seconda,  TV,  1,  A)  a). 

(7)  Trovo  Aloisio,  ossia  Luigi,  cognomirato,  con  lieve  differenza,  Arias 
invece  di  Aries  e  Jardino  o  Giardino  invece  di  Giardina. 

(8)  Ved.,  BI  n.  366,  p,  251,  l'epitalamio  per  le  nozze  di  Diego  Arias , 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  15 


Si  tamen  ille  redit,  fugat  oiunem  e  pectore  curam, 
Dnlcibus  et  lacryiuis  ora  genasque  lavat; 

Non  minus  haec  urbs,  (juam,  te  absente,  invasit  aniaror, 
Incipit  adventu  laetior  esse  tuo. 

Sed  timet,  o  Aries,  ne  si  fors  longior  absis, 
Ingratas  referat  sors  inimica  vices  (1). 

Con  espressioni  così  soavi  salutava  il  poeta  un  ritorno  del- 
FAries  nella  terra  di  Alcamo  ;  alla  quale  per  altro,  più  che 
una  nuova  assenza,  dovette  indi  a  poco  riuscir  doloroso 
r  allontanamento  definitivo  dell'  uomo  «  insigne  per  pietà 
e  beneficenza  »  (2)  ,  che ,  acquistato  l' antico  feudo  di 
Rabinseri  e  fondatovi  il  comune  di  Santa  Ninfa  (3),  volgea- 
si  a  dividere  tra  questo  e  la  sua  Palermo  le  proprie  cure 
munifiche  (4). 

Ben  mi  avvedo  frattanto  che,  a  voler  continuare  a  far 
cenno  de'  non  pochi  altri  carmi  di  vario  argomento  piìi  o 
meno  meritevoli  di  special  menzione ,  oltrepasserei  i  limi- 
ti di  un  saggio.  Epperò  mi  arresto,  nulla  piìi  aggiungendo 
sulle  poesie  latine  del  Bagolino  fuor  di  una  breve  os- 
servazione. 

* 
*  * 

Chiunque  non  sia  nuovo  a  tali  studj  avrà  notato  come 
ne'  riferiti  componimenti  del  Nostro  sia  talvolta  qualcosa 
di  somigliante  ad  alcun  altro  de'  poeti  classici  o  del  Rina- 
scimento allora  più  in  voga. 

Avrà,  per  esempio,  avvertito  nel  secondo  epigramma  a  Mi- 
mia  un'eco  del  carme  notturno  del  Fontano,  il  quale,  stando 


Giardina  —  nato  a  Luigi  dalla   prima   moglie    Maria    de   Guevara  —  con 
Maria  Morso  Corbino. 

(1)  BI  n.  349,  p.  239. 

(2)  Arcipr.  M.  Accardi,  Monografia  del  comune  di  Santa  Ninfa  ;  Ca- 
stel vetrano,  1899,  p.  21. 

(3)  Ved.  Accardi,  Monografia  cit.,  pp.  11-12  e  18-19. 

(4)  Ved.  Acca  udì  ,  Monografia  cit.  ,  pp.  20  o  segg.  ;  e  V.  Pamzzolo 
Gravina,  //  Blasone  in  Sicilia,  Palermo  1871-75,  p.  196. 


16  SEBASTIANO   BAGOLINO 

alili  porta  della  sna  Fannia,  al  rigore  dell'inverno,  al  soffio 
del  vento  glaciale,  ripete  pietosamente  : 

Fannia,  solve  fores,  niea  Fannia,  Fannia,  quaeso, 
Solve  fores,  quaeso,  Fannia,  solve  fores. 

Parimenti,  la  chiusa  del  terzo  gli  avrà  rammentato  que- 
sta che  il  Castiglione  fa  al  suo  Ad  puellam  in  litore  amhu- 
lamtem  : 

Quod  si  qua  interea  audieris  per  litora  murmur, 
Lux  mea,  te  in  nostro  protinus  abde  sinu, 

NÒ  soltanto  nei  riferiti,  ma  ed  in  varj  altri  carrai  vi  ha  di 
sifiatti  riscontri.  Cosi,  canta  il  poeta  alcamese  : 

Huc  ades,  o  uiea  spes,   mea  lux,  mea  vita,  meus  flos, 
Liliolumque  meum,  basiolumque  raeum. 

Dispeream,  nisi  tu  vita  iam  carior  ipsa, 

Atque  anima,  atque  oculis  es,  mea  vita,  meis. 

Dispeream,  nisi  ego  vita  iam  carior  ipsa, 

Atque  anima,  atque  oculis  sum  tibi,  amica,  tuis  (1). 

E  questo  epigramma,  stimato  dall'Amico  (2)  tra  gli  erotici 
del  Bagolino  il  bellissimo,  e  fatto  degno  di  una  traduzione 
nella  lingua  di  Omero  da  quel  grecista  e  latinista  insigne 
che  fu  Giuseppe  De  Spuches  (3),  è,  salvo  i  primi  due  versi, 
tolto,  si  può  dire,  di  peso  da  uno  del  Navagero  Ad  Hyellam, 
il  quale  ha  a  sua  volta  alcunché  del  catulliano  «  Lesbia  mi 
dicit  semper  male  »  e  principia  a  questo  modo  : 

Dispeream,  nisi  tu  vita  mihi  carior  ipsa, 

Atque  anima,  atque  oculis  es,  mea  Hyella,  meis. 

Dispeream,  nisi  ego  vita  tibi  carior  ipsa^ 

Atque  anima,  atque  oculis  sum,  niea  Hy^ella,  tuis. 

Si  legga  questo  bel  componimento  del  Bagolino  Ad  Lyg- 
dam  de  eius  imagine  : 


(1)  BII  n.  178,  p.  119. 

(2)  A  2  p.  52. 

(3)  J.  De  Spdches,   Carmina  hit.  et  graeca,  Panormi  1877,  p.  74. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  17 


0  ego  ter  felix.  rerum  pulcherriraa  Lygda  : 

Quae  referat  v^ultiis  est  mihi  imago  tuos. 
Huic  ego  delicias  facio,  arrideoque,  iocorque, 

Et  quantum  possum  basia  surripio. 
Interdum  loquor;  et  quod  non  respondeat  illa, 

Dico  ego  in  aeternos  aspera  verba  Deos. 
Responde^  o  Lygda;  spira,  dulcissima  Lygda  : 

Surdior  est  scopulis,  surdior  illa  freto. 
Sic  modo  plorando,  modo  tecum  saepe  locando 

Vivimus,  et  longos  fallimns  arte  dies  (1). 

Or  esso,  come  ho  già  accennato  (2),  riproduce  un  brano  del- 
l'elegia «  Hippolite  mittit  »,  in  cui  il  Castiglione,  riferendosi 
al  proprio  ritratto  dipinto  dal  divino  Urbinate,  fa  dire  alla 
sua  Ippolita  Torcila: 

Sola  tuos  vultus  referens  Raphaelis  imago 

Pietà  manu  curas  allevat  usque  meas. 
Huic  ego  delicias  facio,  arrideoque,  iocorque, 

Alloquor  et,  tanquam  reddere  verba  queat. 
Assensu  nutuque  mihi  saepe  illa  videtur 

Dicere  velie  aliquid,  et  tua  verba  loqui. 
Agnoscit,  balboque  patrem  puer  ore  salutat; 

Hoc  solor  longos  decipioque  dies. 

Ancora  pochi  altri  esempj.  L'ultima  strofe  del  componi- 
mento saffico  con  cui  il  Nostro  esprime  il  suo  vivo  desi- 
derio di  rivedere  l'amica  lontana: 

Me  regina  Gnidi,  me  lovis  et  Puer 

Portent  incolumen,  mi  mare  turgidum 
Parcat,  dum  propero;  dum  redeo  suis 
Submergat  me  aquilonibus  (3), 


(1)  BII  n.  140,  pp.  95-6. 

(2)  Parte  prima,  VH. 

(3)  BII  n.  149,  p.  102. 

Arch.  Stor.  Sic.,  N.  S.,  Anno  XXXV. 


18  SEBASTIANO   BAGOLINO 


è  parafrasi  del 

Farcite  <luin  propero,  mergite  dum  redeo 

di  Marziale. 

Il  «  lusus  »  col  titolo  De  Telesone  et  loia  (1)  ha  evidenti 
reminiscenze  di  quello  del  Navagero  Vota  lolae  Pani  agresti 
Deo,  che  comincia  : 

Ille  tuu8,  Pan  niontivage,  venator  lolas, 
Saetus  in  audaces  comiuus  ire  feras; 

e  finisce  : 

Tu,  Dive,  haec  inter  viridis  decora  illa  iuventae 
Suscipe  :  neve  illis  esse  minora  puta  (2). 

Quello  sul  tumulo  del  cane  Melampo,  che  termina  : 

Extinctum  iara  raoesta  gemunt  armenta  Melampum, 
Et  sibi  iam  fures  cuncta  licere  putant  (3); 

è  imitazione  dell'altro  dello  stesso  poeta  veneziano  De  oòitu 
Hylacis  canis  pastorii,  che  si  chiude  co'  versi  : 

Moesta  gemunt  armenta:  mali  furesque,  lupique, 
Extincto  hoc,  sibi  iam  cuncta  licere  putant  (4). 

E  certo  il  Bagolino,  dettando  il  già  menzionato  epigram- 
ma in  cui  palesava  il  suo  malcontento  all'  amico  Antonio 
Lo  Verso  (5) ,  doveva  aver  tresco  nella  memoria  un  com- 
ponimento indirizzato  da  Antonio  Mario  Visdomini  a  Gi- 
rolamo Fracastoro  (6). 


(1)  BII  n.  221,  p.  152. 

(2)  A.  Naugerii  ecc.   Opera  omnia,  Patavii  1718,  p.  186. 

(3)  BI  n.  325,  p.  223. 

(4)  A.  Naugerii  ecc.  Opera  omnia  cit.,  p.  189. 

(5)  BI  n.  338,  p.  233. 

<6)  H.  Feacastorii  ecc.  Carminum  ecc.j  t.  I,  Patavii  1739,  p.  183. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  19 

Ma  queste  e  altre  cotali  imitazioni,  di  cui  mi  passo  per 
brevità  ,  non  iscemauo  per  nulla  il  merito  dell'  Alcamese  : 
massimamente  se  la  maggior  parte  di  esse  sono  de'  suoi 
primi  esercizj  poetici,  siccome  io  credo  coll'illustre  Amico. 
Il  quale  sul  proposito,  oltre  di  accennare  a  versi  «del  Fa- 
scitello,  del  Taigeto  e  di  altri,  incastonati»  (1)  ne'  carmi 
del  Bagolino,  dichiara  di  tenere  «  fra  i  lavori  giovanili  di 
lui  1'  elegia  «  De  Oopa  »  (2) ,  che  tanto  da  vicino  arieggia 
il  «  Moretum  »  di  Virgilio,  sulle  cui  orme  il  Nostro  si  mise 
con  bella  riuscita  »  (3)  ;  «  l'epigramma  a  Lidia,  che  bagna- 
vasi  presso  Ouma  nel  fiume  Averuo  (4) ,  che  tanto  ritrae 
dall'  inno  di  Callimaco  «  I  lavacri  di  Pallade  »  stupenda- 
mente prodotto  in  latino  dal  Poliziano ,  delle  forme  del 
quale  il  Nostro  si  compiacque  non  poco»  (5);  e  l'altro  «de 
quadam  matre,  quae  parturiens  obiit,  cuius  etiam  filia  in 
partu  perierat  »  ,  che  ricorda  uno  simile  del  ferrarese  An- 
tonio Tebaldeo  »  ((>).  E  tra  le  cose  giovanili  annovera  al- 
tresì la  versione  (7)  dei  due  sonetti 

Rotta  è  l'alta  colonna  e  '1  verde  lauro 
e 

Pace  non  trovo  e  non  ho  da  far  guerra, 

che,  comunque  siano  de'  meno  lodevoli  del  cantore  di  Lau- 
ra—  specie  il  primo  ,  fredda  sequela  di  affettate  e  ricercate 
antitesi  raffiguranti  gli  opposti  fenomeni  dell'amore — ,  pure 
il  poeta  di  Alcamo  rese  egregiamente,  accostandosi  in  qual- 
che punto  ad  Annibale  Crucci,  che  quel  primo  sonetto  avea 
innanzi  tradotto  (8). 


(1)  A  2  p.  73. 

(2)  BII  n.  207,  p.  135. 

(3)  A  2  p.  70. 

(4)  BII  n.  138,  p.  94. 

(5)  A  2  p.  73. 
(6j  A  2  p.  71. 

(7)  HI  n.  315,  p.  217;  BII  n.  224,  p.  154. 

(8)  A  2  p.  70. 


20  SEBASTIANO   BAGOLINO 


Il  Bagolino  non  avea  bisogno  di  farsi  bello  delle  pen- 
ne di  alcun  pavone.  Le  sue  imitazioni ,  in  generale ,  altro 
non  sono  che  segni  della  sua  erudizione  poetica  ;  tracce 
de'  modelli  su  cui  egli  si  veniva  esercitando  e  dal  cui  stu- 
dio acquistò  perizia  nell'arte  ;  reminiscenze  di  frasi  e  d'im- 
magini ,  che ,  spesso  inconsapevolmente ,  gli  veniva  fatto 
d'inserire  ne'  componimenti  proprj  con  naturale  efficacia. 

Che  se  talvolta  l' imitazione  ha  piuttosto  sembianza  di 
plagio,  bisogna  ricordare  quel  che  egli  scriveva  mandando 
i  suoi  carmi  ad  Annibale  Valguarnera  :  —  aver  tolto  alcun- 
ché da  varj  autori ,  imitando  i  sommi  poeti  e  in  ispecie 
Virgilio,  che  nell'opera  sua  distribuì  magnificamente  molte 
cose  di  Ennio  e  Lucrezio,  con  poche  di  Azio  e  Vario — (1). 
Ecco  il  concetto  che  aveaei  dell'  arte  e  della  dignità  arti- 
stica nel  cinquecento  :  la  gara  d' imitare  i  celebrati  esem- 
plari. E  questa  gara  parve  grandezza  sì,  che  nella  comune 
industria  di  giovarsi  di  elementi  altrui  non  fu  certamente 
piccolo  merito  quello  de'  pochi,  i  quali,  assimilandoli  e  spi- 
randovi qualcosa  di  proprio,  riuscirono  a  significare  Tiinimo 
loro  con  la  schiettezza  del  sentimento  vero. 


VI. 


Vengo  a'  tre  lavori  in  prosa  volgare  che  del  Nostro  ci 
sono  rimasti. 

Nel  movimento  letterario  prodotto  nel  secolo  XVI  dal 
grandissimo  numero  di  eleganti  scrittori  italiani  fioriti  in 
ogni  regione  del  Bel  Paese,  la  Sicilia  non  entrò  per  la  prosa 
al  tempo  stesso  che  per  la  poesia.  E  ciò  pe  '1  fatto  che  que- 
sta, quasi  tutta  lirica  e  petrarchesca,  nella  scelta  della  lin- 
gua, derivata  con  le  forme  e  con  la  metrica  dal  Canzoniere, 
presentava  assai  men  forte  ostacolo   che  non  la  prosa  ;  la 


(1)  Vedi  Documenti,  III. 


POETA  LATINO   ED   EETJDITO   DEL   SEC.   XVI  21 

quale ,  togliendo  a  tipo  il  Decamerone ,  trovava  in  esso  il 
vocabolo  e  la  grammatica,  ma  non  i  modelli  varj  occorrenti 
per  le  varie  materie  (1). 

Siftatta  diffi(  oltà ,  aggravata  ancor  più  dalla  mancanza 
assoluta  dello  studio  del  toscano  nelle  scuole ,  fece  sì  che 
da  noi,  pur  fiorendovi,  sin  dall'inizio  del  cinquecento,  poeti 
e  verseggiatoli  in  lingua  italiana  non  pochi  ed  egregi ,  la 
prosa  volgare  letteraria  non  si  avesse  che  nella  seconda 
metà  di  quel  secolo. 

Ma,  poi  che  lo  studio  dei  grammatici,  le  comunicazioni 
frequenti  con  la  Toscana  per  via  de'  banchi  de'  Pisani  e 
de'  Fiorentini  tenuti  in  Sicilia,  il  passaggio  in  questa  di 
eleganti  scrittori  della  penisola  e  sopra  tutto  il  concorso 
degli  studenti  siciliani  alle  scuole  rinomate  di  Bologna, 
Padova,  Roma  e  Pisa,  ebbero  contribuito  «  a  perfezionare  lo 
strumento  principalissimo  dell'  arte  »  (2)  ;  allora ,  come  ha 
ben  osservato  il  chiaro  professore  Luigi  N^atoli,  sorse  tra  noi 
«  una  generazione  di  scrittori  valorosi  »,  fra  cui  l'Ingrassia, 
il  Fazello,  lo  Spadafora,  il  Gaggio,  l'Omodei,  il  Veneziano, 
il  Sirillo,  il  Giuffrè,  il  Paruta,  l'Eredia,  che  trattarono  con 
garbo  nell'idioma  illustre  ogni  genere  di  componimenti  ;  e 
per  l'opera  loro  e  per  quella  di  parecchie  accademie,  delle 
quali  era  precipuo  oggetto  «  lo  studio  amoroso  dei  modelli 
toscani  e  il  diffondersi  della  lingua  di  Dante  »,  l'isola  nostra 
entrava  nel  movimento  letterario  italiano  altresì  per  la  prosa, 
«  tardi  forse,  ma  non  ignobilmente  »  (3). 

Tra  le  scritture  di  quei  cinquecentisti,  che,  abbandonate 
per  più  secoli  alla  polvere  delle  biblioteche,  han  cominciato 
a'  giorni  nostri  a  richiamare  l'attenzione  degli  studiosi,  quali 
documenti  di  un  periodo  della  storia  delle  lettere  italiane 
in  Sicilia  fin  qui  non  conosciuto  abbastanza  (4),  son  da  con- 
tare il  Moncata,  la  Piramide  e  lo  Stracciahisacce  del  Bagolino. 


(1)  L.  Natoli,  Studi  su  la  letteratura  siciliana  del  sec.  XVI,  Palermn, 
tip.  fratelli  Veua,  1896;  p.  23. 

(2)  Ivi,  pp.  25-6. 

(3)  Ivi,  p.  27. 

(4)  M  25  p.  Vili. 


22  SEBASTIANO  BAGOLINO 


1. 


Funera  Moncatae  duni  properata  queror. 
BII  n.  65,  p.  42. 


Di  questi  tre  lavori  il  più  notevole  è  certamente  il  primo. 

Dettato  in  una  forma  che  fu  allora  popolarissima,  voglio 
dire  la  dialogica,  esso  ha  anzitutto  il  pregio  della  disinvol- 
tura dello  stile ,  non  sempre  scompagnata  dalla  sceltezza 
de'  vocaboli,  per  cui  ne  torna  gradita  la  lettura  pur  oggi, 
dopo  tre  secoli  da  che  fu  composto. 

Oggetto  del  dialogo ,  com'  è  facile  arguire  dal  titolo ,  è 
quel  Francesco  Moncada,  che  in  vita  era  stato  celebrato  in 
tanti  modi  dal  Nostro.  E  l'origine  dello  scritto  è  così  espo- 
sta nella  breve  introduzione  : 

...  Avvenne  c'havendo  io  in  un  mio  fascio  raccolti  alcuni  di- 
segni in  penna,  parte  fatti  di  mano  di  quel  signore ,  parte  fatti 
da  miei  sudori,  un  dì  sopra  una  tavola  nel  mio  museo,  [stava]  com- 
piacendomi in  me  stesso  veder  la  mano  del  mio  buon  Francesco;  e 
perchè  ciascun  disegno  (tratto  di  quelli ,  che  fur  fatti  di  mia 
mano)  havea  di  sotto  un  epigramma  latino,  per  tanto  mi  godeva 
in  agiustar  insieme  li  disegni  a  1'  epigrammi ,  parendomi  alhora 
veder  il  proprio  Moncata  come  quando  era  con  meco,  et  hor  de- 
signava ,  hor  componeva  a  competentia  mia.  Or  mentre  sto  in 
questo  piatoso  officio  ,  successe  che  Luigi  Trebone ,  mio  zio  da 
parte  materna,  entrando  nel  mio  museo ,  s'  accorse  di  questi  di- 
segni et  insieme  di  questi  epigrammi,  ch'io  havea  innaiiti  a  gli 
occhi;  et  havuto  c'hebbe  un  lungo  discorso  con  meco  sopra  questa 
materia,  mi  pregò,  anzi  mi  comandò  che,  per  non  scancellarsi  la 
memoria  di  quel  grande  eroe,  io  ponessi  in  scrittura  tutto  '1  ra- 
gionamento c'hebbimo  insieme.  Io ,  perchè  vidi  che  la  domanda 
era  giusta,  feci  quanto  da  lui  mi  venne  chiesto,  e  così  rinchiusi 
in  alcuni  fogli  tutto  quel  discorso;  il  qual  fu  tessuto  (in  quanto 
ch'io  mi  ricordo)  in  questa  manera. 

Quindi  principia  il  dialogo,  interessantissimo  per  la  ma- 


POETA    LATINO   ED   ERUDITO    DEL   SEC.    XVI  23 

teria  svoltavi  ;  che  nel  dire  le  lodi  del  Moncada  e  degli  ante- 
nati e  congiunti  di  lui,  l'autore  non  si  tiene  dal  fare  sfoggio 
del  proprio  sapere ,  e  in  mezzo  a  quelle  ci  dà  con  alcuni 
particolari  autobiogratìci  un  attraente  comento  di  parecchi 
suoi  epigrammi  e  varj  accenni  d'uomini  di  lettere  che  egli 
conobbe  o  del  cui  valore  ebbe  contezza. 

Sulle  quali  cose  io  ora  non  mi  fermerò  singolarmente  ; 
giacché ,  avendo  riferito  innanzi ,  a'  luoghi  opportuni ,  la 
maggior  parte  dei  tratti  più  salienti  del  dialogo  ,  qua  oc- 
correrà appena  recar  qualche  saggio  della  erudizione  pro- 
fusa nella  dichiarazione  de'  disegni. 

E  come  tale  darò  in  prima  l'interpretazione,  che  il  Ta- 
bone  fa  del  seguente  epigramma,  relatiV'O  a  un  disegno  raf- 
figurante il  Moncada  a  cavallo  nell'ora  in  cui  il  sole  «  scende 
e  la  luna  appare  da  la  parte  contraria  »  : 

Exierat  rutilis  Moncata  superbus  in  armis, 

Iiupositus  dorso  quadrnpedantis  equi. 
Gestantem  in  galea  Phorcynidos  ora  Medusae 

Vidernnt  homines,  et  stupuere  Dii. 
Cuniqne  ferox  iuvenis  belli  simulacri  cieret, 

Phoebus  in  oceanura  praecipitavit  equos. 
Praecipitavit  equos,  quia  de  rutilantibus  armis 

Lumina  cernebat  lucidiora  suis. 
Parte  alia  toto  gavisa  est  aethere  Luna, 

Et  si  non  mat^ir  facta  faisset  amans  (1). 

A  questo  epigramma  avea  dato  occasione  il  fatto  così 
riferito  dall'autore  : 

Ne  l'anno  mdlxxxx,  essendo  in  Sicilia  Viceré  il  signor  conte 
d'  Alba  de  Lista ,  successe  per  alcuni  rumori  di  genti  barbare  , 
ch'infestavano  il  regno,  che  quel  signor  conte  volea  veder  tutta 
la  milititi  di  Sicilia  in  ordine  ,  acciò  poi  quando  fusse  stato  di 
bisogno  havesse  havuto  le  forze  del  regno  apparecchiate  contra 
il  nemico.  A  questo  bisogno  fu    scelto   per   capo   D.   Francesco 


(1)  Cf.  BI  n.  832,  p.  229. 


24  SEBASTIANO   BAGOLINO 

Moncata  ,  il  qua!'  al'hora  si  trovava  nella  sua  città  di  Oaltanis- 
setta,  et  già  alcuni  anni  prima  havea  havuto  questo  ufficio  et  eser- 
citatolo con  sua  grandissima  lode.  E  già  il  somigliante  havrebbe 
fatto  questa  volo.;  se  non  che  per  la  penuria  del  fromento  e  de 
l'altre  vettovaglie,  che  fu  nella  prossima  raccolta  e  nell'altri  anni 
seguenti,  non  potè  il  regno  attender  al  servitio  militare,  poiché 
la  fame  disturbò  ogni  cosa,  ch'era  pietà  veder  per  le  piaze  e  le 
campagne  morir  l'huomini  e  le  donne  di  pura  fame.  Ma  mentre 
il  buon  Moncata  attendea  a  porre  in  ordine  1'  armature  dei  suoi 
seguaci,  volse  egli  un  giorno  comparir  sopra  un  suo  ginetto ,  il 
quale  insieme  col  suo  signor  eran  vestiti  d'arme  bianche;  e  cosi 
presasi  una  spada  in  mano ,  andava  fingendo  alcuni  ritratti  di 
guerra.  Et  perciò  che  questo  fu  quando  per  ventura  al  tardo 
uscia  la  luna  nel  plenilunio  et  Febo  stava  per  traboccare  a  l'oc- 
caso; per  tanto  io,  come  amorevol  servitor  di  quel  prencipe,  presi 
la  penna  e  scrissi  questo  successo  (1). 

Lo  zio  Tabone ,  adunque ,  che  ba  fermato  1'  attenzione 
sull'impresa  della  Medusa  indicata  nel  terzo  verso  dell'epi- 
gramma ,  ostinandosi  a  credere  eh'  essa  «  fusse  fìntionata  » 
dal  poeta,  anziché ,  come  questi  ripeteva ,  «  scolpita  in  ef- 
fetto »  sul  cimiero  del  principe,  dice  : 

Io  porrei  la  mia  vita  per  un  minimo  quadrante  ,  che  questo 
morrione  lo  fabbricaste  voi  dal  vostro  ingegno,  in  quel  modo  che 
Vergilio  fabrica  lo  scudo  di  Turno.  E  la  causa  che  mi  sospinge 
a  creder  questo  è  che  voi  in  quel'  epigramma  non  havete  altra 
mira ,  se  non  che  lodar  il  vostro  Mon?ata  da  la  forteza  e  da  la 
belleza  :  da  la  forteza  si  vede  in  quel  verso  : 

Cumque  ferox  iuvenis  belli  simulacra  cieret; 

da  la  belleza  si  vede  in  quel'altro  verso,  che  dice  : 

Et  8i  non  mater  fncta  fuisset  amans. 

Hor  essendo  la  cosa  cosi,  voi  già  dimostrate  la  forteza ,  mentre 
dite  che  ferox  iuvenis   belli  simulacra  ciebat  ;  e  mentre  dite   che 


(1)  BM  pp.  12-3. 


POETA   LATINO  ED   ERUDITO   DEL   SBC.    XVI  25 

portava  la  Medusa,  dimostrate  ch'egli  era  bellissimo  in  apparenza, 
cosi  come  si  dice  di  Medusa  ,  che  per  la  sua  belleza  fingono  i 
poeti  ch'a  qualunque  la  riguardava  lo  faceva  divenir  marmo;  il 
che  se  deve  intender  che  lo  faceva  divenir  stupido  ed  insensato, 
non  altrimente  che  s'havesse  stato  una  statua  di  marmo;  e  perciò 
li  latini  scrittori  (1)  la  chiamano  sajcijica,  onde  si  legge  appresso 
Ovidio  nell'Ibide  : 

Saxificae  rideas  infeìix  ora  Medusae, 

et  appresso  il  Mantoano  : 

Aspke  S'xificae  crudelins  ore  Medusae. 

Voglio  io  dire  dunque  che,  quando  voi  fingeste  la  Medusa  al  vo- 
stro Monca ta,  voleste  intender  ch'egli  era  tanto  agratiato  et  bello 
in  vista,  che  chi  lo  mirava  restava  stupido  e  fuor  di  se.  Sereno 
scrittore,  trattando  de  le  Gorgoni  ,  dice  queste  parole  :  Fuerunt 
jmellae  unius  pulchritudinis^  quas  cum  vidissent  adolescentes  stupore 
torpebant.  Le  cui  parole  voi  con  gran  destreza  d' ingegno  pone- 
ste nel  sequente  verso,  quando  diceste  : 

Videruni  homineSf  et  stupuere  IHi  (2). 

All'erudita  interpretazione  del  medico  Tabone,  eccezio- 
Dalmente  bravo  insieme  nel  «  toccar  polsi  e  dichiarar  au- 
tori »  (3),  aggiungerò  sommariamente  quella  di  una  elegia 
relativa  al  disegno  di  «  una  nave  che  va  per  mare  »  :  ele- 
gia e  disegno  miranti  a  celebrare  una  gita  del  «Prence 
sopra  un  brigantino  »,  avvenuta  un  giorno  «  felicissimo  et 
gratissimo  al  Moncata  »,  in  Siracusa  ;  dove  era  stato  e  con- 
vitato »  da  «quei  signori»,  nel  «tempo  ch'andò  egli  a  ve- 
der le  sue  terre  »  (4).  L'elegia ,  mancante  e  ai  codici  (5)  e 


(1)  Oltre  di  chiamarla  Phorcynis ,  come   «  Lucano  uella   Farsaglia  et 
Ovidio  nelle  Trasformationi  »,  perchè  «  fu  figliuola  di  Forco  ». 

(2)  BM  pp.   15  e  16-7. 

(3)  BM  p.  27. 

(4)  BM  p.  71. 

(5)  Nei  Quinternum  manca  il  foglio  123,  in  cui  l'elegia,  giusta  l'indice 
alfabetico,  doveva  trovarsi. 


26  SEBASTIANO    BAGOLINO 


jiUe  (lue  edizioni  <le'  carmi  bagoliuiani,  principia  in  questo 
modo  : 

Dani  Moneata  parat  pictain  dare  vela  caiinam 

Perque  Syracusias  notificabat  aquas, 
Notior  antiquis  domìnisque  urbique  Siracu, 

Clarior  eniissos  sol  agitavit  eqiios. 
Mox  et  luctantes  tenuere  silentia  venti, 

Per  sudimi  soli  concinnere  cygni. 
Interea  cyinbam  Panopea  Ligeaque  virgo 

Hiuc  illinc  uliiis  sustinuere  siiis. 
Inter  quas^  posita  velox  Arethusa  pharetra, 

Concinuit  miris  carmina  blanda  modis. 
Namque  canebat  uti  praeclarum  heroa  sequentein 

Monca tam  ad  sicnlos  vela  tulére  lares...  (5). 

E,  poiché  il  Tabone  esprime  de'  dubbj  sul  verso  terzo  e 
sul  sesto,  il  Bagolino  si  affretta  a  levarglieli  con  una  pro- 
fusione di  riscontri  classici  da  far  dire  giustamente  allo  zia 
«al  contrario  di  Persio:  Cum  sapimus  nepotes».  A  legitti- 
mare, i.ifatti  ,  il  vocabolo  Syracu,  che  nell'elegìa  sta  per 
Sifracusiae,  il  poeta  non  si  contenta  di  notare  di  averlo  preso 
dal  siciliano  Epicarmo,  che  scrisse  iu  lingua  greca,  del  quale 
tu  imitatore  Plauto,  secondo  riferisce  Orazio  nel  verso  : 

Plautus  ad  exemplum  siculi  properare  Epicliarmi, 

ma  cita  un  cumulo  di  autorevoli  esempj  di  «  parole  smor- 
zate» presso  Ennio,  Ausonio,  Omero,  Esiodo,  Sofocle,  Si- 
mia,  Antimaco,  Euforigne  ed  altri  antichi  latini  e  greci. 
Assegnata  poi  la  ragione  del  vocabolo  notior  all'  essere  il 
sole  «  manifestissimo  »  alla  città  di  Siracusa  «  per  la  beni- 
gnità de  l'aere  sotto  il  quale  è  posta»,  onde  «dicono  au- 
tori gravi  che  non  può  passar  giorno  eh'  in  qualche  parte 
di  quello  »  il  maggior  astro  non  vi  «  si  vegga  »  ;  ed  addotta 
l'autorità  di  Valerio,  Solino,  Cicerone ,  Pindaro  e  Teocrito 

(5)  BM  pp.  71-2. 


POETA  LATINO   ED  ERUDITO   DEL  SEC.   XVI  27 

in  sosteguo  dell'antichità  di  Siracusa;  fermasi  il  Baudolino 
a  provare  allo  zio ,  mostratosene  dubbioso ,  di  non  avere 
nella  elegia  menzionato  erroneamente  i  cigni,  essendocene, 
come  nel  Meandro ,  nel  Oaistro ,  nel  Mincio ,  in  Amicla  e 
altrove,  ben  anco  in  Sicilia.  E  la  prova  trae  dal  quarto  de' 
Fastiy  dove  Ovidio,  descrivendo  il  viaggio  di  Cerere  in  Si- 
cilia in  cerca  della  rapitale  figliuola  Proserpina ,  ne  segna 
le  ultime  fermate  co'  versi  : 

Hinc  Camerinam  adiit,  Thapsouque  et  Diaria  Tempe, 
Quaque  patet  Zephiro  semper  apertus  Eryx  ; 

ne'  quali  versi  la  Tempe  abbondante  di  cigni  sarebbe  illo- 
gico ritenere  la  Tempe  della  Tessaglia  ed  è  invece  eviden- 
temente un  luogo  dell'isola  nostra,  ameno  al  pari  di  quello 
bagnato  dal  fiume  Penco  (1). 

Quale  fosse  un  tal  luogo  pe  '1  poeta  alcamese  (che ,  si 
noti,  variava  destramente  in  Gloria  la  denominazione  di 
Heloria  data  da  Ovidio  alla  Tempe,  ossia  amenissima  con- 
trada, di  Sicilia,  in  cui  scorre  VHeloros)  lo  dice  subito  dopo 
egli  stesso  illustrando,  a  proposito,  un  altro  suo  diseguo 
con  «  certi  augelli  volanti  et  una  Dea  che  sta  sopra  un  carro 
in  aria  ».  Narra,  pertanto,  il  Bagolino  il  seguente  aneddoto  : 

lu  quel  viaggio,  che  fece  il  Moncata  per  veder  il  suo  stato, 
volse  egli  (come  di  sopra  intendeste)  andar  in  Siragosa:  e  così, 
arrivati  che  fummo  in  Hibla,  che  noi  dicemo  Militello,  ivi  man- 
giammo ad  hora  di  mezogiorao.  Sta  questa  terra  lenta  n  da  Si- 
ragosa intorno  a  dodeci  miglia.  Dunque,  subito  c'hebbimo  man- 
giato, si  posimo  in  viaggio  per  Siragosa.  Avvenne  che,  seesi  che 
fumo  al  piano,  il  Prence  volse  ch'io  non  mi  discostassi  mai  dal 
suo  lato,  perciò  che  volea  ch'io  gli  raccontassi  l'antiquità  di  Si- 
ragusa.  Et  ecco  che,  mentre  starno  in  questo ,  vidimo  un  lago 
che  circondava  intorno  a  500  passi.  Ivi  erano  più  di  venti  augelli, 
li  quali  da  quelli  che  lor  conoscevano  far  detti  esser  cigni  ;  onde, 
volendo  il  Moncata  accostarseli  per  conoscerli,  quelli  presero  il 


(1)  BM  pp.  75-8. 


28  SEBASTIANO   BAGOLINO 

volo  verso  il  cielo.  Quindi  poi  successe  il  mio  epigramma,  il  quale 
è  questo  : 

Cernis,  ut  herbosum  linquentes  Jlumina  olores 
Aetera  remigio  praepete  ad  alta  volani? 

Ninàrum   Venus  ipsa  sicas  conscendere  higas 
Apparai,  et  cycnos  ad  sua  fraena  vacai. 

Teque,  Syracusias  ne  fias  praeda  puellis, 

Occulere  in  greniio  vult  Dea  cantu  suo  (1). 

Hor  vedete  com'in  Sicilia  pur  nascono  i  cygni  ;  e  forse,  quando 
Ovidio  disse  Oloria  Tempe  (2),  intese  di  questi  lochi  vicini  a  Si- 
ragosa,  li  quali  realmente  sono  amenissimi  al  par  di  quanti  altri 
ve  ne  sono  in  Sicilia. 

Cosi  concliiude  il  Bagolino,  convincendo  appieao  lo  zio 
Tabone  ;  il  quale,  notato  che  Tapso  è  un'isoletta  presso  Si- 
racusa e  che  Oamerina  fu  colonia  siracusana ,  tìnisce  per 
accettare  l'interpretazione  del  nipote  (3). 

E  a'  saggi  dati  altri  non  aggiungo ,  potendo,  del  resto, 
chi  del  Moncata  volesse  sapere  di  più ,  leggerlo  integral- 
mente a  suo  grand'agio  nell'edizione  da  ine.  curatane. 


2. 


Tuque  etiam,  Antoni ,  per  me  ad  pia  busta  Philippi 
Scitantem  Lepidum  pegniata  celsa  doces. 

BII  n.  65,  p.  43. 


Al  Moncata  tien  dietro  per  importanza  la  Piramide. 

Xon  e'  era ,  siccome  è  noto,  in  Sicilia  a'  tempi  del  Ba- 
golino manifestazione  della  vita  pubblica,  che  non  fosse 
decorata  dall'arte.  Ogni  splendida  festa,  ogni  solenne  ingresso 


(1)  Cfr.  BII  n.  63,  p.  41. 

(2)  Anche  in  BII  n.  51,  p.  35,  s'incontra  V  Oloria  Tempe. 

(3)  BM  pp.  72-80. 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO  DEL   SEC.    XVI  29 

di  viceré,  principi  e  arcivescovi  aveva  i  suoi  archi  di  trionfo, 
come  o<!^ui  pomposo  funerale  la  sua  piramide  più  o  meno 
grandiosa  :  archi  e  piramidi ,  adórni  di  figure,  di  emblemi, 
di  distici  e  motti  di  cui  si  affidava  lo  incarico  a'  più  segna- 
lati sì  per  valore  poetico  che  per  dottrina,  i  quali  ne  trae- 
vano occasione  a  sbizzarire  la  fantasia  nella  invenzione  e 
dar  larghi  saggi  del  proprio  sapere  nelle  descrizioni  che  ne 
seguivano ,  talvolta  con  lo  strascico  di  polemiche  erudite 
non  men  che  pungenti  :  esempio  le  lettere  critiche ,  ora  a 
stampa,  di  Filippo  Paruta  e  Bartolomeo  Sirillo  a  proposito 
dell'arco  trionfale  innalzato  in  Palermo  nel  1592  per  la  ve- 
nuta del  viceré  Conte  d'Olivares  (1). 

Di  uno  di  tali  lavori,  a  cui  partecipavano  l'architettura, 
la  pittura  e  le  lettere,  tratta  appunto  la  Piramide  del  Ba- 
golino, scritta  come  il  Mancata  in  forma  dialogica. 

Avvenuta  a'  13  di  settembre  del  1598  in  Madrid  1^  morte 
di  Filippo  li  d'Austria,  re  di  Sicilia ,  dal  viceré  e  capitan 
generale  don  Bernardino  de  Cardi nes,  duca  di  Macqueda, 
era  stato  ordinato  «  che  divotissime  essequie  si  facessero 
per  tutte  le  città ,  terre  e  luoghi  di  questo  regno ,  con  li 
maggiori  apparati  possibili  »  (2). 

Alcamo  non  si  mostrò  da  meno  delle  tene  sorelle  nel 
tributo  dell'imposto  omaggio  funebre;  e  —  comunque  non 
fosse  in  grado  di  gareggiare  con  Palermo,  Messina ,  Cata- 
nia ed  altre  importanti  città  siciliane ,  la  sontuosità  delle 
cui  esequie  al  re  straniero  è  descritta  da'  cronisti  del  tem- 
po —  fece  pur  essa  il  dover  suo  con  istraordinario  apparec- 
chio. Innalzò,  infatti,  per  la  circostanza  una  piramide,  non 
eguale  certamente  alla  «  superbissima  »  e  «grandissima  »  (3) 


(1)  Furono  pubblicate  dal  prof.  V.  Di  Giovanni  nelle  N.  Effemeridi 
Siciliane,  serie  terza,  voi.  VI:  Palermo,  L.  Pedone  -  Lauriel  edit.,  1877; 
pp.  187-237. 

(2)  Fra  Leodoro  Scrigni,  Orai.  fun.  nelVess.  d.  M.  G.  del  Re  X>.  Fi- 
lippo II  ecc.  ;  G.  B.  Maringo,  1599  ;  p.  4. 

(3)  F.  Pollaci  Nuccio,  Varietà  palermitxine  ;  in  N.  Effem.  Sicil.,  se- 
rie terza,  voi.  Vili  ;  Palermo,  L.  Pedone-Lauriel  edit.,  1878  ;  p.  35. 


30  SEBASTIANO   BAGOLINO 

allora  levata  uel  duomo  palermitano,  ma  m)n(Umeno  di  tale 
iDgegnoaa  esattezza,  secondo  l'affermazione  del  Nostro,  da 
esigercene  state  pari  ben  poche,  «non  solo  in  Sicilia,  ma 
dovunque  furo  celebrate  queste  solenniasime  esequie  »   (1). 

Il  Bagolino,  che  della  «  piramide  o  pegma  »  è  probabile 
avesse  apprestato  egli  stesso  il  disegno,  principia  il  suo  la- 
voro dando  in  un'epistola  dedicatoria  al  viceré  di  Sicilia  i 
particolari  di  quella  «  mole ,  d'  edificio  picciola  e  povera  », 
ma  «ben  grande  e  ricca  d'industria  et  ingegno,  che  l'ar- 
chitetto vi  pose  in  fabricarla  ». 

Sorgea  nel  mezzo  della  chiesa  parrocchiale  un  tumulo 
con  quattro  colonne  di  legno  disposte  in  quadro  e  colorite 
in  guisa  che  sembra van  di  porfido  lucidissimo.  Sopra  di  esse, 
in  armi  bianche,  asta  nella  destra  e  scudo  al  tergo,  si  ve- 
deano  le  figure  di  quattro  cavalieri  di  Casa  d'  Austria  ;  i 
quattro  antecessori  per  diretta  linea  del  morto  Re  :  Fede- 
rico III,  il  costui  figliuolo  Massimiliano ,  Filippo  I  e  Car- 
lo V.  Il  primo  nella  pittura  dello  scudo  mostrava  un  uomo 
seduto  su  varie  armi,  piangente  con  le  mani  incatenate  al 
dorso  ;  il  secondo,  un'  aquila ,  che  tenea  con  gli  artigli  un 
aquilotto  provandolo  a'  raggi  del  sole  ;  il  terzo ,  due  scuri 
legate  con  due  fasci  di  verghe,  conformi  a  quelle  de'  lit- 
tori dell'antica  Roma;  e  l'ultimo,  la  storia  di  Calai  e  Zete 
fuganti  le  arpie. 

Il  pavimento,  dove  posavano  i  pie'  questi  gloriosissimi  duci, 
era  coverto  tutto  d'imbroccato  ;  quindi  poi  con  giusta  misura  u- 
sciva  una  bellissima  piramide ,  nella  cui  cima  vi  si  vedea  una 
bandiera ,  la  qual  d'  una  parte  havea  racamata  una  gran  face , 
ch'escia  come  vicino  da  la  luna  e  lasciava  una  gran  via  nel  cielo, 
facendo  mostra  di  gir  da  1'  Occidente  ver  1'  Oriente  ;  da  1'  altra 
parte  poi  de  la  bandiera  una  fenice,  che,  dibattendo  l'ale  a  certi 
odorati  legni,  s'accendea. 

In  fine  leggevansi  sul  piedistallo  due  epigrammi  latini 


(1)  Piramide,  cod.  cit.,  e.  2. 


POETA   L.\TINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI  31 

del  nostro  poeta,  relativi  l'uno  alla  tìaccola  e  l'altro  alla 
fenice. 

Descritta  la  «  mole  »  e  intitolato  il  suo  lavoro  a  colui , 
che ,  eletto  «  per  governator  di  questo  regno  di  Sicilia  da 
quello  invittissimo  e  religiosissimo  Filippo  II,  di  bona  me- 
moria »  ,  facea  sì  che  «  pel  suo  governo  »  tutta  l' isola  go- 
desse «  somma  quiete  et  contenteza  »,  passa  subito  l'autore 
al  dialogo,  in  cui  Antonio  Tornamira  viene  «  succintamen- 
te esponendo»  a  Lepido  Spadafora  quanto  ricorda,  «  per 
la  vicinanza  del  tempo  »  ,  del  «  lodevol  panagirico  »  ,  che 
egli  da  un  «  oratore  »  aveva  inteso,  sull'  «  edificio  ». 

Ed  ecco  innanzi  tutto  quel  che  i  due  interlocutori  di- 
cono de'  quattro  «  personaggi  »  ,  che  «  fanno  sì  pomposa 
mostra  »  attorno  alla  tomba  del  «  Prencipe  sì  religioso  e 
santo  »,  cui  Alcamo  commemorava  seguendo  l' borre vole  e 
degno  costume  de  la  mai  non  a  pieno  lodata  Ispagna ,  la 
quale  in  morte  de'  suoi  Prencipi  »  soleva  «  celebrare  1'  es- 
sequie  per  dove  s' estendevano  i  dominij  di  coloro ,  non 
altri  mente  »  che  in  Persia  «  fu  e  jstume  portar  a  torno  i 
corpi  de'  defonti  Regi  per  tutte  le  provi ncie  »  ch'eran  loro 
state  soggette. 

Il  personaggio  tìgurato  alla  prima  colonna  «  a  l'aspetto 
tiene  non  so  che  di  maestoso  e  divino  »,  come  al  degno 
figliuolo  del  «  grande  Ernesto  Duca  d'Austria»  si  conveniva. 

Egli  è  Federico  Terzo  Imperatore  ,  il  qual  a  tempo  che  re- 
gnava in  Roma  Eugenio  Quarto  ,  mentre  in  gran  parte  la  reli- 
gion  Christiana  era  caduta ,  egli  la  rihebbe  e  la  restituì  al  pri- 
mero  stato  ;  nel  qual  fatto ,  oltra  che  dimostrò  gran  fede  e  reli- 
gione ,  adoprò  incomparabil  prudenza  congiunta  con  somma  pa- 
ticntia ,  talché  meritamente  si  può  dir  di  lui  quel  eh'  un  poeta 
disse  di  Fabio  Massimo  :  Tu  Maximus  ille  es,  unus  qui  nobis  cun- 
ctando  restituis  rem.  Già  che,  confederatosi  col  christianissirao  Dei- 
fin  di  Francia ,  fece  sì ,  che  represse  il  veleno  del  empio  basili- 
sco ,  che  con  sci  horrendi  sibili  così  fieramente  fischiava  contro 
S.  Chiesa... 

Generato  da  Federico  Terzo  Imperatore,...  per  ordine  di  loco... 


32  SEBASTIANO   BAGOLINO 


viene  il  gran  Massimiliano,  colui  il  quale,  havendo  sempre  gran 
zelo  verso  1'  honor  di  Christo ,  fece  molte  meravigliose  imprese 
nella  Brabantia  et  nella  Fiandra... 

Colui...,  ch'occupa  la  terzo  colonna,  è  Filippo  I ,  il  qual  do- 
tato di  maravigliosa  indole  e  saggiezza,  di  dodici  anni...  (o  cosa 
inudita  !)  fu  fatto  Prencipe  di  Lovanio  et  di  tutta  la  Brabantia 
insieme. 

Il  quarto  poi,  che  sta  sopra  l'ultima  colonna,  egli  è  l'invittis- 
simo Carlo  Quinto,  fulmine  di  guerra ,  spavento  d' infedeli  ;  del 
qual  non  si  può  determinar  se  miglior  soldato  o  imperator  stato 
fosse.  Si  può  veder  questo  nell'  annali  de  le  sue  inclite  prove  , 
mentre  che  sì  valorosamente  s'adoprò  contra  Turchi,  contra  Mori, 
contra  Heretici.  Al  nome  di  costui  insino  ad  hora  trema  et  teme 
P  empia  casa  del  fiero  Ottomano  ;  de  la  magnanimità  di  costui 
anchor  sta  attonito  et  stupefatto  il  regno  di  Tunisi,  tolto  a  l'em- 
pio Barbarossa  e,  per  liberalità  di  tanto  Prencipe,  consignato  a 
Muleasso ,  il  qual  già  era  uscito  di  speranza  d'  altra  volta  ricu- 
perare il  regno.  Libéralissimo  Carlo,  che  vince,  non  per  sé ,  ma 
per  altrui  :  NON  8IBI,  NON  SIBI  (disse  in  honor  di  lui  la  no- 
bil  città  di  Messina),  VERUM  ALII8  VINCERE  CAE8AR  A- 
MAT.  Io  non  sto  hora  a  dire  le  grandeze  e  1'  opre  heroiche  di 
questo  invittissimo  Cesare  ;  una  sola  ne  dirò ,  e  questa  basterà, 
anzi  sormonterà  a  butte  le  glorie  di  lui,  et  è  questa  :  ha  ver  egli 
dato  al  mondo  un  figlio  qual  fu  Filippo  Secondo.  Dirò  io  quel 
che  disse  il  poeta  Ovidio  : 

de  Caesaris  actis 

Nullum  maius  opus,  quam  quod  pater  extitit  huius. 

Se  noi  lo  miriamo  nel  governo  ,  egli  con  tanta  saggieza  e  reli- 
gione governò,  che  da  lui  solo  debbono  pigliar  norma  tutti  i  Regi 
futuri  che  vogliono  lasciar  nome  di  famosi  regenti  ;  se  noi  lo  ri- 
guardiamo nel  fatto  de  l'arme,  qual  soldato  trovaremo  più  intre- 
pido di  lui  ?  C'hiaramente  testifica  questo  l'honorata  vittoria  ch'e- 
gli ottenne  in  S.  Quintino,  là  dove,  insertando  lo  scudo  a  la  si- 
nistra e  con  l  a  destra  valorosamente  rotando  il  brando ,  urtò 
mentre  più  ardea  la  pugna  là  dove  stavan  più  dense  le  nemiche 
schiere. 

F.  M.  Mirabella 

(Continua) 


I  BARBARI  ED  I  BIZANTINI  IN  SICILIA 


INTRODUZIONE 

Quei  quattro  secoli  di  Storia  in  cui  la  Sicilia,  occupata 
dapprima  dai  Vandali  e  dai  Goti,  tornò  poi  direttamente  al- 
l'autorità dell'Impero  coi  Bizantini,  per  la  continuità  che  vi 
si  osserva  delle  istituzioni  civili  e  politiche  del  mondo  clas- 
sico,  vanno  considerati  come  parte  della  Storia  dell'Isola 
nell'antichità,  sebbene,  secondo  la  divisione  cronologica  ge- 
neralmente accettata ,  potrebbe  a  qualcuno  sembrare  che 
facciano  parte  del  Medio-evo  siciliano. 

Or  questo  interessante  periodo,  in  cui  l'Isola,  da  centro 
di  un  impero  vasto  ed  efimero,  diviene  rocca  dell'elemento 
Greco  in  Italia  e  si  stacca  quindi  deffinitivamente  da  Bi- 
sanzio con  una  serie  di  moti  secessionisti  che  agevolano 
la  conquista  Musulmana,  è  fra  i  meno  studiati  di  tutta  la 
sua  storia,  che  pure  non  è  stata  mai  a  corto  di  illustratori. 

I  vecchi  eruditi  che  primi  ne  scrissero  la  narrazione  ge- 
nerale delle  vicende,  si  sono  sbrigati  in  poche  pagine  dei 
Barbari  e  dei  Bizantini  (1) ,  mentre  se  ne  son  dati  meno 
pensiero,  com'è  naturale,  gli  storici  della  regione  Italiana. 

Nel  sec.  XVII  Ottavio  Caetani  (2)  e  nel  seguente  Rocco 


(1)  Forse  nessuno  superò,  anche  in  questo,  Tommaso  Pazello,  il  labo- 
rioso monaco  che  nel  '500  compì  una  ricerca  filologica  ed  antiquaria,  ad- 
dirittura immane  e  scrisse  sulla  Sicilia  un  libro  che  merita  d'essere  più 
apprezzato  di  quel  che  non  sia.  Egli  dedicò  appena  tre  pagine  a  questi 
secoli,  mentre  ne  dedica  trecento  al  resto  della  Storia. 

(2)  Vitae  Sanctorum  Siculorum.  Panormi,  1657,  2  voli. 

Areh.  Star.  Sic,  N.  S.,  Anno  XXXV.  3 


34  I   BARBARI    ED    I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Pirri  (1)  e  Giovanni  di  Giovanni  (2),  in  ispecie  nei  riguardi 
della  Storia  Reli«rio.sa ,  si  occuparono  di  cpiesti  secoli ,  ap- 
portando alla  loro  conoscenza  contributi  non  spregevoli  ;  il 
primo  però  a  trattarne  largamente  fu  Michele  Amari  nel 
primo  libro  della  sua  classica  Storia  dei  Musulmani  di  Si- 
cilia. 

Dopo  di  lui,  un  giovine  tedesco,  Bertoldo  Reii)ricl),  scrisse 
una  dissertazione  fondamentale  sulla  dominazione  barbarica 
in  Sicilia  (3) ,  alla  quale  seguiva  un  tentativo  di  ricostru- 
zione storica,  nel  libro  VITI  del  terzo  volume  della  Storia 
dell'Holm  (pp.  505-616)  ;  però  di  questi  lavori  che  difettano 
ambedue  per  la  forma  frammentaria,  quasi  diaristica,  della 
narrazione,  il  primo,  che  è  anche  un  po'  invecchiato,  è 
tutt'altro  che  completo  per  quel  che  riguarda  il  materiale, 
mentre  il  secondo,  più  che  una  storia,  è  una  pregevolissima 
raccolta  di  materiali  riguardanti  in  ispecie,  la  storia  econo- 
mica ed  amministrativa  ,  cui  è  data  una  parte  preponde- 
rante ;  ma  da  essi  non  si  è  ricavato  tutto  quell'  utile  che 
se  ne  potrebbe  (4),  ne  1'  autore  s' illudeva  di  aver  fatto  da 
questo  lato  opera  completa  (5). 

Preziosa  è ,  sebbene  alquanto  prolissa ,  la  Storia  della 
Chiesa  in  Sicilia  nei  primi  dieci  Secoli  (2  voli.,  Palermo,  1880, 


(1)  Sicilia  Sacra.  Panormi,  1733,  2  voli. 

(2)  Codex  Siciliae  diplomaticus.  Panormi,  1732,  voi.  I.  È  il  solo  pub- 
blicato di  quest'opera  molto  ben  fatta  che,  per  raeschinissima  invidiuzza 
municipale,  non  andò  a  genio  al  Can.  Mongjtoue  il  quale  la  perseguitò 
insieme  all'autore  che  non  potè  così  scrivere  quella  Storia  Ecclesiastica 
di  Sicilia,  del  cui  valore  sono  prova  le  poche  bozze  più  tardi  pubblicate. 
Del  Di  Giovanni  e  della  lotta  da  lui  sostenuta  vedi:  Domenico  Scinà  , 
Prosp.  d.  Stor.  leti,  di  Sic.  nel  sec.  XVIII,  t.  I,  pag.  260  segg. 

(3)  De  Sicilia  insula  sub  regno  osthrogothorum  Italico,  dissertatio  inau- 
guralis  hist.  Vratislaviae,  1875,  pp.  40  in  16, 

(4)  Cfr.  quanto  su  ciò  dice  nella  prefazione  all'ed.  Ital.  (pag,  XIII-XIV) 

il    Prof.    G.    KiRNER. 

(5)  «  Certamente,  Egli  dice  a  p.  XXIII  della  prefaz. ,  molto  resta  da 
fare  ancora  per  l'età  di  cui  si  parla  in  questo  volume  (il  III)  e  ciò  vale 
in  modo  speciale  pel  libro  IX...». 


I  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA  35 

84),  di  MoDS.  D.  Lancia  di  Brolo,  opera  condotta  quasi  sem- 
pre con  quella  critica  sana  e  diffidente  che  sola  può  por- 
tare a  buoni  risultati,  in  una  materia  così  difficile. 

Buonissimi  elementi  sulla  Sicilia  Barbarica  e  Bizantina, 
più  che  dalle  Storie  generali  dell'  alto  medioevo  Italiano , 
che  se  ne  occu[)ano,  come  è  naturale,  solo  fuggevolmente  (1), 
si  possono  ricavare  da  alcune  memorie  che  in  tutto  (2)  od 
in  part«  (3)  trattano  argomenti  relativi  all'Isola  in  quest'e- 
poca. Poco  utili,  contrariamente  a  quel  che  si  potrebbe  a  pri- 


(1)  Vanno  ad  ogni  modo  sempre  consultate  con  profìtto  oltre  la  bella 
opera  di  G.  Romano,  Le  dominazioni  Barbariche.  Milano,  Vallardi;  Tho- 
mas HoDGKix ,  Italy  and  her  invadere.  Oxford,  1893-96;  ed  Hartmann, 
Geschichte  Italiens  in  Mittelalter.  I  Band.  Das  Italienische  Konigrei^che. 
Leipzig,  1897  ,  II  Band  ,  1°  Hàfte.  Eomer  vnd  Longobarden  bis  sur  thei- 
lung  Italiens.  Leipzig,  1900.  [Sono  anche  pubblicate  la  2*  p.  del  2.  voi. 
(Gotha  1903)  e  la  1«  del  3.  (Gotha  1908)]. 

(2)  Si  trovemnno  citati  a  suo  luogo.  Qui  noto  : 

A.  Pa RISOTTI ,  Dei  Magistrati  che   ressero  la  Sicilia  dopo  Diocle- 
ziano, in  Studi  e  Doc.  di  St.  e  di  Dritto,  voi.  XI.  Roma,  1890. 

F.  Gabotto  ,  Eufemio  ed  il  movimento  separatista  neW  Ital.  Bis. 
ne  «La  Letteratura».  Torino,  1890. 

A.  Rossi  ,  Delle  cause  della  sollevasione  di  Eufemia  contro  la  do- 
minaz.  bis.  della  Sicilia.  Rend.  dei  Lincei,   1904,  Roma. 

(3;  Cipolla  C,  Della  supposta  fusione  degli  Italiani  coi  Germani  etc. 
Rend.  dei  Lincei,  1900. — Cantarelli  L.,  Sulla  diocesi  Jtaliciana  da  Dio- 
cleziano alla  fine  deìVimp.  occid.,  in  Studi  e  doc.  di  St.  e  di  Dir.,  voi.  XXII, 
XXIV.  Roma,  1901-903.  Diehl  Ch.,  Études  sur  V  admini-ttration  byzant. 
dans  Vexarrat  de  Ravenne  (568-751),  (in  Bibl.  des  Écoles  d'Athéne  et  de 
Rome,  fase.  53).  Paris,  1889.— Eiusd,  Justinien  et  la  civilisation  byz.  ott^ 
VI^  siede  (in  Mon.  de  1'  art.  byz.  pubbl.  ponr  les  auspices  du  ministre 
de  l'instr.  pubbl.  et  des  beaux  arts).  Paris,  1901.— L.  M.  Hartmann,  Un- 
tersuchungen  sur  Geschichte  der  bysantinischen  tenvolting  in  Itahen  f540- 
750).  Leipzig,  1889,  8.,  p.  182.— Th.  Mommsen,  Ostgothische  Studien  (in 
Neues  Archiv  XIV  (1889),  pp.  223-249;  451-544;  XV  (1890)  181  86).— G. 
Salvigli,  Sullo  stato  e  la  popolazione  d' Dalia  prima  e  dopo  le  invasioni 
barbariche.  Atti  d.  R.  Acc.  di  Se.  lett.  ed  Arti  di  Palermo  .  serie  III , 
voi.  V.  Palermo,  1899. 


36  I  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

ma  vista  supporre ,  sono  due  ampi,  ma  superficiali  volumi 
(li  uno  studioso  francese  :  F.  Martroye  (1). 

Manca  quindi  tutt'ora  uno  studio  possibilmente  comple- 
to, in  cui  la  ricostruzione  storica  degli  avvenimenti  e  delle 
condizioni  dell'isola  in  quest'epoca,  così  notevole  specialmente 
per  l'agitarsi  di  passioni  religiose,  sia  fatta  con  proporzio- 
nale e  conveniente  svolgimento,  senza  che  sia  affogata  fra 
inorganiche  rassegne  riguardanti  la  storia  Economica,  am- 
ministrativa, religiosa  che  sebbene  sono  parti  indispensabili 
della  ricostruzione,  non  sono  tutta  la  ricostruzione  stessa.  Per 
questo  stimo  che  non  debba  riuscire  del  tutto  inutile  il  pre- 
sente lavoro  in  cui,  tenuto  conto  dì  un  materiale  molto  ricco, 
ho  ricostruito  i  fatti  mettendo  in  evidenza  quello  che  mi 
è  parso  il  loro  nesso  storico. 

Potrà  notare ,  è  vero ,  qualcuno  una  certa  sproporzione 
di  alcune  parti,  ma  nessuno,  mi  auguro,  vorrà  esser  troppo 
severo  a  questo  riguardo ,  ove  consideri  la  novità  dell'  ar- 
gomento non  ostante  la  quale,  ho  talvolta  escluso  dal  testo 
la  discussione  delle  testimonianze  degli  antichi  e  dei  pareri 
diversi  dal  mio ,  riservandola  alle  note,  per  non  inceppare 
soverchiamente  la  narrazione  dei  fatti.  In  questo  ho  dovuto 
però  essere  molto  parco,  essendo  le  note  già  troppe  ,  dato 
il  numero  rilevante  dei  passi  che  delle  fonti  ho  riportato, 
numero  che  credo  non  parrà  soverchio  a  nessuno,  giacché 
una  relativa  larghezza  di  questa  parte  non  mi  potrà  venir 
rimproverata,  qualora  si  pensi  che  le  fonti  in  parola  sono 
edite  in  massima  parte  in  ampie  collezioni,  che  non  sempre 
e  dovunque  il  lettore  può  trovare  a  propria  disposizione. 


(1)  L'occident  à  Vépogue  bys.  Goths  et  Vandales.  Paris,  1904,  pp.  62 
in  8.  —  Genserie  la  conquéte  Vandale  en  Afrique  et  la  destruction  de  l'em- 
pire d'ove.  Paris,  1907.  Non  è  poi  neanche  a  parlare  di  un  breve  articolo 
di  G,  F.  Garofalo  (i  Vandali  in  Sicilia.  Riv.  di  St.  Ant.  Padova,  1903) 
e  di  un  libro  del  Prof.  Enrico  Loncao  (Stato,  Chiesa  e  famiglia  in  Si- 
cilia dalla  caduta  delV Impero  Romano  al  regno  Normanno.  Parte  I:  Van- 
dali e  Goti.  Palermo,  1904),  del  tutto  privo  di  quel  rigore  di  metodo  che 
8i  richiede. 


I   BARBARI  ED   1   BIZANTINI   IN  SICILIA  37 

Negli  ultimi  capitoli  ho  infatti  risparmiato  di  riportare  i 
passi  di  Procopio  su  cui  può  dirsi  che  la  uarrazione  s' im- 
pernii, data  la  facilità,  relativa,  con  cui  ognuno  può  pro- 
curars-i  le  sue  opere  in  buona  edizione. 

A  proposito  di  fonti,  osservo  anzi  che  non  ho  premesso 
al  lavoro ,  come  ottimamente  suole  farsi ,  una  discussione 
sul  loro  valore ,  fatica  che  ho  creduta  esorbitante  dal  mio 
compito,  perchè  avrei  dovuto  esaminare  e  dar  giudizi  gene- 
rali su  scrittori  i  quali  quasi  sempre  (ad  eccezione  forse  di 
Procopio  ed,  in  parte,  di  Teofane)  interessano  la  Sicilia  per 
qualche  rara  notizia.  Del  resto,  ogni  volta  che  se  n'è  pre- 
sentata la  necessità,  ho  discusso  del  valore  da  accordare  nel 
caso  speciale  alle  varie  testimonianze. 

Dei  nomi  locali  e  di  quelli  Barbarici  ho  sempre  ripro- 
dotto la  forma  latinizzata,  quando  essa  esiste  negli  antichi 
autori,  come  quella  che ,  naturalmente ,  si  avvicina  di  più 
alla  nostra  lingua.  Quando  manca  però  tale  forma  ho  ripro- 
dotto i  nomi  con  la  grafia  della  lingua  loro  originaria  (l). 

Molto  ho,  di  proposito,  abbreviata  la  parte  riguardante 
la  costituzione  politica  ed  amministrativa  dell'isola,  privan- 
dola pressoché  di  ogni  apparato  critico.  Trattandosi  di  un 
argomento  studiato  fin  qui  da  molti,  e  bene,  anche  perchè 
rientra  nelle  sue  linee  ])rincipali  nell'orbita  della  Storia  Ge- 
nerale,, ho  stimato  inutile  riprodurre  il  processo  critico  per 
cui  si  è  pervenuti  alla  ricostruzione  sicura,  contentandomi 
di  riferire  questa,  nel  modo  piìi  chiaro  e  più  semplice  che 
mi  è  stato  possibile. 

La  ricostruzione  storica  che  qui  presento,  mi  auguro  che 
possg,  se  non  altro,  facilitare  quel  lavoro  di  integrazione  delle 
future  scoperte  archeologiche ,  al  quale  è  riservato  di  for- 


(1)  Tale  questione  formale,  cercò  anche  di  risolvere,  per  i   nomi  lo 
cali  di  Sicilia,  I'Holm.  È  certo  che  non  è  giusto  usare  in  Italia  ad  esem- 
pio Kyme  invece  di  Cuma  ,  Hodovakar  invece  di  Odoacre  ;  come   non  è 
ugualmente  giusto  usare  Casmene  invece  di  Kasmenai,    Ebrimud  invece 
di  Ebremuth,  non  trovandosi  questi  nomi  latinizzati  nelle  fonti. 


38  I  BARBARI  ED  1  BIZANTINI   IN   SICILIA 


nire  nuovi  elementi  di  verità.  Con  questo  augurio  io  fini- 
sco non  senza  però  ringraziare  tutti  coloro  che  durante  il 
corso  del  lavoro  ini  hanno  variamente  agevolato,  dei  quali, 
per  l'importanza  degli  aiuti  da  loro  concessimi  io  ricordo, 
oltre  il  Prof.  G.  M.  Oolumba  per  cui  ogni  mia  parola  di 
grazie  sarebbe  inadeguata,  il  Prof.  Paolo  Orsi  che  con  cor- 
tese liberalità  mise  a  mia  disposizione  appunti,  fotografie  e 
materiale  inedito  del  Museo  di  Siracusa  ed  il  Prof.  Antonino 
Salinas  che  insieme  ad  alcuni  disegni  mi  fornì  preziose  no- 
tizie in  ispecie  sulle  zecche  della  Sicilia  Bizantina. 


Palermo,  il  25  Marzo  del  1910. 


I  BARBAUl   ED   I   B1ZA^■TIN1   IN   SICILIA  39 


CAPITOLO  PRIMO 
Vandali  e  Goti. 

Ordinamento  della  Provincia.  —  Condizioni  della  Sicilia  Romana.  —  Le 
orazioni  contro  Verre.— Strabone. —  Primi  tentativi  di  irruzioni. — Gen- 
serico e  le  sue  invasioni.  —  Aiuti  mandati  dallMmp.  Teodosio.  — Suevo 
Ricimero.  —  Spedizione  di  Basilisco.  —  Marcellino.  —  Cessione  dell'  i- 
sola  da  Genserico  ad  Odoacre.  —  La  politica  di  Genserico.  —  Il  Lili- 
beo.  —  Il  Regno  di  Teodorico.  —  Le  Nozze  di  Amalafrida.  —  Malcon- 
tento c(mtro  i  Goti.— Spedizione  di  Belisario  contro  i  Vandali. — Que- 
stioni diplomatiche  tra  Goti  e  Bizantini.  —  Rottura  delle  trattative. 

Verso  la  metà  del  secolo  quinto,  l'ordinauiento  dell'Im- 
pero aveva  già  subito,  come  è  noto,  delle  grandi  modilSica- 
zioni  in  seguito  a  due  av^'eTJimenti  di  notevolissima  im- 
portanza :  la  nuova  costituzione  inaugurata  da  Diocleziano 
e  completata  da  Costantino  nel  330  d.  Cr.,  e  la  divisione, 
questa  volta  definitiva,  del  potere,  ed,  in  effetti,  anche  del 
territorio,  tra  Arcadio  ed  Onorio,  dopo  la  morte  di  Teodo- 
sio (17  Gennaro  395). 

L'impero  era  diviso,  amministrativamente,  come  ognun 
sa,  in  quattro  prefecturae^  una  delle  quali,  V^l  prefectura  Ita- 
ìiae^  constava  di  tre  diocesi  :  Africa,  Italia  ed  lllyricum  oc- 
cidentale. 

La  diocesi  d'Italia  era  a  sua  volta  divisa  in  due  vicariati: 
quello  di  Mediolano,  da  cui  dipendevano  la  parte  nord  della 
penisola,  e  quello  di  Roma  sotto  cui  stavano  i  governatori 
(conaulares)  delle  dieci  /trovinciae  Huburhicariae  cioè:  Cam- 
pania, Tuscia  ed  Umbria,  Piceno  suburbicario,  Sicilia,  Pu- 
glia e  Calabria,  Bruzio,  Lucania,  Saunio,  Sardegna,  Corsica, 
Valeria. 

La  posizione  amministrativa  della  Sicilia,  risulta  da  que- 
sto, chiara  ;  v'erano  poi  nell'isola  un  rationalis  sumìnarumy 
che  dovea  raccogliere  dai    municipi   le  ini[)oste  e   versarle 


40  1   BARBARI  ED   l   BIZANTINI    IN   SiriLIA 

uelle  cjisse  dello  stato;  un  procurator  rei  privatele,  rappre- 
sentante dell'amministrazione  dei  beni  imperiali,  ed  un  pro- 
curator di  una  fabbrica  di  ])()rpora  (batta)  di  Siracusa,  di- 
pendente dal  Comes  sacrarum  largitioniim  della  capitale , 
specie  di  ministro  delle  finanze. 

I  Municipi  continuavano  ad  esser  liberi ,  con  lo  stesso 
reggimento  di  prima,  sul  quale  dovrò  intrattenermi  anche 
appresso;  essi  rispondevano  al  rationalis  summarum  dell'e- 
sazione delle  imposte  (2). 

Nulla,  o  quasi,  sappiamo  delle  vicende  della  Sicilia  nel 
sec.  IV.  Essa  del  resto  figura  molto  poco  nella  storia  in 
quasi  tutto  il  tempo  in  cui  fu  provincia  Romana,  in  ispecie 
dopo  Augusto. 

II  Cristianesimo,  introdotto,  pare  dopo  la  metà  del  I  se- 
colo dell'impero  (1),  in  questo  periodo  prese  ampio  sviluyipo 
insieme  ad  alquante  forme  delle  primitive  eresie  le  quali 
trovarono  anzi  in  Sicilia,  un  terreno  molto  adatto  per  dif- 
tondervisi  e  ciò ,  sicuramente,  a  causa  della  vicinanza  del- 
l' Africa ,  ove  in  (piel  tempo  sorsero  e  prosperarono  molte 
riforme  religiose. 

Delle  condizioni  economiche  dell'  isola  nostra  in  quel 
tempo  Don  può  dirsi  molto  ;  è  ad  ogni  modo  certo  però , 


'1)  Fonti  per  l'ordinamento  dell'Impero  in  quest'  epoca  sono  oltre  la 
iuìportantissiuia  :  Notilia  dignitatum  omnium  tam  civilium  guani  milita- 
rium  in  partibus  Orientis  et  Occidentis  (ed.  Otto  Seek-Berol,  1876),  il  Ce- 
dex Theodosianm  (ed.  Mommsen  Berol.  1906)  ZosiMO  {hist.  nov.,  Il  passim). 

Tra  i  moderni  cfr.  Holm,  S.  d.  S.,  Ili,  p.  476  e  segg.  Hartmann, 
G.  1.,  II,  p.  1,  pag.  20,  32.  Hodgkin,  Italy  and  her  im^adera.  Oxford, 
1893,  voi.  I,  pp.  594-634  (p.  2«). 

(2)  Ormai  è  concordemente  rigettata  l'opinione  secondo  la  quale  S.  Pie- 
tro, avrebV)e  mandato  in  Sicilia,  poco  dopo  aver  fondato  la  chiesa  d'An- 
tiochia, (39  d.  G.  Cr.)  i  vescovi  Marciano  e  Pancrazio.  Vedi  in  proposito 
Holm,  S.  d.  S.j  pag.  437.  Amari,  Musulmani  di  Sicilia^  I,  16.  Schultze, 
Archilelog.   Untersuchungen,  p.  143. 

Argomento  di  grande  peso  è  nella  questione  il  fatto  che  S.  Paolo  nella 
descrizione  del  suo  viaggio  verso  Roma  {Atti  d.  Apost.,  XXVIII,  12)  non 
parla  di  «  fratelli  »  trovati  a  Siracusa, 


1   BARBARI  ED    1    BIZANTINI   IN   SICILIA  41 

che  esse  non  fossero  tanto  meschine  come  suole  comune- 
mente credersi. 

Le  (iesolanti  descrizioni  che  i  moderni  storici,  qualcuno 
anche  dei  viventi,  hanno  ricostruito  sullo  stato  della  Sicilia 
durante  il  dominio  Romano,  hanno  ormai  fatto  il  loro  tem- 
po ;  le  orazioni  contro  Verre ,  fonte  principale  per  la  co- 
noscenza dello  stato  economico  dell'  isola  a  quel  tempo  ,  è 
ormai  comunemente  ammesso  che  risentono  del  vizio  ori- 
ginale di  memorie  giudiziarie,  come  si  direbbe  oggi,  nelle 
quali  i  fatti  debbono  per  necessità  essere  esposti  nella  ma- 
niera che  più  conviene  agli  interessi  del  difeso  (1). 

A  chi  conosce  poi  quanto,  per  necessità  di  condizione , 
sia  di  solito  querulo  e  piagnucoloso  il  colono ,  non  potrà 
sfuggire  come  la  prima  esagerazione,  i  fatti,  l'abbian  dovuta 
subire  per  oj)era  delle  vittime  stesse  del  pretore,  le  quali 
li  presentiivauo  certamente  a  Cicerone,  che  raccoglieva  gli 
elementi  d'  accusa  sotto  una  luce  tutta  speciale  a  loro  fa- 
vorevole. 

Si  noti  poi  che  le  «  Verriuae  »  si  riferiscono  ai  primi 
secoli  dell'epoca  Romana,  e,  per  giunta,  al  periodo  temi>e- 
stoso  delle  guerre  civili,  di  cui  le  provincie  non  potevano 
non  risentir  le  conseguenze. 

Né  maggior  valore  ha  la  pretesa  prova  dello  squallore 
dell'Isola  che  si  vuol  comunemente  vedere  nella  Geografia 
di  Strabone,  ove  son  nominate  pochissime  località  della  Si- 
cilia e  son  passate   in   silenzio   nella   periegesi,  grandi  di- 


(1)  Ne  convenne  in  parte  anche  Adolfo  Holm  :  « Toratore  Ro- 

«  mano  si  è  dato  a  conoscere  per  un  avvocato  al  quale,  in  generale,  poco 
«  importa  la  verità  dei  singoli  fatti  né  per  il  tempo  suo  ,  né  per  il  pas- 
«sato»,  pag.  XXII  della  pref.  (voi.  Ili,  p.  1). 

Su  Verre,  oltre  i  lavori  del  Mommsen,  di  Gastone  Boissier,  e  quello 
fondamentale  dello  Crelinschi,  si  veda  il  recente  libro  di  Guido  Festi, 
C.  Verre  nella  vita  pìibblica  e  prillata.  Verona  1906,  in  cui  si  sostiene  che 
Verre  non  fu  uè  più  c-oi:otto  né  più  crudele  degli  altri  suoi  concittadini 
e  che  Cicerone,  vuoi  per  ambizione  ,  vuoi  per  porre  un  freno  alla  rapa- 
cità dei  funzionari  se  non  inventò  i  capi  d'accusa,  caricò  ad  arte  le  tinte. 


42  I   BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Stanze.  Strabene,  come  confessa  verso  la  fine  del  sno  lavoro 
egli  stesso,  s'ispira  al  principio  di  ricordare  i  luoglii  i)iìi 
noti  (XVII,  3,  e.  829),  quindi  la  sua  brevità  non  può  venir 
interpretata  come  un  se<^no  della  decadenza  dell'Isola.  Esi- 
stono d'altro  canto  opere  corografiche  contemporanee  e  po- 
steriori che  nominano  numerose  località  abitate  ;  oltre  gli 
Itinerarii,  basta  ricordare  Plinio,  che  volendo  fare  una  «sta- 
tistica geografica  »  seguiva  un  metodo  opposto  a  Strabone  (1). 
Non  può  certamente  dirsi  che  la  Sicilia  sotto  i  Romani 
abbia  attraversato  un  periodo  di  gninde  prosperità,  ed  era 
naturale,  perchè,  perduta  bruscamente  la  sua  autonomia, 
il  contraccolpo  del  grave  fatto  politico  dovea  necessariamente 
farsi  sentire  nella  sua  vita  economica  sulla  quale  dovettero 
letalmente  influire  le  guerre  servili  ed.il  brigantaggio,  can- 
crena dell'Impero.  Non  può  negarsi  però  che  1'  agricoltura 
non  era  tanto  decaduta  come  comunemente  si  crede,  ne  può 
dirsi  che  erano  completamente  finite  le  industrie  ed  i  com- 
merci poiché  la  pretesa  prova  ex  silentio  qualora  anche  esi- 
stesse effettivamente  (1),  ricavata  dagli  scritti  che  possedia- 
mo, che  non  son  tutti,  è  tutt'  altro  che  decisiva  (2).  Scate- 


ni) Cfr.  COLUMBA,  La  tradizione  {jeografica  deW Età  Romana,  in  Atti 
del  II  Congr.  Geogr.  Ita!.,  Roma,  1896,  in  isp.  pag.  521. 

(2)  A  chi  esamina  sen/.a  preconcetti  la  questione,  non  potrà  sfuggire 
il  valore  delle  testimonianze  relative  alla  navigazione  ed  ai  commerci  di 
minerale  (allume)  che  si  hanno  per  la  «Sicilia  Fretense  ».  Su  di  esse 
non  mi  diffondo  essendo  torse  già  troppo  lungo  questo  excursus  »ii\\g  con- 
dizioni della  Sicilia  Romana  ,  noto  ad  ogni  uìodo  che  è  importante  per 
questo  riguardo  la  descrizione  di  Diodoro  (V.  8-9)  della  prosperità  di 
Lipara  «su  oni  mostra  (come  dice  il  Columba,  I  Porti  della  Sicilia,  Ro- 
ma, 1906,  pag.  85  estr.),  di  avere  informazioni  personali  dirette  ». 

(3)  B.  Reiprich,  d.  S.  T.,  pag.  7  crede  con  opposta  esagerazione  che 

€  Priusquam  Vandali  mare  medium  redderent  infestum,  insulam sem- 

per  gloria  quadam  floruisse »    e    cita  come  dimostrazione   i  seguenti 

versi  di  Aurelio  Prudenzio,  (ed.  Migne,  P.  L.,  p.  255)  : 

Re.spice,  num  Libjci  desistat  ruris  arator 
Frumenti  onerare  rates  et  ad  Ostia  Tibris 


1    BARBARI    ED    1    BIZA^'T1NI    IN  SICILIA  43 

natasi  però  la  bufera  Vandalica,  questo  stato  di  cose  muto, 
né  poteva  avvenire  altrimenti  in  un  periodo  di  circa  mezzo 
secolo  in  cui  più  volte  la  Sicilia  fu  percorsa  da  bande  de- 
predanti ,  che  ne  sconvolgevano  la  vita  ,  arrecando  danni 
alle  città  ed  alle  campagne  e  distraendo  dalla  loro  attività 
i  cittadini. 

La  prima  vera  incursione  avvenne  nel  440  e  ne  fu  duce 
Genserico  che  aveva  da  poco  conquistato  Cartagine. 

Prima  di  allora  però,  altre  volte  i  Barbari  erano  com- 
])arsi  nelle  spiagge  Siciliane  ;  a  non  voler  parlare  di  quei 
Franchi  che  sotto  l' impero  di  Probo  (276  282)  presero  con 
alcune  navi  predate,  Siracusa,  facendovi  bottino  (1),  vanno 
ricordati  il  tentativo  infruttuoso  di  Alarico  nel  410,  e  i  sac- 
cheggi compiuti  da  alcuni  pirati  nel  3,38. 

Dopo  la  presa  di  Roma,  Alarico  scese ,  saccheggiando , 
per  i  paesi  dell'Italia  meridionale,  le  cui  popolazioni  fuggi- 
vano atterrite  davanti  alle  sue  orde ,  cercando  salvezza  in 
Sicilin.  Tra  i  profughi  ci  sarebbero  stati  S.  Ruffino  d'Era- 
clea, e  poi  S.  Melania  la  giovane ,  con  la  madre  Albina  e 
lo  sposo  Pinciano,  ricche  e  sante  persone  le  quali,  venduti 
i  loro  beni ,  vivevano  tìu  dal  407  vita  monastica ,  coi  loro 
vassalli,  in  Calabria. 

Grande  era  il  terrore  dell'  isola  in  questi  momenti  ;  le 
popolazioni  del  Peloro  in  ispecie ,  vivevano  con  la  paura 
continua  che  il  Barbaro  duce  si  decidesse  a  passare  lo  stretto, 
ripetendo  quelle  stragi  che,  come  narra  con  la  sua  prosa 
enfatica  S.  Ruffino,  si  erano  compiute  quasi  sotto  i  loro  oc- 


Mittere  triticeos  in  pastum  plebis  acervos  ; 
Numne  Leontini  Lilybaeo  ex  littore  cynibasf 

Cita  anche  Salviano,  De  yubernatione  Dei  (P.  L.  del  Migne,  pag.  122Ì, 
anche  in  M.  G.  H.,  Auct.  antiqtmsimi,  1,  p,  I. 

(1)  Cfr.  ZosiMO,  I,  67-71  ;  Edmen.,  Paneg.  Const.,  18. 

Flavio  Vopisco  ,  {Aurei.  18)  parla  di  ciò  ma  senza  ricordare  ohe  si 
tratta  di  Franchi,  e  che  la  città  depredata  fu  Siracusa  :  fatto  quest'ultimo 
che  non  può  non  sorprendere  se  è  vero  ch'egli  sia  nativo  di  questa  cittù. 


44  1   BARBARI    ED    I   BIZANTINI   IN   SICILIA 


clii,  il  Reggio,  le  cui  rovine  si  erano  vedute  fianiujeggiare 
da  Messina  (1). 

Ed  Alarico  mosse  in  effetti  verso  1'  odierna  rada  di  Ca- 
tona  ove  era  la  stazione  d'imbarco  per  la  Sicilia  chiamata 
<v  la  stazione  ad  f return  ad  statuam  »  a  causa  di  un'  antica 
statua  lì  vicino  esistente  (2),  ed,  apparecchiatosi  al  tragitto, 
imbarcò  alcuni  dei  suoi. 

Scatenatasi  una  tempesta  però,  le  barche  avventuratesi, 
secondo  dice  Prisco ,  pei  malsicuri  paraggi  di  Oariddi  (3) , 
affondarono,  e  con  esse  i  iyoti  che  perirono  miseramente  (4). 


(1)  Cfr.  S.  Rufino,  Opere,  in  P.  L.  del  Migne,  t.  XXI.  S.  Ruliiio  aiu- 
tato (la  Pinciano  e  dagli  scrivani  Donato  ed  Ursanio  ,  raccolse  .  tradu- 
cendo dal  greco  in  28  omelie,  tutto  quello  che  rimaneva  di  Origene,  sul 
libro  di  Mosè. 

(2)  Cfr.  G.  M.  Colomba  ,  /  Porti  della  Sicilia  (in  Monogr,  Stor,  dei 
porti  dell'Itiilia  insulare  pubblicata  a  cura  del  Min.  della  Marina.  Roma, 
1906)  pagina  73  estr.  Questa  stazione  è  ricordata  in  un'iscrizione  del  ()22 
di  Roma  che  trovasi   «  Pollae,   in  caupoua  ad  viam  publicam  »  (Mo.mmsen) 

essii  dice:  « Jiince  sunt ad  fretum  ad  statuam  [meilia]  ccxxxi...  >■'. 

Cfr.  C.  I.  L.  X  6*J50.  Di  una  colonna  Reggina  parlano  diversi  antichi 
autori  fra  gli  altri:  Strabone,  III,  5  e.  171;  VI,  e.  257;  Itin.  Provine. 
p.  46  (ed.  Parthey).  Plinio,  N.  H.,  Ili,  71,  73,  84.  Essa  era  tra  Caimi- 
tello  e  Punta  Pezzo  (Cfr.  Columba,  toc.  cit.)  ed  è  altra  cosa  dalla  statua. 
Cfr.  anche  G.  Grasso  ,  lo  SKYAAAKION  'OPOS  di  Appiano  etc  in 
Pit\  di  St.  Ant.,  a.  XII  (1908)  ,  pag.  22,  e  dello  stesso,  pag.  152  della 
memoria  «  Lo  stretto  di  Messina  »  edita  dal  Pbof.  C.  Berta cchi,  in  Arch. 
St.  Sic,  a.  XXXI V,  dopo  la  morte  dell'Autore  perito  nel  disastro  del 
28  Dicembre  1908. 

(3)  Probabilmente  la  notizia  di  Prisco,  non  ha  però  importanza  topo- 
grafica ,  avendo  forse  detto  Cariddi  a  caso  per  dire  lo  stretto  ,  identifi- 
cando così  incoscientemente  il  celebre  gorgo  con  tutto  il  «  Fretum  »  come 
pare  debba  farsi.  Cfr.  l'articolo  ult.  cit.  del  Grasso,  pag.  146. 

(4)  « Memor  etiam  illius  acceptae  sub  Alarico  cladis  cum  in  Si- 
ciliani Gothi  transire  conati,  in  cospectu  suorum  miserabiliter  arrepti  et 

demersi  sunt ».  P.  Orosii,  VII-43. — « Gothi  inde,  conscensis  na- 

vibus,  cum  ad  Siciliani  exigno  ab  Italia  freto  divisam^  transire  dispone- 

rent,  infesto  mari  periclitati  multum  exercitum  perdiderunt ».  Isidori 

lUN.,  IJist.  Wandalorum,  s.  a.  — «  Deinde  (Gothi)  per  Campaniam  Luca- 
niam,  Britiamque  simili  strage  bacchantes,  Regiun)  pervenere  in  Siciliam, 


I   BAllBABl    ED    1   BIZANTINI    IN    SICILIA  45 

E  l'isolii  fu  per  questa  volta  salva,  perchè,  essendo  morto 
di  lì  a  poco  Alarico,  i  Visigoti  non  ritentarono  più  1' im- 
presa. La  fantasia  popolare  ancor  tutta  piena  delle  imagi- 
nose  leggende  pagane,  non  volle  attribuire  il  mancato  tra- 
gitto dei  barbari  a  questo  naufragio  ;  e  preferendo  alle  cause 
tìsiche,  che  non  l'appagavano  ,  l' intervento  diretto  del  so- 
vrannaturale,  creò  allora  la  leggenda  che  la  statua  posta 
sullo  stretto ,  avesse  miracolosamente  vietato  il  passaggic» 
di  quelle  orde  (1). 

Motivo  non  perfettamente  nuovo  questo  di  una  statua 
che  s'opponga  all'avanzare  di  un  condottiero  (2). 

Nel  338,  circa  trent'anni  dopo  la  morte  di  Alarico,  una 


transfretare  cupientes  quo  cum  transiueare  ascensis  navibiis  vellent,  per- 
plessi naufragiura  plnres  suorum  araisere  ».  Pauli  Diac,  Hist.  Romana, 
XII-U(p.  174).-Priscus,  apd.  Snida  v.  XàpopSiq  :  Ilptaxo?  de  Xé^si 
xspì  XapòpSscD?,  :rapa7rXéooat  Ss  rÀjv  StxsXiav  zpò?  r^  MsaaT^vij]  xarà 
TÒv  7rop6jj,òv  zr^Q  'IiaXiac,  èv  tpTrep  ri  XàpopSi?,  7rv£0{>.àT(ov  èzika^óvzoìv 
Suaawv  aòxoìc  àvSpàai  xatéSocav. 

(1)  «  ""'Oto  tò  PifjYtov  \L-qzpÓ7zo'kÌQ  èoTi  f^c  BpsTTtac  è^  oh  o  tatopc- 
7tò(:  'AXàpixov  sTcl  SixeXiav  (3ooXó{i£Vov  irspaicoG-^vat  èizicr/rfìfivoLi.  "A- 
YaXfia  fàp  (prini  tsTeXsojiévov  taTà|JLSvov  sxcoXoas  ttjv  Tuspattoatv.  Teté- 
Xsaxo  Ss,  w?  [Xo6oXo7st  Tcapà  twv  àp/at(ov  àitozpÓTzaióv  zs.  zoù  arò  zfi<; 
AltvYjc  Tropo?  xal  jrpò?  xwXoatv  ;rapóSov  òià  6àXàooYjc  pappàpoov.  'Ev 
Yàp  Tcj)  SVI  ;to§l  Tuòp  à%oi[nf]Tov  sTÒY^^avs  %aì  èv  z(f  Itépcp  oSwp  àSià- 
(fi6opov.  05  xataXoGévTO?  oatspov  sx  ts  zob  AiTvatoo  xopò?  xal  ex  twv 
PapPàpwv  pXàpa?  t^  StxsXta  sSé^ato.  KaTéaTstliE  §è  tò  ocYaXjia  'AaxXii]- 
TCto?  ó  Twv  EV  EtxsXtoj  XTY]{i.dT(ov  KcDvaTavTioo  xal  IIXaxt§ta<;  StoixYjnji; 
xaraoTàf;.  Olympiodori,  fr.  15  in  F.  H.  G.,  voi.  IV,  p.  60.  La  distruzione 
della  statua  adunque  avvenne,  secondo  Olimpiodoro,  al  tempo  di  Plaei- 
dia  e  Costanzo  e  più  precisamente,  secondo  un  calcolo  di  Mons.  Lancia 
DI  Brolo  (op.  cit.,  I,  222),  tra  il  1"  Gennaio  417  ed  il  2  settembre  421, 
probabilmente  nei  sette  mesi  del  421  in  cui  Costanzo  fu  Imperatore. 

(2)  Nel  menologio  dell'Imperatore  Basilio,  si  legge  che  Malsama,  duce 
dei  Musulmani,  non  potendo  espugnare  Costantinopoli,  chiese  ed  ottenne 
di  entrarvi  per  vederla  ,  ma  fu  arrestato  per  virtù  di  una  statua  della 
Madonna  posta  in  una  nicchia  sulla  porta.  Ritornato  indietro  perì  nel 
mare  Egeo  per  una  tempesta.  Cfr.  Bernini,  Storia  delle  Eresie,  II,  340. 


46  I   BARBARI    KD    1   BIZANTINI    IN    SICILIA 

bai)(la  (li  pirati  si  presentò  in  Sicilia,  devastandola,  non 
certo  molto  crudelmente,  come  è  lecito  argomentar»^  dalla 
fugace  notizia  che  ce  ne  han  conservato' soltanto  due  fra 
1  cronograti  di  questo  periodo  (1).  Con  questa  irruzione  si 
chiude  la  breve  serie  dei  primi  tentativi  sporadici  ;  le  in- 
cursioni sistematiche,  per  così  dire,  e  periodiche,  cominciano 
infatti,  come  ho  già  detto,  due  anni  dopo  :  nel  440  ;  di  esse 
mette  conto  di  esaminare  minutamente  i  particolari ,  per 
vedere  quante  veramente  furono  ed  il  concetto  i)<)ìitico  al 
quale  erano  inforniate. 

A  Cartagine ,  che  avea  da  poco  conquistata ,  Genserico 
allestì  nua  flottiglia  per  muovere  contro  l'isola,  tra  il  finire 
del  430  ed  i  primi  giorni  del  440.  L'imperatore,  Teodosio  II, 
cui  giunse  notizia  dei  preparativi  del  re  dei  Vandali ,  con 
editto  del  24  Gennaio  permise  ai  sudditi  1'  uso  delle  armi 
«a  difesa  delle  nostre  terre  e  dei  loro  propri  beni»  (2). 

Riunendo  gli  elementi  forniti  da  vari  Cronografi  (3)  ri- 


(1)  «  Hoc  quoque  tempore  iidein  piratae  niultas  insulas  sed  precipue 
Sieiliara  vastavere,  Prosp.  Aquitan.,  Chron.  ad  a.  438  ed.  Roncali.,  pa- 
gina 661.  Cfr.  anche  Pauli  Diac,  Hist.  Boni..  XIII-12  (p.  199  ed.  Droj^sen). 

(2)  «  Gensericus  hostis  imperi  nostri  non  parvara  classem  de  Kartha- 
ginensi  portu  nnntiatus  est  eduxisse  ,  cuins  repentinus  excursus  et  for- 
tuita depraedatio,  cunctis  est  litoribus  formidanda»,  Valent.  novella  IX, 
Codex  Theod.,  ed.  Mommsen,  voi.  II,  pag.  90. 

(3)  «  Valentiniano  V  et  Anatolio  coss.  Ginsericus  Siciliam  graviter  af- 
fìigit».  Cassiodori  ,  Chron.  ad  a.  440.  «  Gaisericus  Siciliam  depraedatus 
Panorraum  diu  obsedit,  qui  damnati  a  Catholicis  episcopi»  Maxiraini  apud 
Siciliam  Arrianorum  ducis  adversuin  Catliolicos  praecipitatnr  instinctu  et 
eos  quoquo  pacto  in  impietatera  cogerent  Arrianam,  nonnuUis  declinan- 
tibus  aliquanti  durantes  in  Catliolica  fide  consummavere  martyrium  »  Hi- 
DAT.  Lemicus,  Chron.  ad  a.  440,  n.  120  (M.  G.  H.,  XI,  p.  28),  «  Ille  (Gen- 
sericus) autem  sacramenti  religione  violata,  Carthaginem  pervadit,  Sici- 
liam depraedatur  Panormum  obsidet sacerdotes  ecclesiae  expellit,  mar- 

tyres  plurimos  efficit,  adversus  quem  Theodosius  minor  orientis  imperator 
bellum  preparavit ,  quod  ad  effectum  non  venit.  Hunis  enim  Thraciam 
Illyricumque  vastantibus  exercitus  Wandalorum  e  Sicilia  revocatur  et  ad 
Defendendos  Thraces,  et  Illyrianos  transmittetur  ».  Isidori,  Ist.  Wand., 
p.  227  ed.  Mommsen. 


I    BARBARI   ED    I    BIZANTINI    IN   SICILIA  47 

salta  elle  Genserico,  sbarcato  in  Sicilia,  certamente  presso 
il  Lilibeo,  <lopo  aver  preso  questa  città,  assediò  a  lungo  Pa- 
lermo, non  sappiamo  con  quale  risultato,  dandosi  quindi  a 
perseguitare  i  cattolici,  dei  quali  molti  condusse  in  iscliia- 
vitìi,  moltissimi  uccise  perchè  non  volevano  convertirsi  alla 
dottrina  Ariana. 

Istigatore  di  siffatto  provvedimento  fu  Massimiuo ,  ve- 
scovo degli  Ariani  Siciliani,  e  non  come  crede  Mons.  Lancia 
di  Brolo ,  commettendo  un  anacronismo  pel  desiderio  di 
scorgere  immune  la  sua  Isola  da  quest'eresia,  capo  «dei 
Goti  Ariani  che  presidiavano  la  Sicilia  (1)  ».  Questo  Mas- 
simino,  secondo  un'ipotesi,  che  a  me  pare  molto  probabile, 
del  Keii)rich,  è  forse  quello  stesso  cbe  discusse  di  Teologia 
con  S.  Agostino  (2),  né,  forse,  è  diverso  da  quel  Massimiuo, 
vescovo  Ariano  alla  corte  di  Genserico,  che  appare  in  prin- 
cipio ad  un  libro  di  Cercai is  vescovo  (3).  Delle  persecuzioni 
di  Genserico  furono  vittime,  essendo  stati  ridotti  in  ischia- 
vitù,  molti  insigni  prelati,  fra  gli  altri  Pascasiuus,  vescovo 
del  Lilibeo,  uno  dei  più  eminenti  personaggi  della  primitiva 
chiesa  Siciliana;  e  forse  anche  Mamiliano,  vescovo  di  Pa- 
lermo con  alcuni  del  suo  clero  :  Eustochio,  Proculo  e  Gol- 
bodeo,  i  quali  dapprima  furon  condotti  in  Ischia  vi  tii  in  A- 
frica  ,  quindi,  fuggiti  od  affrancati  dalla  pietà  dei  fedeli, 
od  anche  venduti ,  andarono  in  Sardegna  da  dove  passa- 
rono nell'isola  di  M.  Cristo,  vivendovi  santamente  (4). 


(1)  Op.  cit.,  l,  274.  Di  Goti  in  Sicilia  nel  4+0  ancora  non  se  ne  parlava. 

(2)  Vedi  su  ciò  quanto  si  dice  nel  cap.  seguente  di  questo  lavoro. 

(3)  «  Cerealìs  episcopi  centra  Maximinnni  Ariannni  libellus»  in  Migne, 
P.  L.,  LVIII,  col.  757.  Cfr.  Lancia,  op.  cit.  I,  273. 

(4)  Su  S.  Mamiliano  si  hanno  poche  notizie,  raccolte  con  buona  e  guar- 
digna  critica  da  Mons.  Lancia  (op.  cit.,  1,  276  seg. ),  che  si  ricavano  spe- 
cialmente dalle  vite  dei  Santi  suoi  compagni  ;  vedi  Bollandisti  ,  t.  V  , 
sept.  p.  48  ;  t.  VI,  maii,  p.  69. 

Nell'isola  di  M.  Cristo,  v'è  tott'ora  l'abbazia  di  S.  Mamiliano,  le  cui 
reliquie  sono  a  Sovano.  Cfr.  Bollandisti,  t.  V  sept.,  p.  45.  Forse  com- 
pagne di  martirio  di  S.  Mamiliano  furono  S.  Ninfa  e  S.  Oliva.  Il  nome 


4<S  1   BAKBAKl    ED    I   BIZANTINI   IN    SICILIA 

Da  questo  fatto  potrebbe  ricavarsi  die  l'assedio  di  Pa- 
lermo sia  stato  coronato  di  successo  o  forse  clie  Genserico 
lo  abbia  tolto  do[)o  una  eventuale  consegua  del  Vescovo , 
datoli  carattere  prevalentemente  religioso  della  persecuzione. 

Il  racconto  quale  risulta  dalla  tradizione  delle  fonti ,  è 
certamente  attendibile  per  quel  che  riguarda  la  cronologia 
ed  il  succedersi  degli  avvenimenti  ;  bisogna  invece  non  ac- 
cettare completamente  le  notizie  sulle  persecuzioni  dei  Cat- 
tolici. Idazio  Lemico,  contemporaneo  agli  avvenimenti,  è  un 
accurato  ricercatore  «li  testimonianze,  ma  è  pur  sempre  un 
cattolico  come  S.  Isidoro;  è  naturale  quindi  che  essi,  scrit- 
tori di  opere  polemiche,  abbiano  dovuto  caricare  un  poco  le 
tinte,  onde  apparissero  ancor  più  esecrabili  gli  empì  Ariani. 

È  certamente  probabile  che  molti  umili  fedeli  abbiano 
dovuto  perire  sotto  il  ferro  dei  barbari  in  ispecie,  io  penso, 
quando  opponevano  resistenza  all'invasione  di  qualche  tem- 
pio, piuttosto  che  quando  si  ritìutavano  di  divenir  Ariani. 
Ma  il  numero  di  tali  vittime  non  mi  pare  che  possa  essere 
tale  quale  vogliono  far  credere  i  sudetti  scrittori.  Se  vera- 
mente i  Barbari ,  avessero  ucciso  coloro  che  non  volevano 
abiurare  il  Cattolicesimo,  come  spiegare  che  andaron  salvi, 
come  s'è  visto,  i  più  insigni  prelati,  né  di  alcun  martire 
nel  vero  senso  della  parola  parlino  i  menologi  pur  così  di- 
ligenti I  Genserico  <lel  resto ,  secondo  riconosce  il  Lancia , 
che  pur  crede  gravissime  le  i^ersecuzioni  del  440  (1),  si  li- 


Goboldeo  equivalente  a  Quod  vnlt  Dens  è  tanto  comune  presso  i  primi  cri- 
stiani, che  lo  ebbero  nove  Vescovi  di  Africa.  Cfr.  M.  G.  H.,  t.  Ili,  I, 
p.  81.  Dall'Africa  passò  in  Sicilia.  Cfr.  Strazzulla  ,  Museum  Epigraphi- 
cum  seu  inscriptionum  Cristiaiiarum  quae  in  Syracusanis  Catacumbis  re- 
pertae  sunt  Corpusculum.  Pauormi  1897.  (Doc.  per  servire  alla  St.  di  Sic. 
pubblicati  dalla  Soc.  di  St.  Patr.,  serie  III,  voi.  Ili) ,  n.  428.  Salinas  , 
Not.  d.  Scari,  1893,  p.  338-342.  Su  Eustochio  e  Golbodeo  vedi  De  Rossi, 
Bull.  d'Arch.  Crist.,  1887^  pag.  99;  per  l'isola  di  M.  Cristo,  rifugio  di 
eremiti ,  si  vedano  i  cenni  di  Pietro  Vigo  ,  /  porti  delle  isole  Toscane 
(in  Monogr.  Storica  dei  porti  cit.  Roma ,  1906).  Qui  è  citato  un  lavoro  : 
A.  F.  Angelelli,  L'abbazia  e  Visola  di  M.  Cristo.  Firenze,  1903. 
(1)  Op.  cit.,  I,  271  seg. 


J    BAKBAKI   ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA  49 


raitava  «  a  persej^iuitare  e  deportare  il  clero  e  proibire  l'e- 
sercizio pubblico  del  culto  cattolico  ,  sperando  che  così  il 
popolo  si  farebbe  Ariano  »  (1). 

La  devastazione  dell'isola  e  le  persecuzioni  dei  Cattolici 
durarono  circa  un  anno,  essendo  i  Vandali  ritornati  preci- 
pitosamente in  Africa  nello  stesso  440  (2),  sgomentati,  co- 
me pare,  dalla  notizia  che  Sebastiano  (3),  genero  di  quel 
Bonifazio  generale  Romano  dell'impero  d'occidente,  che  ri- 
chiamato a  Ravenna  dall'Imperatrice  Placidia,  aveva  ricu- 
sato d'obbedire  e,  secondo  si  diceva,  per  vendicarsi  aveva 
invitato  i  Vandali  dalla  Spagna  in  Africa,  e  dopo  se  ne 
era  pentito  e  li  aveva  combattuto ,  opponendo  lunga  resi- 
stenza ad  Ippona  (4). 


(1)  Op.  cit.,  I,  286,  nota  1. 

(2)  La  partenza  dei  Vandali  dal  Rbiprich  (op.  cit.,  pag.  2)  e  dal  Wie- 
TBRSHEiN  (Geschichte  der  Volkerwanderung.  Leipzig,  1880)  era  attribuita 
ai  trionfi  di  Cassiodoro,  bisnonno  del  celebre  senatore ,  trionfi  di  cui  si 
parlerà  fra  breve.  Ma  conoscendosi  che  l'attività  di  Cassiodoro  si  esplicò 
in  modo  preventivo  più  che  repressivo  sennatamente  1'  Holm  (p.  507) 
propose  di  ritardarla  al  444,  sebbene,  essendogli  sfuggito,  non  so  perchè, 
il  seguente  passo  di  Prospero  d'Aqditania,  egli  non  abbia  saputo  dire 
quando  e  perchè  Genserico  abbia  desistito  dal  saccheggiare  l'isola.  Quan- 
d'anche, come  ha  recentemente  proposto  il  Martroye  {Genserie  la  con- 
quéte  Vandale  en  Afrique  et  la  destr action  de  l'empire  d'Occident.  Paris, 
1907)  la  notizia  di  Prospero  d'Aquitania  dovesse  ritardarsi  al  450  (pag.  133) 
la  partenza  di  Genserico  sarebbe  spiegabile  pensando  alla  spedizione  al- 
lestita da  Teod(»8io,  di  cui  fra  breve. 

(3)  «  Valentiniano  V  et  Anatolio  coss.  Ginsericus  Siciliam  graviter  af- 
fligens,  accepto  Nuntio  de  Sebastiano  ab  Hispania  ad  Africam  transeunte, 
celeriter  Chartaginem  rediit  ratus  periculorura  sibi  ac  suis  fore  si  bellandi 
perìtus  recipendae  Carthagini  incubuisset».  Prosp.  d'Aquit.,  Chron.,  ad. 
a.  440.  Cfr.  anche  Cassiodori,  Chronogr.  ad.  a.  440  (p.  150  ed.  Moramsen). 

(4)  Procopio  narra  che  Ezio,  antagonista  di  Bonifazio,  per  rovinarlo, 
avvertì  dapprima  l' imperatrice  che  questi  cercava  di  tradirla  ,  quindi , 
pervenuto  a  Bonifazio  l'ordine  di  venire  a  Ravenna,  insinuò  a  costui  che 
Placidia  lo  voleva  attirare  ivi  per  farlo  assassinare.  Da  ciò  la  defezione. 
Tanto  questa  storiella  che  l'invito  ai  Vandali  di  venire  (che  è  troppo  si- 

Arch.  Stor.  Sic.,  N.  S.,  Anno  XXXV.  4 


60  t  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN  SICILIA 

L'imperatore  Teodosio  li,  inaiidò  allora  contro  i  Van- 
dali lina  numerosa  flottai  cbe  passò  dalla  Sicilia,  la  quale, 
come  soleva  spesso  accadere  a  quei  tempi,  riuscì  più  di  mo- 
lestia che  di  utilità,  sicché  dovette  venir  richiamata,  tanto 
più  che  era  necessaria  la  sua  presenza  altrove,  nell'Illirio  , 
minacciato  dagli  Unni  (1). 

Dopo  questa  spedizione,  sul  numero  dei  duci  della  quale 
i  Cronografi  aon  discordi  (2),  scorsero  alcuni  anni  di  tregua 
e  di  pace  per  l' isola ,  quando  contro  di  essa ,  si  ripeteron 
dei  tentativi  di  conquista  rimasti  vani  dapprima  per  opera 
di  Oassiodoro ,  avo  del  celebre  statista ,  il  quale  riuscì  ad 
impedire  a  Genserico  una  nuova  invasione  prima  che  si 
recasse  al  sacco  di  Eoma  (3). 

Nel  455,  saccheggiata  questa  città,  Genserico  ritornò  in 
Sicilia  occupandola  e  vessandola ,  in  ispecie  quando  volle 
rispondere  col  saccheggiare  alcune  terre  dell'impero  (4),  alla 
richiesta  dei  due  Imperatori  Romani,  di  mettere  in  libertà 


mile  all'invito  di  Narsete  dei  Longobardi)  non  sembrano  però  attendìbili, 
sul  che  vedi  un  articolo  di  E.  Freemann  ,  Aetins  and  Boniface  in  The 
Englisch  historical  Review,  1887,  luglio.  Cfr.  anche  Hodgkin,  Italy,  etc, 
voi,  I  (p.  2.),  pp.  889-98. 

{1)  Cfr.  Tbophanes,  Chronogr.^  ad.  a.  441.  Prospero  d'Aquit.  ad.  a. 
441  dice  «  longis  cunctationibus  (se.  duces)  negotiuni  diflferentes,  Siciliae 
magis  oneri  quam  Africae  praesidio  fuit».  Isid.  iun.,  loc.  ult.  cit. 

(2)  Teofane  ne  ricorda  cinque  :  Areobinda,  Germano,  Anaxilla,  Inno- 
bindo,  Acinteo  ;  Prospero  invece  i  primi  tre  soltanto  mentre  Niceforo 
Callisto  (1.  XIV,  e.  57)  solamente  due  :  Areobinda  e  Germano.  Io  non 
vedo  la  cagione  della  maraviglia  mal  dissimulata  di  alcuni  storici  per 
questo  fatto  ,  poiché  mi  par  evidente  che  Areobinda  e  Germano  ,  nomi- 
nati da  tutte  le  fonti  siano  stati  i  due  comandanti  supremi,  gli  altri  no- 
minati solo  da  alcuni,  ufficiali  superiori,  dipendenti  dai  primi. 

(3)  «  A  Vandalorum  incursione  Siciliam  Bruttiosque  armorum  defen- 
sione  liberavit  »  Cassiodoro,   Variae,  I,  4. 

^*)  « è?  TTjv  SixsXiav  ao6i(:.  xal  è?  rrjv  Tcpóootxov  aòr^  'ItaXEav 

8t5va(Jitv  Sia7r£[i4'*[ievo<;  Tràoav  èSi^ov  »  Prisc,  Fragm.^  n.  24  (H.  G.  F. 
Miiller,  voi.  IV,  p.  102).  L'aoStg  va  con  molta  probabilità  riferito  al  ten- 
tativo represso  da  Cassiodoro. 


1   BARBARI  ED   1    BIZANTINI  IN  SICILIA  M 

l'imperatrice  Budossia,  con  le  figlie  ch'Egli  portavasi  in  A- 
frica  fra  parecchie  migliaia  di  prigionieri  d'  ogni  condi- 
zione (1). 

E  pare  che  non  solo  in  quest'anno ,  ma  anche  nei  suc- 
cessivi, il  duce  dei  Vandali  abbia  continuato  «  al  venir  della 

primavera  a  manomettere  la Sicilia  distruggendo  le  città 

e  conducendo  prigionieri   gli   abitanti e   predando   quel 

poco  sfuggitogli  nelle  precedenti  scorrerie  »  (2)  se  pure  que- 
sta notizia,  un  po'  vaga,  dataci  da  Procopio,  non  debba  con- 
siderarsi come  effetto  di  duplicazione  e  di  confusione  (3). 

È  ad  ogni  modo  certo  però  che  Vandali  se  ne  trovavano 
in  Sicilia  ancora  nel  successivo  anno  (455),  quando  contem- 
poraneamente l'occupava,  con  intenzioni  bellicose,  Marcel- 
lino, capitano  ribelle  dell'Imperatore  d'Oriente. 

Contro  i  due  nemici  mosse  allora  in  aiuto  dell'isola,  il 
patrizio  Suevo  Ricimero  ,  capitano  valoroso  il  cui  compito 
principale  era  quello  di  osteggiare  i  Vandali  affinchè  non 
riuscisse  quella  spedizione  che  essi,  con  60  navi,  s'accinge- 
vano a  condurre  contro  la  Gallia  e  l'Italia. 

Sbarcato  in  Sicilia  nel  456 ,  Ricimero ,  sconfisse  i  Van- 
dali presso  Agrigento  (4),  e  quindi ,  corrompendo  i  soldati 


(!)  Cfr.  Gregorovius,  St.  d.  Roma  nel  M.  Ero^  I,  154. 

(2)  Procop.,  a.  B.  V.,  I,  5. 

(3)  Date  le  perturbazioni  dell'  Impero  in  questi  anni ,  son  tanto  pro- 
babili però  tali  irruzioni  che  il  Reipeich  (pag.  3)  al  quale  sfuggirono  le 
testimonianze  citate  di  Procopio  e  di  Prisco,  è  d'opinione  che  «  fieri  non 
potuit,  quin  Vandali  in  dies  insolentiores  evaderent  ».  Quale  fosse  il  loro 
vero  carattere  si  vedrà  fra  breve. 

(4)  I3re|i7ts  8è  xai  tòv  iratpixtov  'Péxijtsp  è?  t^v  SixsXtav  aòv  atpatt^. 
Prisc.,  fr.  24,  ed.  Miiller  (H.  G.  F.,  voi.  IV).  Rechimeris  comitis  circum- 
ventione  magna  multitudo  Wandalorum  quae  se  de  Cartagine  cum  LX 
navibus  ad  Galliam  vel  ad  Italiam  moverat  regi  Theudorico  nuntiatur 
occisa  per  Auctura».  Idatids,  ad.  a.  456. 

Quid  veteres  enarrare  fugas,  quid  damna  priornm 

Agrigentini  recolit  dispendia  campi 

Inde  furiti  quod  se  docuit  satis  iste  nepotem 


52  I   BARBARI   ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA 

di  Marcellino,  lo  debellò,  costringendolo  a  rifugiarsi  in  Dal- 
mazia (l),  ove  pare  che  sia  stato  in  quiete. 

Dopo  questo  avvenimento,  se  dobbiam  credere  a  Prisco, 
i  Vandali,  anche  questa  volta,  ritornarono  a  desolare  la  Si- 
cilia con  una  nuova  invasione  (461),  di  cui  nessun  partico- 
lare c'è  rimasto  (2),  e  che  non  è  difficile  sia  anch'essa  una 
duplicazione  di  qualcuna  delle  anteriori. 

Nella  primavera  del  468  parve ,  per  poco ,  che  la  lora 
potenza  dovesse  aver  tìne,  con  la  poderosa  spedizione  che- 
le forze  unite  dell'impero  d'Oriente  e  d'Occidente  prepara- 
rono contro  loro,  composta,  al  dir  di  Procopio,  di  cui  in  que- 
sto caso  deve  ragionevolmente  dubitarsi,  da  mille  navi  con 
centomila  uomini  d'equipaggio  a  capo  della  quale  stava  Ba- 
silisco fratello  dell'Imperatrice  Verina  (3). 


Illins  esse  viri,  quo  viso,  Vandale,  semper 
Terga  dabas 

Apollinaris  SiDONii,  Panegyr.  Authemii  Augusto  dictum,  II,  vv.  26<)-70. 
(M.  G.  H.,  Vili).  Negli  ultimi  versi  si  allude  al  suocero  Vallia,  vincitore 
dei  Vandali,  del  quale  si  fa  poco  prima  ricordo. 

Il  nome  di  Ricimero  trovasi  ricordato  in  una  «  tabella  aenea  quadrata» 
ora  al  Museo  di  Berlino  :  SALVIS  DD.  NN.  ET  PATRICIO  RICIMERE 
PLOTINUS  EUSTATHIVS  ve  VRB  PR  FECIT  (C.  I.  L.  X,  2,  8072).  Su^ 
questo  Generale  vedi  fra  gli  altri  :  Cantarelli,  Intorno  ad  alcuni  prefetti 
di  Roma  (in  Bull.  d.  Coram.  Arch.  Com.  1888,  p.  194).  Gregorovius,  op. 
cit. ,  I,  171.  La  sua  memoria  è  legata  ad  una  chiesa  che  restaurò  o  co- 
struì sul  pendìo  del  Quirinale  e  che  è  l'odierna  8.  Agata  super  Suburram, 
ove  fu  sepolto.  Cfr.  Grisar,  Roma  alla  fine  d.  Mondo  Antico  (Roma  1899), 
I,  1,  pag.  160  seg. 

(1)  MapxsXXivov  t^Syj  Tcpóiepov  f^?  '^ipo'^  àva^^copTJaavtoc  8tà  tò  'Pe- 
7tt[jLépa  TrapsXèoGai  aòxòv  f^v  SovàjAea)?  èGsXrjaavta,  toò<;  7rape7coy.évoo<; 

aÒT(p  Sxò6a<;  ("^oav  Sé  èv  itXétoTOK;  àvSpàot)  TuapaTcéiOsiv   ^pVjji-aaiv 

Prisci,  fr.  22. 

(2)  FsCépiXD? BavSnjXcDV  xat  Maopoooitóv  %krpo<;  liti  Si^wast 

xffi  'ItaXlac;  xaì  StxsXCac  è'7rs(i7te.  Prisci,  loc.  cit. 

(3)  Procopio  ,  d.  B.  F.,  I,  6.  Le  cifre  che  qui  Procopio  riporta  me- 
riterebbero infatti  una  conferma.  La  loro  esagerazione  può  anche  rilevarsi 
dalla  differenza  tra  esse  e  quelle  molto  modeste  che  dà  delle  spedizioni 
di  cui  fece  parte. 


I  BABBABI   ED   l    BIZANTINI    IN    SICILIA  53 

Durante  questa  guerra ,  secondo  una  felice  congettura 
•del  Eeiprich  ,  forse  agendo  dietro  un  piano  prestabilito  di 
accordo,  Marcellino,  che  si  era  di  già  riconciliato  con  l'Im- 
peratore Leone  (1),  diede  battaglia  in  Sicilia  ai  Vandali, 
sconfiggendoli  (2)  ;  di  lì  a  poco  però  egli  stesso  fu  ucciso , 
non  si  sa  bene  se  in  Africa  o  in  Sicilia  (3). 

La  spedizione  contro  i  Vandali,  intanto  veniva  a  fallire, 
essendo  Genserico  riuscito  ad  incendiare  parte  della  flotta 
imperiale  ,  fatto  che  procurò  delle  gravi  preoccupazioni  e 
fama  di  traditore  (4)  all'  inetto  duce  della  spedizione  :  Ba- 
silisco, che,  rifugiatosi  dapprima  in  Sicilia  (5),  ritornò  quindi 
a  Bisanzio  ove  riuscì  ad  ottenere  perdono  dall'imperatore  solo 
per  intercessione  della  sorella  :  l'imperatrice  Verina.  Avve- 
nuta la  pace ,  i  Vandali  rimasero  forse  nella  Sicilia ,  che 
di  lì  a  poco  {pare  in  sul  finire  del  476)  fu  però  ceduta  da 


(1)  MapxsXXtavòv  tòte  Aswv  paotXeò?  so  [làXa  tid-aasòcDV.  Procop., 
loc.  cit. 

(2)  La  notizia  è  data  da  Htdatius  (n.  227,  pag.  33  ed.  Mommsen)  ad. 
ann.  464  «  Vandali  per  Marcellinnin  in  Sicilia  coesi  effugantur  ex  ea»  e 
■con  le  stesse  parole  dalla  Cron.  di  Fredegario  (3f.  G.  H.  Ber.  Mer.,  2, 
pag.  83).  Il  Reiprich  (pag.  5)  propose  di  mutare  l'anno  464  in  468  anno 
in  cui  Marcellino  era  già  riconciliato  con  l' Imperatoi'e  ,  proposta  che  a 
me  pare  molto  felice  in  ispecie  perchè  da  un  passo  di  Prisco  (fr.  29) 
sfuggito  al  Reiprich,  e  che  va  riferito  con  molta  probabilità  al  468,  ap- 
prendiamo che  allora  all'Imp.  Leone  «  |v  [istCov.  ^povttSi  tà  èv  XtxsXia 
ouveyOévta  7rotóou.svo<;  ».  ^'^  può  alludersi  alla  spedizione  di  Basilisco 
•diretta  contro  l'Africa. 

(3)  Le  testimonianze  degli  antichi,  non  sono  concordi  su  questo  punto: 
Prosp.  d'Aquit.,  Cassiod.  {Chron.  ad.  a.  468)  e  PAnonimo  Cuspiniano, 
(Chran.,  p.  232)  dicono  che  Marcellino  fu  ucciso  in  Sicilia;  altri  invece 
(Marcellino,  Procopio)  in  Africa. 

Il  Reiprich  inclina  a  credere  vera  quest'ultima  versione,  decisamente 
d'opinione  conti-aria  è  G.  Romano,  {Le  domiti.  Barbariche ,  pag.  87).  Io 
Btimo  eh'  Egli  sia  stato  ucciso  in  Africa  perchè  mi  pare  più  spiegabile 
la  sostituzione  del  nome  Sicilia,  data  la  parte  che  Marcellino  aveva  rap- 
presentato nell'Isola. 
.    (4)  iMalcus  in  H.  G.  F.,  voi.  IV,  p.  8.  Cfr.  anche  Reiprich,  pag.  5. 

(4)  Thbophanes,  Chronoyr.  ad.  a.  468  (pag.  179  ed.  Bonn.). 


54  I  BABBA.K1  ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Genserico  ad  Odoacre ,  mediante  il  compenso  d'  un  annuo 
tributo,  senza  ciie  se  ne  riservasse  parte  alcuna,  come  per 
errore  s'è  fin  qui  detto  (1). 

Con  questa  cessione  finiva  quel  dominio  Vandalico  sulla 
Sicilia  che  s'era  affermato,  come  s'è  visto,  con  non  più  di 
tre  spedizioni  ed  una  continuità,  prossochè  ininterrotta,  di 
occupazione.  Questo,  a  dir  vero,  non  è  il  pensiero  che  co- 
munemente sì  ha  sulle  incursioni  di  Genserico ,  le  quali 
vengono  considerate,  in  generale,  come  scorrerie  incompo- 
ste di  pirati  barbareschi,  negandosi  l'esistenza  di  una  vera 
dominazione  Vandalica  nell'Isola  (2). 

Se  però  si  esaminano  i  risultati  cui  sono  fin  qui  perve- 
nuto nella  ricostruzione,  io  credo  che  l'idea  di  un  dominio 
Vandalico  nella  Sicilia  non  potrà  escludersi. 

La  prima  incursione,  quella  del  440,  non  ha  infatti  nes- 
sun carattere  di  vera  e  propria  scorreria  ;  essa  s' inizia  nel 
cuor  dell'inverno,  dura  un  anno,  ed  ha  un  fine  prevalen- 
temente religioso  :  quello  d'  imporre  alla  Sicilia  1'  Arianesi- 
mo (3).  Questo  solo  fatto  dovrebbe  bastare  a  mettere  in 
dubbio  che  Genserico  considerasse  l'Isola  come  una  regione 
da  bottino,  il  che  vieue  anche  negato  da  quella  continuità 
di  occupazione  che  sorprendiamo  nelle  testimonianze  stesse 
delle  fonti  che  pure  parrebbe  che  parlino  di  incursioni 
staccate. 


(1)  Cfr.  l'appendice  C.  La  svista  trovasi  in  Amari  {Mus.  d.  Sic.  ,  I , 
11)  ed  in  Reiprich  (p.  6)  con  identiche  parole  che  svelano  o  una  dipen- 
denza da  fonte  comune  o,  forse  meglio,  una  dipendenza  del  secondo  dal 
primo.  È  ripetuto  l'errore  da  Ad.  Holm,  G.  Romano,  H.  Grisar  (I,  154), 
HoDGKiN  (III,  127),  E.  LoNCAO  etc.  Evidentemente  va  esclusa  qualunque 
ipotesi  più  o  meno  ingegnosa  che  si  legava  a  questa  fantastica  riserva 
di  una  parte  dell'isola.  Cfr.  Romano,  op.  cit. ,  p.  IH;  Loncao,  Siato, 
Chiesa  etc.  Palermo,  1901,  pag.  29. 

(2)  Cfr.  specialmente  Holm,  Lancia  di  Brolo,  I,  268.  F.  P.  Garofalo- 
in  liiv.  di  St.  Ani.,  VITI,  p.  94. 

(3)  È  anche  notevole  il  fatto  che  Gensprico  durante  la  spedizione  del 
440,  si  accinse  a  due  assedi  quelli  del  Lilibeo  e  di  Panormo.  Certamente 
s'egli  fosse  venuto  per  far  bottino ,  avrebbe  evitato  siffatte  perdite  di 
tempo. 


I   BARBARI    ED    I   BIZANTINI    IN    SICILIA  55 

Da  S.  Vittore  Vitense  (1) ,  apprendiamo  del  resto  che 
Genserico  concepì  nn  vero  e  proprio  disegno  politico  sulla 
Sicilia;  E^li  infatti  ci  raccconta  che  alla  morte  di  Valen- 
tiniano  (455)  il  duce  dei  Vandali  «obtinuit  »  oltre  che  tutta 
la  provincia  Africana,  la  Sicilia ,  la  Corsica ,  la  Sardegna , 
Ibiza  e  Maiorca,  che  difese  con  la  sua  abituale  arroganza. 

Questo  passo  è  stato  messo  in  rilievo  da  parecchi  scrit- 
tori ;  però  non  se  ne  è  ricavato  quel  lato  nuovo  della  po- 
litica di  Genserico  eh'  esso  ci  rivela.  Pur  nell'  ultimo  libro 
che  si  occupa  di  Genserico,  ampia  trattazione  dovuta  a  P. 
Martroye  (2),  si  continua  a  considerare  le  incursioni  rivolte 
contro  la  Sicilia,  come  atti  di  pirateria  \ravages)  ponendole 
allo  stesso  livello  di  quelle  dirette  contro  le  spiagge  d'  I- 
talia  e  di  Grecia  (3). 

Dopo  quello  che  ho  fin  qui  detto ,  mi  pare  evidente 
che  le  incursioni  rivolte  contro  la  Sicilia  debbano  andar 
considerate  come  l'espressione  di  un  vero  e  proprio  domi- 
nio, concepito  da  Genserico  su  di  essa  fin  dal  440,  quando, 
per  un  anno.  Egli  ne  fu  vero  pa<lrone,  cercando,  da  sovrano, 
di  imporre  ai  suoi  sudditi  la  sua  religione.  Se  per  allora 
gli  affari  di  Africa  interruppero  l' adempimento  del  suo 
piano,  tuttavia,  Egli  non  vi  rinunziò,  e  si  accinse  nuova- 
mente all'impresa  dopo  la  morte  di  Valentiniano,  secondo 
la  notizia  dataci  da  S.  Vittore  e  confermata  indirettamente 
da  Prisco  che  parla,  come  s'è  visto,  di  una  venuta  di  Bar- 
bari in  seguito  al  memorabile  sacco  di  Roma,  cioè  nel  455, 
venuta,  questa,  che  per  Genserico  fu  dunque  guerriglia  di 
conquista,  do])o  la  quale  i  Vandali,  come  ho  già  più  volte 


(1)  Nella  prima  parte  del  passo  cui  è  dedicato  l'appendice  C. 

(2)  F.  Martroye,  Genserie  la  conguéte  Vandnle  en  A/rique  et  la  de- 
struction  de  Vempire  d'Occid^nt.  Paris,  1907  a  pag.  162.  Questo  libro  stu- 
dia l'opera  di  Genserico  in  ispecie  riguardo  alla  Provincia  Africana. 

Il  Martroye  vede  soltanto  nell'invasione  del  440  come  un  primo  passo 
per  la  conquista  d'Italia,  (pag.  182)  che  non  credo  però  sia  stata  mai  va- 
gheggiata dal  duce  dei  Vandali. 

(3)  Cfr.  ad  es.,  pag.  197,  199,  209. 


50  [  BARBARI    ED   I   BIZAISTIiMI   IN   SICILIA 

osservato,  non  pare  che  abbiano  del  tutto  posto  (>ie(le  fuori 
dell'Isola,  fino  al  468. 

Liì  Sicilia,  insieme  alla  Sardegna,  alla  Corsica  ad  Ibiza 
ed  a  Maiorca  ricordate  dal  vescovo  di  Vita,  per  conquistare 
le  quali  il  duce  dei  Vandali  compì  delle  spedizioni,  di  cui 
ci  è  rimasta  soltanto  qualche  vaga  notizia  (1),  formò  dun- 
que parte  nel  concetto  politico  di  Genserico,  di  un  impero 
che  oltre  la  «  Provincia  Africana  »  abbracciasse  le  isole  mag- 
giori del  Mediterraneo  occidentale.  E  quando  nella  prima- 
vera del  468  fu  allestita  la  spedizione  di  Basilisco,  mentre 
questi  si  riservava  di  colpire  il  cuore  del  nuovo  impero  di 
Genserico,  un'altra  schiera  sotto  il  comando  di  Marcellino, 
moveva ,  come  s'è  visto,  contro  la  Sicilia  e  la  Sardegna  ; 
fatto  questo,  di  grande  importanza  perchè,  senza  ammettere 
la  reale  esistenza  di  un  dominio  Vandalico  in  queste  isole, 
non  potremmo  spiegarci  la  presenza  di  schiere  di  Barbari 
in  Sicilia  ed  in  Sardegna  proprio  quando  era  minacciato 
così  seriamente  il  loro  maggior  dominio ,  la  cui  esistenza 
dovea  preoccuparli  ben  più  di  qualsiasi  ricca  impresa  da 
pirati. 

Dopo  la  disfatta  che  loro  inflisse  Marcellino  nelle  due 
isole  maggiori  del  loro  impero,  è  probabile,  come  pensa  il 
Martroye ,  che  i  Vandali  non  siano  ritornati  in  Sicilia  e 
quindi  nel  trattato  del  476  con  Odoacre,  piuttosto  che  ce- 
dere un  dominio  che  non  più  possedeva,  il  loro  duce  ab- 


(1)  Della  Sardegna  si  parla  in  Procopio,  d.  B.  F.  ,  I.  6  ,  quando  si 
dice  che  Marcellino  la  riconquistò  per  conto  dell'Imperatore,  il  che  vuol 
dire  che  era  già  in  potere  dei  Vandali,  fatto  che  vien  confermato  dalla 
notizia  dataci  dallo  stesso  Procopio  {B.  K.,  I,  10)  di  un  Godas,  gov«'rna- 
tore  di  Sardegna.  Delle  altre  Isole ,  per  quel  che  so,  non  v'è  cenno  al- 
cuno, è  molto  probabile  che  però  Genserico  vi  abbia  fatto  atti  di  domi- 
nio durante  qualcuna  delle  sue  numerose  spedizioni  verso  le  coste  d'  I- 
talia.  La  loro  conquista  del  resto,  sulla  scorta  di  Vittore  Vitense  è  an- 
che ammessa  dal  Martroye  (p.  369)  il  quale  ,  ini  pare ,  ha  meglio  di 
ogni  altro  considerato  ,  questo  punto,  sebbene  non  ne  abbia  avuta  esatta 
e  piena  la  visione. 


I   BARBARI  ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA  57 

bia  «  rinunziato,  mediante  iid  tributo,  ad  ogni  pretesa  sul 
territorio  di  qiiest'  isola  che  aveva  precedentemente  occu- 
pata/  (1). 

Certamente  per  Odoacre  1'  acquisto  della  Sicilia  fu  di 
grande  importanza  per  la  sicurezza  del  suo  nuovo  regno 
Italico,  per  il  quale  l'isola,  in  mano  nemica,  sarebbe  stata 
una  minaccia  permanente.  Non  ci  è  stato  tramandato  nes- 
sun avvenimento  che  riguardi  la  Sicilia  durante  il  dominio 
di  Odoacre,  esiste  solo  in  un  papiro  una  concessione  fatta 
dal  Re  al  vir  illustris  Pierio,  di  grandissima  importanza  per 
la  storia  economica  dell'isola  ;  di  essa  parlerò  in  seguito. 

Bisogna  intanto  venire  al  491  per  trovare  nuovamente 
cenno  della  Sicilia;  in  quest'anno  scese,  come  è  risaputo, 
in  Italia,  Teodorico,  in  apparenza,  perchè  mandatovi  dallo 
imperatore  d'occidente  Zenone,  col  titolo  di  Patrizio  o  go- 
vernatore,  per  scacciare  Odoacre,  ma  in  realtà  per  impa- 
dronirsene e  tenerne  personalmente  la  signoria  (2).  Per  il 
senno  diplomatico  di  Cassiodoro,  nipote  dell'  antico  libera- 
tore dell'isola  e  padre  a  sua  volta  dell'illustre  ministro,  la 
Sicilia  passò  in  potere  del  duovo  dominatore  senza  conqui- 
sta violenta  (3). 

Il  primo  miglioramento  che  l' isola  rivestì  dal  dominio 
dei  Goti,  fu  la  liberazione  deffinitiva  dalle  molestie  dei  Van- 
dali, i  quali,  pur  volendo  dominarvi,  non  sapevano  giammai 


(1)  Op.  cit.,  pag.  260. 

(2)  Cfr.  per  lo  svolgimento  dei  fatti  :  Hartmann,  G.  1. ,  11,1,  45. 
Gregorotius,  op.  cit,,  I,  186  segg. 

(3)  «  Siculoruin  saspicantium  raentes  ab  ostinatione  praecipiti  deviasti, 
culpa  lemovens  illis,  nobis  necessitatem  subtratens  ultioni  ».  Variae,  I, 
3.  Questo  Cassiodoro  era  stato  comes  privatarum  e  poi  secretarum  largi- 
tionum  sotto  Odoacre,  ed  era  consularis  di  Sicilia  quando  venne  in  Italia 
Teodorico.  Le  sue  pratiche  per  far  passare  incrueutemente  l'isola  ai  Goti, 
gli  valsero  la  nomina  a  corrector  della  nativa  provincia  dei  Brutta  e  Lu- 
cania. Cfr.  Variae,  I,  3-4.  Ben  a  ragione  Adolfo  Holm  che  dedica  una 
lunga  nota  densa  di  materiali  al  solito  non  del  tutto  sfruttati,  ai  Cassio- 
dori  ,  dice  che  «  la  loro  storia  è  un  frammento  della  Storia  di  Sicilia  » 
.(pag.  511). 


58  I    HABUAKI   ED   I   BIZANTINI   IN    SICILIA 

fare  a  meno  delle  depredazioni,  sicché  può  bene  affermarsi 
che  dopo  il  loro  tentativo  di  impem  «la  decadenza  pifi  an- 
ticii era  precipitata  »  (l). 

Il  savio  governo  di  Teodorico  non  tardò  quasi  per  rea- 
zione a  <lare  benetiche  conseguenze,  per  varie  ragioni  che 
saranno  in  seguito  esanjiuate. 

Nessun  fatto  politico  ci  hanno  tramandato  gli  storici 
come  avvenuto  nell'isola  in  questo  temjK) ,  se  nv  eccettui 
un  piccolo  smembramento  che  diede  modo  ai  Vandali  di 
rimettere  pacificamente  piede  in  Sicilia.  Essendo  il  Re  dei 
Vandali  Trasamondo ,  rimasto  vedovo ,  chiese  a  Teodorico 
in  isposa  la  sorella  Amalafrida  da  poco  vedova  anch'essa. 
E  Teodorico ,  donò  alla  sorella  «  attìnchè  si  accrescesse  la 
reputazione  di  lei  presso  il  popolo  in  mezzo  al  quale  dovea 
vivere  »  (Holm)  il  possesso  del  promontorio  Lilibeo ,  cioè 
della  città,  oltre  a  1()00  nobili  e  500  soldati  (2). 

I  confini  tra  questo  i)ossedi mento  ed  il  resto  dell'  Isola 
sottoposta  ai  Groti,  secondo  una  iscrizione  lilibetana,  sulla 
cui  autenticità  ha  espresso  qualche  dubbio  il  Prof.  Oolumba, 
sarebbero  stati  distanti  (piattro  miglia  dal  Lilibeo  (3). 


(1)  Cfr.  l'iinpiirtante  luemoria  di  G.  Salvigli  ,  Lo  stato  e  la  popola- 
zione <r  Italia  prima  e  dopo  le  invanioni  barbariche.  Palermo,  1899,  pag.  36. 
L' Illustre  Prof.  Salvioli  è  pero  convinto  che  lo  st^alo  della  Sicilia  sotto 
il  dominio  Romano  sia  stat.o  molt<»  misero. 

(2)  Procopio^  d.  B.  V.,  8.  Thkophanes,  Chron.  ad.  a.  526  (p.  288). 
Evidentemente  Aòoiov  '^^  Theophanes  deve  emendarsi  in  A^Xu^aiov,  ^^'r- 
rezione  anche  paleograficamente  facilissima.  Il  passo  è  riportato  alla 
nota  1  della  pagina  seguente. 

(3)  L'iscrizione  che  ai  tempi  del  Tardia  (sec.  XVIII^  serviva  «  di  co- 
lonnetta alla  scalinata  laterale  della  chiesa  parrocchiale  di  S.  Matteo»  a 
Marsala,  fu  invano  cercata  dal  Mommsen,  né  miglior  fortuna  ho  avuto  io- 
in  alcune  ricerche  compiute  per  mezzo  dell'amico  Ant.  Fici.  Essa  direbbe: 

FINES 
INTER 
VANDA 
LOSET 


1    BARBARI   ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA  59 

È  appena  necessario  avvertire  che  in  quest'occasi<M)e  si 
parla  di  una  vera  e  propria  dotazione  di  dominio,  e  di  ciò 
è  prova  decisiva  l'accenno  all'accresciuta  potenza  di  Trasa- 
mondo,  che  si  contiene  in  Teofane  (1). 

Il  possesso  del  Lilibeo,  che  i  Vandali  mantennero  tino 
alla  dissoluzione  della  loro  potenza,  è  notevole  perchè  pro- 
prio allora  (533)  servì  di  pretesto  a  Giustiniano  per  iniziare 
la  guerra  contro  i  Goti  onde  toglier  loro  la  Sicilia. 

11  buon  accordo  tra  Teodorico  ed  i  suoi  sudditi  non  durò 
però  tino  alla  fine  del  suo  regno,  che  anzi ,  negli  ultimi 
tempi,  il  re,  che  aveva  sempre  aiutato  la  Chiesa  Romana, 
cominciò  a  staccarsene  aiutando  Ariani,  Ebrei  e  Pagani. 

La  causa  principale  di  questo  cambiamento,  quasi  re- 
pentino ,  di  indirizzo  politico,  a  me  pare  che  debba  ricer- 
carsi nel  malcontento  che  produceva  presso  i  Goti,  la  troppo 
palese  benevolenza  che  il  loro  re  dimostrava  verso  i  Ro- 
mani, ed  i  suoi  tentativi  di  far  penetrare  fra  il  suo  popolo 
la  civiltà  Latina,  ch'essi  ritenevano  «  un  attentato  alla  loro 
nazionalità  »  {%). 


GOTHOS 

mi 

e.  I,  L.  X,  2-7232  (pag.  744). 

Certamente  il  sospetto  di  falsità  non  può  dimostrarsi  in  modo  iistu)- 
luto.  Può  ad  ogni  modo  giovare  nell'  indagine  ,  il  confronto  con  alcune 
simili  iscrizioni  di  Caltagirone,  che  sono  sfacciatamente  false.  CtV.  Per- 
ticone, Notizie  della  Gela  Mediterranea.  Catania,  1883. 

Quest'iscrizione  segnante  i  confini ,  se  mai  fosse  vera  ,  non  potrebbe 
evidentemente  venir  riferita  a  nessun  altro  periodo,  essendo  ,  come  a'  è 
dimostrato,  fantastico  risultato  di  un  errore,  quelP  altro  smembramento 
della  Sicilia  di  cui  parlano  alcuni  scrittori.  Un'  altra  epigrafe  in  pietra 
lavica,  rinvenuta  a  Catania ,  che  si  è  comunemente  considerata  di  que- 
st'epoca, non  vi  ha  forse  nulla  a  che  fare. 

(1)  èStópijoato  8è  ttjv  àSeX^v  ©soSsptxo?  xai  tcbv  èv  StxeXio^  àxpo- 
tTjpitóv  èv  TÒ  xaXoó{isvov  Aóoiov  (AiXópaiov)  xai  àjr'aÒTOD  l^o^sv  ó  Tpa- 
oa(ioi)v6o<;  TcàvTwv,  twv  èv  Ai^óig  PaotXeóoavtov  xpàiaoov  ts  xai  Suva- 
TwtaTOC.  Theoph,,  Chrou.,  ad.  a.  526  (pag.  288). 

(2)  Che  i  Goti  ritenessero  l'infiltrarsi  della  civiltà  Romana  uu  atten- 
tato alla  loro  nazionalità,  cui  erano  molto  attaccati,  può  ricavarsi  da  var 


60  l  BARBARI   KD   1   BIZANTINI   IN   SICILIA 


li  buon  accordo  si  mutò  in  i  strepi  tosa  rottura  sotto  il 
pontificato  di  Giovanni  I  (papa  dal  523  ai  526);  l'occasione 
fu  offerta  da  un  violento  editto  dell'  imperatore  Giustino 
in  cui  si  ingiungeva  che  fossero  chiuse  le  chiese  Ariane  e 
date  ai  Cattolici.  Quest'  editto  pare  sia  stato  promulgato 
per  consiglio  del  nipote,  erede  presuntivo  del  trono  ,  Giu- 
stiniano, che  vagheggiava  una  restaurazione  dalla  potenza 
orientale ,  con  la  caduta  dei  Goti  onde  «  mettere ,  dice  il 
nostro  Muratori,  Teodorico  in  difficile  situazione,  pruducen- 
do  dissìdi  religiosi  tra  lui  ed  i  sudditi  »  (1).  Riuscì  Giusti- 
niano nel  suo  intento  ,  giacché  Teodorico  ,  avendo  invano 
tentato  di  avere  diplomaticamente  ragione,  nel  Maggio  del 
526  volle  compensare  le  persecuzioni  d'Oriente  degli  Aria- 
ni, con  eguali  provvedimenti  contro  i  Cattolici  d'occidente, 
sicché  si  rese  odiato,  per  profanazioni  e  per  vendette  dete- 
stabili, fra  le  quali  basti  ricordare  la  morte  di  Simmaco  e 
di  Boezio.  Il  malcontento  si  fece  notare  anche  in  Sicilia, 
ove  gli  abitanti'  si  sollevarono ,  producendo  dei  disordini 
che  furono  solo  sedati  [)ei  l'intervento  dell'esercito  di  Ra- 
venna (2). 

Teodorico  morì ,  lacerato  dai  rimorsi,  il  30  Agosto  del 
526,  ed  il  popolo  creò  la  leggenda  che  il  suo  corpo  fu,  dalle 
anim*^  irate  di  Simmaco  e  di  Papa  Giovanni,  trasportato  e 
lanciato  nel  cratere  del  vulcano  di  Lipari  (3). 


fatti,  registrati  da  Hartmann,  G.  /.,  I,  228  e  239,  e  vien  uotato  da  pa- 
recchi fra  cui  dal  eh,  C.  Cipolla  ,  Della  supposta  fusione  degli  Italiani 
■coi  Germani  (Rend.  dei  Lincei,  1900),  pag.  378,  di  cui  sono  le  parole  in 
corsivo.  Nulla  di  strano  quindi  che  per  1'  attaccamento  alle  loro  tradi- 
zioni, vedessero  di  mal  occhio  quella  fusione  di  elementi  progettata  da 
Teodorico,  di  cui  parlerò  anche  appresso. 

(1)  Muratori,  Annali,  ad.  a.  524.  Per  lo  svolgimento  dei  fatti  vedi  : 
Gregorovius,  op.  cit.,  I,  225-26. 

(2)  «  Ravennianinm  exercitura  Siciliam  misit,  depopulavit,  et  suis  di- 
tionibus  maucipavit».  Liber  Pontif.  Eccl.  Rai'.  De  S.  Joanne  XX  (pa- 
gina 304,  ed.  Holder-Egger  M.  G.  H.). 

(3)  Procopio,  d.  B.  G.,  I,  1  ;  S.  Gregor.  Dial.  IV-31.  Molto  proba- 
Wlmente ,  il  nome  di  Lipari  qui  è  stato  tramandato  per  errore  ,   doven- 


l   BARBARI   ED   1  BIZANTINI  IN  SICILIA  61 


Ad  avvalorare  tale  leggenda,  il  suo  corpo,  forse  ad  ope- 
ra di  religiosi  del  suo  tempo,  fu  trafugato  dal  suo  sepolcro 
di  Ravenna,  e  nascosto  lì  vicino  ove,  pare,  si  sia  rinvenuto 
nel  Maggio  del  1858  (1). 

A  Teodorico  succedette  Amalasunta,  quale  reggente  del 
figlio  Atalarico  ;  sotto  la  sua  reggenza  la  Sicilia  diede  aiuti 
ad  una  spedizione  che  Giustiniano  organizzò  contro  i  Van- 
dali *d'  Africa ,  spedizione  che  nella  mente  di  quel  grande 
imperatore,  pieno  tutto  delle  idee  grandiose  di  Roma  antica, 
era  la  prima  di  una  serie  destinata  a  far  ridiventare  Ro- 
mane, le  Provincie  allora  in  potere  dei  Barbari  (2). 

Di  questa  guerra  ci  lasciò  ,  come  è  noto,  i  commentari 
Procopio  di  Cesarea,  segretario  di  Belisario,  duce  di  questa 
speilizione,  che  l'Imperatore  intraprendeva  fra  il  malconten- 
to del  popolo  e  delle  soldatesche. 

Per  essa  si  raccolsero  10.000  fanti  e  5000  cavalieri ,  e 
duci  delle  varie  schiere,  molte  delle  quali  erano  di  Barbari, 
furono  :  Doroteo  ,  Cipriano  ,  Valeriano  ,  Altia ,  Giovanni , 
Marcello  e  Cirillo  (3). 

Benedetta  dal  Patriarca  di  Bisanzio,  la  flotta  fece  vela 
verso  Siracusa  ove  Belisario  contava  di  avere  delle  infor- 


dosi  intendere  Strongyle  (Stromboli)  o  Volcano.  II  nome  più  noto  della 
maggiore  Isola  del  gruppo  si  sarebbe  imposto  agli  altri  e  l'avrebbe  sop- 
piantato. 

(1)  Fa  rinvenuto  in  quest'  epoca  un  prezioso  ornamento  in  oro  con 
pietre  di  valore  ,  dapprima  creduto  una  corazza.  Gli  studiosi  pensarono 
che  fosse  appartenuto  a  Re  Teodorico  e  videro  anche  nel  rinvenimento 
di  questo  monile  una  prova  del  trafugamento  del  corpo  per  essersi  «rin- 
tracciato poco  lungi  dal  mausoleo  ,  frammisto  ad  ossa  e  non  in  uno  dei 
tumuli,  ma  fuori,  come  cosa  occultata  »  così:  Corrado  Ricci,  in  ^accoife 
artistiche  di  Ravenna.  Bergamo,  1905,  pag.  39-41  (fig.  152),  opera  in  cui 
si  fa  la  più  completa  illustrazione  del  prezioso  cimelio  e  delle  circostanze 
precise  del  rinvenimento. 

(2)  Cfr.  la  bella  opera  di  Carlo  Diehl,  Jusiinien  et  la  civilisation  By- 
zantine  au   F/«  siede.  Paris,  1901,  pag.  22  seg. 

(3)  Nell'opera  ult.  cit.  il  Diehl  tratta  dell'organizzazione  dell'esercito 
Bizantino.  Ne  dirò  qualche  cosa  parlando  della  Sicilia  Bizantina. 


«2  1  BARBARI    Kl)    I   BIZANTINI    IN   SICILIA 


inazioni  per  mezzo  del  suo  luogotenente  Procopio  che  la- 
sciò in  quel  porto  con  una  nave ,  dandogli  ordine  di  rag- 
giungerlo a  Kaukana  ancoraggio  nella  spiaggia  meridio- 
nale dell'isola  a  cui  Iacea  capo  il  traffico  per  Malta  (1). 

Procopio,  disceso  in  città,  fu  tanto  fortunato  da  trovare 
un  suo  amico  ivi  domiciliato  per  ragioni  di  commercio,  un 
cui  «lonzello  era  venuto  da  poco  da  Cartagine.  Procopio 
convinto  dell'utilità  d'avere  sottomano  questo  servo,  lo  at- 
tirò sulla  sua  nave,  lo  rapì,  andando  poscia  a  raggiungere 
Belisario  a  Kaukana.  Ivi  trovò  l'esercito  in  grande  lutto  per 
la  morte  di  Doroteo,  cajiitano  delle  schiere  degli  Armeni. 
Fattesi  le  solenni  esequie  «li  questo  capo,  molto  amato  dai 
soldati,  la  squadra  veleggiò  verso  Malta,  passando  alla  parte 
veramente  attiva  della  spedizione ,  che  non  è  il  luogo  di 
narrare  e  che,  come  ognun  sa,  ebbe  felice  esito  pei  Bizantini. 

Distrutto  l' impero  Vandalico ,  Procopio  narra  (2) ,  che 
Belisario  mandò  in  Sicilia  delle  truppe  per  scacciare  il  pre- 
sidio Vandalico  dal  Lilibeo,  territorio  che,  come  s'è  visto , 
essi  allora  possedevano. 

Ma  la  citta  era,  non  sappiamo  come,  nuovamente  passata 
in  potere  dei  Goti,  sicché  il  suo  governatore  ritiutò  di  ce- 
derla ai  Bizantini.  Scrisse  allora  a  lungo  Belisario  minac- 
ciando che  se  non  si  fosse  subito  restituito  il  Lilibeo ,  si 
sarebbero  richieste  alcune  terre  ingiustamente  tenute  dai 
Goti.  Amalasunta,  cui  questa  lettera  fu  mandata  dai   ma- 


(1)  Qaesti  avvenimenti  sono  narrati  distesamente  da  Procopio  nei 
capp.  XIII-XIV  del  de  Bello  Vandalico.  Da  lui  hanno  poi  derivato  que- 
gli altri  scrittori  che  ne  parlano  (Teophanes,  Gorippus  ,  Hist.  Misceli.). 
Il  Porto  di  Caucana  corrisponde  all'odierno  scalo  di  Punta  Secca  vicino 
S.  Croce-Camerina  ;  sul  che  vedi  quanto  scrissi  altra  volta  (B.  Pace,  Sul 
sito  di  Kaukana,  estr.  d.  Riv.  di  Stor.  Ant.,  a.  XII.  Padova,  1908).  Ivi 
esistono  lungo  la  spiaggia  i  ruderi  di  un  villaggio  dei  bassi  tempi,  la  cui 
esplorazione  fin  qui  vietata  dai  proprietari  del  luogo,  ma  ora  resa  possi- 
bile dalla  nuova  legge  Archeologica,  porterà  dei  contributi  di  prim'ordine 
alla  conoscenza  della  Sicilia  barbarica. 

(2)  d.  B.   r.,  II,  5. 


I   BARBARI   ED   I    BIZANTINI   IN   SICILIA  63 

gistrati  (Iella  rocca  contrastata ,  risjmse  che  giammai  essa 
era  stata  realmente  ceduta  ai  Vandali,  ma  che,  ad  ogni  modo, 
rimetteva  la  decisione  all'imperatore. 

Giustiniano  ingiunse  allora  ad  Amalasunta  la  restitu- 
zione del  Lilibeo,  e  la  regina  rispose  evasivamente,  mentre 
segretamente  trattava  con  lui  per  la  cessione  della  sovra- 
nità dell'Italia  ;  ma  uccisa  in  questo  frattempo  dal  cugino 
Theodahad  che  dopo  la  morte  del  figlio  Atalmico  avea  as- 
sociato al  suo  regno,  Giustiniano,  profittando  delle  discor- 
die che,  dilaniando  i  Goti,  rendevano  scevro  di  pericoli  il 
suo  operare,  diede  ordine  a  Belisario  di  marciare  contro  co- 
storo. 

È  questa  la  versione  direi  quasi  ufficiale,  dell'origine 
della  Guerra  Gotica.  Ma  ognuno  vede  che  se  diplomatica- 
mente i  fatti  furon  così  giustificati ,  la  questione  del  pre- 
sidio del  Lilibeo  non  fu  che  un  vero  pretesto  per  iniziare 
la  guerra  contro  la  potenza  Gotica. 

Se  l' Imperatore  avesse  avuto  verameute  intenzione  di 
recuperare  solamente  il  Lilibeo,  non  avrebbe  rotte  le  trat- 
tative appena  le  discordie  interne  indebolirono  il  vecchio 
regno  Gotico,  uè  poi  si  sarebbe  impegnato  in  una  grande 
guerra,  che  potea  anche  ricadere  a  suo  danno,  per  rivendi- 
care il  possesso  di  un  castello  ,  col  suo  piccolo  territorio , 
per  quanto  strategicamente  importante  per  la  sic  urezza  del 
possesso  dell'Africa. 

È  invece  da  supporre  che  Giustiniano,  il  quale  mirava 
a  ricostruire,  almeno  in  parte,  l'antico  grande  impero  Ro- 
mano, come  avea  condotto  una  guerra  per  riprendere  l'A- 
frica ed  un'altra,  più  tardi,  ne  dovea  condurre  per  riconqui- 
stare la  Spagna,  così  ora,  volendo  intraprenderne  una  per 
riprendere  il  cuore  dell'Impero  :  l'Italia  (1),  cercava  col  far 


(1)  Sull'attività  militare  durante  il  Regno  di  Giustiniano  si  vedano 
le  pp.  174-222,  della  citata  opera  di  Gh.  Diehl  ,  Justinien  ,  che  1'  argo- 
mento suo  tratta  diffusamente  e  limpidamente.  Ivi  si  tratta  anche  del 
disegno  di  ricostruire  parte  del  glorioso  impero  Romano  e  delle  tre  guerre 
di  conquista  con  cui  fu  in  parte  attuato. 


64  I  BARBARI   KD  I  BIZANTINI  IN   SICILIA 

sorgere  la  questione  del  possesso  del  Lilibeo,  uno  di  quei 
pretesti  sapientemente  escogitati  per  dar  forn)a  legale  al 
principio  di  una  guerra,  tanto  comuni  nella  diplomazia  di 
tutti  i  tempi. 


CAPITOLO  SECONDO 

Le  condizioni  dell'isola  durante  il  dominio  dei  Vandali 

e  dei  Goti. 

Decadenza  dell'Isola.  —  Ordinamento  municipale.  —  Proprietà.  —  Fusione 
dell'elemento  Siciliano  col  Gotico.  —  Ordinamento  politico  ed  ammini- 
strativo. —  Commerci,  industrie,  agricoltura. — Guarnigioni  militari. — 
Eresie.  —  La  Chiesa  Romana  e  i  suoi  possedimenti.— Arti  figurate. — 
Lettere. 

Sulla  decadenza  della  Sicilia  durante  le  incursioni  dei 
Vandali,  sebbene  non  si  abbiano  documenti  e  testimonianze 
dirette,  non  è  certamente  da  discutere. 

È  presumibile  che  non  fosse  in  fiore  il  commercio,  de- 
vastati i  campi  e  le  coltivazioni,  l' Isola  impoverita  di  de- 
nari e  d'  abitanti  liberi  ,  sia  per  la  difficoltà  di  sopportare 
le  gravezze  del  fisco ,  sia  pure  per  la  graduale  scomparsa 
della  piccola  proprietà  che  dava  luogo  alla  costituzione  dei 
latifondi. 

A  costruire  il  poco  felice  quadro  delle  condizioni  di  que- 
st'epoca, tornano  utili  alcuni  elementi  sul  numerario  allora 
corrente,  che  si  possono  ricavare  dallo  studio  dei  ripostigli 
di  monete. 

Erano  sempre  in  corso  numerose  le  monete  di  Costan- 
tino e  suoi  discendenti,  e  molto  scarse  invece  quelle  degli 
imperatori  d'  Oriente  ;  ma  correvano  anche  dei  rari  esem- 
plari del  III  sec.  e  perfino  qualche  minuscola  moneta  greca 
e  qualche  tondello  di  bronzo  non  punzonato  oltre  a  nume- 


1   BABBABI   ED   1  BIZANTINI   IN   SICILIA  65 

rose  falsificazioni,  il  che,  per  quanto  rilevato  da  pochi  do- 
cumenti, può  tarci  supporre  che  biistava  per  le  misere  con- 
dizioni di  quei  tempi,  un  dischetto  eneo  qualunque  che  si 
avvicinasse  per  modulo  ai  minimi  tipi  Costantiniani  (1). 

Di  tali  infelici  condizioni  economiche  è  anche  esponente 
sicuro  lo  stato  della  magistratura  municipale  che,  come  del 
resto  in  ogni  provincia  dell'Impero,  veniva  ormai  conside- 
rata non  più  come  un  onore,  sibbene  come  un  grave  peso, 
essendo  i  curialeSj  al  t«mpo  dei  Vandali  come  sotto  gli  O- 
strogoti,  tenuti  a  rispondere  sui  loro  beni,  al  rationalis  sum- 
marum  del  pagamento  delle  tasse.  Quanto  ai  resto  la  ma- 
gistratura municipale  non  subisce  mutamenti,  sicché  è  an- 
cora quella  del  periodo  Romano  (2)  ;  istituzione  di  carat- 
tere essenzialmente  locale ,  i  suoi  componenti ,  secondo  le 
tradizioni,  continuano  ad  avere  denominazioni  varie. 

Nel  papiro  di  Ravenna ,  che  avrò  presto  occasione  di 
citare,  i  magistrati  del  Municipio  di  Siracusa  son  detti  ad 
esempio  decemprimi,  denominazione  che  risale  senza  dubbio 
al  I  sec.  a.  Or.  e  trovasi  usata  in  vari  luoghi  (3). 

La  forma  principale  di  proprietà  è  il  latifondo.  Le  riu- 
nioni di  beni ,  che  appartengono  sovente  a  ricchi  Raven- 
nati, per  concessione  regia ,  vengono  chiamate  massae  (4)  ; 


(1)  Queste  c«)Dclusioni  debbo  al  Prof.  Orsi  cui  le  ha  suggerito  l'esame 
di  un  ripostiglio  di  1740  pezzi,  provenienti  da  Lipari  ^Mt.  Rosai  acqui- 
state di  recente  dal  Museo  di  Siracusa  ed  ancora  inedito.  Il  ripostiglio 
cade  in  pieno  periodo  vandalico  per  la  presenza  di  numerosi  pezzi  di 
Marciano  (450-57;. 

(2)  Si  può  vedere  sull'argomento  lo  studio  di  D.  Santacroce,  La  ge- 
nesi delle  istituzioni  municipali  e  provinciali  in  Sicilia  ,  in  «  Arch.  Stor. 
per  la  Sic.  Orient.  »,  anno  II.  Catania,  1905. 

(3)  I  decemprimi,  secondo  mi  comunica  il  Prof.  Columba,  si  trovano  men- 
zionati in  Livio  come  esistenti  nell'ordinamento  municipale  dell'età  più  an- 
tica :  8,  3,  8  (decem  principes)  29,  15,  5,  8.  Ma  ciò  è  dovuto  ad  anticipa- 
zione del  vocabolo.  Essi  esistono  però  nel  I  secolo  A.  Cr.  Cicer.,  jaro  Roscio, 
25  j  ad  Att.,  10,  13,  1  sono  testimoniati— in  Centuripe:  Cicer.,  Veri:,  II, 
162;  Lilibeo  CIL  X,  7236;  Pisa  CIL  XI,  1420;  Miseno  (T)  CIL  X,  8132. 

(4)  Questui  parola  è  oggi  rappresentata  nel  dialetto  siciliano  da  due 
suoi  derivati  :  massaro  e  nuisseria.  Nelle  provincie  di  Siracusa  e  di  Cata- 

Arch.  Star.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV.  5 


66  1   BARBARI    ED  I  BIZANTINI   IN   SICILIA 

esse  erano  date  in  affitto  o,  per  usare  il  vocabolo  oggi  ado- 
perato in  Sicilia ,  in  gabella ,  a  dei  condtictores ,  i  quali  è 
probabile  avessero  alla  loro  dipendenza  degli  schiavi  e  dei 
coloni  (1).  Il  padrone  della  Massa,  era  rappresentiito  da  pro- 
curatori {actore»)  e  talvolta  vi  mandava,  per  invigilare  co- 
storo ed  ispezionare  tutto,  una  persona  di  fiducia  quasi  un 
commissario  straordinario  (2). 

Le  sorti  dell'isola  sotto  gli  Ostrogoti ,  migliorarono  al- 
quanto. 

Intento  principale  di  Teodorico  era,  come  è  noto,  quello 
di  fondere  V  elemento  Romano  (colto)  col  forte  barbarico , 
fusione  dalla  quale  si  riprometteva  il  rigeneramento  dell'Ini- 
pero  (3).  Il  suo  dominio  in  Sicilia  fu  troppo  breve  ed  i  Goti 


uia,  ove  è  rimasto  più  fedelmente  il  primitivo  significato,  massaro  chia- 
masi il  fattore  ed  in  particolare  colai  che  imprende  la  coltivazione  di  un 
fondo  ,  o  proprio  o  tolto  in  affitto  ,  vigilando  personalmente  ed  anche 
partecipando  ai  lavori  campestri.  Masseria  è  un  grosso  podere  con  ca- 
seggiato rurale,  mentre  l'espressione  «  fare  masseria  »  significa  fare  alle- 
vamento di  bestiame. 

A  Cómiso,  ed  in  altri  paesi  della  contea  di  Mòdica,  massaro  era  il  ti- 
tolo che  spettava  ai  grossi  borghesi.  Nella  Sicilia  occidentale  massaro  ha 
significato  press'a  poco  di  curator,  ed  il  massaro  di  una  chiesa  è  spesso 
identico  al  sagrestano. 

Delle  massae,  s'è  brevemente  occupato  il  Volpe,  Per  la  storia  giuri- 
dica ed  economica  del  Medio  evo,  in  «Studi  di  Storia  del  Crivellucci  », 
XIV  (1905),  pag.  177. 

(1)  Cfr.  HOLM,  III,  1,  pag.  514. 

(2)  Si  ricavano  queste  notizie  economiche  da  una  donazione  fatta  da 
Re  Odoacre  a  Pierio  di  beni  di  Sicilia  e  dell'isola  di  Malta  in  Dalmazia, 
e  da  tre  altri  documenti  della  metà  del  V  sec.  che  sono  tre  lettere  di 
un  Lauricio,  scritte  la  prima  a  Sisinnio  che  vien  mandato  in  Sicilia  per 
invigilare  i  suoi  beni  che  non  j^li  avevano  fruttato  abbastanza;  la  seconda 
diretta  ai  suoi  actorea  di  Sicilia  con  1'  ordine  di  ubbidire  a  Sisinnio  ,  la 
terza  ai  conductores  per  presentare  loro  Sisinnio  cui  potevano  pagare  le 
rendite.  Segue  un  elenco  dei  crediti.  Data  l'importanza  di  tali  documenti, 
ai  quali  ho  già  accennato,  e  data  anche  la  poca  diffusione  dell'opera  in 
cui  son  pubblicati,  li  riproduco  integralmente  nell'Appendice. 

(3)  Dahn,  Die  Kònige  der  Oermanen^  III,  58,  raccoglie  i  passi  in  cui 
si  contrappongono  ai  Romani  (intellettuali)  i  Goti  (forti).  Tale  concetto 


I  BARBARI   KD  I   BIZANTINI  IN   SICILIA  67 

venutivi  furon  troppo  pochi ,  perchè  il  suo  intento  si  at- 
tuasse ,  sicché  non  ci  arreca  meraviglia  alcuna  il  fatto  che 
in  Sicilia  sono  sparutissinie  le  tracce  della  vita  Ostrogota, 
che  ci  è  dato  di  scoprire.  Per  quanto  anche  in  fatto  di  mo- 
numenti le  prove  «a;  silentio,  siano  sempre  pericolose,  pure 
è  degno  di  nota  che  due  sole  necropoli  barbariche  o  sup- 
poste tali  (quella  di  Grotticelli  e  del  Fusco  a  Siracusa)  si 
sono  fin  qui  scoperte  e  che  fra  i  numerosi  nomi  di  Siciliani 
che  le  iscrizioni  e  le  storie  ci  han  tramandato ,  due  soli 
hanno,  ch'io  sappia,  impronta  barbarica:  Filimuth  e  Gid- 
donis  (1) ,  onde  per  la  Sicilia  ed  i  popoli  Germanici  sono, 
allo  stato  attuale  delle  conoscenze,  esatte  le  conclusioni  alle 
quali  sulla  fusione  dell'elemento  Latino  con  lo  straniero, 
pervenne  il  eh.  C.  Cipolla,  conclusioni  che  pel  resto  d'Ita- 
lia possono  parere  un  po'  esagerate  (2). 

Ad  ogni  modo  una  conseguenza  il  concetto  politico  di 
Teodorico  l'ebbe,  e  fu  che  l'ordinamento  dello  stato  rimase 
pressoché  immutato,  con  qualche  eccezione  pei  Goti  i  quali 
non  sottostavano  alla  giurisdizione  locale,  ma  ai  Comites  Go- 
thorum  di  nomina  regia,  che  sono  l'autorità  competente  per 
giudicare  anche  quando  vi  sia  contrasto  tra  un  Eomano  ed 
un  Goto  ,  dietro  però  aver  chiesto  il  parere  di  un  giure- 
consulto Romano.  Venendo  a  parlare  particolarmente  della 
Sicilia,  riferirò  in  modo  possibilmente  chiaro  ed  ordinato, 
i  risultati  degli  ultimi  studi ,  a  nulla  giovandoci  nel  caso 
nostro,  il  riferire  la  ricerca  nei  suoi  vari  stadi  (3). 


intoriuatore  della  Politica  di  Teodorico  trovasi  espresso  in  Cassigdoro, 
Variae,  IV,  23,  «...  Roinanorum  prudentiaru  carperent  et  virtutem  gen- 
tium  possiderint  ». 

(1)  Su  Filimuth  cfr.  S.  Gregorio,  Ep.  I,  44,  e  su  Giddonis  (in  un'e- 
pigr.  Siracusana  scoperta  recentemente)  Orsi,  Noi.  d.  Scavi,  1909,  p.  351. 

(2)  Carlo  Cipolla,  Bella  supposta  fusione  degli  Italiani  coi  Germani 
et«.  (Rend.  d.  Lincei^  1900)  che  così  conclude  (p.  603)  :  «  Credo  soltanto 
di  poter  asserire  che  le  varie  influenze  straniere  si  verificarono  sulla  no- 
stra nazione  entro  proporzioni  sufficientemente  limitate  ». 

(3)  Vedili  riferiti  con  disordine  e  farraginosamente  in  Holh,  III,  514-23. 


68  I  BÀBBA.RI  ED    I   BIZANTINI   IN    SICU^IA 

In  essa,  supremo  magistrato  militare  Gotico  era  il  comes 
Siraousanae  Civitatis  il  quale  coutemporaneamente  era,  an- 
che, secondo  pare  giustamente  all'Holm  (1),  comes  -provin- 
ciae  Siciliae.  La  formula,  cioè  l'istruzione  generale  sui  do 
veri,  di  tale  carica,  come  su  quelli  delle  altre  magistrature 
del  tempo,  è  conservata  nelle  Variae  di  Cassiodoro  (2).  Go- 
vernatore civile  continuava  ad  essere  il  correotor,  detto  me- 
glio rector,  cui  spettava  giudicare,  ed  esigere  le  imj)oste  (3). 
Egli  dovea  chiedere  nei  giudizi  il  ])arere  dei  Senatori  che 
per  avventura  poteano  abitare  nelle  provincie  (4).  Una  ca- 
ratteristica della  legislazione  Germanica,  quella  che  suole 
chiamarsi  dei  «  Simboli  giuridici  »  per  cui  molti  atti  si  com- 
pivano con  cerimonie  che  potrebbero  sembrare  magiche,  ha 
lasciato  tracce  di  se  nei  costumi  del  popolo  Siciliano  (5). 

Anche  immutato  rimase  l'ordinamento  municipale;  le 
città  erano  rette  da  un  defensor  (Fariae,  VII,  11)  eletto  dal 
popolo  e  confermato  dal  quaestor  che  dovea  proteggere  la 
città  dai  soprusi ,  e  da  un  curator  nominato  dal  re  e  ch(i 
presiedeva  la  curia  ,  i  cui  componenti  (curiales  ,  corrispon- 
denti agli  antichi  decuriones),  rispondono  coi  loro  beni  del- 
l'esazione delle  imposte ,  che  doveano  pagare  i  possessores. 
L'ufficio  di  esattori  era  affidato  a  due  «  censitores  Siciliae 
Provinciae»  {Variae,  IX,  10),  l'uno  di  Nazionalità  Eomana, 
l' altro  Goto  (6).   Vi    sono    poi    due  magistratiis  corrispon- 


(1)  III,  1,  pag.  518. 

(2)  VI,  22.  Chi  volesse  informazioni  sulla  Formula,  come  sugli  altri 
elementi  del  diritto  e  dell'ordinamento  amministrativo  d'allora ,  troverà 
delle  brevi,  ma  chiare  e  precise  notizie  nella  bella  Storia  del  diritto  Ita- 
liano del  Salvigli  (III  ed.).  Sulla  Formula  cfr.  pag.  58-9. 

(3)  Variae,  VI,  22. 

(4)  Variae,  VI,  21  ;  VII,  2.  Cfr.  Mommsen  ,  in  «  N.   Archi v.  »,  XIV  , 

p.  461.  «I  Governatori  delle  provincie si  dividono  anche  adesso  nei 

vari  gradi  dei  consulares  ,  correctores  o  rectores ,  praesides  con   compe- 
tenza essenzialmente  uguale ». 

(5)  Cfr.  Salvigli,  op.  cit.,  pag.  35. 

(6)  Cfr.  Dahn,  Die  Kóniye  etc.,  IV,  167. 


t   BABBAItL  ED   I  BIZANTINI   IN   SICILIA  69 

denti  ai  duumviri  di  prima ,  e  delle  corporazioni  {collegio) 
di  cittadini. 

In  fondo  se  non  si  possono  ammettere  come  verità  in- 
discusse le  lodi  che  Ennodio  (1),  rivolge  a  Teodorico  «  re- 
turn maxime,  in  cuius  dominio  saporem  suum  ingeuuitatis 
vigor  agnovit  »  nelle  quali  il  Salvioli  giustamente  vede 
«  molto  di  esagerazione  rettorica  »  (2)  non  può  negarsi  che 
il  suo  regno  sia  stato  fra  i  migliori  dell'alto  medio  evo.  Non 
solo  Egli  provvide  a  dar  un  certo  corpo  di  leggi,  col  celebre 
suo  editto  (3),  ma  curò  che  non  avvenissero  degli  abusi,  e 
provvide  molto  saggiamente  che  le  liti  si  potessero  com- 
porre o  decidere  nella  regione  stessa  «  ut  ad  comitatum 
necessitatem  non  habeant  veniendi,  quas  in  longinquis  re- 
gionibus  contingerint  immorari  »  (4). 

Molto  mostrò  poi  di  interessarsi  della  Sicilia  (seguito  in 
ciò  dal  successore  Atalarico)  dalla  quale,  secondo  dice  egli 

stesso  «  non  enim  quaerelas volumus  venire  sed  laudes  » 

{Variae,  VI,  22). 

Si  hanno  lettere  tanto  di  lui  che  di  Atalarico  che  sono 
documento  della  verità  di  tale  proposito  ;  da  esse  si  rica- 
vano varie  notizie  importanti  per  la  storia  delle  condizioni 
dell'isola. 

Teodorico,  tenuto  conto  del  benessere  degli  abitanti, 
avea  aumentato  in  Sicilia  il  censo  «  sub  consueta  modera- 
tione...  ut  vobis  (Siculis)  cresceret  devotio  ». 


Le  coudizioni  civili  ed  economiche  della  Sicilia  sotto  la  dominazione 
Ostrogota,  sono  state  oggetto  di  studio  da  parte  del  Reipbich,  dell'HoLM, 
del  Saltigli  oltre  che  del  Dahn  e  del  Mommsen. 

(1)  Ennodius,  Panegyr.  Theuder.  regi  dictus,  ed.  Vogel  (M.  G.  H.  a. 
ant.  VII)  p.  203. 

(2)  Salvigli,  //O  stato  e  la  popolazione  d^ Italia  prima  e  dopo  le  domin. 
Barbariche.  Palermo,  1899,  pag.  36. 

(3)  Quest'editto  fu  pubblicato,  secondo  risulta  dagli  studi  più  recenti, 
in  occasione  dei  decennalia  del  500.  Cfr.  Franc.  Schupfer,  X'  editto  di 
Teodorico  —  studi  sull'anno  della  sua  pubblicazione.  Roma,  Lincei ,    1887. 

(4)  Variae,  VI,  22. 


70  I   BARBARI   Kl)    1   BIZANTINI    IN   SKIILtA 


Atalarico,  in  occasione  delle  sue  nozze,  condonò  tale 
aumento  ordinando  che  gli  esattori  tacessero  conoscere  l'au- 
mento dell'anno  seguente  perchè  gli  interessati  potessero 
nel  caso  reclamare.  Ed  a  tale  uopo  mandò  in  Sicilia  il  Salone 
Quidila  (1). 

Ordinò  anche  che  gli  spectabiles  viri  Vittore  e  Vitigisclo, 
censitores,  non  esigessero  in  quell'  anno  quello  che  aveano 
aggiunto  alla  trihutaria  functio  (imposta),  restituendo  quel 
che  accano  preso  in  più  ai  possessoren  (2)  ;  e  rimj)roverò 
anche  gli  stessi  censitores  di  aver  esatto  più  di  quanto  do- 
veano ,  invitandoli  a  restituire  ai  Siciliani  l'esatto  contro 
diritto ,  senza  di  che ,  i  possessores  poteano  ricorrere  giu- 
diziariamente (3). 

Ed  in  una  lettera  a  Gildila  comes  Siracusaìiae  civitatis, 
gli  impose  di  riparare  subito  a  delle  vessazioni  di  che  si 
lagnavano  i  sudditi:  tasse  straordinarie  cioè  da  lui  impo- 
ste per  ricostruire  le  mura  (forse  di  Siracusa) ,  opera  non 
eseguita,  incameramento  a  vantaggio  del  fisco  di  eredità 
di  isolani,  spese  esorbitanti  per  gli  atti  dei  giudizi ,  ed  e- 
spropria,  a  vii  prezzo,  di  merci  importate  per  mare  per  ri- 
venderle per  conto  suo  con  grande  guadagno  (4). 

Teodorico ,  stabilì  sovente  anche  delle  pubbliche  sov- 
venzioni (5). 

Per  quel  che  riguarda  i  commerci  bit^ogna  ricordare  che 
l'amico  di  Procopio,  di  cui  feci  parola  a  pag.  62,  trovavasi 


(1)  Variae,  IX,  10.  Il  saio  corrisponde  al  comitiacus  dei  Romani.  Cfr. 
Dahn,  III,  183  segg.  ;  Holm,  III,  519. 

(2)  IX,  11.  La  lettera  è  diretta  al  Cornea  Gildila  che  viene  avvertito 
degli  ordini  dati  a  Vittore  e  Vitigisco. 

(3)  IX,  12.  Queste  notizie  dimostrano  che  ,  anche  cinque  secoli  dopo 
di  Verre  ,  i  magistrati  delle  provincie  ,  erano  spesso  di  una  correttezza 
amministrativa,  uguale  a  quella  del  pretore  Romano,  il  cui  maggior  torto 
fa  forse  quello  di  esser  caduto  nelle  mani  di  un  avvocato  della  forza  di 
Cicerone  che  lo  fece  passare  ai  posteri  con  nome  tanto  infame. 

(4)  IX,  14. 

(5)  Varine,  IV,  7. 


i   BABBÀRI   ED    l   BIZANTINI   IN   SICILIA  71 

a  Siracusa  per  attendere  ad  essi  (1) ,  fatto ,  notato  anche 
dall' Holm,  che  dimostra  che  della  pace  goduta  sotto  i  Goti, 
essi  si  avvantaggiarono  in  qìialche  modo.  Ne  è  questa  la 
sola  testimonianza  sui  commerci  Siciliani  che  ci  sia  rimasta. 
Atalarico  rimprovera  in  una  sua  lettera,  come  s'è  già  visto, 
(lildila,  cornea  Si/racusanae  civitatis,  perchè  s'era  impadronito 
di  merci  importate  e  le  avea  espropriate  a  prezzo  bassis- 
simo per  poi  rivenderle  a  suo  talento,  mentre  il  prezzo  delle 
mercanzie  dovea  venire  stabilito  d'accordo  coi  cittadini  no- 
tabili e  persino  col  vescovo  (2).  E  col  risorgere  dell'  Agri- 
coltura (3),  aumentata  la  produzione  del  grano,  di  cui  spesso, 
sia  in  questo  tempo  che  in  appresso,  si  avvantaggiò  il  resto 
d'Italia  (4),  se  ne  potè  fare  esportazione;  abbiamo  anzi  in- 
diretta notizia  di  navi  di  grano  Siciliano ,  spedito  in  Gal- 
lio (5),  regione  con  la  quale  la  Sicilia  è  presumibile  abbia 
avuto,  anche  nei  secoli  precedenti  quei  rapporti  commerciali, 
che  pel  sec.  IV  ci  sono  testimoniati  da  un'allusione  di  Au- 
sonio, che  parrebbe  a  prima  vista  una  frase  retorica  (6). 

Altri  rapporti  con  l'Africa,  l'Asia  anteriore,  Costantino- 
poli etc.  possono  principalmente  dedursi  dall'  esame  delle 


(1)  Vedi  Pbocopio,  d.  B.   V.,  I,  13. 

(2)  HoLM,  III,  521. 

(3)  «  Intra  Siciliani  provinciam  larga  quies  et  culturam  agris  praesbi- 
tat  et  populus  ampliavit».    Varine,  IX,  10. 

(4)  Cfr.  Pbocopio,  B.    V.,  I,  14;  III,  16;  II,  24;  III,  6,   15.    Varxae, 
IX,  14. 

(5)  Variae,  IV,  7. 

(6)  Te  \Martu  Narbó]  luaris  Eoi  merces  et  Hiberica  ditant 

Aeqaora,  te  classps  Lybici  Siculique  profundi 

Ausonio^  Ordo  Urbium  Mobilium,  vv.  124-25  (pag.  251  ed.  Peiper).  Que- 
sto poemetto  di  Ausonio  fu  scritto  verso  il  388  d.  Cr.  Prova  di  questi 
rapporti  tra  la  Sicilia  e  le  Gallio  è  anche  la  diffusione  ch^  ebbero  nel- 
l'isola alcune  tarde  ceramiche  a  rilievo  recentemente  illustrate  da  I.  DÉ- 
CHKLK'iTE,  Les  vases  veramiques  ornés  de  la  Gaule  Bomaine.  Paris,  1904, 
2  voli. 


72  I  BABBABI  ED   1    BIZANTINI   IN  SIOILtA 

iscrizioni  di  quest'epoca.  Per  1'  Africa  oltre  la  preseuza  in 
Sicilia  di  nomi  quali  Quodvultdeu»  (1),  o,  come  si  disse  con  ele- 
gante corruzione,  Couvuldio,  ed  Aunanius  (2),  li  testimoniano 
le  numerosissime  lucerne  di  creta  corallina  d'  origine  Car- 
taginese che  si  trovano  fni  di  noi  (8)  e  qualche  altro  ele- 
mento (4).  Numerosi  son  poi  i  nomi ,  rilevati  dallo  Straz- 
zulla  come  di  origine  Siriaca  che  si  trovano  nelle  iscrizioni 
di  Siracusa  (5) ,  qualcuna  delle  quali   poi    porta   le   lettere 


(1)  Cfr.  pag.  47,  nota  4  di  questo  lavoro. 

(2)  Cfr.  il  cap.  VI  <lì  questo  lavoro. 

(3)  Queste  lucerne  ,  spesso  molto  belle,  ebbero  una  grande  diffusione 
in  Sicilia  ;  un  buon  numero  ne  hanno  pubblicato  il  Salinas,  Noi.  d.  Scavi, 
1885,  TORSI,  id.  1909,  il  Fììhrkh,  Forsch.  z.  Sic.  Sotferr.  ,  taf.  XIV,  In 
Africa  se  ne  son  rinvenute  le  ottìcine  di  fabbricazione  (a  Oudna,  il  ma- 
teriale ora  al  Museo  del  Bardo  ;  vi  sono  anche  dei  piccoli  punzoni  che 
servivano  per  far  nelle  forme  le  foglie  a  ferro  di  cavallo  od  a  cuspide). 
A  Cartagine  e  dintorui,  mi  diceva  recentemente  Padre  A.  L,  Delattre  , 
direttore  del  Museo  Lavigerie,  non  si  può  scavare  senza  trovarne  qual- 
cuna. Egli,  che  ne  ha  rinvenuto  circa  quarantamila,  ha  pubblicato  su  di 
esse  vari  lavori  di  cui  cito  i  principali  :  Lanipes  chrétiennes  de  (Jarthage, 
in  «  Missions  catholiques  »,  Lyon,  1880;  Lampe»  antiques  du  musée  de 
Saint  Louis  de  Charthaye,  «  Rev.  de  l'art,  chr.  »,  Lille,  1889;  Les  ìampes 
chrétiennes  de  Carthaye,   «  Rev.  cit.  »,  1890. 

(4)  Il  16  Dicembre  dello  scorso  anno,  durante  un'escursione  compiuta 
col  Prof.  Orsi  alle  «Anticaglie»  di  Capo  Scalambri  (vedi  su  di  esse  il 
cap.  VI  di  questo  lavoro),  abbiamo  raccolto  fra  l'altro  alcuni  frammenti 
di  marmi,  appartenuti  alla  decorazione  di  alcuni  edifizi.  Di  questi  fram- 
menti uno,  di  un  bel  verde,  (serpentina)  è  stato  per  comune  giudizio  dei 
Proff.  Comm.  Giov.  Salemi  Pace  e  Cav.  Giov.  di  Stefano,  della  R.  Univ. 
di  Palermo,  ritenuto  come  non  Siciliano.  E  molto  probabilmente  serpen- 
tina Africana. 

(5)  C'è  Eòoépio?  ed  Eòosp-^  (nn.  29,  49,  323.  Strazzulla,  i.  S.  G.), 
Zóòtopoi  ànò  MàxpTjc  ("•  ^8),  Gerontivs  (n.  362),  Dionysius  (u.  37,  38, 
39,  40,  41,  166,  296),  'AvTCùVÌVO?  ^n.  16),  TJieodorus  (n.  53,  61,  199,  358), 
Màfvoc  (n-  173),  Ssp^po?  (n.  337)  ,  Zo^Xoc  (n-  46),  XpiotàvYj  MaaoiàvY] 
(cioè  di  Maaoia?)  (n.  401),  A  dir  vero  non  tutti  questi  nomi  sono  esclu- 
sivamente Siriaci  ;  importante  è  in  ispecie  l'ep.  401,  su  cui  lo  stesso  Straz- 
zulla ha  scritto  in  A.  8.  S.,  1896,  pag.  157,  e  R.  Q.  S.,  1897,  I-III, 


I   BAEBARI  ED  1   BIZANTINI   IN  SICILIA  73 

X(piató<;)  M(ixa^^)  r(apptéX) ,  caratteristiche  dei  Oristiaui  del- 
l'Asia anteriore  (1). 

Fra  le  stesse  iscrizioni  Siracusane  ve  u'  è  una  che  ri- 
corda uu  Dominicus  Macedo  (n.  427) ,  un  IlaùXcx;  'E^éatoc 
(n.  225)  un  'Aptaxwv  K(i)V(3TavTtvo7coXtT7](;  (n.  395),  4>et§a)v  àiro'  Te- 
tpowtopfia?  (n.  348)  (2)  ;  ed  altre  iscrizioni  Siciliane,  sebbene 
di  epoca  alquanto  anteriore,  possono  ^.ttestare  rapporti  fra 
questi  ed  altri  paesi. 

Quali  potessero  essere  gli  scambi  commerciali  con  que- 
ste regioni  possiamo  meglio  supporre  che  indagare  :  doveano 
essere  principalmente  tessuti  e  generi  agricx^li.  Nessuna  no- 
tizia speciale  e'  è  infatti  riuiast^i  di  industrie  Siciliane ,  se 
ne  tolga  la  fabbricazione  di  hafia  (porpora)  per  conto  del- 
l' Imperatore  a  Siracusa  (3) ,  né  sappiamo  che  sia  stata  in 
onore  la  pastorizia  o  la  cultura  della  vite  et*.,  ma  date  le 
condizioni  dell'isola  al  tempo  de'  Vandali,  il  rinvigorimento 
della  cultura  dei  cereali,  rappresentava  una  parte  non  pic- 
cola di  quel  relativo  benessere  che  godette  la  Sicilia  du- 
rante il  dominio  Gotico,  benessere  che  Totila  più  tardi  do- 
vea  ricordare  ai  Siciliani  «  ingrati  >  quando  passarono  ai 
Bizantini  (4). 

Una  delle  cause  più  importanti  di  tali  buone  condizioni 
oltre  la  tranquillità  e  la  pace  reguata  in  quel  periodo  è  la 
mancanza  quasi  assoluta  di  milizie  Gotiche  nell'  isola.  I 
Goti,  occuparono  poco  l'isola  lasciando  credere,  da  abili  reg- 
gitori, che  ciò  facessero  per  esaudire  la  preghiera  degli  stessi 
Siciliani  i  quali  giustamente  ritenerono  l'occupazione  mili- 
tare un  ostacolo  pel  rifìoriie  dell'agricoltura  (5)  ;  in  realtà 


(1)  Cfr.  De  Rossi,  Boll,  d'arch.  C)-i«t.,  serie  II,  a.  I,  pag.   115. 

(2)  L'Orsi,  Noi.  d.  Se,  1895,  iscr.  n.  301,  rìcbiamando  Flavio  Giu- 
seppe {Ardi.  Giud.,  XIII,  2,  1)  e  Damascen,  Vii.  Isid.,  63,  crede  questo 
luogo  in  Sicilia  ;  lo  Strazzulla,  ricordando  altri  luoghi  di  simile  nome 
in  Armenia,  ed  in  Libia,  lo  riferisce  piuttosto  a  questi:  evidentemente  la 
questione  è  irrisoluoile. 

Co)  Cfr.  Noi.  dignitatum.  Occid.  XI,  68,  pag.  51. 

(4)  Procopio,  d.  B.   V.    Ili,  1«. 

(5)  Procopio,  ivi.  xat'àpx»?  èSéovto  ^soSepl^ov  'Pttjtafov,  ^^   mik- 


74  I   BABBàUI   ed   I   BIZANTINI  IN   SICILIA 

essi  però  iiiandarouo  pochi  soldati  perchè  non  ne  avevano 
molti  disponibili,  dato  il  nnmero  esigno  del  loro  popolo  (1), 
non  certamente  perchè  avessero ,  come  ha  supposto  quiiì- 
cnno ,  poco  interesse  di  difendere  l'isola  «  che  por  loro  pre- 
sentava secondaria  importanza  strategica  non  avendo  nulla 
da  difendere  in  Africa  »,  mentre  sappiamo  ch'essa  fu  detta 
«  Oe.tarum  nutrix  »  (2). 

Vi  furono  quindi  poche  guarnigioni  e  queste  nelle  città  di 
Lilibeo  (3),  Siracusa  (4),  Panormo  (5)  ;  Messana  era  fortifi- 
cata (6)  insieme  a  Panormo  (7) ,  non  così  Gatìinia  che  era 
àTécxiatoc,  cosi  al  principio  come  alla  fine  del  dominio  Bizan- 
tino (8),  fatto  che  non  deve  arrecare  quella  meraviglia  che 
ha  arrecato  al  Reiprich  (pag.  24)  i)erchè  Teodorico  diede 
facoltà  a  quei  cittadini  di  usare  le  pietre  dell'  Anfiteatro , 
non  per  costruire  le  mura  ma  «in  usus  publicos  domus»  (9). 

Nessuna  ripartizione  di  terre  ebbe  luogo  fra  i  Goti  in 
Sicilia  (10)  e  solo  qualche  Goto  personalmente  ottenne  una 


Xtóv  èvtaò^a  FótO'Odv  xataar^vat  (ppoupàv,  a>c  {JiirjSèv  aòxtov  r^  IXso'Q-s- 

(1)  Cfr.  Salvigli,  Lo  stato  e  la  popolazione  d''  Italia  prima  e  dopo  le 
invasioni  barbariche.  Atti  della  R.  Accad.  di  Se.  Lett.  ed  Art.  di  Paler- 
mo, a.  1901,  pp.  57-62.  Eriusd.,  St.  del  Diritto  Italiano,  3»  ed.,  p.  160. 

(2)  lORDANES,  Getica,  50. 
(.3)  Procopio,  B.   F.,  II,  5. 

(4)  Cassiod.,    Variae,  VI,  22.  Iordanes,  Getica,  ,50. 

(5)  Procopio,  B.   F.,  II,  5;  id.,  B.  G.,  I,  13. 

(6)  Proc,  B.  G.,  Ili,  39. 

(7)  Proc,  B.  G.,  I,  13. 

(8)  Procopio,  B.  G.,  III.  40. 

(9)  Variae,  III,  49.  «  Vestra  enim  munitio  nostra  est  niliiloiuinus  for- 
titudo  ;  Saxa  ergo,  quae  snggeritis  de  Amphitheatro  longa  vetustate  col- 
lapsa,  nec  aliquid  ornatui  public©  iam  prodesse,  nisi  solas  turpe»  ruinas 
estendere,  licentiain  vobis  eorum  in  usiis  dumtaxat  publicos  doiuus  ,  ut 
in  raurorura  faciem  surgat  quod  non  potest  prodesse  si  jaceat  ».  È  ap- 
pena necessario  osservare  che  dal  contesto  si  rileva  come  «  muruium  fa- 
cies »  qui  sia  usato  nel  senso  in  cui  un  classico  avrebbe  detto  «paries» 
e  che  «  munitio»  e  «  forti  tudo  »  non  hanno  quel  significato  militare  che  a 
prima  vista  vi  si  potrebbe  attribuire. 

(10)  Cfr.  HOLM,  III,  512  che  lo  ricava  giustamente  dall'esame  del  già 
citato  passo  di  Procopio,  B.  G.,  Ili,  15  in  cui  sono  riferiti  i  lamenti  di 
Totila,  verso  i  Siciliani. 


I  BABBABl  ED   I   BIZANTINI    IN   SICILIA  75 

porzione  di  terra,  «li  quelle  che  Odoacre  ed  i  suoi  Bruii  ave- 
vano possedute  nell'Isola ,  e  che  venivano  chiamate  sortea; 
in  quest'ordine  rientra  forse  la  donazione  di  Pierio  di  cui 
si  è  parlatx)  (1). 

Nella  storia  della  Religione ,  l' isola  ha  in  quest'  epocti 
una  parte  notevole,  in  ispecie  perchè,  come  s'è  già  notiito, 
j)uò  dirsi  che  di  tutte  le  eresie  che  travagliavano  allora  le 
coscienze ,  m  trovi  traccia  nella  Sicilia ,  che  anzi  spesso , 
nella  loro  storia,  ha  una  pagina  molto  notevole;  lo  stesso 
dovrà  dirsi  del  periodo  Bizantino. 

Già  qualche  anno  dopo  la  tentata  incursione  di  Alarico 
del  410,  vennero  in  Siracusa  Pelagio  ed  il  discepolo  suo 
Celestio  (2).  L'eresia  da  loro  professata  prese  anzi  tanto  svi- 
luppo nell'isola  che  a  Siracusa  s'insegnò  non  più  celatamente 
come  altrove,  ma  in  pubblico  del  che  molto  si  impensieri- 
rono i  padri  Cattolici  (3). 

Né  minore  sviluppo  vi  ebbe  1'  eresia  di  Ario.  Già  s'  è 
visto  che  Genserico  quando  nel  440  venne  in  Sicilia,  ebbe 
istigatore  delle  persecuzioni  contro  i  Cattolici  il  vescovo 
Ariano  Massimino ,  il  quale  pare  che  sia  lo  stesso  che  di- 
scusse di  teologia  con  S.  Agostino  (4). 


(1)  Vedi  pag.  66  di  questo  lavoro  ed  Appendice.  Sulle  sortes  ,  oltre 
HoLM  al  luogo  citato  vedi  Reipkich,  pp.  22-23.  Non  è  forse  da  escludere 
che  qualche  legame  possa  esistere  tra  queste  concessioni  e  le  arìmannie 
longobarde  ,  legame  che  sarebbe  ad  ogni  modo  da  indagare  da  qualche 
cultore  di  diritto.  Le  arimannie,  pare  ormai  dimostrato,  sono  i  fondi  mi- 
litari  di  confine  dei  Romani.  Cfr.  Chkcchini,  I  fondi  militari  Hom.-Bìz. 
in  relos.  con  l'arimannia.  Ardi.  Giurid.,  LXXVIII  (1907)  ;  Roberti,  Ari- 
mannie Vandalicke  in  Africa  ,  in  «  Studi  iu  onore  di  F.  Ciccaglione  »  , 
voi.  I,  CatJinia,  1909. 

(2)  S.  AuGUST.,  Epist.  ad  Florium^  n.  157  (Migne,  P.  L.,  t.  XLVIII, 
diss,  I  del  P.  Garnier,  cap.  V). 

(3)  S.  AuGUST.,  Prefaz.  al  lib.  IV  in  Geremia.  Le  vicende  del  Pela- 
gianesimo  in  Sicilia  sono  minutamente  narrate  iu  Lancia  di  Brolo,  St. 
della  Chiesa  in  Sicilia  nei  primi  dieci  secoli,  l,  pag.  232-56. 

(4)  S.  Agostino  discusse  con  Massimino  ad  Ippoua  «  cura regio  u- 

num  iu  locum  convenissent  praesentibus  raultis ,  tam  clericis  quam  lai- 


76  I  BARBARI  EiD   I  BIZANTINI   IN   SlOILtA 

Contemporaneo  di  Massiiuino,  e  nominato  anch'Bgli  in 
occasione  delle  devastazioni  di  Genserico,  di  cui  fn  vittima, 
è  il  vescovo  del  Lilibeo,  Pascasino,  versatissimo  nelle  ma- 
terie religiose  ed  ast-ronomiche ,  molto  stimato  da  Papa 
S.  Leone  I  il  quale  nel  444  lo  consultò  per  sapere  in  quah^ 
giorno  cadeva  in  quell'anno  la  domenica  dopo  il  P  pleni- 
lunio di  primavera  per  la  celebrazione  della  Pasqua;  la  sua 
risposta  fu  d'  allora  in  poi  tenuta  quale  regola  in  propo- 
sito (1).  Un  altro  personaggio  eminente  della  Chiesa  Sici- 
liana di  allora  è  forse  S.  Giustino  «  vescovo  di  Sicilia  »  scrit- 
tore di  tìlosotìa  ecclesiastica  sul  quale  si  è  molto  discusso  (2). 

In  uno  di  quei  brevi  periodi  di  relativa  quiete  trascorsi 
fra  un'incursione  dei  Vandali  e  l'altra,  forse  per  sfuggire 
i  Vandali  di  Africa,  si  ricoverarono  in  Sicilia  S.  Calogero, 
con  Gregorio  vescovo  e  Demetrio  diacono,  dei  quali  questi 


cÌ8  »  (prime  parole  del  dialogo  :  Divi  Aurelii  Augustini  Hipponenais  epi- 
scopi contro  Maximinum  haeretictim,  Arianorurn  episeopum  libri  tres).  Esi- 
ste ancora  un  sermone  fatto  «  in  die  Natali  domini  contra  quoddam  di- 
ctum  Maximini  Arrianorum  episcopi  qui  cum  Sigifulto  comite  constitutus 
in  Africa  blasphemabat  habitus  de  hoc  quod  refere  Evangelista  Salvatorem 
dixisse  :  qtti  credit  in  me  non  credit  in  me  sed  in  eum  qui  me  misit». 

Il  fatto  che  la  discussione  ebbe  luogo  ad  Hippona  ci  dimostra  che  essa 
dovette  avvenire  dopo  il  395  quando  fu  creato  vescovo  v  venne  in  que- 
sta città.  (S.  Agostino  nacque  a  Tagaste  in  Nuniidia  il  13  nov.  354,  bat- 
tezzato a  32  anni  fu  ordinato  prete  nel  391  ;  morì  il  28  Agosto  del  430. 
Le  date  quindi  ci  mostrano  che  il  Massimino  istigatore  delle  stragi  di 
Grenserico  e  l'avversario  di  S.  Agostino  furono  contemporanei,  e  sarebbe 
per  lo  meno  strano  ammettere  che  siano  esistiti  contemporaneamente  due 
vescovi  Ariani  di  ugual  nome,  quando  in  ispecie  si  pensi  che  Massimino 
che  contrastò  con  S.  Agostino ,  non  sarebbe  andato  ad  Hippona  per  di- 
scutervi, se  non  avesse  dimorato  in  un  luogo  vicino  e  legato  da  frequenti 
rapporti  con  l'Africa,  quale  è  appunto  la  Sicilia. 

(1)  Cfr.  Mansi,  Acta  Conciliorum,  tomo  V,  pag.  122!^.  Per  più  minute 
notizie  su  Pascasino  si  cfr.  Lancia  di  Brolo,  op.  cit.,  I,  288-305. 

(2)  Cfr.  Lancia  di  Brolo,  op.  cit.,  I,  pag.  306  segg.  ove  è  riassunta 
la  questione. 


I   BABBABI   ED    I    BIZANTINI    IN    SICILIA  77 

due,  vennero  uccisi  in  un'incursione,  mentre  il  primo  si 
rifno;iò  nei  monti  di  Fragalà  (1). 

Fra  tanti  commovimenti  politici,  economici  e  religiosi  , 
la  Chiesa  in  Sicilia ,  non  ostante  contasse  dei  membri  va- 
lorosi ,  era  moralmente  molto  decaduta.  E  Papa  8.  Leone 
(il  22  nov.  443)  e  S.  Gelasio  (11  marzo  494)  pensarono  se- 
riamente con  loro  lettere  a  dare  ordini  severissimi  per  ri- 
sanarla (2). 

Trovansi  già  in  quest'  epoca  in  Sicilia  i  patrimonia,  delle 
chiese  di  Ravenna  (3),  di  Milano  (4),  e  di  Koma  (5),  derivati 
questi  ultimi  da  quelle  proprietà  che  avevano  gli  impera- 
tori in  tutte  le  provincie  amministrate  dal  rationalis  rei 
privatae  (6). 


(1)  La  notizia  trovasi  in  un  inno  del  IX  sec.  di  Sergio  Cronisti!.  Cfr. 
Lancia  di  Brolo,  (op.  cit.,  I,  p.  285-87)  che  trattando  di  questi  Santi , 
come  di  S.  Marailiano  e  di  altre  questioni ,  procede  con  quella  critica 
giustamente  diffidente  che  sola  può  dare  buoni  risultati  in  questi  studi 
sulle  vecchie  agiografie. 

(2)  Cfr.  Mansi,  Ada  Conciliorum,  voi.  Vili,  37  e  45,  riportati  in  Di 
Giovanni,  Codex  Siciliae  Dipìomaticus.  Doc.  XXVII  e  XXIX. 

(3)  Cfr.  Appendice  A,  B. 

(4)  Teodorico  in  una  sua  lettera  (  Varine ,  II ,  29)  ordina  al  conte  A- 
dila  di  Siracusa  di  difendere  le  terre  e  gli  uomini  del  patrimonio  della 
Chiesa  di  Milano  nell'isola. 

(5)  I  beni  della  chiesa  Romana  in  Sicilia,  dalla  tradizione  ufficiale,  son 
fatti  risalire  alla  celebre  donazione  di  Costantino  a  papa  Silvestro.  Anche 
qualcuno  dei  moderni  ha  ingenuamente  accettato  la  notizia,  saltando  co- 
me niente  ,  sui  risultati  di  quegli  studi  umanìstici  che  col  Valla  dimo- 
strarono falsa  «  la  dote  >^  che  da  Costantino  «prese  il  primo  ricco  patre  ». 
E  dire  che  un  secolo  addietro  ,  un  critico  ardito  :  il  Di  Giovanni  {St. 
eccl.  di  Sicilia  ,  voi.  1 ,  179)  avea  rilevsito  nei  riguardi  della  Sicilia  ,  lo 
strascico  dell'impostura. 

(6)  I  beni  di  Sicilia,  secondo  il  «  Liber  Pontijicalis  »  (ed,  Duchesne) 
sono  la  Ma^sa  Castis,  in  territorio  Catanensis ,  la  massa  Trapeas  ivi  {S. 
Silvestri  vita,  XXXIV,  $  12).  La  Massa  Tauriana  in  territorio  Paramuense 
(ivi  voi.  I,  pag.  175,  $  14)  il  Duchesne  suppone  «que  derriere  cette  or- 
tbographie  (Paramuense)  <m  peut  chercher  l'adjectif  Pauormense»  (p.  193). 


78  1  BARBARI   ED   1   BIZANTINI    IN   SICILIA 

Sulla  storia  delle  Arti  durante  il  doiniuio  dei  Vandali 
e  de;^li  Ostrogoti ,  e'  è  ben  {ìovaì  da  dire ,  tanto  {)iù  che  è 
sempre  ditttcile  una  esatta  iliì-tinzioue  delle  antichità  di  que- 
st'epoca da  quelle  bizantine,  anche  dopo  le  minute  ricer- 
che di  quest'ultimi  anni  (1). 

In  generale  notando  che  cogli  Ostrogoti  dovettero  cer- 
tamente tìorire  più  che  non  sotto  l'incubo  delle  incursioni 
Vandaliche,  può  dirsi  che  per  le  Arti,  (che  si  esplicano  prin 
cipalmente  in   servi/io   della   nuova    Religione),  continua, 
come  per  le  istituzioni ,  l'indirizzo  classico  (2). 

L'Architettura  mostrasi  Romana  anche  nelle  Catacombe, 
molte  delle  quali  arieggiano  alla  disposizione  regolare  della 
città  c(d  Cardo  ed  il  Decumanus  maximus,  non  solo,  ma  con 
1(^  rotonde,  derivazione  manifesta  delle  costruzioni  centrali 
classiche  e  dei  frigidaria  delle  terme  (3)  ;  anche  la  forma 
basilicale  è  conservata  e  la  rappresenta  nei  monumenti  Si- 
ciliani l'interessante  chiesetta  di  Kosolini  (4). 

Per  la  scultura  si  noti  che  il  bel  sarcofago  di  Adeltia 
non  è  lavoro  nostrano  e  rappresenta  nell'  arte  cemeteriale 
Siciliana  una  vera  eccezione  (5);  ne'  tre  sarcofagi  cristiani 
di  Palermo  (6)  sono  opera  degli  umili  scarpelllni  locali,  che 
tenevano  il  posto  di   scultori ,  i  quali  lavorarono ,  se  mai , 


Un  termine  tra  i  possessi  della  Chiesa  Romana  e  quelli  della  Catanese 
esista  presso  la  chiesa  del  villagio  di  Sferri  vicino  Catania  (Cfr.  Mai  , 
ScHpt.  rei.,  voi.  V,  352,  n.  5). 

(1)  Di  tali  ricerche  è  data  una  bibliografia  possibilmente  completa  al 
cap.  VI.  Una  sintesi  alquanto  ampia  dei  risultati  di  tali  ricerche,  riguardo 
alle  arti,  trovasi  in  Fììhrer  -  Schultzb,  Die  Altchrist.  Grahstdtten  Sicil., 
Berlin  1907. 

(2)  Cfr.  Venturi,  Sf.  d.  Arte.  Ital.,  I,  sp. ,  pag.  64  segg.  Molto  utile 
per  l'arte  Cemeteriale  è  il  libro  dello  ScHUi/rzE,  ArehaeUffie  der  Altchri- 
Hlichen  Kunst.  Miinchen,  1895,  il  noto  Manuale  del  Marucchi. 

(3)  Venturi,  op.  cii.,  pag.  98-106. 

(4)  Cfr.  il  cap.  VI  di  questo  lavoro. 

(5)  ScHULTZE,  Arch.  eie,  pag.  26. 

(6)  Fììhrer -ScHULTZE,  Grabstdt.  Sicil.,  pag.  317  %egg.  ;  due  nel  sot- 
terraneo del  Duomo,  il  terzo  al  Museo. 


I   BARBARI   ED   l   BIZANTINI  IN  SICILIA  7U 


due  sarcofagi  di  Siracusa  1'  uno  adorno  di  due  busti  a  ri- 
lievo, r  altro  di  rozze  croci,  ed  una  rozzissima  testa  di  ca- 
vallo (1),  per  nulla  superiori  ad  alcuni  altri  rilievi  e  capitelli 
del  periodo  successivo. 

Le  belle  lucerne  di  creta  corallina  così  abbondanti  in 
epoca  Gotica,  con  figure  e  simboli  a  bassorilievo,  sono  im- 
portazione Africana  ;  in  esse  già  la  rappresentazione  e  gli 
ornati  che  circ*)ndano  il  cavetto  della  lucerna  preannun- 
ziano la  scoltura  ornamentale  del  più  oscuro  medio-evo  (2). 

La  pittura  si  rivela  nei  vari  affreschi  (principalmente 
quello  di  Deodata  e  delle  due  Alessandrie  in  S.  Giovanni, 
quello  del  buon  pastore  e  l'arcosolio  di  Marcia  nella  Cata- 
comba Cassia)  (3),  moUo  più  lontana  dalla  tradizione  clas- 
sica, delle  altre  arti.  Gli  sfondi  decorativi,  a  motivi  floreali, 
che  imitano  i  tiippeti  che  si  stendevano  nelle  pareti  (4) 
gli  attributi  che  determinano  i  personaggi ,  sono  tutti  ac- 
cessori ai  quali  è  sacrificata  la  correttezza  della  forma. 

Teodorico  accordò  ad  alcuni  giovani  Siracusani  (i  tìgli 
dello  spectabilis  Valeriano  e  di  P'ilario),  il  x)ermesso  di  an- 
dare a  studiare  a  Roma  (5) ,  segno  evidente  che  il  re  non 


(1)  Fììhrer,  Sic.  Sott. 

(2)  Ventdbi.  op.  cit.,  I,  540. 

(3)  L'affresco  delle  due  Alessandrie  fu  pubblicata»  da  P.  Orsi  in  A'o/. 
d.  Se.,  1905,  pag.  395  gli  altri  qui  citati  sono  in  Fììhrer,  op.cit.,  tav.  IX, 
X  ;  anche  in  Fììhrer  si  trovano  riprodotti  altri  dipinti  di  minor  conto 
(tav.  X,  XI).  Una  raccolta  quasi  completa  di  copie  ad  acquarello  dei  di- 
pinti cemeteriali  di  Siracusa  dovuta  a  G.  Di  Scanno  e  R.  Carta,  esiste 
in  quel  Museo  Archeologico. 

(4)  Cfr.  Venturi  ,  oj).  cit.  ,  1 ,  207.  Della  decorazione  tloreale  oltre 
alcuni  dipinti  inediti  delle  Catacombe  Siracusane  di  cui,  per  cortesia  del 
Prof.  Orsi  qui  riproduco  il  più  significativo,  è  esempio  il  musaico  di  Ca- 
rini,  appunto  di  quest'epoca,  ora  al  Museo  di  Palermo  (G-iorn.  Entr.  , 
3113)  la  cui  decorazione,  semplicissima,  è  costituita  da  rozzi  fiori  (rossi 
e  neri)  dentro  riquadri  geometrici,  e  due  dipinti  delle  Catacombe  di  Mar- 
sala, di  cui  uno  rappresenta  un  soffitto  a  cassettoni.  Fììhrer-Schultze, 
op.  cit.,  pag.  286-7. 

(5)  Varine,  I,  39;  IV,  6. 


80  I  BARBARI   ED   I    BIZANTINI   IN   SICILIA 

eni  contrario  alla  cultura  ed  alle  lettere,  che  non  deve  giu- 
dicarsi troppo  severaineutt»  la  quasi  distruzione  dell'anfitea- 
tro di  Catania  (1),  avvenuta  col  suo  consenso,  e  ciò  se  non 
perchè  essa  fu  consigliata  da  necessità  della  >'ita  pratica , 
certamente  perchè  non  è  giusto  giudicare  le  azioni  degli 
antichi  secondo  le  vedute  tutte  nuove  che  ci  guidano  oggi. 

A  questo  tempo  va  riferita  la  misteriosa  poetessa  Sici- 
liana :  Blpide,  autrice  dell'inno  «  O  Roma  Nobilis  »  su  cui 
niente  di  preciso  ci  è  dato  di  conoscere  (2). 

In  complesso  quei  cinquant'  anni  che  vanno  dal  440  al 
49(),  dei  quali  ho  iìn  qui  ricostruito  la  storia  sono  per  quel 
che  riguarda  le  condizioni  generali  nettamente  divise  in  due 
l)eriodi  radicalmente  diversi  :  l'uno  di  dissoluzione,  il  van- 
dalico, l'altro  di  relativo  benessese  :  il  Gotico.  Ma  quest'ul- 
timo durò  troppo  poco  per  poter  dare  qualche  elfetto. 


Biagio  Pack 
(  Continua) 


(1)  Su  questo  grandioso  Antiteatro,  di  cui  da  podii  anni  s'è  messa  alla 
luce  una  parte,  oltre  i  vecchi  lavori  degli  Archeologi  Catanesi  Musumbci 
ed  Ittar,  e  l'opera  del  Sbrradifalco  {Antichità  di  Sicilia  ,  voi.  V,  p.  19- 
21)  si  vedano  alcuni  articoli  del  Prof.  F.  Fichkra,  in  «  Archivio  Storico 
per  la  Sic.  Orientale»,  a.  I  e  II  (1904-1905). 

(2)  Cfr.  Appendice  D.  «  La  Siciliana  Elpide  ». 


MISCELLANEA 


LA  CACCIATA  DEL  VICERÉ  FOGLIANI 


(Cont.  V.  a.  XXXIV,  fase.  Ili  -  IV). 

Intanto  il  Viceré,  insieme  con  D.  Girolamo  Palermo,  Giudice 
della  R.  Monarchia,  l'Avv.  Fiscale  della  G.  C.  D.  Asmundo  Pa- 
terno, il  Segretario  D.  Sigismondo  Mechelli,  il  Brigadiere  Odea 
(che  lo  stesso  giorno  partì  per  Napoli)  e  il  Gons.re  Deodato.Tar- 
giani,  cercava  la  via  più  sicura  da  seguire.  Quest'ultimo  aveva 
proposto  che  «  si  divulgasse  un  bando  col  quale  si  proibissero  le  u- 
nioni  e  processioni  ,  e  intanto  subito  si  fossero  chiamate  truppe 
da  Marsala,  da  Trapani,  e,  bisognando,  anche  da  Messina  ». 

Questo  parere,  sostenuto  anche  dal  segretario,  non  fu  appro- 
vato dagli  altri ,  i  quali  ritenevano  che  «  col  bando  si  sarebbe 
sviluppato  un  nuovo  delitto  di  controvensione  con  offesa  manife- 
sta della  dignità  viceregia  ;  e  che  essendosi  già  acquietati  gli  ani- 
mi con  la  parola  ,  che  si  era  dato  di  farsi  Pretore  Interino  il 
M.se  di  Sortino,  non  era  necessario  il  far  venir  truppa  y^. 

Però,  nonostante  il  popolo  si  mostrasse  soddisfatto  della  su- 
detta  promessa,  questa  non  giovò  punto  all'intento. 

Ormai  le  cose  erano  così  avanzate  che  non  sì  poteva  più  evi- 
tare il  tumulto. 

La  sera  del  18,  come  al  solito,  alcuni  della  Nobiltà  si  erano 
recati  nella  villa  del  Viceré  a  fargli  corte ,  a  dargli  conversa- 
zione, che  si  aggirò  sui  disordini  fino  allora  accaduti. 

Scioltasi  la  conversazione ,  alcuni  di  essi ,  presaghi  di  mag- 
giori ed  ulteriori  disordini,  stimarono  ben  fatto  rientrare,  facendo 
sapere  al  Viceré,  già  ritiratosi  nel  gabinetto,  la  premura  che  ave- 
vano di  rivederlo. 

Uscì  il  Viceré  dalla  camera  per  ascoltarli ,  e  il  Principe  di 
Trabia  parlò  in  nome  di  tutti  gli  altri  presenti ,  offrendo  il  va- 
lore di  ognuno  al  servizio  del  Re,  della  Patria,  e  di  lui  stesso. 
Il  Viceré  gradì  moltissimo  questa  offerta  e  raccomandò  a  cia- 
scuno che  si  occupasse  di  ottenere  la  pubblica  tranquillità,  pen- 

Arch.  Stor.  Sic,  N.  S.,  Anno  XXXV.  6 


82  MISCELLANEA 


sando  a  qualche  mezzo  efficace.  Il  Principe  di  Resultano  consi- 
gliò di  affidare  alle  Maestranze  e  a'  loro  Consoli  i  Baluardi  della 
Città  e  la  custodia  della  medesima,  in  modo  da  ottenere  due  utili 
risultati  :  mostrare  agli  artigiani  la  fiducia  del  governo  nel  loro 
zelo  e  nella  loro  fedeltà  per  il  Sovrano  e,  quand'anche  le  Mae- 
stranze fossero  state  unite  coi  tumultuanti,  diminuirli  di  un  con- 
siderevole numero  che  avrebbe  dovuto  necessariamente  invigilare 
alla  guardia  dei  Baluardi. 

Ma  questo  parere  fu  contraddetto  da  un  Ministro  ivi  presente, 
il  quale  sosteneva  che  il  governo,  facendo  un  tal  passo,  avrebbe 
dato  segno  evidente  della  propria  debolezza ,  e  fatto  conoscere 
che  sperava  solo  nel  sostegno  dei  Consoli  delle  Arti,  la  qualcosa 
dimostrava  soverchio  avvilimento  quando  occorreva  il  contrario. 

In  questa  disparità  di  opinioni ,  il  Viceré ,  perplesso ,  nulla 
conchiuse  ;  solamente  tornò  a  raccomandare  ad  ognuno  la  tran- 
quillità pubblica.  La  domenica,  19,  il  Viceré,  gravemente  impen- 
sierito ,  si  ritirava  dalla  sua  Casina  di  Mezzomonreale  nel  Pa- 
lazzo Regio. 

Mille  risoluzioni  si  affacciavano  alla  mente  dell'  accorto  vec- 
chio ,  sorpreso  dalla  furia  di  quel  popolo  ,  dal  quale  aspettava 
devozione  e  rispetto.  Circondato  da  numerosi  consiglieri,  chiedeva 
ora  a  questo  ora  a  quello  un  aiuto,  un  sollievo  ;  timido  ed  irri- 
soluto, non  sapendo  a  qual  partito  appigliarsi.  Il  popolo  invece 
tendeva  diritto  al  fine,  valendosi  dei  più  deplorevoli  mezzi. 

Il  male  aveva  vinto  :  per  il  povero  Pretore  non  si  aveva  or- 
mai alcuna  speranza  di  salvezza  ;  ben  presto  avrebbe  cessato  di 
vivere.  Finalmente  la  scintilla ,  che  avrebbe  fatto  cambiare  in 
terribile  incendio  quel  fuoco  fino  allora  sopito  sotto  la  cenere , 
era  scoppiata.  Per  salvare  le  apparenze,  come  spesso  suole  acca- 
dere, fu  dato  principio  alla  rivolta  da  un  gruppo  di  ragazzi  che 
fingevano  giocare  nella  piazza  «  dalla  parte  posteriore  del  palazzo 
Senatorio,  a  fronte  della  porta  di  S.  Cataldo». 

Si  recarono  a  comprare  il  pane  al  forno  del  palazzo ,  che  a- 
veva  molto  contribuito  a  fomentare  le  pubbliche  lagnanze  (1). 

Il  capo  dei  rivoltosi ,  Francesco  Maurigi ,  detto  volgarmente 


(1)  Sole  vasi  questo  forno  gabellare;  ma,  nel  mese  di  agosto  del  73, 
il  Barone  Lo  Guasto,  incaricato  degli  affari  del  Vìceregnante ,  risol- 
vette di  non  gabellarlo  ed  amministrarlo  da  sé  economicamente.  Per 
Avere  un  maggiore  spaccio  di  pane,  imponeva  ai  venditori   delle   pub- 


MISCBLLANHA  83 


Saturapesci,  affisse  ad  una  canna  un  pane  di  cattiva  qualità  (1); 
ed  animando  vieppiù  i  compagni  alla  rivolta  ,  se  ne  andò  gri- 
dando per  le  vie  della  città  :  «  Popolo  di  Palermo,  scuotiti  una 
buona  volta:  vogliamo  pane  bianco  !» .  E  poi,  agitato,  sconvolto, 
seguito  dalle  grida  di  molti  compagni  :  «  Non  è  ancor  morto  il 
nostro  padre  e  il  pane  è  cattivo  e  ritagliato  ».  Assaltarono  diver- 
si altri  forni,  e  nel  quartiere  dell'Albergarla,  Piazzetta  Grande, 
e  in  Piazza  Ballarò  ,  e  nella  piazzetta  vicino  la  chiesa  dei  Ben- 
fratelli  e  dirimpetto  la  calata  del  conte  Fiderico,  e,  non  erano  più 
pochi  ragazzi ,  ma  molti  ^uomini  grandi  e  piccoli  che, portando 
gran  quantità  di  pane  alle  canne  affissato  *  si  avviavano ,  in 
ciurma  scompigliata  e  ribelle,  all'assalto  del  Palazzo  Reale. 

Verso  le  ore  15  i  tumultuanti  erano  circa  un  centinajo  e  riu- 
scirono a  disarmare,  assalendola  improvvisamente  a  sassate,  la 
sentinella  della  statua  del  Re  Filippo  IV,  posta  di  fronte  la  porta 
di  destra  del  Regio  Palazzo. 

Indi,  infilzando  il  pane  sulla  bajonetta,  quella  ciurmaglia,  che 
andava  ingrossando  di  tratto  in  tratto  e  diventava  più  forte  per 
le  armi  che  strappava  dal  fianco  di  coloro  nei  quali  s'imbatteva, 
avanzava  per  la  via  del  Cassero  e  andava  a  unirsi  ad  altri  tu- 
multuanti che,  raccolti  davanti  il  Palazzo  Senatorio ,  inveivano 
contro  il  Sindaco  Don  Corrado  Lanza.  Ma  questi  era  stato  pre- 
cedentemente consigliato  da  due  ragguardevoli  cittadini,  venuti 
da  parte  di  alcuni  consoli ,  ad  allontanarsi  da  Palermo  .  perchè 
idee  di  vendetta  si  concepivano  contro  di  lui,  creduto  autore  prin- 
cipale della  tassa  sulle  aperture,  imposta  tre  anni  prima. 

Uscì  egli  infatti  dalla  città  e  si  stabilì  otto  miglia  distante  da 
essa.  S'  eia  anche  allontanato  da  Palermo  Stefano  di  Pasquale 
che,  travestito  da  soldato,  aveva  scampato  l' ira  del  popolo  che 
lo  voleva  bruciato  vivo. 

Era  venuto  alfine  il  momento  di  porre  termine  a  tutte  le  fin- 
zioni e  dar  libera  esecuzione  alla  congiura  abilmente  ordita. 


bliche  piazze  di  dar  via  questo  a  preferenza  di  quello  dei  particolari. 
Di  più  il  pane  del  forno  economico  del  Palazzo  era  di  cattiva  qualità 
e  leggero  di  peso;  così  che  numerosi  malcontenti  e  lagnanze  si  erano 
suscitati  in  tutto  il  popolo.  Vedi  doc.  III. 

(1)  Si  dubitò  che  fosse  stato  fatto  di  cattiva  qualità  appositamente 
dai  sediziosi.  Ma  questa  opinione  fu  pubblicata  posteriormente ,  forse 
in  difesa  del  Fogliani,  dai  suoi  partigiani  detti  in  seguito  Foglianisti, 


84  MISCELLÀNEA 


I  rivoltosi ,  divisi  in  due  schiere ,  si  avviarono  contempora- 
neamente, parte  al  Palazzo  della  Vicaria  e  parte  al  Palazzo  Regio. 

Ai  primi  si  oppose  fortemente  la  truppa  di  guardia  di  dette 
carceri ,  aumentata  nei  giorni  precedenti  ,  ma  il  popolo  non  si 
sgomentò,  anzi  costrinse,  con  una  pioggia  di  sassi ,  la  truppa  a 
ritirarsi  e  a  serrare  le  porte  della  Vicaria. 

Corse  poi  alla  vicina  Marina  ,  prese  dalle  feluche  ivi  appro- 
date armi  e  petriere ,  tolse  dal  fortino  della  Garìta  un  cannone 
di  grosso  calibro,  e,  ritornato  all'assalto ,  tentò  cinque  volte  di 
sparare  il  cannone  ;  indarno  :  era  mal  caricato.  Scorgendo  inutili 
questi  sforzi  per  mancanza  di  palle,  assaltò  la  casa  di  un  polve- 
rista,  donde  tolse  polvere,  folgori,  bombe  di  giuochi  artificiali , 
mercè  i  quali,  e  con  l'aiuto  anche  delle  petriere,  riuscì  ad  abbat- 
tere la  porta  della  Vicaria.  Era  ormai  impossibile  che  la  guar- 
dia resistesse  al  furore  di  quella  turba,  che  ,  spingendosi  fra  le 
più  scure  tane  di  questo  carcere,  ruppe  invetriate,  ridusse  in  fran- 
tumi gli  strumenti  ferali,  sbrandellò  la  divisa  del  boja  (1),  portò 
via  il  più  odioso  ricordo  del  triste  albergo  ,  una  pila  in  pietra , 
che  ogni  Siciliano  nominava  con  terrore,  e  appiccò  il  fuoco  che 
tutto  doveva  distruggere. 

Gli  furono  consegnate  le  armi  da  quei  60  soldati  (secondo  al- 
tri 40,  secondo  altri  30)  ai  quali  da  taluno  si  gridava  :  «  Nui  nun 
V  avemu  cu  vui ,  ca  vi  ricunuscemu  comu  nostri  paisani ,  e  cu 
la  divisa  di  lu  nostru  Re  ,  di  cui  nni  gloriamu  di  essiri  fidili 
vassalli ,  ma  cu  lu  malti  cuvernu  »  (2)  ;  furono  messi  in  libertà 
circa  250  carcerati.  Alcuni ,  essendo  imprigionati  per  cause  ci- 
vili o  per  debiti,  non  volevano  uscire  temendo  si  aggravasse  il 
loro  reato,  ma  vi  furono  costretti  da  quella  turba  efferata  :  «  Sor- 
tirono tanti  inquisiti  giovani,  che  sembrando  decrepiti,  avevano 


(1)  II  boja  era  l'essere  più  abbietto  delia  giustizia  ;  vestiva  sempre 
casacca,  calzoni,  berretto  e  calze  di  panno,  metà  rosso  e  metà  giallo  ; 
sicché  da  un  lato  aveva  il  colore  del  sangue,  e  dall'  altro  quello  della 
morte,  livrea  ufficiale,  non  creata ,  ma  riprodotta  sulle  foggie  italiane 
del  sec.  XIV.  Egli  non  poteva  mai  smetterla,  ed  al  bisogno,  la  copriva 
con  un  cappotto  d'albagio  nero,  dietro  il  quale  era  disegnata  una  forca. 
La  provenienza  del  boja  era  degna  del  suo  mestiere.  Era  stato  un  con- 
dannato a  morte  o  alle  catene  perpetue  ;  ma  aveva  ricevuta  la  grazia 
della  vita  a  condizione  che  la  togliesse  agli  altri  con  tutte  le  forme  le- 
gali della  giustizia  :  orribile  baratto  che  fa  tremare  di  ribrezzo  ! 

(2)  Vedi  ms.  Qq,  F.  231  della  Biblioteca  Comunale  di  Palermo, 


MISCELLÀNEA.  85 


(per  mezzo  dei  ferri)  perduto  totalmente  Vuso  di  cam,m,inare.  Ve 
ne  fu  uno  tra  gli  altri,  che  per  mancanza  di  forze ,  non  poteva 
tampoco  sostenersi  in  gambe,  il  quale  all'istante  da  quella  stessa 
venne  provveduto  e  rifocillato  che  fu  se  ne  andiede  libero  e  franco 
uguale  alti  primi». 

Tutti  questi  abili  maneggi  non  8i  potevano  certamente  com- 
piere da  una  moltitudine  di  plebei,  in  maggior  parte  ragazzi,  senza 
un  abile  capo  che  li  consigliasse  e  dirigesse.  Si  vuole,  e  non  credo 
sia  il  caso  di  metterlo  in  dubbio,  che  alla  plebe  si  fossero  unite 
le  maestranze  (1)  e  che  il  tutto  fosse  precedentemente  ordinato 
dai  consoli  raccolti  nel  refettorio  del  Monastero  della  Gancia  (2). 

Nello  stesso  tempo ,  per  paura  che  il  popolo  tentasse  nuovi 
eccessi,  furono  messi  in  libertà  i  carcerati  dell'arcivescovado,  del- 
la corte  del  capitano  giustiziere,  e  flnanco  le  donne  mal  maritate 
della  Vetriera  e  tutte  le  altre  ree,  che  dal  Vicario  Generale  e  dal- 
l'Arcivescovo si  tenevano  prese  in  altri  femminili  ritiri. 


Dopo  che  la  sentinella  della  statua  di  Filippo  IV  era  stata 
disarmata,  i  due  portoni  del  Palazzo  Regio  s'erano  serrati,  e  la 
guardia  stava  in  atto  di  difesa. 

Intanto  il  Viceré,  rivolto  al  Consultore  Targiani,  a  Emanuele 
Bottari ,  air  avv.to  Fiscale  del  Patrimonio,  al  Pres.te  Leone,  al 
M.se  Loreto,  ed  al  Duca  di  Misilmeri,  che  gli  stavano  attorno , 
disse  :  <<  Signori  miei,  fatevi  animo:  consultate  quello  che  farsi 
deve  »  (3).  Si  esposero  varii  criterii.  Il  Consultore  propose  che 
si  facesse  accorrere  senza  indugio  la  truppa,  che  il  Viceré  si  ri- 


Ci)  Ms.  Qq.  E.  35  della  Bibl.  Gom.  di  Palermo. 

(2)  Vedi  doc,  ined..  Archivio  di  Stato  di  Palermo.  Real  Segreteria. 
Busta  2176. 

Fin  dalle  prime  turbolenze  fui  d'avviso ,  che  senza  capo  parca  dif- 
ficile muoversi  il  corpo,  e  che  l'artegianì  tutti  divisi  in  72  arti  formano 
più  di  40000  uomini  atti  all'armi,  e  che  essendo  a  loro  connaturale  il 
piacere  della  caccia  sono  tutti  provvisti  di  schioppo,  ed  esperti  a  ma- 
neggiarlo, e  che  fu  pensiero  suo,  come  quello  della  plebe,  scacciare  il 
Viceregnante,  e  sono  pure  di  sentimento  che  altra  più  distinta  persona 
saggia  li  regga,  e  che  i  preti,  li  monaci  ebbero  gran  parte  almeno  con 
consigli  in  questo  fatto.  (V.  Ms.  Qq.  H.  118-13  della  Bibl.  Com.  di  Pa- 
lermo. 

(3)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Napoli.  Affari  diversi  di  Si- 
cilia. Busta  N.  477. 


86  MISCELLANEA 


fuggiasse  in  Castello,  e  che  si  pubblicasse  un  bando  per  imporre 
a  lutti  i  fedeli  vassalli  di  S.  M.  di  ritirarsi  subito  in  casa. 

Il  Bottari  fece  notare  come  non  avendo  S,  E.  truppa  militare 
di  forza  uguale  all'impeto  popolare,  non  convenisse  cimentarla  ; 
esser  utile  invece  che  i  più  benemeriti  cittadini  e  i  più  distinti 
Magnati  cercassero  di  raddolcire  l'ira  del  popolo  con  buone  pa- 
role, con  promesse  lusinghiere.  Ma  i  nobili  lì  presenti  si  rifiuta- 
rono, dicendo  che  alla  nobiltà  non  conveniva  cimentarsi,  perchè 
qualora  venisse  disubbidita  e  disprezzata  si  accenderebbe  un  fuo- 
co maggiore  (1). 

Il  Viceré,  avuta  notizia  dello  stabilito  assalto  della  Vicaria  , 
ordinò  al  Battaglione  Yauk,  che  stava  di  presidio  in  Castellam- 
mare, di  mettersi  in  marcia  e  di  andare  ad  accamparsi  nel  piano 
della  Marina.  Il  Comandante,  in  mancanza  del  Maresciallo  che, 
per  ordine  regio,  era  a  Messina,  rispose  che  non  poteva  assolu- 
tamente abbandonare  il  Castello.  Replicò  il  Viceré  l'ordine,  e  fu 
risposto  che  lo  mandasse  in  iscritto.  Al  terz'ordine,  finalmente, 
il  battaglione  si  mise  in  marcia,  ma  giunse  alla  Vicaria  quando 
questa  era  già  in  fiamme  ed  il  popolo,  al  grido  di  «  Viva  il  Re 
e  fuori  il  cattivo  governo  !  »  si  era  avviato  per  il  Cassero. 

La  sentinella  della  porta  del  Quartiere  diede  la  voce  allerte  e 
un'altra  sentinella  avvisò  che  dal  Cassero  si  avanzava  verso  il 
Palazzo  gran  moltitudine  di  gente.  Furono  subito  chiuse  e  rinfor- 
zate le  porte  del  Quartiere  :  il  Comandante  Bianco,  per  ordine 
del  Viceré,  fece  riprendere  le  armi  al  Reggimento,  divise  un  corpo 
di  80  uomini  in  5  altri  piccoli  e  li  pose  a  custodia  del  Quartiere 
in  cinque  punti  diversi,  mentre  il  grosso  del  Reggimento  s'impos- 
sessava dei  bastioni,  situati  a  destra  e  a  sinistra  del  Palazzo 
Regio.  Il  primo  era  senza  cannoni  e  fu  occupato  da  una  metà 
della  truppa,  formata  di  110  uomini,  sotto  il  comando  del  Sargente 
Mag.re  Cav.  Pinelli,  l'altro,  munito  di  due  pezzi  di  cannone,  fu 
occupato  dall'altra  metà  della  truppa,  risultante  anch'essa  di  110 
uomini  e  comandata  dal  Cav.  Bianco,  mentre  il  resto  del  Reg- 
gimento era  al  distaccamento  di  Termini,  Castel  del  Molo,  Forzati 
del  Molo,  fuori  Porta  Nuova,  alla  Vicaria,  all'ospedale,  a  guardia 
del  Casino  di  campagna  del  Viceré.  Si  esaminò  se  dietro  il  Rea! 
Palazzo  il  popolo  potesse  dare   qualche  assalto  improvviso ,   e , 


(1)  Vedi  doc.  ined.  dell'  Archivio  di  Stato  di  Napoli.  Affari  diversi 
di  Sicilia.  Busta  n.  477. 


MISCELLÀNEA  87 


risultando  che  sopra  il  giardino,  e  propriamente  al  forno  della 
R.  Monizione^  potevasi  facilmente  scalare  per  trovarsi  la  mura- 
glia troppo  bassa,  vi  furon  posti  un  Ufficiale  e  20  soldati  tolti 
dai  due  Bastioni  ;  più  alcune  sentinelle  che  dovevano  scortare 
dalla  parte  della  campagna. 

Il  Viceré  incaricava  il  Principe  di  Cutò,  Girolamo  Filingeri, 
(venuto  allora  nella  Capitale  per  accudire  agli  interessi  dì  sua 
casa)  di  mettersi  a  capo  di  64  cavalli  (Reggimento  dei  Dragoni 
della  Regina)  e,  ajutato  dal  Com.rio  di  Guerra  D.  Ferdinando  di 
Logerot,  di  raggiungere  dalla  parte  superiore  del  Cassero  la  plebe 
tumultuante;  mentre  inviava  il  battaglione  di  Yauk  dalla  parte 
del  basso  Cassero  ,  con  ordine  esplicito  di  usare  tutte  le  buone 
maniere  per  acquietare  la  Concitazione  e  di  servirsi  delle  armi 
qualora  avessero  avuto  il  fuoco  addosso. 

Partirono  dette  milizie,  e  in  Piazza  Vigliena  (detta  volgarmente 
li  quattru  cantuneri),  s'imbatterono  nel  popolo  che,  vedendo  la 
Cavalleria  da  una  parte  e  la  fanteria  dall'  altra ,  si  divise  in  fa- 
zioni :  taluni  presero  posto  nei  viottoli  che  sboccano  nel  Cassero, 
e  il  grosso,  composto  di  10000  persone,  faceva  fronte  col  canno- 
ne alla  Cavalleria  e  con  le  petriere  al  Corpo  degli  Svizzeri. 

Ormai  il  popolo  non  aveva  più  nulla  da  temere  :  quei  pochi 
soldati  non  potevano  opporre  alcuna  resistenza,  che,  se  lo  aves- 
sero appena  tentato  ,  sarebbero  stati  trucidati  immediatamente. 
Era  impossibile  far  fronte  in  cosi  poco  numero  alla  forza  furibon- 
da dei  rivoltosi,  che  chiedevano  l'espulsione  del  Fogliani  al  gri- 
do sempre  più  incalzante  di   Viva  il  Re  e  fuori  il  Viceré. 

Ad  essi  s'erano  uniti  i  Carcerati  messi  in  libertà  dopo  l"  in- 
cendio della  Vicaria,  donde  era  stato  tolto  il  ritratto  del  Re,  ora 
portato  per  le  vie  da  un  tal  Giuseppe  Pozzo,  soprannominato  Na- 
sca, che  cavalcava  il  cannone. 

All'arrivo  della  Cavalleria,  molti  rivolsero  le  armi  contro  il 
Comandante,  certo  avrebbero  fatto  fuoco  se  taluni  dai  balconi  non 
avessero  gridato  «  Bassa  la  mano,  che  questi  è  il  Principe  di  Cutò, 
nostro  Concittadino».  Rianimatosi  Girolamo  Filingeri,  si  fece  a- 
vanti  in  mezzo  a  quella  turba  e  disse  con  intrepida  voce  :  «  Oh 
bene,  si  tira  ad  uno  che  viene  per  acquietarvi  f  »  La  turba  rispo- 
se :  «  Viva  il  Re  !  »  Ed  egli  soggiunse  :  •«  Viva  il  Re  per  mille 
anni,  ma  la  maniera  di  mostrarsi  fedeli  ed  ubbidienti  al  Sovra- 
no non  è  questa  di  venir  coll'armi  alla  mano  ».  Bastò  ciò  perchè 
la  folla  abbassasse  le  armi  e  gli  projwnesse  di  fare  allontanare 


88  MISCELLANEA 


la  Cavalleria.  In  caso  contrario,  minacciava  di  dar  fuoco  al  can- 
none. «  In  questo  stato  di  cose,  con  soli  64  uomini  a  fronte  di 
un  numero  così  evidentemente  vantaggioso  provveduto  d' ogni 
sorta  di  arma ,  tenendo  presente  1'  ordine  del  Viceré  di  non  far 
sangue,  e  conoscendo  evidente  l'inutile  sacrifizio  della  truppa  del 
Monarca,  stimai  far  allontanare  pochi  passi  la  cavalleria,  ed  or- 
dinai ai  soldati  di  rimettere  nel  fodero  le  spade.  »  (1). 

Così  dice  il  Principe  di  Cutò  nella  relazione  fatta  al  Tanucci, 
mentre  il  Targiani  aggiunge  che  il  detto  Principe  era  andato  a 
riferire  al  Viceré  che  si  sarebbero  vinti  i  tumultuanti,  se  fosse 
stato  permesso  di  far  fuoco  sopra  di  essi  (2);  cosa  del  tutto  inve- 
rosimile, come  risulta  dal  fedele  racconto  degli  avvenimenti.  For- 
se il  Targiani  avrà  voluto  mostrare  la  giustezza  del  Consiglio  da 
lui  precedentemente  dato  al  Viceré. 

Il  popolo  consegnò  tosto  nelle  mani  del  Filingeri  le  armi  che 
aveva  tolto  ai  soldati  che  custodivano  il  carcere,  e  quelle  di  cui 
era  precedentemente  provvisto.  Non  volle  però  cedere  né  il  ritrat- 
to del  Re,  né  il  cannone  e  le  petriere.  Tre  furono  le  condizioni 
pretese  dal  popolo  :  si  ritirasse  la  truppa,  gli  si  desse  il  Marche- 
se Sortino  per  Pretore,  partisse  il  Marchese  Fogliani. 

Il  Principe  di  Cutò  rispose  che  la  truppa  si  sarebbe  ritirata, 
che  non  vi  era  alcuna  difficoltà  per  la  nomina  del  M.se  Sortino; 
ma  che  in  quanto  al  Viceré  avrebbe  cercato  di  persuaderlo  a 
prendere  qualche  opportuna  risoluzione  per  il  bene  dei  sudditi. 

Il  Nasca ,  salito  su  un  banco ,  dove  vendeva  acqua  gelata 
mastro  Rosciglione,  e  portando  in  alto  il  ritratto  del  Re,  incitava 
la  turba  a  continuare  nella  rivolta  e  a  non  cedere  finché  non 
fosse  venuto  il  M.se  Sortino. 

Quest'afflittissimo  Magnate  se  ne  stava  nel  Palazzo  Senatorio, 
tutto  compreso  nel  dolore  per  la  disperata  malattia  del  suo  amato 
fratello,  e  nello  stesso  tempo  pronto  a  sacrificarsi  per  il  bene 
del  popolo  e  del  Sovrano.  Seguito  da  alcuni  altri ,  noncurando 
la  morte  che  l'avrebbe  potuto  incogliere  in  mezzo  a  queir  insa- 
na plebe  ,  si  avanzò  in  Piazza  Vigliena  ,  fino  al  banco  ,  donde 
Nasca  continuava  a  gridare  :  «  Viva  il  Re,  fuori  il  cattivo  gover- 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Napoli.  Affari  diversi  di  Si- 
cilia. Busta  479. 

(2;  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Napoli.  Giunta  di  Sicilia. 
Busta  N.  478. 


MISCELLANEA  89 


no  !  *  —  e  ottenne  la  cessione  di  una  petriera  e  del  ritratto  ,  a 
patto  però  che  questo  si  portasse  dallo  stesso  Nasca  nella  Casa 
Senatoria. 

Il  Viceré,  informato  di  tutto  quanto  era  successo  ,  ma  igno- 
randone la  causa  prima,  pensò  di  chiamare  alcuni  nobili,  perchè 
si  unissero  con  l'Arcivescovo  e  con  i  Consoli  delle  arti,  che  egli  cre- 
deva innocenti  di  tali  furori ,  e  cercassero  di  frenare  l'impeto 
dei  ribelli. 

Vi  riuscì  infatti  l'Arcivescovo  che,  appena  arrivato  in  Piazza 
Vigliena  ,  pronunziò  il  seguente  discorso  :  «  Cria  si  è  ritirata  la 
truppa,  già  si  sono  deposte  le  armi,  invece  delle  quali  vi  si  presenta 
la  Croce.  Figli  amatissimi,  da  Padre  amantissimo,  che  vi  sono  vi 
assicuro  ,  che  le  rivoluzioni  e  le  tumtiltuazioni  ,  le  sollevazioni 
del  Popolo,  sono  cose  che  dispiacciono  al  sommo  Iddio,  e  perciò 
non  sono  il  mezzo  efficace  per  poter  voi  ottenere  lo  che  giusta- 
mente ricercate.  Acquietatevi  dunque ,  e  non  dubitate  ,  che  se  vi 
bisognasse  tutto  il  mio  sangue,  tutto  ben  volentieri  lo  spargerei 
per  esservi  accresciute  le  annone ,  e  per  le  buone  qualità  delti 
generi.  Vi  priego  non  mi  fate  arrossire,  dicendosi  che  in  tempo 
del  mio  governo  succedono  tali  inconvenienti,  e  che  forse  proven- 
gono dalle  mie  male  dispacciate  dottrine.  Io  vi  assicuro  a  nome 
di  tutto  il  governo,  che  vi  si  perdonano  tutti  i  delitti  sin'ora  com- 
messi, così  ognun  di  voi  assicurarmi  deve  della  quiete*. 

Ed  aspettando  la  risposta ,  avendo  tutti  concordemente  pro- 
messa la  pace,  ripigliò  Monsignore  :  —  *  In  contrassegno  dunque 
della  fedele  compromessa  ritirisi  ogn'uno,  mentre  io  incarico  a 
tutti  di  accudire  coi  proprii  Consoli,  sti  la  dei  quali  accortezza 
ha  già  deposto  il  governo  la  cura  di  tutta  la  Patria  ,  ed  Io  da 
qui  non  partirò  se  non  vedo  prima  scemata  la  ìnoltìtudine  del 
Popolo  (1). 

Così  si  consegnarono  le  tre  petriere  e  il  Cannone,  e  si  sciolse 
a  poco  a  poco  quella  ciurmaglia,  che  si  mostrava  del  tutto  quieta. 
Le  truppe  si  ritirarono  dai  due  Bastioni  del  Palazzo  ,  dove  fu- 
rono lasciate  solo  due  sentinelle. 

Il  Battaglione  di  Yauk  fu  situato  nell'atrio  e  nelle  scale  dello 
stesso  Palazzo.  La  notte  passò  tranquilla  ;  solo  i  condannati  ai 
pubblici  lavori,  che  stavano  nell'arsenale  in  numero  di  260,  in- 


(1)  Vedi  relazione  inedita  di  Cristoforo  Rizzo  —  Appendice  I. 


90  MISCELLANEA 


tesa  la  liberazione  dei  carcerati,  si  amniutinarono,  e  fecero  forza 
essi  pure  per  liberarsi  ;  onde  fu  necessario  farli  trasportare  per 
mare  nel  Castello,  dove  trovavasi  a  guardia  il  Capitano  D.  Carlo 
Odoardo  Yauk ,  figlio  del  Maresciallo  assente,  che  aveva  al  suo 
comando  solo  quaranta  soldati,  oltre  quelli  che  avevano  scorta- 
to i  forzati  (1). 

Gli  artigiani,  ajutati  da  alcuni  nobili,  giusto  come  era  stato 
loro  raccomandato  dall'Arcivescovo,  rondavano  per  la  città  per 
evitare  qualsiasi  disordine. 

La  sera  avanti,  non  riuscendo  il  Fogliani  a  raccapezzare  più 
nulla  in  mezzo  a  quella  confusione  di  idee  che,  senza  alcun  or- 
dine, gli  si  affacciavano  alla  mente ,  temendo  e  sperando  nello 
stesso  tempo,  lasciò  libero  il  Logerot  di  prendere  quelle  risolu- 
zioni che  più  gli  sembrassero  convenienti. 

Questi,  durante  la  notte,  inchiodò  i  Cannoni  dei  Baluardi  della 
Città  e  vi  tolse  le  casse  e  le  ruote,  trasportò  da  Castellammare 
al  R.  Palazzo  tutti  i  soldati  del  Reggimento  Svizzero  e  quelli  di 
Pietraperzia,  con  grande  quantità  di  fucili ,  polvere  e  palle;  or- 
dinò che  venissero  subito  in  Palermo  la  fanteria  di  Trapani  e 
ia  Cavalleria  di  Marsala,  in  modo  che,  essendo  disarmati  i  Ba- 
stioni, con  l'ajuto  di  questa  truppa,  si  sarebbe  potuto  sopraffare 
la  plebe  qualora  avesse  tentato  una  nuova  rivolta.  Di  più  ,  per 
ordine  dell'ajutante  del  Viceré,  il  M.se  Caldarera,  si  erano  fatte 
girare  durante  le  notti  varie  pattuglie  di  soldati  per  il  piano  del 
R.  Palazzo  e  per  le  strade  che  ad  esso  conducono. 

In  un  momento,  per  un  mal  pensato  rimedio  del  Com.te  G.le, 
veniva  ad  annientarsi  tutta  la  clemenza  sino  a  quel  punto  dimo- 
strata dal  Viceré. 

Non  se  n'era  avuto  esempio  uguale  in  tutti  i  suoi  18  anni  di 
governo.  Egli  era  da  tutti  chiamato  il  saggio,  lo  scaltro,  la  scuola  vi- 
va del  governo,  il  profondo  nel  pensare,  lo  specchio  della  politica  : 
adesso  quella  precipitosa  risoluzione  era  affatto  opposta  a  ciascuna 
delle  sudette  qualità. 

Altro  non  si  attendeva  dal  popolo  per  sollevarsi  nuovamente: 
si  credette  ingannato  in  buona  fede,  perchè,  mentre  la  sera  avanti 
era  stato  assicurato  della  pace ,  adesso   si   minacciava  di  offen- 


1)  Vedi  Ms.  Qq.  177  della  Bibl.  Com.  di  Palermo. 


MISCELLANEA  91 


derlo  con  i  suoi  stessi  Cannoni.  Le  Maestranze ,  recatesi  con  i 
loro  consoli  da  Mons.  Arcivescovo  dal  quale  trovavansi  alcuni 
Magnati,  pubblicamente  così  parlarono  : 

«  Sig.re  Ecctno, 

Dal  fatto  sinora  accaduto  avete  candidamente  rilievato  ,  che 
senz'alciina  nostra  ingerenza  abbia  la  plebe  portato  a  cotesto  capi- 
tale tali  sconcerti,  e  disordini, pelli  quali  vi  siete  indotto  ieri  doppo 
pranzo  con  l'intervento  di  tutt'e  tre  li  Bracci  del  Regno  a  capitolare 
per  la  ptibblica  quiete  ad  istanza  della  Plebe,  quanto  publica mente 
ci  costa  :  Ma  siccome  dal  M.se  Fogliani  si  sono  certamente  messi 
in  prattica  mezzi  tali,  che  ad  evidenza  estrinsecano  la  frattura  dei 
convenuti;  Perciò  si  è,  che  le  nostre  Maestranze  si  fan  lecito  d'ora 
per  allora  recedere  dall'accordato,  e  porre  in  pratica  con  le  loro 
forze,  ed  armi  tutto  ciò,  che  sino  al  giorno  d'oggi  per  amor  del- 
la pace  denegato  lo  hanno  alla  Plebe,  che  tutt'ora  anziosa  e  bra- 
mosa ne  resta  delle  nostre  forze  (1)  ». 

Ormai  non  c'era  più  alcun  dubbio  :  le  maestranze,  buttata  via  la 
maschera,  si  univano  apertamente  con  la  plebe.  L'Arcivescovo, 
che  pur  la  sera  innanzi  aveva  affrontato  l'ira  del  popolo  per  farlo 
desistere  dalla  rivolta,  adesso  non  riusciva  a  convincere  gli  arti- 
giani e  li  lasciava  liberi  di  procedere.  Il  giorno  20  appariva  più  te- 
tro e  minaccioso  dei  precedenti.  La  truppa  non  doveva  più  far 
fronte  a  10000  uomini,  ma  a  più  di  50000;  15000  la  plebe  e  più 
di  40000  le  Maestranze,  allora  in  grandissima  potenza. 

Furibondo  il  popolo,  e  principalmente  i  maestri,  alla  lotizia 
che  i  bastioni  di  Ossuna  e  di  Porta  Montalto ,  la  cui  custodia 
veniva  affidata  alle  maestranze ,  fossero  stati  occupati  dalle  mi- 
lizie regie,  erano  pronti  a  far  man  bassa  su  tutto  e  su  tutti, 
qualora  non  si  soddisfacessero  i  loro  desiderii.  Se  avevano  com- 
messo tutte  quelle  violenze  e  tutte  quelle  efferatezze  nei  giorni 
precedenti ,  si  capisce  come  fosse  aumentata  la  loro  ira  in  quel 
giorno,  in  cui  alle  ore  12  e  3(4  era  avvenuta  la  morte  del  V.pe 
del  Cassero. 

Così  si  spegneva  colui ,  la  elezione  e  la  malattia  del  quale 
erano  state  causa  di  così  tristi  giorni;  si  spegneva,  mentre  il  po- 


(1)  Vedi  doc.  Ms.  Qq.  F.  HO  della  Bibl.  Cora,  di  Palermo. 


92  MISCELLANEA 


polo,  acciecato  dal  fanatismo,  voleva  o  la  fuga  o  la  morte  di  chi 
egli  chiamava  *  Nuovo  Verve  della  Sicilia*. 

Il  Fogliarli ,  oggetto  primo  di  questi  malcontenti  ,  lusingato 
fino  all'ultimo  dai  suoi  cortigiani ,  ignorava  quale  fosse  la  pre- 
cipua pretesa  del  popolo.  Nessuno  gliela  aveva ,  neppure  lonta- 
namente, accennata;  così  che,  quando  per  la  prima  volta  gli  venne 
comunicato  da  Emanuele  Bottari  che  il  popolo  voleva  il  suo  al- 
lontanamento ,  egli,  pieno  di  fiducia  ,  rispose  :  «  Sono  avanzato 
in  età,  non  ho  fatto  male,  mi  lusingo  che  tutto  anderà  bene  »  (1). 

Il  fuoco  della  ribellione  sempre  più  aumentava  per  le  false 
o  esagerate  voci;  il  popolo  irrompeva. 

Gli  artigiani  s'impossessarono  a  poco  a  poco  dei  bastioni,  a 
partire  dai  due  sudetti  di  Ossuna  e  di  Porta  Montalto,  i  cui  can- 
noni si  rivolsero  contro  il  Palazzo  Reale  che  rimaneva  nel  ijiezzo. 
La  plebe,  inerme,  assaltò  le  botteghe  degli  spadari  e  le  case  dei 
nobili,  strappò  le  spade  dal  fianco  dei  passanti,  saccheggiò  tutte 
le  barche  che  trovavansi  alla  Cala ,  o  molo  piccolo ,  presso  la 
porta  del  Carbone,  ed  infine  irruppe  contro  l'armeria  del  Senato, 
.e  vi  avrebbe  appiccato  il  fuoco  se  il  M.se  di  Sortino,  non  le  a- 
vesse  permesso  di  prendere  le  armi. 

Il  Targiani  riferisce  in  una  sua  relazione  al  Marchese  Tanucci 
come ,  fidando  nella  buona  opinione  che  di  lui  aveva  il  popolo 
di  Palermo,  nella  sua  coscienza  e  nello  zelo  di  vedere  estinto  il 
tumulto ,  mostro  orribile ,  andando  in  carrozza  con  Mons.  Arci- 
vescovo, avesse  cercato  tutti  i  mezzi  per  persuadere  la  moltitu- 
dine che  il  Viceré  non  poteva  partire  senza  la  licenza  di  S.  M. 
il  quale,  essendo  potentissimo  sovrano,  avrebbe  potuto  tutti  ina- 
bissare. Ciò  non  trova  riscontro  in  alcun  altro  scritto. 

D'altra  parte  veramente  benemerita  fu  in  questa  occasione 
l'opera  di  alcuni  Magnati,  tra  i  quali  primeggiò  l'Arciv.  Filan- 
geri,  per  il  cui  zelo  il  Re  ebbe  infinite  lodi.  Convinto  dell'  im- 
possibilità di  quietare  quella  turba  con  semplici  parole  e  pro- 
messe ,  egli  si  recò  alfine  al  Palazzo  del  Viceré  per  persuaderlo 
ad  allontanarsi  dalla  città,  per  pochi  giorni,  fino  a  che  si  fosse 
calmato  il  tumulto.  Il  Fogliani  rispose  che  non  poteva,  né  doveva 
lasciare  il  suo  posto ,  e  che  l' innocenza  della  sua  condotta  non 


(1)  Vedi  ms.  4  Qq.  D.  46  della  Bibl.  Coni,  di  Palermo. 


MISCELLANEA  93 


gli  faceva  temere  alcun  male.  Ma  anche  per  lui,  così  ingenuo  e 
fiducioso,  doveva  giungere  il  momento  terribile  del  disinganno: 
doveva  ben  presto  vedersi  solo  ,  abbandonato  tra  la  folla  degli 
assalitori,  in  balia  dei  nemici,  spinto  per  un  cammino  che  non 
aveva  mai  sognato,  vittima  della  propria  bontà  e  delle  maligne 
arti  degli  altri. 

Cedendo  al  desiderio  del  popolo,  il  Fogliani  eleggeva  a  Pre- 
tore, fino  alla  sovrana  risoluzione,  il  Marchese  Sortino,  al  quale 
veniva  comunicata  la  nomina  con  un  biglietto  che  si  lesse  pub- 
blicamente : 

«  Signore, 

«  Non  convenendo,  come  mi  rappresenta  il  Senato  ed  il  Sin- 
daco, che  dietro  la  morte  seguita  del  Principe  del  Cassero,  fra- 
tello di  V.  S.  ,  resti  il  Senato  senza  capo  che  lo  dirigga  nelle 
presenti  emergenze,  mi  sono  risolto  d'eligerlo  Interinamente  Pre" 
tore,  sino  alla  nuova  reale  risoluzione,  considerandolo  come  in- 
formato del  reggimento  degli  affari  pubblici  ,  e  come  dotato  di 
quei  talenti,  e  qualità,  che  si  ricercano  all'amministrazione  del- 
l'officio di  Pretore.  Voglio  sperare  che  V.  S.  corrisponderà  all'og- 
getto di  questa  elezione,  con  mettere  in  opera  quel  patriotico  af- 
fetto, e  quello  stesso  vigilante  zelo,  di  cui  era  investito  il  Defunto 
suo  fratello  in  beneficio  del  pubblico,  che  resta  affidato  alle  sue 
zelanti  premure,  ed  alle  sperimentate  sollecitudini  del  Senato,   e 

nostro  Signore  lo  feliciti. 

Il  Marchese  Foglianl 

Il  Popolo,  dopo  avere  inneggiato  al  nuovo  Pretore,  al  grido  : 
«  Questo  è  il  nostro  Padre  ,  questo  è  il  nostro  Pretore  ;  e  viva 
sua  Maestà,  il  Re  nostro  Signore,  e  viva  il  nostro  Pretore  »,  si 
rivolgeva  contro  i  suoi  supposti  oppressori ,  e  ne  devastava  col 
saccheggio  e  con  le  fiamme  le  case,  poste  nel  basso  Cassero.  Dico 
la  casa  di  Ambrogio  Gazzini  (1),  mercante  genovese,  che  trafficava 
principalmente  nell'estrazione  dei  grani,  cui  venivano  attribuiti 
i  prezzi  esorbitanti  de'  medesimi,  per  i  quali  si  era  consumata 
la  colonna  frumentaria  ed  il  Senato  erasi  ridotto  a  far  debiti  * 


(1)  Di  Blasi,  Storia  cronologica  dei  Yicerè  di  Sicilia,  pag.  129. 


94  MISCELLANEA 


e  di  Salesio  Di  Giorgio,  che  aveva  le  principali  gabelle  della 
città,  e  perciò  era  in  odio  ai  cittadini  che  si  credevano  vessati 
per  il  rigore  con  cui  esigeva  i  suoi  diritti.  In  seguito  agl'incen- 
dii,  furono  sparsi  per  la  città  ed  affissi  in  varii  luoghi  alcuni 
biglietti  con  scritta  :  «  Clamores  paiiperum  exaudivit  Domi— 
nns  >»  (1). 

Ritornato  il  nuovo  Pretore  al  Palazzo  Senatorio,  fra  le  gravi 
angustie  e  le  afflizioni,  pensò  dare  i  provvedimenti  opportuni , 
affinchè,  in  tempo  di  tanto  sconvolgimento  di  tutti  gli  ordini 
della  città,  non  mancassero  nelle  piazze  le  necessarie  provviste 
di  pane  e  di  altri  generi  di  annona. 

Siccome  poi  si  temevano  nuovi  disordini,  qualora  la  mari- 
neria della  Kalsa,  (gente  numerosissima  e  povera,  che  fin  allora 
non  era  uscita  dal  suo  quartiere)  si  fosse  unita  con  i  sollevati, 
(come  successe  nei  tumulti  del  1648  e  in  quelli  del  1708),  il  Pre- 
tore incaricò  il  Principe  di  Torremuzza  e  il  Duca  d'Angiò,  che 
erano  da  quella  gente  rispettati  e  benveduti,  perchè  usassero  ogni 
maggiore  diligenza  per  impedire  che  si  unisse  coi  tumultuanti. 
Il  compito  assunto  da  questi  due  nobili  fu  disimpegnato  con 
grande  interesse  :  chiamarono  il  Console  della  Kalsa ,  Mercurio 
Tortorici,  uomo  di  buon  senso,  e  varii  altri  capi  di  quella  gente 
di  mare,  e  ottennero  da  essi  pronta  rassegnazione  all'ordine  del 
Pretore.  Difatti  questi  Marinari ,  rimasti  sempre  quieti  a  guar- 
darsi il  proprio  quartiere,  circondato  tutto  di  pezzi  d'artiglieria, 
non  ebbero  ingerenza  alcuna  negli  eccessi  compiuti  da  quella 
folla  di  tumultuanti  che,  dopo  avere  tentato  di  dare  alle  fiamme 
anche  la  casa  del  Sindaco  D.  Corrado  Lanza,  (2)  si  avanzava  alla 
volta  del  Palazzo  Reale,  pronta  a  tagliare  a  pezzi  il  Viceré,  qua- 
lora non  fosse  partito  immediatamente.  Anzi  uno  di  quei  furiosi, 
con  sulle  spalle  un'asta,  diceva  de  avrebbe  portato  per  tutto  il 
Cassero  la  testa  del  Viceré  affissata  a  quelV  asta.    Si   riferirono 


(1)  Vedi  ms.  Qq.     177  della  Bibl.  Coni,  di  Palermo. 

(2)  «  Ne  fu  allontanata  dalle  preghiere  e  dalle  lagrime  di  Orazio  Gau- 
dioso e  di  suo  padre  Pietro ,  che ,  come  proprietarii  della  medesima, 
mostravano  di  venirne  essi  soltanto  innocentemente,  e  senza  delitto,  a 
soffrire  in  tutto  la  pena  —  e  da  Giovanni  Francavilla,  carrozziere,  che 
si  accinse  a  difenderla  per  la  paura  che  si  fosse  bruciato,  insieme  con 
quella,  un  suo  magazzino  di  legname,  che  era  contiguo  alla  detta  casa  ». 


MISCELLANEA  96 


air  Arcivescovo  e  agli  altri  nobili  la  domanda  del  popolo  e 
le  sue  minacce,  cosicché  fu  mandato  il  Principe  di  Spadafora 
dal  Fogliani  perchè  chiaramente  gli  mostrasse  l' intenzione  dei 
sollevati  e  il  pericolo  se  avesse  persistito  ancora  a  rimanere. 

Poco  tempo  prima  era  stato  da  altri  riferito  al  Viceré  che  i 
tumultuanti  pretendevano  che  si  fossero  levati  dai  baluardi  del 
Palazzo  i  pezzi  di  Cannone  che  tenevano  le  bocche  rivolte  verso 
la  Città  ;  ed  egli,  per  condiscendere  ancora  una  volta  alle  richie- 
ste del  popolo,  e  persuaderlo  sempre  più  della  rettitudine  delle 
proprie  intenzioni,  ordinò  che  si  levassero.  Stavano,  come  abbia- 
mo detto,  dentro  il  palazzo,  alloggiati  nelle  scale  e  nel  cortile,  i 
soldati  del  reggimento  Siracusa,  e  alla  solita  guardia  del  portone 
alcune  compagnie  del  reggimento  svizzero  di  Jauk,  in  quell'oc- 
casione accresciute  fino  ad  un  intiero  battaglione. 

Il  Viceré,  le  cui  intenzioni  furono  sempre  pacifiche  e  sincere, 
mandò  ordine  assoluto  al  Cav.  Bianco  ,  Tenente  Colonnello  del 
Reggimento  Siracusa  ,  di  non  far  mai  fuoco  ,  per  qualunque  oc- 
casione, contro  i  sollevati,  e  di  non  fare  il  menomo  movimento. 
Il  Comandante  degli  Svizzeri,  a  tale  ingiunzione,  mandò  il  suo 
ajutante  maggiore  dal  Viceré,  perchè  specificasse  un  tale  ordine, 
che  venne  ripetuto  in  termini  più  precisi. 

Alla  conferma  di  tale  disposizione,  che  credeva  ingiuriosa  al- 
l'onore militare,  il  Comandante  si  recò  in  persona  dal  Fogliani  a 
domandargli  che  gli  mandasse,  a  giustificazione  sua  e  di  tutta 
la  truppa,  tal  comando  in  iscritto.  Ma  la  costernazione,  la  man- 
canza di  tempo,  l'incalzare  degli  avvenimenti  lo  vietarono. 

Mentre  tutto  ciò  si  svolgeva  nel  Palazzo  Regio,  varii  Nobili, 
per  impedire  maggiori  eccessi  dal  popolo,  erano  andati  in  Piaz- 
za della  Cattedrale,  dove  stava  il  nerbo  maggiore  dei  tumultuanti 
coi  cannoni  puntati  sul  detto  Palazzo. 

Alla  testa  di  tali  nobili  erano  Monsignore  D.  Girolamo  Pa- 
lermo, Giudice  del  Tribunale  della  Regia  Monarchia,  rispettabile 
per  la  dignità  vescovile,  ed  il  Principe  di  Carini,  venerabile  per 
vecchiezza  e  probità,  rispettato  ed  amato  sempre  dal  popolo.  Chia- 
marono a  sé  i  più  popolari  Consoli  delle  Maestranze,  fecero  loro 
comprendere  la  gravità  degli  eccessi  ,  la  rovina  che  ne  sarebbe 
immancabilmente  venuta  alla  città  per  la  giusta  indignazione  che 
ne  avrebbe  concepito  il  Re  ,  si  affannarono  a  dimostrare  come 
mettessero  la  città  di  Palermo  nel  rischio  di  esser  privata  degli 


96  MISCELLANEA 


onori  di  Capitale  e  di  residenza  del  Viceré  e  dei  Magistrati,  co- 
me fosse  esorbitanza  il  pretendere  che  il  Viceré  abbandonasse  il 
Governo  senza  ordine  del  Sovrano,  ed  infine  proposero  di  lascia- 
re che  il  Fogliani  si  ritirasse  nel  Castello ,  con  la  promessa  di 
ottenere  dal  suo  buon  animo  un  generale  indulto,  e  tutte  le  gra- 
zie e  nuove  provvidenze  che  dal  popolo  fossero  state  richieste. 

Ai  suggerimenti  di  questi  venerabili  vecchi  ed  alle  persua- 
sioni e  preghiere  degli  altri  nobili,  cominciavano  a  cedere  ed  a 
farsi  più  remissivi  gli  animi  inferociti  e  già  alcuni  consoli  as- 
sentivano ai  patti ,  dicendo  che  volevano  per  Sindaco  lo  stesso 
Principe  di  Carini.  Il  buon  vecchio  rispose  che  non  avrebbe  a- 
vuto  alcuna  difficoltà  ad  assumere  tal»  incarico,  purché  si  fossero 
acquietati  e  non  avessero  più  insistito  sull'espulsione  del  Viceré. 
Però ,  mentre  si  stava  in  tali  trattative  di  concordia ,  scese  dal 
Palazzo  il  Principe  di  Spadafora,  accompagnato  dal  Principe  di 
Pietraperzia  ,  che ,  non  sapendo  nulla  di  ciò  che  si  era  trattato 
dagli  altri  nobili  coi  consoli  delle  maestranze,  credendo  di  cal- 
mare i  tumultuanti,  andava  gridando  che  il  Viceré  era  pronto  a 
partire,  purché  gli  si  fosse  assicurata  la  salvezza  dai  Consoli. 

In  un  attimo  il  popolo  si  precipitò  furiosamente  verso  il  palaz- 
zo. Erano  circa  le  23.  Entrato  per  le  due  porte  diagonali  di  Bed- 
mar  e  di  S.  Michele,  cominciò  a  disarmare  la  guardia,  poi  s'in- 
trodusse nel  basso  cortile,  si  avanzò  per  la  scala,  affollandosi  a 
migliaia  con  le  armi  alla  mano  e  circondando  tutta  la  truppa,  che 
stava  sulle  armi  ed  immobile  (1).  Certo  il  conflitto  di  quelle  due 
forze  così  disparate  sarebbe  terminato  con  lo  sterminio  della 
truppa,  impotente  a  resistere  a  quella  furiosa  popolazione.  Vi- 
gliacca fu  in  seguito  giudicata  la  milizia  di  Palermo,  per  non 
aver  saputo  salvare  da  quell'ira  indegna  il  Viceré  ;  giudizio  che 
perde  ogni  valore  quando  si  riferisca  alle  circostanze  particolari 
di  questa  obbrobriosa  sollevazione  di  popolo.  Furon  tanti  fantocci 
quei  soldati,dice  il  Villabianca:  ma  dovettero  esserlo,  aggiungiamo 
noi.  Infelici  erano  le  condizioni  delle  milizie  siciliane  in  quel  tempo 
poco  numerose  e  mal  disciplinate  :  eppoi  dovevano  pure  ubbidire 
al  comando  del  Viceré  che  aveva  ormai  stabilito  di  dare  la  pro- 
pria vita  per  la  salvezza  del  popolo  di  Palermo. 


(1)  Gli  assalitori ,  vedendo  le  porte  del  Palazzo  aperte  ,  temerono 
qualche  inganno  e,  come  nota  il  Villabianca ,  non  una  ,  ma  tre  volte, 
si  videro  vergognosamente  retrocedere. 


MISCELLANEA  97 


Palermo,  città  amata,  egli  ricordava  sempre  con  affetto,  e,  in 
seguito,  pur  avendo  accenti  di  sdegno  per  quel  popolo  insano  , 
non  seppe  negargli  il  perdono. 

Disarmata  la  truppa  ,  potè  avanzarsi  quella  folla  di  efferati 
nelle  stanze  del  palazzo  fra  urli  e  strepiti,  minacciando  di  mor- 
te il  Viceré  se  non  si  fosse  affrettato  a  partire. 

Non  c'era  più  da  illudersi.  D.  Giovanni  Fogliani,  il  Prin.pe 
fino  allora  amato  e  adulato,  era  abbandonato  dagli  amici ,  vili- 
peso dai  sudditi,  mancante  di  denaro.  (1)  Triste  esperienza  della 
vita  ammaestra  che  gli  uom,ini  si  inchinano  al  sole  che  nasce 
e  voltano  le  spalle  a  quello  che  tramonta.  Il  Dum  eris  felix  di 
Ovidio  si  ripete  assai  più  frequentemente  di  quanto  si  possa  im- 
maginare. Pochi  serbarono  al  Prin.pe,  contro  il  quale  s'imprecava, 
i  riguardi  prodigati  al  Prin.pe  fino  allora  regnante.  Tra  questi 
fu  la  contessa  di  Caltanissetta,  vedova  Ruffo  Moncada,  che,  af- 
frontando r  ira  furibonda  della  plebe,  si  affrettava  a  far  sapere 
airafflitto  M.se  che  teneva  a  disposizione  di  lui  i  suoi  beni ,  e 
pronte  a  qualunque  suo  bisogno  le  migliaia  di  scudi  della  sua 
cassa  »  Il  Viceré,  ricevuta  dal  Canonico  D.  Giuseppe  Pisani  l'as- 
soluzione in  articiilo  mortis,  firmati  alcuni  fogli  in  bianco  e  date 
le  disposizioni  necessarie  intorno  alla  nomina  del  Governante  In- 
terino, si  dava  in  mano  a  quei  rivoltosi,  pronto  a  soffrire  tutte 
le  ingiurie. 

Accompagnato  dal  Brigadiere,  Giuseppe  Caldarera,  scese  le 
scale,  fra  gl'insulti  della  plebe  insana.  Sali  in  carrozza  insieme 
col  Pn.pe  di  Pietraperzia,  con  Mons.  del  Castillo  e  con  il  Caldarera 
stesso  che  teneva  con  sé  il  nipote  del  Fogliani ,  Carlo  Melelupi 
e  Bardassi,  M.se  di  Soragna.  Ma  dovette  il  Caldarera  cedere  il 
posto  all'Arcivescovo  allora  arrivato ,  il  quale  avrebbe  garan- 
tito il  Fogliani  dalla  furia  del  popolo. 

Spettacolo  terribile  e  insieme  lagrimevole  il  vedere  andare 
lentamente  il  cocchio  viceregio  per  tutto  il  Cassero,  ove  altre 
volte  era  passato  tra  gli  evviva  e  gli  applausi ,  attorniato  da 
sterminata  folla  di  furenti  popolani,  portanti,  chi  il  ritratto  del 
Re,  chi  bandiere,  chi  schioppi,  chi  spade,  legni,  bastoni,  suonando 
disordinatamente  pifferi  e  tamburi,  gridando  continuamente  «  Viva 
il  Re  e  fuori  quel  ladrone  di  Fogliani  !  » 


(1)  In  carrozza,  rivolgendosi    all'  Arcivescovo    disse  :    Con  20  once 
entrai  e  con  20  once  ne  esco. 

Arch.  Stor.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  7 


98  MISCELLANEA 


Così  si  giunse  a  Porta  Felice.  Sparsasi  la  voce  che  il  povero 
Principe  voleva  recarsi  alla  Bagheria  ,  dieci  miglia  distante  da 
Palermo,  per  impedire  l'esecuzione  di  questo  disegno,  staccarono 
i  cavalli  dalla  Carrozza  e  lo  costrinsero  ad  imbarcarsi  in  un  bat- 
tello che  era  a  caso  vicino  alla  riva. 

Uno  dei  sollevati  si  fece  largo  tra  la  folla  per  ingiuriarlo  da 
presso,  ed  un  altro,  che  possedeva  una  sciabola  irruginita,  gliela 
tirò  alla  testa,  ma,  per  fortuna  ,  sviata  da  un  Console ,  andò  a 
colpire  in  un  lato  della  carrozza. 

I  quattro  remiganti  del  Navicello,  confusi  e  spaventati  dalla 
furia  del  popolo,  senza  sapere  ciò  che  si  facessero,  nell' allonta- 
narsi dalla  riva ,  presero  malamente  la  direzione ,  ed  andarono 
col  legno  in  secco,  così  che  uno  di  essi  dovette  saltar  nell'acqua 
e  immergervisi  fino  alle  ginocchia  per  aiutare  a  disarenarlo  , 
mentre  i  sollevati  gridavano  dalle  sponde  che  si  gettasse  il  Vi- 
ceré in  mare.  In  tutto  il  tragitto  del  Cassero,  il  Viceré  aveva  so- 
stenuto la  propria  dignità,  senza  mostrar  punto  di  turbarsi  alle 
grida  e  alle  ingiurie  della  plebe,  ma  appena  fu  alquanto  distante 
dalla  riva,  rivolgendosi  a  quei  pochi  servitori  ch'eran  con  lui , 
esclamò  con  dolore  :  «  Sapessi  almeno  il  motivo  di  tanto  sde- 
gno !  »,  Fu  trasportato  al  molo  per  trovare  qualche  bastimento  che 
fosse  pronto  a  partire.  Ve  ne  era  uno  di  bandiera  francese,  sul 
quale  appunto  fu  imbarcato  il  Viceré.  Questi  ebbe  a  provare  al- 
lora un  nuovo  dolore,  perchè  il  suo  caro  nipotino,  in  mezzo  alla 
confusione  ed  al  tumulto  dell'imbarcarsi,  si  era  smarrito  fra  la 
moltitudine.  Fu  trovato  solo  qualche  ora  dopo  da  un  artigiano, 
al  quale,  mentre  stava  per  prenderlo,  il  fanciullo  gridava  pian- 
gendo :  «  Non  mi  ammazzate  !  ».  Gli  fu  salva  infatti  la  vita  e  fu 
condotto  sul  battello  a  raggiungere  lo  zio  che  partiva,  senza  sa- 
pere dove  sarebbe  andato  a  sbarcare. 

Ormai  i  pazzi  desiderii  di  quella  ribelle  popolazione  erano 
soddisfatti ,  ma  ben  presto  si  sarebbe  accolta  della  falsità  delle 
sue  pretese  ed  avrebbe  rimpianto  quel  Principe  ,  verso  il  quale 
aveva  avuto  ogni  accento  d'ira  e  di  disprezzo. 

Diffusione  del  tumulto  in  altri  paesi  della  Sicilia. 

La  causa  prima  del  tumulto  della  Città  di  Palermo  era  stata 
la  misera  condizione  annonaria  che  aveva  suscitato  un  grave  mal- 


MISCELLÀNEA  99 


contento ,  sempre  più  accresciuto  dalle  mire  dei  nemici  del  Fo- 
gliani. 

Anche  gli  altri  paesi  della  Sicilia,  specialmente  quelli  del  Val- 
demone,  risentivano  le  conseguenze  di  una  cattiva  raccolta  e  di 
un  pessimo  ordinamento  economico.  Già  fermentava  in  alcuni  il 
principio  della  rivolta,  che  aspettava  l'occasione  propizia  per  ma- 
nifestarsi apertamente. 

La  prima  ad  insorgere  fu  la  Città  di  Monreale. 

Da  circa  19  anni  per  la  enorme  somma  che  annualmente  vi 
aggiungeva  l'Arcivescovo,  godeva  della  grandezza  del  pane  che 
in  seguito  alla  morte  del  detto  Prelato  s'era  dovuto  sminuire  e 
ridurre  al  peso  di  once  13,  in  modo  che  il  pubblico  pani  zzo  cor- 
rispondesse al  prezzo  dei  frumenti. 

Era  poi  la  piìi  vicina  a  Palermo  e  per  la  prima ,  doveva  ri- 
sentire l'azione  dei  disordinati  moti. 

Era  il  lunedì,  20  settembre,  lo  stesso  giorno  della  sollevazione 
palermitana,  e  circa  la  stessa  ora,  quando  alcuni,  animati  dai  pro- 
gressi dei  rivoltosi  di  Palermo,  con  pubblici  schiamazzi  ,  corre- 
vano per  le  vie,  lamentandosi  della  piccolezza  e  cattiva  qualità 
del  pane.  Il  Pretore  e  i  Giurati  per  evitare  maggiori  disordini, 
fecero  subito  annunziare  che  si  sarebbe  cresciuto  il  pane  di  una 
oncia.  Ma  il  popolo,  infuriato,  chiedeva  che  fosse  di  once  16,  si 
recò,  già  numeroso,  alla  casa  del  Governatore  della  Città,  Don  A- 
lessandro  Tanni,  P.pe  di  S.  Vincenzo,  e,  con  grida  e  con  minacce 
ottenne  che  il  pane  fosse  del  voluto  peso  e  che  si  diminuisse  il 
prezzo  della  pasta.  Né  fu  contento  di  ciò,  ed  insorse  ancora  più 
furiosamente  al  grido  di  :  «  Fuori  il  cattivo  governo  ». 

Sull'esempio  dei  Palermitani,  assalì  le  botteghe  dei  rivendi- 
tori, minacciò  financo  di  darvi  fuoco ,  e  1'  avrebbe  fatto  se  non 
vi  fosse  stato  impedito  dal  Capitano  di  Giustizia  D.'  Domenico 
Caruso. 

Già  si  avvicinava  la  notte ,  e  il  popolo  non  ristava  dal  tu- 
multuare; anzi  preparava  nuovi  disegni  per  il  domani.  Uno  dei 
capi  rivoltosi,  al  suono  di  un  rustico  tamburo,  gridava  per  la  cit- 
tà. «  Non  esca  nessuno  dimani  giacché  dobbiamo  fare  la  giusti- 
zia ».  Disposero  infatti  perché  ninno  uscisse  dalla  città ,  ed  av- 
visarono financo  i  Sacerdoti,  perchè  il  domani  (giorno  in  cui  ri- 
correva la  festa  di  S.  Matteo)  non  celebrassero  la  messa  di  buo- 
n'ora, come  solevano  gli  altri  giorni  per  comodo  dei  contadini. 


100  MISCELLANEA 


Al  suono  dello  stesso  tamburo  si  doveva  dar  principio  alla 
giornata  del  21 ,  piena  anch'  essa  di  violenze  e  di  ribellioni.  Il 
popolo  fu  chiamato  al  grido  :  «  Uomini  e  donne,  alzatevi  tutti,  an- 
diamo a  far  crescere  il  pane  ,  poiché  questa  mattina  doghiamo  fare 
giustizia  e  vi  sarà  il  serra  serra  ».  Raccoltosi ,  si  avviò  alle  car- 
ceri ed  ottenne  che  fossero  liberati  almeno  coloro  che  vi  stavano 
rinchiusi  per  cause  civili;  indi,  assalito  Maestro  Francesco  Romeo, 
Contestabile  della  Casa  della  Città,  ne  ottenne  le  chiavi,  e,  im- 
possessatosi del  ritratto  del  Re,  proseguì  tumultuando  al  grido 
di  :  «  Viva  il  Re  e  ftiori  il  cattivo  governo  !  ». 

Anche  qui  si  tentarono  tutti  i  mezzi  per  calmare  V  irato  po- 
polo; si  ricorse  alla  voce  affettuosa  del  Parroco  D.  Ignazio  Gri- 
maldi ,  che ,  accompagnato  da  altri  ecclesiastici  ,  consigliava  la 
calma;  esortava  tutti  a  ritirarsi  pacificamente.  Invano.  L'abbia- 
mo già  notato  parlando  della  sollevazione  palermitana;  a  frenar 
l' ira  dei  tumultuanti  non  vale  la  mite  parola ,  la  promessa  ;  ci 
vuole  la  forza  e  quando  questa  manca,  ogni  tentativo  è  inutile. 

La  ciurma  tumultuosa ,  nonostante  avesse  ottenuto  la  soddi- 
sfazione di  buona  parte  delle  pretese,  inveiva  contro  il  Governa- 
tore e  lo  voleva  espulso,  e  minacciava  di  dar  fuoco  alla  sua  casa. 

Avvisato,  il  P.pe  di  S.  Vincenzo  si  rinchiudeva  con  la  fami- 
glia nel  vicino  convento  di  8.  Gaetano.  Ma,  non  riuscendo  a  cal- 
mare il  popolo,  si  allontanava  da  Monreale.  Usciva,  infatti,  dalla 
porta  di  8.  Michele,  tra  le  ingiurie  e  le  offese  della  marmaglia, 
confortato  però  dagli  onori  e  dalle  proteste  di  devozione  di  Mons. 
Chaftalon,  abbate  cassinese.  Vicario  Generale  della  sede  arcive- 
scovile allora  vacua,  dei  RR.  Canonici  Benedettini,  dei  RR.  Ca- 
nonici della  Collegiata,  dei  varii  gentiluomini  del  paese,  e  andava 
ad  abitare  in  una  sua  Villa,  posta  alle  falde  del  monte  Caputo, 
nella  contrada  dei  Qolli.  Intanto,  i  rivoltosi  ritornavano  alle  Pri- 
gioni e  liberavano  gli  altri  carcerati;  indi  si  avanzavano  fino  alla 
casa  del  Governatore  per  darvi  il  sacco.  «  Ne  diroccarono  alcune 
muraglie,  strapparono  le  grate  di  legno,  che  corrispondevano  ad 
un  domestico  giardinetto,  quali  poi  bruggiarono  con  altre  robbe, 
nella  pubblica  Piazza,  ed  introdottisi  nel  giardino  infransero  tutti 
1  vasi  di  creta ,  che  quella  flora  adornavano  ;  ruppero  le  vitrate 
delli  balconi,  diedero  alle  fiamme  alcune  aride  piante,  e  vi  com- 
misero miUe  altri  orridi  eccessi  »  (1). 


(1)  V.  append.  I. 


MISCELLANEA  101 


Costrinsero  con  le  minacce  e  con  la  forza  i  rivenditori  a  dare 
i  varii  generi  d'annona  al  prezzo  da  essi  imposto  e ,  recatisi  in 
un  vicino  podere  del  P.pe  di  S.  Vincenzo,  detto  volgarmente  li 
Comuni  e  in  altri  due  contigui,  l'uno  di  Maestro  Innocenzo  Polizzi 
e  l'altro  del  Sac.te  D.  Federico  Martinez  ,  vi  commissero  deva- 
stazioni d'ogni  sorta.  Ottennero  quindi  dai  Giurati  e  dal  Pretore 
che  il  pane  si  facesse  per  sempre  del  peso  stabilito  di  once  16, 
che  la  pasta  si  vendesse  a  gr.  9  il  rotolo,  l'olio  a  tt.  1  e  gr.  6, 
i  frutti  di  mandra  e  il  sapone  2  gr.  meno  a  rotolo  della  già  fatta 
obbligazione  ;  il  vino  a  gr.  7  il  quartuccio  ,  la  carne  di  nero  a 
gr.  18  e  quella  di  manzo  per  2  gr.  meno  del  solito.  Non  contenti 
della  semolice  promessa ,  vollero  ed  ottennero  un  pubblico  con- 
tratto per  mezzo  del  M.ro  Notare  della  Città  ;  e  chiesero  come 
mallevadori  4  fra  i  cittadini  più  benestanti,  che  obbligarono  ad 
aderire  alla  proposta  con  la  minaccia  di  devastarne  i  beni.  Avuta 
una  copia  dell'attestato  di  tale  obbligazione,  la  portarono  in  trionfo 
per  la  città,  gridando  :  «  Viva  il  Ee,  viva  la  pace  !  »  Quegli  spi- 
riti ribelli  si  erano  alfine  calmati  :  toccava  loro  ormai  la  ben  me- 
ritata pena. 

I  Magistrati ,  sul!'  esempio  di  Palermo  convocarono  le  Mae- 
stranze, e  dettero  loro  1'  incarico  di  catturare  i  tumultuanti.  E, 
quando,  dietro  necessarie  investigazioni,  se  ne  rinvennero  parec- 
chi, si  rimandò  il  tutto  al  Tribunale  della  Gran  Corte  di  Paler- 
mo, il  quale,  essendo  stato  già  promulgato  l'atto  del  Triduo,  ne 
compilò  il  processo.  Tra  45  rei  solo  3  (Vincenzo  Zuccarella,  Giu- 
seppe Gatto,  Filippo  Cammarata)  furono  condannati  a  morte,  e  il 
3  di  novembre  ,  alle  ore  23 ,  nella  Piazza  di  Monreale ,  assistiti 
fino  all'ultimo  dai  Sig.ri  Cavalieri  Confrati  della  Xobile  Compa- 
gnia dei  Bianchi  di  Palermo,  ebbero  mozza  la  testa  e  la  mano  de- 
stra (giusta  la  sentenza  emanata  il  2  novembre),  esposte  poi  in 
gabbie  di  ferro  sulle  porte  delle  pubbliche  prigioni  della  Città; 
5  furono  condannati  a  galera  a  vita  ;  2  ad  anni  20  ,  e  3  ad  an- 
ni 15.  Gli  altri  sfuggirono  all'immediata  condanna;  ma  con  ulte- 
riori sentenze  emanate  dal  sudetto  Tribunale  alcuni  venivano  de- 
stinati alla  galera,  altri  relegati  in  esilio  (2). 


(1)  Vedi   doc.    ined.    Archivio  di  Stato  di  Palermo.   Real  Segreteria. 
Busta  5305. 

(2)  Vedi  app.  I. 


102  MISCELLANEA 


Il  P.pe  di  8.  Vincenzo ,  nonostante  avesse  esposto  al  Re  il 
desiderio  di  essere  allontanato  dal  governo  di  Monreale ,  fn  ri- 
confermato e  fatto  entrare  trionfalmente  nella  Città ,  (ionde  era 
«tato  espulso  fra  le  più  gravi  ingiurie  e  minacce. 

Gli  stessi  avvenimenti  si  ripetevano  a  Piana  de'  Greci,  terra 
dello  stato,  dove  si  erano  recati  alcuni  tumultuanti  di  Monreale 
per  animare  quella  gente  a  sollevarsi  :  a  Bisacquino,  altra  terra 
dello  stesso  stato  di  Monreale,  i  cui  notai  in  seguito  alla  partenza 
del  Viceré ,  avevano  spedito  un  memoriale  sedizioso  all'Are.  Fi- 
langeri  e  adesso  si  recavano  in  casa  del  Governatore,  che  colma- 
vano di  ingiurie  e  di  violenze ,  e  schiamazzando  per  le  vie , 
<<k  Birbante  !..  Briccone  !  ...  »  senza  nominare  mai  alcuno.  Lascia- 
vano facilmente  capire  come  avessero  lo  scopo  di  eccitare  la  po- 
polazione a  rivolta. 

A  Oefalù  la  prima  mossa  fu  data  da  alcuni  marinai  che 
dopo  avere  assistito  agli  eccessi  della  capitale,  chiedevano  l'au- 
mento del  peso  del  pane  e  la  diminuzione  del  prezzo  del  vino  e 
degli  altri  commestibili.  Alle  minacce  di  violenze  e  di  rapine  i 
Giurati  e  il  Pretore  della  Città  pregarono  caldamente  il  Vesco- 
vo, che  da  nove  anni  dimorava  a  Polizzi,  di  restituirsi  nella  sua 
sede  per  calmare,  con  le  opere,  e  con  le  elemosine  i  fedeli.  Ma 
il  Vescovo  si  rifiutò,  adducendo  a  scusa  la  cattiva  salute,  e  non 
venne  neanche  dopo  essergli  stato  ordinato  dal  re  tal  ritorno  alla 
sua  sede.  Fortunatamente  l'opera  assidua  dei  Giurati  e  del  Pre- 
tore, i  quali  meritarono  giustamente  le  lodi  del  Re,  riuscì  a  cal- 
mare il  popolo  e  a  farlo  e  ritornare  alla  vita  abituale  (1). 

Così,  la  città  di  Girgenti ,  dove  il  popolo  si  querelò  per  il 
prezzo  del  frumento  e  dell'olio  ,  tornò  in  quiete,  solo  quando 
il  Vescovo  promise  di  mantenere  il  panizzo  a  tt.  72  la  salma  (2). 
Nella  terra  del  Parco  (di  pertinenza  della  Real  Badia  d'Altofonte) , 
dopo  avere  sollecitato  le  necessarie  provvidenze  ,  perchè  venis- 
se aumentato  il  peso  del  pane  e  sminuito  il  prezzo  della  pasta,  e 
della  carne  ,  chiesero  i  cittadini  anche  la  rimozione  del  castel- 
lano D;  Gioacchino  Isaia,  da  essi  creduto  unico  autore  dei  gravi 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Palermo— Real  Segreteria  — 
Busta  2918— ottobre  N.  5. 

(2)  —  V.  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Palermo  —  Real   Segreteria, 
Busta  N.  2176. 


MISCELLANEA  103 


ioconvenienti  che  si  sperimentavano  iu  qaella  terra  (1).  Gon'altri 
disordini  si  manifestarono  a  Montelepre,  vassallaggio  del  Duca 
delle  Grotte  La  Grua  di  Carini  -al  Cafsalotto  del  Giardiriello,  spet- 
tante al  Principe  di  Niscemi  Valguarnera  Cottone  —  a  Partini- 
co,  terra  tenuta  in  affitto  da  Tommaso  Celestre  di  Santa  Croce — 
a  PaUizzo  Adriano  ,  del  Duca  di  Villarosa  Notarbartolo  —  a  Ca- 
paci, a  Carini,  vassallaggio  di  casa  La  Grua,  presso  Palermo  — 
a  S.  Crini  ina,  a  Naro,  ed  in  altri  comuni. 


li  Fogliani   a   Messina  —  Nuovi  tumulti  —  Deposizione   del 
Viceré. 

Il  Viceré,  informato  dal  Malaspina  (suo  nipote,  ufficiale  nella 
truppa  del  Re)  dei  tumulti  di  Monreale ,  dove  questi  si  era  ri- 
fugiato per  scampare  da  quelli  di  Palermo ,  «  capì  cK'  era  stata 
una  congiura  generale  per  tutto  il  Regno  ».  Non  volle  quindi  av- 
venturarsi ad  approdare  in  alcun  luogo;  stette  tre  giorni  in  vista 
di  Palermo;  si  avvicinò  alla  marina  di  Solante,  e  poi  a  quella  di 
Cefalù,  solo  per  provvedersi  di  commestibili. 

Facendo  vela  per  Lipari,  incontrò  presso  il  Capo  d'Orlando 
il  Maresciallo  Claudio  Florinando  Y:nk,  che,  alla  notizia  dei  tu- 
multi di  Palermo,  si  era  imbarcato  a  quella  volta. 

Questi  persuase  il  Viceré  a  ritirarsi  in  Messina  :  1'  accompiv- 
gnò,  e  dopo  esser  passati  per  Milazzo  il  giorno  25,  il  26  appro- 
davano nella  sudetta  città. 

Meravigliosa  l'accoglienza  fatta  a  questo  Governante  dai  Mes- 
sinesi, i  quali  da  lungo  tempo  accarezzavano  l' idea  che  la  loro 
città  divenisse  sede  dei  Viceré,  e  adesso  intravedevano  attuate 
le  loro  speranze,  fondando  la  grandezza  di  Messina  sulla  caduta 
di  Palermo. 

E  tutto  ciò  per  la  gara  ostile  che  da  secoli  esisteva  fra  quelle 
due  città. 

«  Come  sorgesse,  e  procedesse,  e  si  mantenesse,  fomentata,  e 
sfruttata  iniquamente  dai  governi,  principalmente  dallo  spagnuo- 


(l)   y.    doc.   inedito  —  Archivio  di   Stato  di  Napoli-  Carte  diverse, 
Busta  681. 


104  MISCELLANEA 


lo,  radicata  nel  tenace  temperamento  passionale  siciliano,  in  certe 
differenze  di  sviluppo  interno  (più  aristocratica  Pnlerrao ,  più 
commerciale  e  borghese  Messina),  in  opposizioni  reali  o  immagi- 
narie d'  interessi,  sarebbe  lungo  il  volere  anche  solo  tracciare  ». 

É  certo  che  si  contrastò  vivamente  per  il  titolo  di  Caput  Re- 
gni, si  contrastò  per  la  Corte,  per  i  privilegi,  per  la  zecca,  per 
il  Parlamento,  per  lo  Studio  pubblico,  per  il  Porto ,  per  la  no- 
biltà, per  i-  Santi,  per  la  mitologia,  per  le  virtuose  e  per  le  tri- 
sti azioni Parrà  esagerazione,  ma  è  vero  purtroppo  :  l'animo- 
sità tra  Messinesi  e  Palermitani,  nel  sec.  XVII  massimamente, 
invase  nella  totalità  perfino  le  regioni  delle  scienze  e  delle  let- 
tere, ed  eccitò  gli  intelletti  più  nobili  e  più  colti,  gli  animi  più 
bennati,  e  scese  a  bassezze  e  viltà  inaudite.  Libri  sconci,  satire 
violente,  insulti  sanguinosi,  deturpamenti  di  statue  ,  disegni  in- 
fami... a  tutto  sì  ricorse,  perchè  qualunque  arma  di  offesa  parve 
buona  per  colpire  l'avversaria  città...  non  restava  che  impugna- 
re il  ferro  e  correre  alla  distruzione  reciproca. 

All'arrivo  del  M.se  Fogliani  si  accrebbe  ancora  più  1'  odio  e 
V  ostilità,  i  Messinesi  non  si  contentarono  di  acclamare  fra  le  fe- 
ste e  il  giubilo  il  V^icerè,  ma  colsero  l'occasione  per  sfogare  la 
loro  rivalità  contro  i  Palermitani.  E  qui  mi  piace  riportare  alcuni 
versi  che  attestano  quanto  io  qui  affermo  (1). 

Popolo  di  Palermo  ebbro  ed  insano, 
Di  tua  follia  qual  ne  fìi  mai  l'acquisto  ? 
Di  mirar  tue  sciagure  or  non  mi  attristo 
Fabbra  del  proprio  mal  fu  la  tua  mano 

Va,  Prence  pio,  prodigo,  a  tutti  umano 

Hai  con  l'inganni  altrui  confuso,  e  misto  ; 

E  qual  condotto  dai  Giudei  fu  Cristo 

Barbaro,  conducesti  empio,  inumano  ! 
Fu  bandito  da  te:  vedi  in  qual  festa 
Colma  di  somma  gioia,  e  sede,  e  soglio. 
Mamerta  tua  rivai,  umil  l'appresta  ! 

Ecco  la  pena  del  tuo  folle  orgoglio 

Servo  sarai  senza  corona  in  testa 

Faiaelico  meschin  per  tuo  cordoglio  (2) 


(1)  V.  Scarpusza,  C.  VI,  str.  58-62. 

(2)  Vedi  ms.  Qq.  F.  110  della  Biblioteca  Comunale  di  Palermo. 


MISCELLANEA  105 


E  Palermo  subito  di  rimando: 

Popolo  inarmertìno  ebbro,  ed  insano 

Sei  tu,  che  vanti  un  passeggiero  acquisto 

Mancò  la  plebe  vii,  di  cui  mi  attristo 

Ma  nò  la  forte,  e  la  più  saggia  mano. 
Un  Prence  pio  è  ver  prodigo  umano 
Bandì  ceto  più  vii  confuso,  e  misto 
Di  tanti....  figli  tuoi....  oh  !  lo  sa  Christo. 
Mira  te  stesso,  e  dimmi  poi  inumano. 

Fusti  ribello  il  penzi  ?  ed  or  fai  festa  T 

Ti  vanti  mio  rivai  ;  tua  fede  al  soglio 

Da  reo  livore,  non  da  cor  si  appresta 
Or  sii  qual  brami,  ed  io  con  questo  orgoglio, 
servo  fedele  alla  Corona  in  testa 
e  non  è  questo  un  tuo  maggior  cordoglio  f 

• 

E  così  continua  in  parecchie  altre  poesiucce  che  credo  inutile 
riportare. 

Il  Fogliiiui,  uscito  d:i  Palermo  al  grido  di  "  Viva  il  Re  e 
fuori  il  Viceré,,  giungeva  a  Messina  accolto  tra  le  benevoli  voci 
di  :  "  Viva  il  Re,  e  benvenuto  il  Viceré  ,,. 

Egli  non  volle  per  allora  entrare  nella  città,  ma  si  ritirò  nel 
Convento  dei  Minimi,  fuori  le  porte. 

E  il  giorno  27  annunziava  con  una  circolare  a  tutti  i  Senatori 
Sindaci,  Giurati,  Nobili ,  ecc.  il  suo  arrivo  a  Messina  nel  giorno 
precedente. 

Questa  risoluzione  di  recarsi  a  Messina  fu  biasimata  da  molti 
e ,  al  dir  del  Torremuzza,  segnò  la  sua  totale  disgrazia  servì  ad 
accrescere  l'odio  della  plebe  ;  dette  nuovo  appiglio  alle  triste  arti 
dei  suoi  nemici. 

A  Napoli,  i  Ministri  della  Corte  credettero  che  il  Fogliani 
l'avesse  fatto  per  risvegliare  le  già  sopite  inimicizie  e  gare  fra  le 
due  Città  ,  per  cui  il  rimuovere  il  Viceré  da  Messina  dava  da 
pensare  molto  piti  di  quello  che  ne  avrebbe  dato  la  risoluzione 
di  farlo  ritornare  in  Palermo  dopo  di  esserne  stato  espulso. 

Partito  il  Viceré,  la  plebe  contenta  della  vita  menata  in  quei 
giorni,  non  ristette  dal  tumultuare;  ma  recatasi  alla  Casa  del  Sin- 
daco, tentò  ancora  una  volta  l'assalto,  come  fece  anche  della  Ca- 
sa del  Barone  Lo  Guasto.  In  seguito  si  volle  notare  come  in  tutte 


106  MISCELLANEA 


queste  stragi ,  in  tutti  questi  assalti  non  si  sia  avuto  di  mira 
altro  che  liberare  la  Città  dai  tiranni,  senza  mai  aspirare  a  qual- 
siasi {guadagno.  La  qual  cosa  non  credo  si  possa  aft'erinare  con 
tutta  certezza,  tanto  più  quando  si  consideri  che  le  case  di  Mi- 
chele Gravina,  Principe  di  Comitini  ,  e  di  Agesilao  Bonanno, 
duca  di  Castellana,  furono  salve  per  l'oro  largito  dai  possessori 
alla  popolazione,  e  quando  si  ponga  mente  alle  minacce  a  cui 
ricorse  il  popolo  per  estorcer  denaro  (1). 

Indi  si  assaltarono  le  pubbliche  botteghe  e  si  tol83  tutto  ciò 
che  vi  si  trovava. 

Ma  era  ormai  tempo  di  calmarsi. 

Le  Maestranze  e  i  Nobili,  ])aghi  dell'  espulsione  del  Viceré, 
cercavano  procurare  in  qualsiasi  maniera  la  tranquillità  della 
patria  e  non  sostenevano  più  la  causa  del  popolo  ;  volevano  con 
l'opera  benefica  e  generosa  smentire  la  voce  sparsasi  della  loro 
ingerenza  nei  tumulti  e  allontanare  qualsiasi  sospetto.  • 

Sappiamo  come  per  la  pubblica  quiete  invigilassero  le  ronde 
col  catturare  i  malandrini  che  agognano  sempre  pescare  nel  tor- 
bido ;  però  si  erano  di  molto  aumentate  e  portavano  grave  stra- 
pazzo alle  Maestranze;  si  pensò  quindi  di  ridurle  e  mettere  a 
capo  di  ciascuna  un  cavaliere  ,  (2)  che  veniva  informato  ,  me- 
diante un'  apposita  circolare ,  del  luogo  in  cui  doveva  rondare , 
dell'  ora  stabilita  e  del  nome  del  Santo  che  alla  sua  compagnia 
si  assegnava.  La  ronda  constava  del  Console  e  di  15  artigiani. 

Si  provvide  perchè  il  pubblico  fosse  fornito  abbondantemente 
di  pane  e  di  altri  generi  di  annona  ;  si  assegnò  una  Commissione 
di  vigilanza  a  ciascun  forno  (3)  composta  di  un  nobile  Senatore, 


(1)  «Uomo  di  mal  talento  fece  arrivare  un  biglietto  scritto  con  caratteri 
tagliati  a  stampa  al  Principe  della  Trabia,  già  Pretore  di  questa,  intimo- 
rito perciò  dell'incendio  come  vi  cennai,  coll'intima  di  portare  onze  sei- 
cento in  potere  del  padre  Grifeo  chierico  regolare  dell'  ordine  Teatino, 
per  cousignarle  poi  od  un  Prete,  e  nel  caso  della  negativa  la  minaccia 
del  fuoco,  intimorito  il  Principe  della  Trabia  si  portò  in  un  suo  vassallag- 
gio, ma  à  costo  d'ogni  ricerca  non  potè  sapersi  l'autore».  Vedi  relazione 
inedita  del  Caccamisi  -  App.  TI. 

(2)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Palermo.  Keal  Segreteria, 
Busta  769. 

(3)  Vedi  doc.  ined.  Ardi,  di  Stato  di  Palermo.  Real  Segreteria.  Re- 
gistro di  di8j)acci  (Diversi  di  Palermo)  n.  520,  fog.  70. 


MISCELLANEA  107 


di  iia  accreditato  sacerdote  ,  di  un  capo  di  Maestranza  e  di  10 
artigiani.  Furono  aperte  le  porte  della  Città,  ma  questa  presen- 
tava un  aspetto  luttuoso  giacché  fu  sospeso  il  suono  delle  cam- 
pane, furono  le  chiese  aperte  per  poche  ore  del  giorno,  chiusi  i 
teatri  e  proibite  le  recite  delle  Opere ,  interrotto  il  Commercio 
fra  i  negozianti ,  sviato  il  corso  dei  pubblici  affari ,  disturbato 
fìnanco  il  piacere  della  villeggiatura,  essendo  stata  impedita  dal- 
l'Arcivescovo la  i)artenza  dei  cittadini,  e  principalmente  dei  no- 
bili ,  ritenuti  necessarii  in  quelle  emergenze. 

Con  la  cura  e  lo  zelo  dell'Arcivescovo,  del  Pretore  e  delle  Mae- 
stranze, si  era  a  poco  a  poco  restituita  in  Palermo  la  tranquilità 
e  già  il  23  si  era  ritirata  dalle  pubbliche  strade,  fatta  eccezione 
di  un  cannone,  l'artiglieria  portatavi  dalla  moltitudine  ;  si  erano 
restituite  quasi  tutte  le  armi  alla  truppa ,  e  questa  fu  ricondotta 
armata  nei  luoghi  della  solita  guardia  del  Real  Palazzo,  nel  ri- 
spettivi distaccamenti  della  Città,  e  nei  posti ,  dai  quali  si  era 
ritirata  la  milizia  urbana  delle  maestranze. 

Si  temevano  tuttavia  nuovi  disordini ,  tanto  più  che  nella 
plebe  perdurava  un  certo  maligno  fermento,  e  si  notavano  spesso 
combriccole  fuori  le  porte,  minaccianti  anche  le  maestranze,  per- 
chè, dopo  la  partenza  del  Viceré ,  nessun  utile  s' era  conse- 
guito (1). 

Appunto  perciò,  nonostante  i  grandi  preparativi,  si  proibì  la 
pubblica  funzione  per  la  morte  del  Cassero  che  si  fece  seppellire 
la  notte  del  22  al  23  silenziosamente  nella  Cappella  della  SS. ma 
Vergine  del  Rosario. 

Di  tutto  ciò  che  accadeva,  si  rendeva  minutamente  conto  alla 
Corte,  ma  non  con  tutta  sincerità.  L'Arcivescovo  e  il  Sacro  Con- 
siglio, cercando  di  quietare  i  ribelli,  avevano  concesso  un  gene- 
rale indulto  ;  ora,  per  ottenere  la  conferma  del  Re,  si  affannavano 
a  dimostrare  come  la  colpa  fosse  della  più  vile  plebe ,  spinta  a 
tumultuare  dalle  tristi  condizioni  derivate  dalla  debolezza  e  dalla 
incapacità  del  Viceré ,  mentre  magnificavano  Fopera  dei  nobili 
e  delle  Maestranze. 

Il  Re  quindi  ebbe  parole  di  lode  per  tutti  coloro  che  si  erano 
adoperati  per  il  bene  pubblico,  esortandoli  a  persistere  nella  via 
intrapresa  ;  e  principalmente  per  il  ^I.se  di  Sortino,  Pretore ,  e 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato  di  Nap«)li.    Diversi    di    Sicilia. 
Basta  478. 


108  MISCELLANEA. 


per  il  principe  di  Pietraperzia  (i)  ;  diede  promesse  di  clemenza 
per  la  vile  plebe,  e  si  dolse  profondamente  del  Fogliani  che  aveva 
abbandonato  il  Regno.  E  qui  ci  si  presenta  la  questione  della 
nomina  del  Filangeri,  che  accennerò  brevemente. 

Come  abbiamo  detto,  il  Fogliani  nel  partire  da  Palermo ,  in 
mezzo  all'infinita  confusione,  alle  minacce  della  plebe  tumultuante, 
aveva  firmato  alcuni  fogli  in  bianco ,  incaricando  il  Segretario 
Don  Sigismondo  Mechelli  di  comunicare  a  Monsignore  Arcive- 
scovo la  nomina  di  Governante  interino  della  Capitale.  Però , 
per  proposta  del  Consultore  del  Regno ,  Deodato  Targiani ,  si 
credette  opportuno  estendere  detta  nomina  a  tutto  il  Reame , 
così  che  sembrava  che  il  Fogliani ,  senza  ordine  esplicito  di 
S.  M.  avesse  abbandonato  la  carica  che  dal  Re  stesso  gli  era 
stata  conferita. 

Per  un  momento  l'Isola  apparve  come  divisa  in  due  Regni 
con  due  rispettivi  capi  :  il  Fogliani  a  Messina ,  il  Filangeri 
a  Palermo. 

E  due  correnti  diverse  giungevano  alla  Corte  :  il  Viceré  vo- 
leva trasferita  la  sede  a  Messina  e  chiedeva  quindi  che  vi  si 
inviassero  alcuni  dei  piìi  importanti  magistrati  :  i  Palermitani 
minacciavano  nuovi  disordini  qualora  si  fosse  pensato  o  di  tra- 
sferire la  sede  viceregia  nella  Città  rivale  o  di  richiamare  il 
Viceré  in  Palermo. 


(1)  In  lode  del  P.pe  di  Pietraperzia  fu  ,  in  questa  occasione,  scritto 
il  seguente  sonetto  : 

Bollea  l'Oreto  nel  crudel  tumulto 
Fra  le  fiamme  funeste,  e  tra  i  spaventi. 
Minacciando  talor  popolo  iaculto, 
Stragge  crudel  nelle  sconvolte  genti. 

E  voi  signor  di  poca  età  già  adulto 

Ci  soccorreste  in  sì  spietati  eventi 

La  turba  irata  nel  fatale  insulto 

Solamente  ascoltava  i  vostri  accenti. 
Che  traggiche  figure,  ecco  frenaste 
Or  severo,  or  gentile,  ed  ora  audace 
Fra  timore,  ed  amor  tutto  placaste. 

In  un  momento  alfin  virtù  capace 

Che  al  Re  l'onore,  a  voi  la  gloria  daste 

A  Fogliani  lo  scampo,  a  noi  la  pace. 

Vedi  ms.  Qq.  D.  99.  Bibl.  Com.  di  Palermo. 


MISCELLANEA  109 


L'astio  della  popolazione  palermitana  non  tardò  a  manifestarsi. 

Da  alcnni,  o  per  mostrare  riverenza  e  sottomissione  al  so- 
vrano che  ritenevano  giustamente  sdegnato  ,  o  per  amicizia  del 
Fogliani,  fu  creduto  opportuno  consigliare  taluni  Maestri  a  chie- 
dere a  S.  M.  il  ritorno  del  Viceré  a  Palermo. 

Dagli  artigiani  era  stato  composto  un  memoriale,  da  spedirsi 
in  segno  di  devozione  e  gratitudine  al  Sovrano.  Era  stato  affi- 
dato al  Pretore ,  e  il  Barone  Artale  propose  di  aggiungervi  un 
articolo  per  il  ritorno  del  Fogliani. 

2son  avendo  voluto  il  Marchese  di  Sortino  occuparsi  della  sot- 
toscrizione di  detto  memoriale,  il  Barone  Artale,  radunati  i  Con- 
soli in  casa  sua,  cercò  d'indurii  al  desiderato  fine.  Non  l'avesse 
mai  fatto  !  Quel  passo  ,  jjoco  ben  considerato  ,  mise  lui  iù  peri- 
colo e  la  città  in  disordine. 

I  Consoli  si  rifiutarono  di  firmare  ed  uscirono  dalla  casa  del 
Ministro  villanamente  schiamazzando. 

II  domani  si  eccitava  la  plebe  alla  rivolta  con  un  cartello  ap- 
peso in  un  cantone  di  Piazza  Vigliena  in  questi  termini  conce- 
pito :  «  Guardatevi  OunsvXi  di  lu  tradimentu  di  la  Nobiltà  cu  lu 
cunsensu  del  ribellu  Baruni  Artali»;  e  si  correva  a  far  vendetta 
del  povero  Avvocato  Fiscale,  alla  cui  casa  si  minacciava  sacco 
e  fuoco  (1). 

Così  il  corpo  degli  artigiani  aveva  voluto  mostrare  di  essere 
innocente  della  cacciata  del  Viceré.  Vano  tentativo  ,  che  valse 
invece  ad  affermare  la  colpa. 

La  parte  che  gli  artigiani  ebbero  nell'espulsione  del  Fogliani 
si  conferma  di  piìi  «  nella  negativa  fatta  al  Ministro  Artale ,  che 
se  eglino  V  arteggiani  erano  innocenti  dei  fatti  dei  giorni  19  e  20 
di  settembre  dovevano  tutti  desiderare  il  ritorno  del  Viceré  o  almeno 
mostrarsi  indifferenti;  se  alla  prima  insinuazione  vomitarono  il 
veleno,  ne  siegue  indispensabilmente  esser  loro  più  che  mai  colpevoli 
in  tutti  i  fatti  (2)  ». 

Per  opera  loro  venne  tolto  il  medaglione  posto  nella  Gasa 
Senatoria,  nel  1763,  a  gloria  del  Fogliani  (3).  Poi  si  presero  cura 
essi  medesimi  ancora  una  volta   del   mantenimento    della   tran- 


(1)  Vedi^docl^ined.  Arch.  di  Stato  di  Napoli.  Diversi  di   Sicilia.  Bu- 
sta 478. 

(2)  Vedi  app.  II. 

(3)  Vedi  doc.  ined.^Arcb.^di  Stato  di  Napoli.   Giunta   di  Sicilia.  Bu- 
sta 478. 


110  MISCELLANEA 


quilJità  ;  occuparono  i  bastioni,  raddoppiarono  le  ronde,  cattura- 
rono tutti  coloro  che  credettero  i)ericolosi  alla  quiete   pubblica. 

Il  Governo  della  Città  era  raccolto  nelle  loro  mani  ;  avevano 
manomesso  i  Magistrati,  i  Tribunali,  li  avevano  reso  esecutori 
dei  loro  voleri  e  delle  loro  disposizioni  (1)  e,  oltre  a  ciò ,  veni- 
vano ricompensati  delle  perdite  che  subivano  in  quei  giorni  per 
la  mancata  esecuzione  del  loro  mestiere,  con  somme  raccolte  fra 
i  pili  benestanti  del  paese. 

Essendo  molto  grande  il  numero  dei  catturati,  fu  stabilito  di 
distribuirli  nei  varii  presidii  del  Kegno  (200  a  Messina  ,  100  a 
Siracusa,  100  a.  Trapani)  (2)  e,  considerando  che  ad  accrescere  i 
disordini,  contribuivano  moltissimo  i  forestieri  che  venivano  a 
Palermo  in  cerca  di  guadagno,  s'indussero  i  feudatarii  a  chia- 
mare dalla  (Capitale  i  loro  vassalli  e  a  dar  loro  maniera  di  so- 
stentarsi con  qualche  mestiere. 

Non  si  mancava  di  dare  informazioni  al  Re ,  che  si  compia- 
ceva dell'opera  delle  Maestranze  ;  lodava  il  permesso  dato  dal 
Pretore  perchè  si  levasse  il  medaglione  del  Marchese  Fogiiani 
dalla  Casa  Senatoria  ;  chiamava  inconsiderata  e  prematura  la 
proposta  dell' Artale  (3). 

La  città  intanto  era  più  tranquilla  :  sin  dal  10  ottobre  si  erano 
riprese  le  consuete  funzioni  nelle  varie  chiese ,  aperte  anche 
nelle  «  ore  vespertine  »,  si  permettevano  le  rappresentazioni  nei 
teatri,  tutto  procedeva  regolarmente. 

Restituita  ai  Tribunali,  mediante  l'atto  del  triduo,  (solito  farsi 
in  assenza  del  Viceré)  la  libertà  di  procedere  ,  e  considerando 
come  ad  impedire  crescenti  disordini  fosse  pur  necessario,  dopo 
l'usata  clemenza,  qualche  castigo,  si  pensò  dalla  Gran  Corte  di 
Giustizia  di  esaminare  la  causa  dei  tumultuanti  e  applicare  le 
dovute  condanne. 

Così  la  mattina  del  21  si  assistette  al  dolorosissimo  spettacolo 
di  Piazza  Vigliena.  «  Fendevano  i  quarti  dei  tre  cadaveri  da  tre 
lunghe  funi,  che  per  traverso  stcndevansi  in  forma  delle   corde  del 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Arch.  di  Stato  di  Napoli.    Diversi  di  Sicilia.  Bu- 
sta 478. 

(2)  Vedi  doc.  ined.  Arch.  di  Stato  di  Palermo.  Keal   Segreteria.  Re- 
gistri dei  dispacci.  Diversi  di  Messina.  N.  1260. 

(3)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato   di   Palermo.    Real    Segreteria. 
Materiale  a  parte.  Busta  N.  5305. 


MISCELLANEA  111 


gioco  popolare  dell'oca,  da  una  parte  alV  altra  delle  facciate  délVot- 
tangolo,  venendo  esposte  le  teste  sopra  un  catafalco  di  tavole,  situato 
in  mezzo  della  stessa  piazza  e  levato  in  alto  da  un  lungo  solo  fatto 
a  forma  di  triangolo.  Sulla  punta  medesima  di  quella  asta,  ch^era 
la  più,  alta  delle  du£  laterni,  s'innalzava  la  testa  di  Paolo  Pace.... 
alla  punta  diagonale  destra....  era  poi  quella  di  Giovanni    Greco; 

e  sull'ago  della  parte  laterale  sinistra  dell' istessa  asta  si  ergeva 

la  testa di  Giacomo  Gerardi».  In  due  grandi  cartelli  si  leg- 
gevano le  parole  :  «  Puhlica  quiss  >  e  «  Secura  tranquillitas  »    (1). 

Legati  a  due  pali,  con  gli  occhi  bendati ,  stavano  Salvatore 
Lo  Castro  e  Domenico  Panzica ,  condannati  alla  galera  a  vita. 
IJn  terzo  condannato  a  vita,  Tommaso  Ferrara,  era  stato  dispen- 
sato da  simile  vergogna  per  indulgenza  dell'Arcivescovo. 

11  popolo  si  avviava  verso  quel  lugubre  luogo  ,  dove  tutto 
ispirava  terrore,  a  rimirar  da  presso  l'orrendo  spettacolo.  Pro- 
cedeva silenzioso  e  triste,  scorgendo  in  quei  cinque  i  capi  espia- 
torii  di  un  delitto  a  cui  tanta  gente  aveva  partecipato.  E  pur 
doloroso  dover  riconoscere  che  i  direttori,  i  fautori  veri  del  tu- 
multo fossero  rimasti  impuniti  ,  mentre  coloro  che  ,  trasportati 
dall'accesa  fantasia ,  cedettero  alle  insinuazioni ,  scontarono  la 
colpa  con  la  vita. 

Per  impedire  che  la  popolazione  si  agglomerasse  e  prorompesse 
in  tumulto,  fu  dato  ordine  che  nessuno  si  dovesse  fermare  ;  e , 
in  seguito,  fu  pubblicato  un  bando  col  quale  s'impediva  che  si 
parlasse  o  si  scrivesse  dei  passati  avvenimenti. 

Nonostante  queste  proibizioni,  si  vedevano  spesso  per  la  Città 
cartelli  sediziosi,  che  mostravano  come  il  fuoco  non  fosse  an- 
cora del  tutto  spento  (2). 

Un  popolo,  non  libero  nella  manifestazione  del  pensiero,  pau- 
roso della  vendetta  sovrana  ,  non  sa  e  non  può  chiaramente  ed 
altamente  muover  lagnanze  contro  tutto  ciò  che  l'opprime. 

Sopporta  in  principio,  poi,  indignato,  prorompe  in  satire,  in 
motteggi,  nascondendosi  sempre  sotto  la  maschera  dell'anomi- 
no  :  —  espediente  allora  comunissimo  ,  cui  ricorrevano  e  nobili 
e  plebei. 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Archivio   di    Stato   di    Palermo.  Real  Segreteria. 
Bnsta  N.  769. 

(2)  Alcune  relazioni  sediziose  pervennero  flnanco  in  Pantelleria,  dove 
si  leggevano  tra  i  grandi  applausi  dei  relegati. 


112  MISCELLANEA 


Le  Statue,  priucipalmente  quelle  poste  nel  centro  della  Città, 
secondo  il  modo  come  venivano  camuffate  ,  esprimevano  il  sen- 
timento del  popolo. 

La  preferita  era  la  statua  di  Palermo,  in  piazza  della  Fiera- 
vecchia.  Ora  le  pendevano  dal  collo,  come  medaglioni ,  cartelli 
d'ira,  di  protesta,  di  minaccia  ;  ora  (dopo  i  tumulti  contro  il  Vi- 
ceré Fogliani)  appariva  in  giamberga  ,  parrucca  ,  nicchio  e  spada 
al  fianco^  per  riaffermare  la  sua  sovranità  ;  ora  (dopo  lo  strazio 
dei  tre  giustiziati)  veniva  coperta  di  gramaglia ,  per  piangere 
col  popolo  una  giustizia  che  sconfinava  e  non  colpiva  i  veri  e 
principali  rei. 

Per  rinvenire  gli  autori  di  questi  cartelli  si  cercava  invano 
ogni  mezzo. 

Intanto  proseguivano  le  catture ,  senza  però  un  retto  fonda- 
mento di  giustizia ,  perchè  tutto  si  faceva  ad  arbitrio  delle 
Maestranze. 

ìfotatisi  i  mali  che  da  questo  ordinamento  derivavano,  si  tol- 
sero le  ronde  diurne  il  giorno  11  novembre,  lasciando  che  i  ma- 
stri invigilassero  solo  la  notte. 

Anche  questo  doveva  in  seguito  impedirsi  per  le  sconcezze 
e  i  trambusti  che  ne  derivavano  ,  giusto  come  fu  ordinato  dal 
Ee  il  25  dicembre  dello  stesso  anno  1773  (1).  Gli  arrestati  ve- 
nivano poi  mandati  in  esilio  a  Trapani,  Favignana,  Pantelleria 
e  Maretimo,  ai  Governatori  dei  quali  luoghi  era  stato  intimato 
da  alcuni  biglietti  viceregi  di  riceverli  (2). 

La  sera  del  26,  martedì,  se  ne  imbarcarono  84  :  15  per  l'Isola 
di  Favignana,  16  per  il  Castello  di  S.  Caterina,  8  per  la  Colom- 
bara  di  Trapani,  tutti  condannati  a  10  anni,  e  45  per  l'Isola  di 
Pantelleria,  ad  arbitrio  del  Viceré. 


(Continua)  Nillina  Gaeta 


(1)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato   di    Palermo.    Rea!    Segreteria, 
materiale  a  parte.  Busta  N.  5305. 

(2)  Vedi  doc.  ined.  Archivio  di  Stato   di   Palermo.    Real    Segreteria. 
Busta  770. 


ANEDDOTI  POLITICI 

DELLA 

RIVOLUZIONE  SICILIANA  D£L  1860 


Nel  1860  io  contavo  appena  undici  anni;  sicché  in  alcuni  av- 
venimenti, che  in  quell'anno  si  svolsero  e  che  appresso  narrerò, 
fui  presente,  mentre  le  notizie  di  altri  in  parte  mi  furono  comu- 
nicate da  mia  madre,  Rosa  Adamo,  vedova  di  Don  Vincenzo  Pa- 
terno Trigona  Marchese  di  Spedalotto,  mio  padre,  e  in  parte  mi 
furono  riferite  dai  miei  amici  carissimi  La  Rosa  maggiore  in  ri- 
tiro, Poulet  generale  in  ritiro,  Stefano  De  Maria,  morto  prefetto 
di  Lucca,  e  Francesco  Brancaccio  di  Carpino  maggiore  in  ritiro, 
tuttora  vivente.  Le  suddette  persone  avevano  memoria  di  questi 
fatti  sia  perchè  vi  furono  presenti,  sia  perchè  erano  di  notorietà 
pubblica. 

Mio  padre  nel  1849,  con  suo  gran  rammarico,  dovette  lasciare 
con  la  famiglia  la  sua  diletta  Palermo,  perchè  esiliato  dal  Bor- 
bone, giusta  la  famosa  lista  dei  quarantatre,  nella  quale  egli  era 
annotato  al  N.  2.  Invero  era  assurdo  lo  sperare  il  condono ,  di 
cui  largamente  furono  beneficiati  molti  che  erano  compromessi 
nei  moti  rivoluzionari  del  1848,  perchè,  allorquando  al  12  gen- 
naro  scoppiò  la  rivoluzione  in  Palermo ,  mio  padre  ,  occupando 
la  carica  di  Pretore,  fece  parte  di  uno  dei  varii  comitati,  come 
presidente,  e  poi  fu  tra  quelli  che  alla  Camera  dei  Comuni  (egli 
era  Deputato  di  Piazza  Armerina)  (1)  decretarono  la   decadenza 


(1)  Era  anche  insignito  della  carica  onorifica  di  Gentiluomo  di  Ca- 
mera di  Ferdinando  II. 

4rcA.  Stor.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV,  ^ 


114  MISCELLANEA 


della  dinastia  borbonica  in  Sicilia.  Inoltre  qual  Pretore  si  recò 
in  Piemonte  insieme  con  la  commissione  eletta  dalla  stessa  Ca- 
mera per  offrire  la  corona  di  Sicilia  al  glorioso  Duca  di  Ge- 
nova (1). 

Primo  rifugio  della  mia  famiglia,  non  che  della  maggior  parte 
degli  esiliati ,  fra  i  quali  il  venerando  Ruggero  Settimo,  fu  La 
Valletta  ;  però ,  o  per  la  nostalgia  per  la  lontana  patria  o  per  i 
primi  sintomi  di  un  male  cardiaco,  conseguenza  dei  passati  pal- 
piti ,  mio  padre  ben  presto  dovette  lasciare  quella  città  per  re- 
spirare aria  più  salubre.  Fu  prescelta  Nizza  e  vi  si  andò  ;  ma  , 
poiché  la  salute  non  migliorava  anzi  progressivamente  peggio- 
rava, la  mia  famiglia  decise  di  andare  in  Toscana,  stabilendosi 
definitivamente  a  Livorno,  la  cui  aria  marina  e  1'  ambiente  so- 
migliavano molto  a  Palermo.  Però  ivi  il  male  vieppiù  si  aggravò; 
sicché,  a  discarico  di  ogni  responsabilità  e  come  ultimo  tentativo, 
mia  madre  fece  domanda  al  re  Ferdinando  perché  acconsentis- 
se che  il  malato  esiliato  potesse  ricavar  beneficio  del  clima  na- 
tio ,  obbligandosi ,  nel  felice  caso  della  guarigione  ,  a  ritornare 
in  esilio.  Questa  domanda,  fatta  soltanto  per  le  condizioni  gravi 
in  cui  si  dibatteva  mio  padre ,  nulla  aveva  di  straordinario , 
quando  molti  della  lista  dei  quarantatre  esiliati,  senza  nessuna 
grave  ragione ,  avevano  ottenuto  il  ritorno  in  patria ,  e  ,  fatto 
straordinario,  fra  costoro  il  Duca  di  Serradifalco,  Presidente  della 
Commissione  che  recossi  in  Piemonte  ad  offrire  la  corona  di  Si- 
cilia a  S.  A.  R.  il  Duca  di  Genova  (2). 

La  risposta  del  re  Ferdinando  alla  domanda  di  mia  madre  fu 
così  concepita  :  La  famiglia  del  Marchese  Spedalotto  allora  farà 
ritorno  in  patria,  quando  il  suo  capo  sarà  morto. 

Schiusa  ormai  ogni  speranza  di  ritorno  in  Palermo,  i  patemi 
d'  animo  aggravarono  la  malattia  di  mio  padre ,  ed  infatti  nel 
luglio  1853  a  sessantacinque  anni  finì  la  sua  vita,  dopo  inaudite 
e  penose  sofferenze  morali  e  fisiche.  Egli ,  prima  di  morire ,  e- 
sternò  per  ultimo  desiderio  che  almeno  le  sue  ossa   riposassero 


(1)  E.  Amari,  Lettera.  «Giornale  di  Sicilia»  14-15  Gennaro  1898. 

(2)  È  da  notarsi  che  erroneamente  scrisse  il  De  Cesare  nel  suo  li- 
bro La  Fine  di  un  Regno  che  mio  padre  nel  1859  aveva  ripetuto  la  do- 
manda pel  suo  ritorno  in  patria ,  giacché  egli  era  morto  sin  dal  1853, 
e  Tunica  domanda  non  fu  fatta  da  lui. 


MISCELLANEA  115 


nella  tanto  amata  patria  ;  ciò  che  la  famiglia  con  ogni  mezzo  at- 
tuò. Dopo  lunghe  trattative  infatti  la  Polizia  di  Palermo  permise 
che  la  salma  di  lui  liberamente  avesse  sepoltura  in  città  ,  con 
patto  espresso  che  fosse  sbarcata  di  notte  e  introdotta  come  merce. 

Queste  condizioni  furono  imposte  per  timore  di  disordini  pa- 
triottici !  Il  voto  di  mio  padre  fu  adempiuto  e,  conforme  al  rego- 
lamento della  Polizia,  la  sua  salma  venne  trasportata  nella  tom- 
ba gentilizia  di  famiglia  nella  chiesa  di  San  Francesco  di  Paola, 
dove  tuttora  giace. 

Le  suddette  brevi  notizie  ,  che  non  riguardano  l'epopea  del 
1860,  era  necessario  sottomettessi  al  cortese  lettore,  per  rilevare 
che  il  nome  di  mia  famiglia  era  di  già  abbastanza  compromesso 
agli  occhi  della  Polizia  borbonica. 


Le  clamorose  vittorie  dell'esercito  franco-piemontese  sui  campi 
lombardi  nel  1859  suscitarono  a  Palermo  entusiasmo  indescri- 
vibile. E  ben  vero,  in  quei  tempi  ideali,  puri  e  sacri  erano  l'a- 
mor di  patria  e  lo  slancio  d'indole  generosa. 

I  palermitani,  con  parziali  illuminazioni  e  silenziose  passeg- 
giate in  massa,  sfidavano  la  Polizia,  che,  impotente,  doveva  su- 
bire siffatte  manifestazioni,  sfogando  piìi  tardi  la  sua  rabbia  con 
r  arresto  di  alcuni  soci  dei  circoli ,  dai  quali  erano  state  fatte 
illuminazioni.  Questi  circoli,  i  cui  soci  rischiarono  compromet- 
tersi, furono  :  Buoni  Amici  detto  Sette  Porte,  Dei  Nobili,  allora 
sito  in  Piazza  Bologni  ed  oggi  detto  Unione  e  sito  in  Via  Prin- 
cipe Belmonte,  e  Bellini,  allora  sito  in  piazza  Bellini  ed  ora  nel 
palazzo  Villarosa  in  via  Maqueda.  Nel  Circolo  Unione  Maniscal- 
co, entrato  furente  ,  infranse  col  bastone  i  lumi ,  provocò  qual- 
che socio  presente,  che  affettava  indifferenza,  ma  nulla  potè  ri- 
cavare sulla  disposizione  data  per  l'illuminazione.  Gli  autori  (1) 
di  tale  reato  erano  al  sicuro,  ed  il  povero  maestro  di  casa,  Gio- 
vanni Manzanares,  all'uopo  interpellato  dal  Maniscalco,  confuso, 


(1)  Fratelli  principe  Domenico  e  conte  Francesco   Trigona  di   San- 
t'Elia, Francesco  Vassallo  e  cav.  Miccichè, 


116  MISGELLÀNEl. 


balbettò  tante  parole  inconcludenti  che  lo   salvarono   di    sicura 
pena. 

Con  mezzi  positivi  intanto  la  classe  aristocratica  palermitana 
lavorava  per  la  rigenerazione  e ,  sia  detto  a  sua  lode  ,  essa  fu 
sempre  a  capo  dei  movimenti  insurrezionali  dell'  Isola ,  sacrifi- 
cando tutto  e  beni  e  vita.  Infatti  nella  dimora  di  mia  madre  nel 
Palazzo  Grassellini  in  via  Maqueda,  si  riuniva  di  sera,  una  vol- 
ta la  settimana,  sotto  la  parvenza  di  festa  da  ballo,  tutto  quanto 
di  più  aristocratico  ed  eletto  contava  la  città.  Queste  riunioni 
avevano  per  obbiettivo  le  congiure  femminili  :  si  stabiliva  che 
tutte  le  signore  ,  recandosi  al  pubblico  passeggio  della  Marina , 
si  adornassero  alternativamente  con  fiori,  nastri  e  piume,  dai  tre 
colori  nazionali.  All'oggetto  non  mancarono  gli  ammonimenti  e  le 
minacce  del  direttore  Maniscalco,  che  non  era  avaro  di  sue  vi- 
site in  casa  di  mia  madre,  ammonimenti  tendenti  a  che  siffatte 
manifestazioni  allusive  cessassero.  Il  Maniscalco  assicura  di 
conoscere  bene  le  sopradette  congiure  ,  che  gli  erano  state  rife- 
rite da  un  signore  che  frequentava  il  palazzo  Grassellini.  Si  cre- 
deva che  costui  fosse  il  maturo  e  borbonico  marchese  di  X. 

A  proposito  di  queste  feste  in  casa  di  mia  madre  ,  trascrivo 
un  brano  del  libro  «  Tre  mesi  alla  Vicaria  »  del  vecchio  patriotta 
mio  amico,  Francesco  Brancaccio  di  Carpino  : 

«  La  Marchesa  di  Spedalotto  una  delle  piìi  belle  e  simpatiche 
«  signore  dell'Aristocrazia  palermitana — che  vive  ancora  e  nella 
«cui  fisonomia  stanno  scolpiti  i  tratti  della  sua  bellezza  giova- 
«nile  e  della  sua  bontà — in  una  sera  del  Maggio  1859  diede  u- 
«  na  splendida  cena.  In  essa  convennero  parecchie  Signore  e  Si- 
«  gnori  della  società  aristocratica,  fra  i  quali  vi  erano  il  Marche- 
«  se  di  Spaccaforno,  che  fu  poi  Principe  di  Cassero,  e  il  Maggio- 
«  re  del  Bosco,  poco  tempo  prima  promosso  a  quel  grado,  e  che, 
*  spinto  dagli  avvenimenti,  raggiunse  quello  di  Generale  nel  cor- 
«  so  di  un  anno. 

«  La  cena  fu  animatissima;  la  guerra  dell'indipendenza  fu  il 
«  tema  favorito  della  conversazione.  Vecchi  e  giovani ,  Signore 
«e  Signorine  erano  esaltatissime;  ma  l'esaltazione  toccò  l'apice 
«quando  lo  Sciampagna  ebbe  avvolto  nei  suoi  vapori  i  cervelli 
«  dei  convitati.  Un  viva  Verdi  echeggiò  nella  sala  ;  le  cinque 
«lettere  componenti  il  nome  del  sommo  maestro  italiano  corri- 
« spondevano  alle  iniziali  di  «Vittorio  Emanuele,  Re  d'Italia».  Era 


MISCELLANEA  *  117 


«  quello  il  grido  convenzionale  di  quei  tempi,  ed  esso  fu  ripetuto 
«  varie  volte  entusiasticamente  da  tutte  le  Signore  e  Signori,  le- 
•«  vando  in  alto  le  coppe  spumanti.  Gli  urrà  incalzavano  i  viva 
■«  Verdi  senza  interruzione  ;  il  brio  e  l'allegrezza  confinavano  col 
«  delirio,  sembrava  che  si  fosse  in  un  manicomio,  anziché  in  u- 
«  na  sala  di  belle  signore.  In  mezzo  alla  vertigine  generale,  che 
«  faceva  girare  tutte  le  teste,  si  sente  ad  un  tratto  tuonare  una 
«  voce  :  era  quella  del  Maggiore  Bosco,  il  quale,  dimentico  della 
«  divisa  che  indossava  e  della  posizione  che  occupava  nell'eser- 
«  cito  borbonico,  si  rizza  in  piedi  e  profferisce  queste  testuali  pa- 
«  role,  impresse  ancora  nella  mia  mente  :  Bevo  alle  armi  alleate^ 
«  e  sarei  lieto  ,  se  alla  testa  del  mio  battaglione  potessi  combat- 
*  tere  anch'io  per  l'indipendenza  italiana.  11  Marchese  di  Spac- 
«  caforno  applaudì  il  brindisi  di  Bosco,  tutti  i  giovani,  al  colmo 
«  dell'entusiasmo,  gli  strinsero  la  mano  e  lo  acclamarono.  Questo 
«  fatto  è  la  prova  la  più  manifesta  di  quanto  grande  fosse  la  po- 
«  tenza  dell'ambiente  in  quel  momento  storico.  Il  Bosco  stesso 
«  e  Spaccaforno  non  seppero  sfuggirne,  e  in  quella  serata  vi  sot- 
«  tostettero  al  pari  di  altri  borbonici. 

«  Beati  tempi  di  allora,  in  cui  tutte  le  aspirazioni  si  compen- 
«  diavano  in  queste  poche  parole  :  indipendenza  e  unità  d'Italia». 

Altre  simulazioni  di  feste  nel  1859  si  svolgevano  nel  palaz- 
zo del  barone  di  Colobria,  Giovanni  Riso,  con  la  connivenza  della 
gentile  sua  moglie,  una  francese.  Con  il  pretesto  della  novena  di 
Natale ,  i  palermitani  frequentavano  varie  case  e  similmente  in 
detto  palazzo  Riso,  dove,  e  sotto  pretesto  della  novena,  mentre  le 
signore  simulavano  occuparsi  del  giuoco  della  bassetta  o  si  dava- 
no alle  danze,  i  signori  nelle  soffitte  del  palazzo  stesso  fondeva- 
no palle  e  manipolavano  cartucce,  che  poi  venivano  consegnate 
al  comitato  rivoluzionario. 

In  detta  novena  non  mancavano  mai  mia  madre,  la  marche- 
sa Airoldi,  la  principessa  Pignatelli,  la  marchesa  di  Rudini,  S- 
leonora  Trigona  di  Sant'Elia,  Rosina  Magnisi,  Vincenzina  laco- 
na  di  San  Martino,  la  principessa  di  Giardinelli  e  Stefanina  Star- 
rabba,  che  poi  fu  moglie  del  principe  di  Paterno. 

Da  parte  della  borghesia  palermitana  e  con  l'intervento  della 
gioventù  aristocratica  si  era  costituito  un  comitato  rivoluziona- 
rio, il  quale,  per  non  dare  sospetti  alla  Polizia,  si  riuniva  cam- 
biando sempre  di  locale;  ed  a  tal  uopo  tali  convegni  si  stabili- 


118  MISOBLI^ANEA 


vano  nel  palazzo  Riso  o  nella  casa  di  Lomonaco  all'Albergheria 
o  in  quella  del  Padre  Ottavio  Lanza  di  Trabia.  Anima  costante 
di  attività  in  quelle  segrete  riunioni  furono  sempre  Enrico  Al- 
banese ,  il  barone  Casimiro  Pisani ,  (Hovan  Battista  Marinuzzi , 
Mariano  Indelicato,  il  barone  Lorenzo  Camerata  Scovazzo  ,  An- 
drea Rammacca,  il  conte  Federico  di  San  Giorgio,  Lomonaco,  Fran- 
cesco Perrone  Paladini,  Pietro  Messineo,  Mario  Palizzolo,  il  mar- 
chese Antonio  di  Rudinì,  Brancaccio  di  Carpino,  il  barone  Gio- 
vanni Riso  di  Colobria,  Corrado  Valguarnera  duca  dell'Arenella, 
Rosario  d'Ondes  Reggio,  Pietro  llardi,  il  principe  di  Giardinelli, 
padre  Ottavio  Lanza  di  Trabia ,  Paolo  Paternostro  ,  Francesco 
Vassallo  Paleologo ,  Giuseppe  Campo ,  Salvatore  Cappello  ,  Sal- 
vatore Buccheri ,  Emmanuele  Faja ,  i  fratelli  di  Benedetto ,  Do- 
menico Corteggiani,  Andrea  d'Urso,  Salvatore  Perricone,  Giusep- 
pe Bruno ,  Francesco  Riso  ,  Salvatore  La  Placa ,  Giovanni  No- 
tarbartolo  di  San  Giovanni  e  i  fratelli  Domenico  ,  Giovanni  e 
Francesco  Trigona  di  Sant'Elia. 


All'alba  del  4  Aprile  1860  mi  svegliai  di  soprassalto  al  rumo- 
re delle  fucilate  e  del  suono  prolungato  delle  campane.  Mi  trovavo 
collegiale  nel  Convitto  Stesicoro  in  via  Alloro  palazzo  Bonagia, 
vicino  il  famoso  ed  oggi  storico  convento  della  Gancia,  nel  quale 
quella  mattina  un  manipolo  d'insorti,  sorpresi  dalle  soldatesche 
borboniche,  si  batteva  accerchiato  e  con  forze  disuguali. 

Io  e  gli  altri  convittori,  spinti  dalla  curiosità  ,  ci  affacciam- 
mo ai  balconi  ;  ma  male  e'  incolse  ,  che  dalle  sentinelle  ,  appo- 
state nella  sottostante  via,  fummo  accolti  a  fucilate.  È  da  rite- 
nersi che  fosse  proibito  sporgersi  dai  balconi,  perchè,  come  suc- 
cedeva alla  Gancia  ,  gì'  insorti  avrebbero  potuto  far  fuoco  sulle 
truppe  assedianti  sia  dalle  finestre  che  dai  tetti  delle  vicine  case. 

L'abortito  tentativo  di  rivolta  ebbe  per  conseguenza  lo  arresto  di 
molti  fra  essi,  dei  quali  alcuni  appartenenti  all'aristocrazia.  Ri- 
cercati e  trovati  quest'ultimi  nei  loro  palazzi,  furono  arrestati  e 
pubblicamente  trascinati  a  piedi  alle  carceri  della  Vicaria.  Eguale 
sorte  toccò  ai  frati  della  Gancia,  perchè  sospettati  colpevoli  di 
connivenza  con  gl'insorti.  Essi  dal  convento  alla  Vicaria  cammi- 


MISCELLANEA  119 


navano  in  mezzo  a  due  file  di  soldati ,  con  aria  compunta  ed  a 
testa  bassa  ,  salmodiando  così  pietosamente  da  rendere  questo 
spettacolo  triste  ed  imponente  nello  stesso  tempo.  Io  stesso,  na- 
scosto dietro  le  persiane  di  una  stanza  della  casa  di  mia  madre, 
li  vidi,  e  fu  tale  l'impressione,  che  rammento  sempre  questo  fatto 
come  se  fosse  oggi  avvenuto.  I  signori,  che  legati  vennero  con- 
dotti lungo  le  principali  vie  della  città,  furono  il  duca  di  Mon- 
teleone  Antonio  Pignatelli,  il  barone  Giovanni  Riso  di  Colobria, 
il  duchino  di  Cesarò  Colonna  ,  padre  Ottavio  Lanza  di  Trabia  , 
il  duchino  della  Verdura  Giulio  Benso,  Martino  Beltrani  Scalia, 
il  principe  di  Giardinelli  Starrabba  e  il  cav.  Giovanni  Notarbar- 
tolo  di  San  Giovanni.  Francesco  Brancaccio  di  Carpino  era  stato 
arrestato  precedentemente.  11  duca  dell'  Arenella  Corrado  Val- 
guarnera  generosamente  si  presentò  alla  Polizia,  chiedendo  voler 
dividere  la  sorte  dei  compagni  di  congiura,  e  tale  atto  fu  tanto 
bene  accetto  che  egli  restò  trattenuto  in  arresto.  Purtroppo  la 
Polizia  non  equivocava,  perchè  tutti  i  suddetti  signori,  sebbene 
non  vi  fossero  prove,  generalmente  erano,  almeno  per  voce  pub- 
blica, ritenuti  i  caporioni  della  congiura.  Intanto  se  si  considera 
che  molti  fra  essi  erano  ricchi,  anzi  ricchissimi,  perchè  proprie- 
tari! dei  più  vasti  ex-feudi  dell'  Isola ,  veri  Stati,  ad  eterna  me- 
moria dovrebbero  scolpirsi  i  loro  nomi. 

Esempio  di  grande  patriottismo  era  stato  un  altro  nobile ,  il 
barone  Bentivegna,  che  era  morto,  anni  prima,  fucilato,  perchè 
accusato  di  un  tentativo  di  rivolta.  Egli  e  Spinuzza  furono  i  pre- 
cursori del  4  Aprile.  Se  tutti  gli  arrestati  suddetti  non  furono 
fucilati,  lo  si  dovette  all'intervento  del  principe  di  Castelcicala, 
Luogotenente  Generale,  vecchio  soldato  napoleonico,  che  dispose 
fossero  giudicati  dai  tribunali  ordinari. 

La  Polizia,  che  sentiva  mancarle  il  terreno  sotto  i  piedi,  fre- 
meva di  dare  un  esempio ,  e  1'  esempio  vi  fu  con  la  fucilazione 
di  tredici  degl'insorti.  Cessato  il  conflitto ,  fui  chiamalo  dal  Di- 
rettore del  mio  Convitto  acciocché  preparassi  subito  i  bauli  della 
mia  roba,  e  indossassi  il  vestito  di  uscita.  Ciò  fatto,  discesi  nel 
cortile,  dove  mia  madre  impaziente  mi  aspettava  in  carrozza.  Essa 
infatti,  avvertita  anzitempo  di  quanto  era  avvenuto  alla  Gancia, 
giustamente  preoccupata  non  solo  per  mia  sorella  e  per  me,  ma 
per  qualche  rivelazione  sulle  sopradette  congiure,  con  un  coraggio 
ed  uno  slancio  a  tutta  prova ,  si  avventurava  in  carrozza  nelle 


120  mSOELLANÈA 


silenziose  strade  della  città,  recandosi  prima  al  collegio  Giusino 
per  condurre  seco  mia  sorella  e  poi  nella  via  Alloro  ,  dove  ap- 
pena era  cessato  il  conflitto,  per  far  lo  stesso  con  jue.  Scopo  di 
tale  ardita  mossa  era  la  fuga  per  Napoli ,  giacché  mia  madre 
sperava  poterci  imbarcare  sopra  un  vapore  od  un  bastimento  a 
vela  diretto  per  quella  città.  Un'  altra  signora ,  che  coraggiosa- 
mente imitò  mia  madre,  facendo  uscire  il  figlio  dallo  stesso  mio 
collegio,  fu  la  bellissima  baronessa  Malvica.  Il  detto  suo  figlio, 
oggi  vivente,  è  ben  noto  universalmente  quale  un'  illustrazione 
della  scherma  italiana. 

Nella  giornata  del  4  aprile  1860  le  vie  di  Palermo,  e  special- 
mente le  sue  porte,  erano  occupate  dalle  truppe,  per  1'  evidente 
timore  che  bande  d' insorti  dalle  vicine  campagne  potessero  ten- 
tare di  entrare  in  città  ,  per  unirsi  ai  rivoltosi  ;  proposito  che  , 
essendo  stato  stabilito  ,  pure  non  avvenne  per  1'  anticipato  con- 
flitto alla  Gancia  ,  causato  dalle  confidenze  fattesi  alla  Polizia. 
Queste  bande  provvisoriamente  si  limitarono  a  suscitare  parziali 
conflitti  nei  dintorni  della  città,  ove  numerose  truppe  erano  state 
spedite  per  respingerle. 

Fortuna  volle  che  durante  l'emozionante  corsa  per  recarsi  al 
Molo,  venne  in  aiuto  di  mia  madre  un  suo  conoscente,  capitano 
di  Stato  Maggiore,  il  quale,  supplicato,  acconsentì  di  galoppare 
innanzi  la  nostra  carrozza  e  così  rendere  possibile  la  traversata 
fra  le  linee  dei  soldati,  che  con  l'artiglieria  sbarravano  le  porte 
della  città. 

Dal  Molo  un  vapore  partiva  per  Napoli  nel  pomeriggio,  forse 
con  dispacci  urgenti  pel  governo  ,  e ,  allorché  vi  fummo  imbar 
cati ,  già  vi  trovammo  qualche  famiglia  conoscente  :  quella  del 
marchese  di  Rudinì  col  figlio  Antonio,  che  molto  si  era  compro- 
messo, e  quella  della  principessa  di  Montevago.  Poco  tempo  dopo, 
usciti  dal  porto,  potemmo  chiaramente  vedere  sulla  spiaggia  vi- 
cina a  Carini  un  vivo  combattimento  e  incendii  ovunque. 

Arrivato  il  nostro  vapore  in  Napoli,  taluni  agenti  di  Polizia 
vennero  a  bordo  e,  presa  nota  dei  passeggeri,  ridiscesero,  certa- 
mente per  comunicarla  alle  supreme  autorità.  Infatti  non  tardò 
molto  che  venne  l'ordine  che  autorizzava  lo  sbarco  di  tutti,  fatta 
eccezione  della  marchesa  Spedalotto  e  famiglia.  Per  la  povera  mia 
madre  la  notizia  era  grave.  In  quei  frangenti  il  trovarsi  sola  con 
due  ragazzi  (io  e  mia  sorella),  senza  sicurezza  della  partenza  per 


MISCELLANEA  121 


Palermo  di  qualche  vapore,  era  cosa  assai  penosa.  Bisognava  adun- 
que procurarsi  un  asilo  su  qualche  veliero  che  facesse  rotta  per  la 
detta  città,  e,  nel  migliore  dei  casi,  trovatolo,  sarebbe  mancato  in 
esso  ogni  conforto:  ambiente  lurido,  traversata  lunga  e  pericolosa. 
Intanto  a  nostra  consolazione  il  caso  volle  che  prima  dello  sbar- 
co dei  passeggeri,  salisse  un  generale,  che,  saputo  dell'  arrivo 
della  principessa  di  Montevago,  veniva  a  bordo  ad  ossequiarla, 
e  quest'antica  ed  affezionata  amica  di  mia  madre,  insieme  con 
altri  ragguardevoli  passeggieri,  sollecitò  vivamente  questo  gene- 
rale perchè  tosto  si  fosse  recato  dal  re  Francesco  II,  presso  il 
quale  egli  aveva  libero  accesso,  scongiurandolo  perchè  autoriz- 
zasse mia  madre,  vedova  innocua  con  due  ragazzi,  a  potere  li- 
beramente sbarcare.  Per  il  caso  pietoso,  il  re  si  commosse  ,  e, 
assentendo,  non  solo  fece  autorizzare  lo  sbarco,  ma  volle  che  la 
sua  lancia,  con  la  bandiera  reale  e  coperta  di  drappi,  accoglies- 
se noi. 

Tanto  mia  madre  che  la  maggior  parte  dei  fuggiaschi  paler- 
mitani stabilirono  la  loro  dimora  in  Napoli  nell'antico  albergo 
di  Roma  (vecchia  conoscenza  dei  siciliani),  il  quale  aveva  il  suo 
prospetto  in  Santa  Lucia,  una  delle  principali  e  più  frequentate 
strade  della  suddetta  città,  e  dalla  parte  opposta  guardava  il  ma- 
re, che  ne  bagnava  le  sue  fondamenta.  Ciò  che  oggi  non  si  vede 
più,  perchè  un  gran  tratto  di  mare,  a  cominciare  dal  luogo  ove 
questo  albergo  esisteva,  è  stato  riempito  di  materiali  e  vi  è  sta- 
ta costruita  una  bellissima  banchina,  la  quale  ora  ammirasi  per 
la  sua  grandiosità  e  per  la  sua  vaghezza. 


#  • 


La  permanenza  in  Napoli  dei  fuggiaschi  siciliani  fu  piena  di 
emozioni  e  gravida  di  palpiti,  specie  in  quel  periodo  di  tempo 
nel  quale  l'esaltazione  era  generale,  e  nella  reggia  la  confusione 
indescrivibile.  Cominciò  infatti  tale  esaltazione  con  l'arrivo  dei 
fuggiaschi,  propalatori  dei  fatti  del  4  aprile  e  delle  sommosse 
parziali  nelle  campagne  di  Palermo,  ed  in  seguito  andò  crescendo 
con  le  vaghe  notizie  dello  sbarco  dei  mille  a  Marsala,  della  bat- 
taglia di  Calatafimi  e  dell'entrata  di  Garibaldi  in  Palermo. 

Intanto  la  scintilla  divampò,  ed  una  serie  di  dimostrazioni  si 
seguirono  più  o  meno  incruente.  La  prima  di  queste  fu  verso  la 


122  MISCELLANEA 


fine  di  maggio,  un'altra  alla  metà  di  giugno  ;  in  questa,  non  so 
per  qual  ragione,  1'  Ambasciatore  di  Francia  ,  passando  in  car- 
rozza per  Santa  Lucia,  fu  colpito  di  bastone.  L'ultima,  ai  primi 
di  luglio,  fu  la  più  grave,  tanto  che  obbligò  l'uscita  dalla  reg- 
gia dei  granatieri  e  della  cavalleria  della  guardia,  che  baionet- 
tarono  e  sciabolarono  i  dimostranti.  Queste  dimostrazioni  spes- 
seggiarono sotto  i  balconi  del  nostro  albergo,  dove  si  sapeva  al- 
loggiassero i  siciliani  ;  e  d'ordinario  le  pattuglie  dei  soldati  cir- 
colavano nella  sottostante  strada,  mentre  qualche  volta  la  truppa 
vi  restò  schierata. 

Di  già  per  i  fuggiaschi  palermitani  la  loro  presenza  in  Na- 
poli si  rendeva  intollerabile,  e  con  l'incalzare  degli  avvenimenti 
di  Sicilia  maggiormente  si  rendeva  insostenibile,  quando  un  in- 
cidente, che  forse  più  tardi  fu  notorio  alla  Polizia,  affrettò  la  par- 
tenza di  tutti. 

All'ultimo  piano  del  nostro  albergo  abitava  la  famiglia  del 
marchese  di  Rudinì,  il  di  cui  figlio  Antonio,  oggi  defunto,  e  che 
fu  Presidente  del  Consiglio  dei  Ministri  come  sopra  dissi,  era 
parte  attiva  dei  comitati  rivoluzionari.  Ritengo  che,  per  denun- 
zia, forse  comunicata  da  Palermo,  fu  deciso  il  suo  arresto  ;  ed 
un  commissario  di  Polizia  con  alcuni  agenti  venne  a  cercarlo 
all'albergo. 

Saliti  al  piano  superiore,  s'intrattennero  con  la  marchesa  ma- 
dre, la  quale,  ad  arte,  attaccò  con  loro  una  lunga  conversazione, 
mentre  il  marchese  padre  scendeva  nell'appartamento  di  mia  ma- 
dre per  avvertirla  di  confermare  al  commissario  quanto  egli  a- 
vrebbe  dichiarato,  che,  cioè,  il  suo  figliuolo  si  era  recato  da  essa 
dovendole  comunicare  qualche  cosa  interessante.  Tutto  ciò,  s'in- 
tende, fu  creato  appositamente  per  dar  tempo  al  marchese  Anto- 
nio di  salvarsi  dalla  parte  di  mare,  dietro  l'albergo,  dove  una 
barca,  sempre  pronta,  trovavasi  a  disposizione  dei  passeggeri. 

Ben  tosto  mia  madre,  avvertita  della  presenza  del  suddetto 
commissario,  nell'intento  di  perder  tempo,  gli  fece  comunicare 
che  attendesse  qualche  minuto,  non  potendolo  ricevere  in  costu- 
me poco  conveniente,  e,  nello  stesso  tempo,  temendo  le  si  for- 
zasse la  porta,  fece  chiamare  la  principessa  di  Montevago,  an- 
ch'essa dimorante  nell'albergo  e  molto  conosciuta  e  stimata  dalla 
corte  di  Napoli,  perchè  con  il  suo  autorevole  prestigio  trattenes- 
se il  commissario.  Tutto  riuscì  in  bene,  giacché,  mentre  la  prin- 


MISCELLANEA  123 


cipessa  con  le  chiacchere  tratteneva  il  commissario,  il  marchese 
Antonio  passava  davanti  a  lui,  che  non  lo  conosceva,  andando 
ad  imbarcarsi  sopra  un  vapore  estero  in  partenza,  nel  quale  fu 
accompagnato  da  un  console  o  addetto  d'ambasciata,  di  cui  non 
rammento  il  nome.  11  commissario  di  Polizia,  avvenuta  la  fuga, 
ebbe  ilnalmente  accesso  nell'appartamento  di  mia  madre,  e  so- 
spettoso, senza  tanti  complimenti,  cominciò  a  ricercare  in  ogni 
angolo  e  fìnanco  all'armadio  delle  vesti.  Non  avendo  trovato  il 
marchese  Antonio,  richiese  dove  fosse,  e  mia  madre  gli  rispose 
che  effettivamente  si  era  fatto  annunziare  ad  essa  per  comuni- 
carle affari  di  urgenza,  ma  che,  non  essendo  stato  ricevuto  sul 
momento,  si  era  allontanato,  promettendo  di  ritornare  fra  mez- 
z'ora. 


*  * 


Un  vapore  di  bandiera  inglese,  che  dalla  cortesia  del  mio 
vecchio  e  caro  amico  marchese  Domenico  Lo  Faso  di  San  Ga- 
briele, mio  compagno  di  viaggio,  seppi  chiamarsi  «  Il  Raul  »  , 
senza  fìsso  itinerario,  ma  diretto  in  Sicilia,  accolse  quasi  tutti  i 
siciliani  dell'albergo  di  Roma  ;  i  quali ,  come  dissi ,  credettero 
molto  opportuno  allontanarsi  da  Napoli,  per  evitare  maggiori 
guai.  Però,  prima  di  partire,  la  Polizia  negò  il  permesso  d'im- 
barco, e  se  questo  segretamente  ed  alla  spicciolata  potè  effettuarsi, 
fu  per  r  opera  del  console  di  Sardegna.  Aggiungo  che  ,  senza 
che  alcuno  avesse  potuto  sospettarlo,  s'imbarcarono  sul  mede- 
simo vapore  numerosi  volontari,  che,  con  le  armi  nascoste,  an- 
davano ad  ingrossare  le  file  dei  garibaldini. 

Si  partì  da  Napoli  in  fretta,  una  vera  fuga  ;  si  lasciarono  in- 
fatti tutti  i  vestiti  all'albergo  per  non  dare  sospetti.  Il  vapore, 
un  vecchio  legno  di  commercio  senza  cabine ,  era  manchevole 
di  ogni  conforto,  ed  a  stento  si  poterono  avere  taluni  materas- 
si sopra  coperta,  ove  tutti  stavano  alla  rinfusa,  uomini  e  don- 
ne e  ,  quel  eh'  è  peggio  ,  malgrado  l' impegno  assunto  dal  co- 
mandante, mancò  durante  la  navigazione  il  vitto  e  si  lottò 
con  la  fame.  Rammento  ancora  che  io  mi  divertivo  giorno  e 
notte,  con  una  testardaggine  infantile,  a  saltare  da  un  materas- 
so all'altro,  mentre  la  gente  vi  riposava,  ciò  che  riusciva  assai 


124  MISCELLANEA 


molesto,  specialmente  alle  signore,  fra  cui  ad  una  signorina,  mia 
conoscente,  che  ne  era  furente  ;  era  essa  la  figlia  del  marchese 
di  San  Gabriele,  oggi  vedova  del  mio  caro  amico  il  barone  Mar- 
tinez. 

Non  rammento  a  chi  fosse  venuta  l'idea,  ricordo  soltanto  che 
durante  la  nostra  traversata,  Biagio  Gravina,  figlio  del  principe 
Ottavio  di  Rammacca,  ed  io  fummo  vestiti  con  camicia  rossa,  faz- 
zoletto al  collo  e  cappello  accomodato  con  penne,  tolte  certamente 
dal  cappello  di  qualche  signora,  non  essendovi  galline  a  bordo. 

Sul  vapore  bentosto  si  seppe  che  si  navigava  per  Messina, 
dove  si  riteneva  sicuro  padroneggiassero  i  garibaldini  ;  sicché 
bisognava  apparecchiarsi  a  presentarsi  trionfalmente  e  da  amici, 
battendo  il  vapore  bandiera  inglese.  Nel  pomeriggio  infatti  si  en- 
trò in  quel  porto  e  tutti  i  passeggieri ,  le  signore  comprese ,  al 
momento  che  si  gettavano  le  àncore ,  fecero  echeggiare  un  gri- 
do unanime  entusiastico  di  viva  Garibaldi.  Il  lettore  tenga  pre- 
sente il  fatto  che  Gravina  ed  io  spiccavamo  sulla  coperta  per  la 
divisa  garibaldina.  Ma  qual  fu  la  sorpresa  generale,  quando,  dopo 
poco  tempo,  si  vide  il  vapore  accerchiato  da  barche  con  gendarmi 
e  soldati  napolitani,  che  forse  arrivavano  per  affrontare  un'im- 
maginaria spedizione  garibaldina,  mentre  nello  stesso  tempo  sulle 
vicine  mura  della  cittadella  un  insolito  movimento  prognosticava 
qualche  bomba  a  noi  diretta. 

Un  gruppo  di  gendarmi  salì  sul  vapore,  malgrado  che  su 
questo  chiaramente  sventolasse  il  vessillo  inglese,  ed  in  quei  mo- 
menti, non  esagero,  era  tale  il  delirio  dell'entusiasmo,  che  il  vec- 
chio marchese  Giuseppe  di  San  Gabriele  ebbe  l'audacia  di  affron- 
tare i  gendarmi,  dichiarando  loro  in  modo  risoluto  che,  ove  mai 
non  si  fossero  allontanati,  li  avrebbe  precipitati  in  mare.  I  gen- 
darmi si  allontanarono,  e  tale  fatto  produsse  a  bordo  una  ecci- 
tazione tale  da  sembrare  che  il  vapore  si  fosse  trasformato  in 
un  manicomio.  Tutti  i  passeggieri  a  squarciagola  gridarono  viva 
Garibaldi,  abbasso  i  Borboni,  e  all'apogeo  dell'entusiastica  vi- 
brazione furon  gettati  a  mare  cappelli,  fazzoletti  e  bastoni,  men- 
tre nei  boccaporti,  con  nostra  suprema  meraviglia,  si  videro  al- 
lineati fucili  diretti  sulle  barche  della  truppa,  i  quali  ci  svelarono 
la  presenza  a  bordo  dei  volontari.  In  quell'ambiente  ho  sempre 
viva  la  figura  di  un  signore  polacco,  che,  ritengo,  in  quel  mo- 
mento, per  la  sua  eccessiva  esaltazione,  fosse  diventato  pazzo,  al- 


M1S0ELLA.NEA  125 


meno  che  non  lo  fosse  stato  prima.  Questi,  dopo  aver  lanciato  il 
cappello,  se  non  fosse  stato  trattenuto,  si  sarebbe  gettato  a  mare. 

La  presenza  dei  volontari  a  bordo,  pronti  a  far  fuoco  sui  sol- 
dati borbonici,  non  che  i  fatti  sopradetti,  costituirono  certamente 
un  caso  grave,  e  fu  per  vero  miracolo  se  conseguenze  tristi  non 
si  deplorarono,  perchè,  nel  medesimo  tempo  che  a  bordo  del  no- 
stro vapore  si  sviluppava  quell'entusiasmo  patriottico  entrava  in 
porto  un  vascello  inglese  a  tre  ponti  ,  il  comandante  del  quale, 
informato  dal  nostro  per  mezzo  di  segnali  di  quanto  era  accadu- 
to, intervenne  in  nostro  aiuto  presso  le  autorità  borboniche,  ot- 
tenendo la  nostra  libera  partenza  ,  la  quale  si  avverò  dopo  che 
un  signore  francese  ,  certo  Sambonne  (che  fu  poi  garibaldino) , 
per  mezzo  del  console  della  sua  nazione,  potè  ottenere  di  sbar- 
care e  provvedere  noi  tutti  di  vitto,  che  da  qualche  tempo  era- 
vamo sforniti. 

Non  posso  tacere  su  due  fatti,  che  sempre  interessano  i  cul- 
tori di  storie  politiche.  Nella  nostra  breve  permanenza  nel  porto 
di  Messina  sono  degni  di  nota  il  ricovero  dato  sul  nostro  va- 
pore ad  alcuni  soldati  napoletani  disertori,  fuggiti  con  non  poco 
loro  rischio  dalla  cittadella,  e  l'essere  stati  noi  seguiti  lungo  la 
traversata  sino  a  Palermo  da  un  vapore  di  guerra  napolitano,  il 
quale,  con  nostra  meraviglia,  ci  lasciava  navigare  liberamente, 
senza  darci  alcuna  molestia ,  e  ciò  dopo  quanto  era  avvenuto 
nel  suddetto  porto. 

All'arrivo  a  Palermo  si  spiegò  l'enigma  :  quel  comandante,  se 
non  sbaglio  Anguissola ,  appena  entrato  in  porto ,  consegnò  il 
legno  al  Generale  Garibaldi.  Quel  vapore  di  guerra,  che  poi  fu 
battezzato  col  nome  dell'  estinto  eroe  ungherese  Tukòry  ,  fu  lo 
stesso  di  cui  si  servi  Garibaldi  per  sbarcare  a  Milazzo,  e  che  per 
poco  non  costò  la  vita  al  detto  suo  comandante  Anguissola ,  il 
quale  fu  minacciato  di  fucilazione,  perchè,  per  guasto  alla  mac- 
china, come  poi  si  seppe,  non  aveva  spinto  abbastanza  il  legno 
vicino  al  forte  per  cannoneggiarlo  e  impedire  così  il  danno  che 
questo  faceva  ai  garibaldini  durante  lo  svolgimento  della  bat- 
taglia. 


126  MISGBLLANEÀ 


* 


Il  comandante  inglese  del  nostro  vapore,  uomo  burbero  e  ri- 
goroso coi  suoi  dipendenti,  partecipava  bonariamente  alle  entu- 
siastiche gioie  del  nostro  patriottismo:  cosa  ben  naturale,  perchè 
è  a  tutti  notorio  quali  simpatie  l' Inghilterra  nutrisse ,  e  forse 
quali  aiuti  clandestini  prodigasse  per  favorire  1'  unità  e  l' indi- 
pendenza d'Italia. 

A  tal  proposito  mi  raccontava  mia  madre  (ciò  che  del  resto 
lessi,  lon  ricordo  in  qual  libro  o  giornale)  che  prima  dello  scop- 
pio della  rivolta  del  4  aprile  ,  stazionando  a  Palermo  la  flotta 
inglese  ,  il  suo  ammiraglio ,  invitato  dalla  stessa  mia  madre  in 
sua  casa  ad  una  delle  solite  cene,  offriva  per  la  cena  un  gran- 
dioso dolce,  dai  tre  fatidici  colori;  ciò  indusse  mia  madre  a  ren- 
(Utc  più  accetto  il  dono  ,  facendo  servire  in  quella  stessa  sera 
granite  e  cremolate  cogli  stessi  tre  colori. 

Il  caso  fu  riferito  alla  Polizia,  che  presentò  le  sue  rimostranze 
al  consolato  inglese,  mentre  Maniscalco,  recatosi  da  mia  madre, 
la  redarguì.  Essa  ,  a  sua  discolpa  ,  ebbe  a  rispondergli  che  ri- 
guardo alle  granite  e  cremolate  il  caso  non  richiedeva  alcun  ri- 
chiamo, trattandosi  di  bevanda  che  ordinariamente  vengono  pre- 
parate con  ingredienti  che  imitano  i  colori  sospetti  :  il  cedro,  l'a- 
marena ed  il  pistacchio.  Questa  giustificazione  credo  ebbe  a  su- 
scitare una  vera  ilarità  ad  un  uomo,  che  non  transigeva  nel  re- 
primere e  punire  qualunque  meschino  indizio  di  sentimento  li- 
berale. 

Seguitando  dunque  il  mio  racconto  ,  dirò  che  il  comadante 
del  nostro  vapore,  calorosamente  sollecitato,  stabilì  di  poggiare 
per  Catania  per  lasciarvi  qualche  famiglia  e  taluni  volontari,  e 
quindi  dirigersi  per  Palermo. 

Fummo  assicurati  intanto,  per  notizia  comunicataci  dal  co- 
mandante del  vascello  inglese  lasciato  a  Messina .  che  Catania 
era  occupata  dai  garibaldini. 

In  quei  tempi  eccezionali  1'  arrivo  di  un  vapore  in  un  porto 
siciliano  era  un  vero  avvenimento;  giacché  ogni  commercio  era 
sospeso  ,  e  la  fantasia  popolare  creava  arrivi  di  spedizioni ,  sia 
di  garibaldini  che  di  bande  d'insorti,  o  notizie  di  nuove  vittorie 
e  conquiste. 


MlSCBLLANEA  127 


Il  nostro  vapore  il  buon  mattino  gettò  l'ancora  nel  porto  di 
Catania,  ove  ci  fermammo  un  sol  giorno,  che  fu  indimenticabi- 
le ,  perchè  passato  amenamente  ;  e  ciò  per  un  equivoco  di  cui 
la  mia  famiglia  fu  protagonista.  Appena  presa  pratica,  sbarca- 
rono pochi  catanesi  ;  dei  palermitani  il  solo  Principe  Ottavio 
di  Rammacca,  che  volle  subito  salutare  parenti  e  amici  ivi  di- 
moranti. 

Forse  per  le  camicie  rosse  che  spiccavano  sul  nostro  vapore 
o  per  le  dimostrazioni  entusiastiche,  che  a  coro  vi  si  ripetevano 
con  degli  evviva  e  fragorosi  battimani,  oppure  per  l'inaspettato 
approdo  del  vapore,  quel  porto  in  breve  si  affollò  di  barche,  dal- 
le quali  erompeva  unanime  il  grido  di  Viva  Garibaldi,  Viva  la 
famiglia  di  Garibaldi,  che  si  riteneva  fosse  a  bordo.  L'equivoco 
pare  non  sia  stato  opera  del  caso,  ma  di  un  capriccio  del  Ram- 
macca, che,  lungo  il  tragitto  dal  vapore  alla  banchina  ed  in  città 
pare  abbia  sparsa  la  voce  che  a  bordo  fosse  la  famiglia  di  Gari- 
baldi. 11  Rammacca,  uomo  molto  simpatico  e  geniale,  non  nuovo 
negli  scherzi  ,  fece  parte  dei  volontari  siciliani  che  nel  1849  si 
recarono  nel  Veneto  a  combattere  gli  austriaci,  e  furono  presenti 
alla  difesa  di  Treviso. 

Le  dimostrazioni  alla  presunta  famiglia  di  Garibaldi  non  si 
limitarono  nel  porto  di  Catania,  perchè,  sbarcati  noi  tutti  nel  po- 
meriggio per  ristorarci  in  qualche  albergo,  fummo  seguiti  da  di- 
screta folla,  fra  la  quale  si  osservò  qualche  camicia  rossa,  con 
bandiere  e  musica,  che  suonava  continuamente  l'inno  garibaldi- 
no accompagnato  da  persistenti  evviva  da  parte  della  folla  sud- 
detta plaudente. 

Tutto  ciò,  replico,  non  deve  meravigliare  per  quei  tempi  ec- 
cezionali specialmente  per  Catania ,  sempre  patriottica ,  che  nel 
1849  eroicamente  contrastò  l'entrata  in  città  alle  preponderanti 
e  ben  munite  forze  napolitane  e  svizzere.  Eroismo  pur  troppo 
scontato  con  la  strage  e  gl'incendi  ! 

Finalmente  il  nostro  pellegrinaggio  marittimo  si  avvicinava 
al  suo  termine,  sicché  la  notte  stessa  si  salpò  per  Palermo.  Quivi 
giunti,  una  sorpresa  ci  era  riservata  :  1'  Eroe  dei  due  mondi,  il 
prode  Generale  Garibaldi,  accompagnato  dal  Ministro  della  Guer- 
ra, Generale  Giuseppe  Paterno  di  Spedalotto,  mio  zio,  veniva  al 
nostro  bordo  per  informarsi  della  nostra  provenienza  e  delle  no- 
tizie che  potevamo  dare. 


128  MISCELLANEA 


Non  posso  descrivere  la  commozione  che  invase  tutti  all'ina- 
spettata apparizione  del  Generale  Garibaldi  ;  si  battevano  le  ma- 
ni ,  si  gridava  da  ossessi  Viva  Garibaldi  ;  e  si  piangeva  dalla 
gioia  ,  tanto  era  il  fascino  e  l'entusiasmo  che  quell'eroe  eserci- 
tava. Momento  eccezionale,  indimenticabile  ! 

Ed  oggi,  quando  mi  riporto  a  quell'epoca  straordinaria,  ai  cui 
entusiasmi  partecipai,  malgrado  fossi  inesperto  ragazzo,  non  pos- 
so non  sentirmi  commosso,  ricordando  come  quello  sia  stato  il 
periodo  storico  più  grande,  compiendosi,  dopo  tanti  secoli,  la  re- 
denzione e  l'unità  d'Italia. 

Oav.  Giuseppe  Paterno  di  Spedalotto 

Barone    del    Cuscno. 


SULLA  FONTE  E  LA  LINGUA 
DEL  LIBRO  DEI  VIZII  E  DELLE  VIRTÙ 

testo  siciliano  del  XIV  secolo 


NUOVI  STUDI 


Ho  l'onore  di  presentare  i  risultati  di  nuovi  studi  sopra  il 
fonte  e  la  lingua  di  uno  dei  piìi  antichi  e  cospicui  documenti 
dell'antico  siciliano  :  il  libro  dei  Vizi  e  delle  Viriti,  testo  del  se- 
colo XTV,  che  parecchi  anni  addietro  io  pubblicai  per  intero , 
da  un  codice  membranaceo,  che  si  conserva  nella  nostra  Biblio- 
teca Comunale.  Siccome  allora  io  non  miravo  che  a  mettere  al 
più  presto  questa  scrittura  a  disposizione  degli  studiosi,  dovetti 
necessariamente  rimandare  a  miglior  tempo  l'indagine  del  suo 
fonte  e  il  paragone  con  altre  versioni ,  in  altri  dialetti ,  della 
medesima  scritura,  nel  caso  ve  ne  fossero.  Ma  non  risparmiai 
tempo  e  lavoro  per  tale  pubblicazione,  di  cui  il  solo  testo  sici- 
liano occupa  ben  241  pagine  di  stampa,  né  mancai  di  corredarla 
di  osservazioni  fonetiche  e  lessicali.  Io  procurai  di  riprodurre 
fedelmente  il  codice  non  modificandone  la  ortografia,  e  se  sciolsi 
le  sigle  ossia  le  abbreviature,  lo  feci  a  mezzo  di  lettere  corsive 
in  modo  che  ciascuno  potesse  anche  controllare  l'opera  mia. 

Distratto,  e  anzi  assorbito,  da  studi  di  ordine  glottologico  di 
vario  genere,  e  anche  dalla  pubblicazione  di  altri  testi  in  anti- 
co siciliano,  non  ho  potuto  che  tardi  e  dopo  molti  anni  ritor- 
nare all'esame  della  scrittura  ,  che  ora  particolarmente  c'inte- 
ressa, per  mettere  un  po'  di  luce  sui  punti  a  principio  indicati. 
Arch.  Stor.  Sic,  N.  S.  Anno  XXXV.  9 


130  MISCELLANEA 


« 
«   « 


Pria  di  ogni  altro  credo  opportuno  di  rammentare  che  il  no- 
stro testo  è  senza  dubbio  uno  dei  più  antichi  e  importanti  di 
tutti  i  testi  in  antico  siciliano.  E  qui  vanno  comprese  le  notis- 
sime Cronache  (La  vinuta  di  lu  re  Japicu  a  la  citati  di  Cata- 
nia di  frate  Atanasio  di  Jaci;  Lu  ribellamentu  di  Sicilia  cantra 
re  Carlu  ;  Lu  libru  di  la  conquista  di  Sicilia  per  manu  di  lu  conti 
Rugeri  di  Normandia  di  fra  Simone  da  Lentini) ,  vanno  com- 
presi i  Capituli  di  la  prima  cumpagnia  di  disciplina  di  S.  Ni- 
colò in  Palermo,  e  il  Libru  di  la  Maniscalchia  di  li  cavalli  di 
Giovanni  de  Gruyllis  che  da  me  sono  stati  pubblicati  :  e  vanno 
compresi  tutti  i  testi  che  a  mezzo  della  nostra  Società  sono  stati 
pubblicati  durante  i  non  brevi  anni  di  sua  fiorente  vita ,  a  co- 
minciare dalla  Quaedàm  profetia  illustrata  da  Stefano  Vitt.  Bozzo 
(Arch.  stor.  sic.  a.  II) ,  e  finire  con  la  Vita  di  S.  Onofrio  pub- 
blicata da  G.  B.  Palma  nell'ultimo  fascicolo  dell'  Arch.  (N.  S. 
XXXIV). 

Prescindendo  dai  pochi  anni  di  precedenza,  che  potrebbe  a- 
vere  la  Vinuta  di  lu  re  Japicu,  se  il  testo  risalisse  proprio  al 
1287,  e  prescindendo  dalla  opinione,  ormai  tramontata ,  che  il 
Ribellamentu  risalga  proprio  all'epoca  del  Vespro,  tutte  le  scrit- 
ture ora  indicate  sono  del  secolo  XIV,  e  costituiscono  il  nucleo 
principale  dei  documenti  dell'  antico  siciliano.  Voglio  dire ,  dei 
documenti  più  estesi  e  ricchi  di  materiali  ;  ma  non  escludo  altri 
documenti  di  minore  mole  o  di  epoca  anche  verosimilmente  an- 
teriore. 


«  « 


Codesti  documenti,  che  sono  in  prosa,  ad  eccezione  della  Que- 
dam  Profetia  offrono  ai  glottologici  un  interesse  maggiore  di 
quello  che  possano  offrire  le  produzioni  della  cosidetta  scuola 
poetica  siciliana,  fiorita  in  Sicilia  nel  secolo  XIII,  cioè  nel  secolo 
antecedente  a  quello  in  cui  la  prosa  ebbe  il  suo  rigoglio. 

Infatti  è  noto  che  sono  in  volgare  illustre,  cioè  nell'italiano 
di  quei  tempi,  le  poesie  rimasteci  di  Federico  II ,  Enzo ,  Pietro 


MISCELLANEA  131 


delle  Vigne,  (jiacomo  da  Lenlini,  Ruggiero  d'Amici,  Stefano  da 
Messina ,  detto  il  Protonotaro ,  Mazzeo  Ricco  da  Messina ,  Rai- 
neri e  Ruggerone  da  Palermo,  Odo  della  Colonna  e  Guido  delle 
Colonne,  quest'ultimo  giudice  messinese  benché  di  famiglia  ro- 
mana come  Odo;  ai  quali  si  aggiungono  Rugieri  Apugliese  e 
Rinaldo  di  Aquino,  e  finalmente  la  Nina  ,  la  più  antica  delle 
nostre  poetesse. 

A  tutti  gli  storici  della  letteratura  italiana  ha  destato  mara- 
viglia il  fatto  che  le  produzioni  poetiche  di  questi  autori,  in  buona 
parte  siciliani,  nella  forma  a  noi  pervenuta  non  sono  in  siciliano. 
Molti  hanno  spiegato  ciò  con  supporre  che  in  origine  tali  poesie 
fossero  state  scritte  in  siciliano  e  che  poi  avessero  subito  rimaneg- 
giamenti da  trascrittori  toscani. 

Ma  contro  tale  ipotesi  si  è  osservato  che  a  stento  si  potreb- 
be spiegare  come  non  uno  dei  pretesi  testi  originari  in  siciliano 
sia  pervenuto  a  noi,  e  che  i  testi  attuali  non  si  potrebbero  ri- 
durre a  forma  siciliana  senza  alterare  talvolta  la  prosodia  e  la 
rima. 

Altri  hanno  avventurato  la  idea  che  centro  del  primo  svi- 
luppo poetico  italiano  non  sia  stata  la  Corte  di  Federico  li  a 
Palermo  ,  ma  la  Università  di  Bologna.  A  Bologna  si  spieghe- 
rebbe, meglio  che  a  Palermo,  il  primo  nascimento  di  quella  lin- 
gua poetica,  in  cui  vi  ha  prevalenza  di  elementi  toscani,  appunto 
per  la  vicinanza  della  regione  toscana  ,  vi  ha  frequenza  di  ter- 
mini filosofici  e  latineggianti  perchè  a  Bologna  fioriva  una  scuola 
filosofica,  e  vi  ha  infine  l'elemento  franco-provenzale  contribuito 
dai  trovatori  che  lì  convivevano. 

Se  non  che  la  questione  del  centro  del  primo  sviluppo  della 
lingua  poetica  del  sec.  XIll  dai  glottologi  oggi  è  guardata  ben 
diversamente.  Né  la  corte  di  Federico  II  a  Palermo ,  né  la  stu- 
dentesca della  Università  di  Bologna  potè  formare  la  lingua  di 
cui  si  servirono  i  nostri  primi  poeti.  Nessun  centro  letterario  o 
artistico  ristretto  può  formare  artificiosamente  una  lingua ,  né 
imporre  ai  poeti  di  una  regione  vasta  come  l'Italia  una  lingua. 
E  noi  crediamo  viceversa  che  e  la  Corte ,  e  la  Università ,  e  i 
poeti  del  sec.  XIII,  di  qualunque  regione,  abbiano  assunto  come 
strumento  del  pensiero  artistico ,  a  preferenza  dei  dialetti  indi- 
geni, quella  lingua  già  abbastanza  diffusa,  sebbene  non  comple- 
tamente formata  e  non  ancora  spogliatasi  dalla  scorie  degli  eie- 


132  MISCELLANEA 


menti  esogeni  o  arcaici  o  vernacoli ,  che  Dante  chiamava  «  vol- 
gare illustre  *  e  che,  secondo  espressamente  egli  osservava,  «  in 
qualibei  redolet  civitate  nec  ctibat  in  ulla». 

Che  i  primi  a  poetare  in  questo  volgare  sieno  stati  i  Siciliani 
non  sembra  discutibile  ;  né  occorre  rammentare  la  testimonianza 
di  Dante  sul  prestigio  dei  poeti  siciliani,  per  cui  «  factum  est  ut 
quidquid  nostri  praedecessores  (s' intende  di  Dante)  vulgariter 
protulerunt,  sicilianum  vocetur*.  E  qui  io  mi  vedrei  costretto  a 
dire  una  parola  sulla  lingua  del  celebre  Contrasto  di  Ciullo  (o 
Cielo)  d'Alcamo,  da  Dante  additato  come  esempio  del  modo  di 
poetare  dei  Siciliani. 

Mi  limito  a  rilevare  che  l'equivoco  che,  una  trentina  di  anni 
addietro ,  sorse  contro  la  opinione  tradizionale  della  sicilianità 
del  contrasto  pare  ormai  stato  eliminato ,  e  che  dalla  maggior 
parte  dei  filologi  e  storici  della  letteratura  si  è  tornato  a  credere 
ciò  che  attestava  il  Divino  Maestro  (Cfr.  P.  Carini  tradotto  da  H. 
Schneegans  in  Grundriss  der  roman.  Philologie  di  G.  Gròber  I). 
Rilevo  pure  che  lo  ammettere  che  il  Contrasto,  quale  è  a  noi  per- 
venuto, abbia  subito  qualche  rimaneggiamento  da  autori  non  si- 
ciliani resta  sempre  lecito. 

Ma  potrebbe  anche  credersi  che  l'autore,  siciliano  di  nascita, 
abbia  cercato  di  preferire  quel  volgare  illustre  che  sino  dai  suoi 
tempi  (non  anteriori  certo  al  1231)  cominciava  ad  invalere  presso 
i  poeti ,  pur  lasciandosi  qua  e  là  sfuggire  dalla  penna  frasi  e 
parole  prettamente  siciliane. 

Dico  «  autore  siciliano  di  nascita  »  perchè  credo  che  su  que- 
sto punto  non  restino  più  dei  dubbi. 

Il  Sig.  Giuseppe  Salvo  Cozzo  ha  sostenuto  che  la  forma  esatta 
originaria  del  nome  dell'  autore  della  Rosa  fresca  aulentissima 
in  base  al  manoscritto  del  Colocci,  sia  appunto  Ciullo,  e  ha  cre- 
duto di  mostrare  colle  parole  stesse  del  Colocci,  che  costui  tro- 
vando ostico  quel  nome,  si  sia  permesso  cambiarlo  nello  strano 
Cielo.  Invece ,  Ciullo  è  il  sic.  Ciuddu,  notissimo  diminuitivo  di 
Vincenzo.  Quanto  al  preteso  «dal  Camo»,  va  osservato  che  Car- 
mo  (!?^  non  esiste  nella  toponomastica  di  nessuna  regione,  e  che 
deve  leggersi  sicuramente  d'Alcamo,  dopo  la  pubblicazione  di  un 
importante  documento  fatta  dal  nostro  consocio  S.  F.  M.  Mira- 
bella. Tale  documento  (Arch.  stor.  sic.  ,  N.  S.  ,  XXVI  ,  p.  555j 
mostra  che  nello  stesso  secolo  (il  XVI),  in  cui  scriveva  il  Colocci, 


MISCELLANEA  133 


era  invalsa  la  etimologia  dottrinaria  e  illusìonaria  che  al  di  Al- 
camo non  appartenesse  alla  radice  della  voce,  ma  rappresentasse 
l'articolo  arabico  al,  come  in  tanti  toponomastici  siciliani;  per- 
ciò si  scriveva  al  separatamente  da  Canto  per  indicare  né  più  né 
meno  Alcamo,  il  nome  della  città  siciliana. 

E  qui  non  posso  fare  a  meno  di  rammentare,  che  1'  Achille 
degli  argomenti,  a  favore  della  pretesa  origine  pugliese  del  Con- 
trasto, è  pure  distrutto  da  una  considerazione  ortografica  sempli- 
cissima. A  'n  Bari  del  verso  *per  quanti  averi  a  n  bari  va  letto 
amhari  che  è  un  francesismo  evidente  (cfr.  fr.  emparer  :  acqui- 
stare, ottenere). 


Non  costituendo  le  produzioni  poetiche  del  sec.  XIII,  che  so- 
pra abbiamo  indicate ,  veri  fonti  per  lo  studio  dell'  antico  sici- 
liano, tutta  la  nostra  attenzione  deve  essere  rivolta,  oltre  che  alla 
Quaedam  Profetia  ,  alle  scritture  in  prosa  che  appartengono  al 
sec.  XIV.  Ma  anche  in  talune  di  queste  è  lecito  supporre  una 
infiltrazione ,  benché  limitata,  della  lingua  italiana.  Il  vulgare 
mediocre  di  Dante,  cioè  quel  tanto  di  lingua  italiana  che  si  ad- 
dice alle  narrazioni  storiche,  ai  trattati  e  ai  libri  di  morale,  do- 
veva certamente  avere  un  uso  generale  al  1300 ,  quando  ancora 
non  esisteva  l'Italia,  politicamente  una  ;  ed  è  naturale  che  qual- 
che scrittore  in  vernacolo  talora  si  lasciasse  sfuggire  delle  pa- 
role appartenenti  a  quel  volgare.  L'  elemento  non  indigeno  do- 
veva poi  in  maggior  misura  per  via  più  immediata  introdursi  in 
quelle  scritture,  che  rappresentano,  dal  lato  letterario,  niente  al- 
tro che  traduzioni  dall'italiano. 

Ciò  appunto  è  avvenuto  nel  Libro  dei  Visii  e  delle  Virtii,  che 
recentemente  ho  potuto  constatare  essere  una  traduzione  del  Vol- 
garizsamento  dell  esposizione  del  Paternostro  del  Notarlo  fioren- 
tino Zucchero  Bencivenni  che  risale  al  principio  del  secolo  XIV, 
e  che  a  sua  volta  traduce  :  la  Bataille  des  Vices  et  des  Vertus , 
altrimenti  chiamata  Somme  le  roi.  Quest'opera  di  morale  cristiana 
fu  scritta  prima  in  latino  e  poi  in  francese ,  nel  1279 ,  dal  mò- 
naco domenicano  frate  Lorenzo  per  il  re  Filippo  III  ;  ed  ebbe 
grande  diffusione ,  essendo  stata  tradotta  in  provenzale ,  in  in- 
glese, in  italiano  e  via  dicendo.  La  traduzione  più  nota  è  quella 


134  MIS0E1.LANEA 


dianzi  indicata  ;  ma  ve  ne  sono  delle  altre  :  una  di  Ruggiero 
Calcagni  di  Firenze,  una  di  fra  Luigi  di  Messer  Baglione,  e  un'ul- 
tima di  anonimo  Veneto. 

A  dir  vero  appena  pubblicai  il  nostro  testo  vari  insigni  ro- 
manisti ,  rilevando  la  importanza  della  pubblicazione ,  accenna- 
rono alla  dipendenza  di  quel  testo  dal  fonte  testé  indicato. 

Ma  il  merito  di  avere  pria  di  ogni  altro  intraveduto  il  fonte 
del  testo  siciliano  spetta  a  Vincenzo  Di  Giovanni  (1),  benché  le 
affermazioni  di  costui  sieno  un  po'  indecise  ed  inesatte.  Egli  di- 
chiarava che  il  contenuto  del  nostro  codice  fosse  «  benché  non  tutto 
testo  originale...  in  gran  parte  probabilmente  esemplato  e  ridotto 
in  volgare  siciliano  dal  testo  toscano,  attribuito  a  Zucchero  Ben- 
ci venni  fiorentino,  il  quale  era  volgarizzamento  nella  I»  metà  del 
sec.  XIV  del  Libro  dei  Vizii  e  delle  Virtù  ,  scritto  in  latino  da 
un  frate  Lorenzo  Gallo».  Cosi  Di  Giovanni  implicitamente  affer- 
mava che  soltanto  una  parte  del  testo  siciliano  (2)  rappresentasse 
come  una  traduzione  libera  di  Benci venni.  Egli  poi  per  equivoco 
prendeva  per  cognome  la  voce  «  Gallo  » ,  che  è  nella  prefazione 
del  testo  di  Bencivenni,  pubblicato  da  Rigoli,  mentre  invece  essa 
é  l'aggettivo  indicante  la  nazionalità. 

L'illustre  Ernesto  Monaci,  constatata  la  importanza  della  mia 
pubblicazione,  volle  anche  occuparsene  innanzi  la  R.  Accademia 
dei  Lincei  {Rendiconti,  Glasse  di  se.  mor.  stor.  e  fil.  S.  V.  voi.  II). 
Egli  pose  a  riscontro  alcuni  tratti  del  TS  colle  traduzioni  della 
Somme  le  roi  estranee  all'  Italia ,  e  giunse  alla  conclusione  che 
il  TS  non  proviene  da  esse.  Monaci  ritiene  che  tra  le  varie  tra- 
duzioni italiane  quella  di  Bencivenni  sia  la  più  conforme  al  TS, 
sebbene  prudentemente  egli  dichiari  che  con  ciò  non  intende  e- 
sprimere  più  che  l'impressione  avuta  da  pochi  confronti. 

Ora  avendo  io  pazientemente  confrontato  tutto  il  TB  col  TS 
posso  essere  più  esplicito  e  sicuro  dei  prelodati  autori  ;  e  affer- 
mo che  il  TB ,  dal  punto  d'onde  incomincia  sino  alla  fine ,  co- 


(1)  Lu  primu  mottu  di  la  oracioni  di  lu  Paternostru  testo  sic.  del 
sec.  XIV,  Palermo,  Scuola  tip.  del  «  Boccone  del  Povero  »,  1889. 

(2)  In  questa  Memoria  adopero  l'abbreviatura  TS  per  indicare  il  te- 
sto siciliano ,  e  TB  per  il  testo  di  Bencivenni  pubblicato  da  Rigoli , 
Firenze  1828. 


MISCELLANEA 


135 


stituisce  l'originale  delle  pagine  87  (r.  29)  —  !M5  del  TS,  che  Io 
traduce  di  norma  puramente  e  semplicemente. 
Mi  limito  a  citare  il  principio  : 


Testo  di  Bencivenni 


Testo  siciliano  (1) 


Queste  rendite  sono  le  virtù  di 
che  il  Santo  Spirito  arrosa  di  gra- 
zia. Lo  figliuolo  di  Dio,  ch'è  il  ve- 
race sole  le  fa  crescere  in  alto  e 
fruttare  ;  e  queste  tre  cose  sono  ne- 
cessarie a  tutte  cose  che  in  terra 
crescono  ;  terra  convenevole,  omore 
nutrichevole,  e  calore  ragionevole. 
Senza  queste  tre  cose  spiritualmen- 
te non  possono  1'  opere  di  vertudi 
aè  crescere  né  fruttificare.  Queste 
cose  fa  la  grazia  del  Santo  Spirito 
nel  cuore ,  e  fallo  tutto  rinverdire 
e  fiorire  e  fruttificare ,  e  fanne  al- 
tresì com'un  paradiso  molto  dilet- 
tevole pieno  di  bnoni  arbori  e  pre- 
ziosi e  molto  odoriferi.  Ma  siccome 
il  nostro  Signore  piantò  paradiso 
terrestro  pieno  di  buoni  alberi  e  di 
buoni  frutti,  e  nel  miluogo  piantò 
un  arbore  ch'è  appellato  albero  di 
vita;  perciocché  '1  suo  frutto  avea 
vertudi  di  guardare  la  vita  a  quelli 
che  ne  mangiavano  sanza  morire  e 
sanza  ammalattire,  e  sanza  infie- 
bolire.  così  fae  spiritualmente  nel 
cuore  il  grande  giardiniero  ,  Dio 
padre  che  elli  vi  pianta  cioè  li  al- 
bori di  vertù ,  e  nel  miluogo  l'al- 
bero di  vita ,  cioè  lesu  Cristo,  che 
disse  nel  vangelio:  chi  mangia  mia 


Quisti  renditi  sunu  li  virtuti  ki 
lu  Sanctu  Spiritu  arrosa  di  la  sua 
grafia.  Lu  figlu  di  Deu  ki  est  vera 
soli  li  fa  crisciri  in  altu  &  fructari. 
Quisti  tri  cosi  sunu  necessarij  a 
tucti  li  co8[c]i  ki  in  terra  crissinu. 
Terra  con  veni  vuli,  humuri  nutriki- 
vuli ,  et  caluri  rasunivuli.  Senza 
quisti  tri  cosi  spiritualmenti  non 
ponu  li  operi  di  virtuti  ni  crisciri 
ni  multiplicari.  Quisti  cosi  fa  la 
grafia  di  lu  Sanctu  Spiritu  in  lu 
cori  et  fallu  tuff u  rivirdiri ,  fiuriri 
(et  fructi)  &  fructificari ,  et  fanne 
altrusi  come  (46  r.)  par[ad]isu  frop- 
pu  delictivuli  plenu  di  boni  arbori 
et  preclusi.  Ma  si  comu  lu  nostru 
f^ignuri  plantau  lu  paradisu  fire- 
str  plenu  di  arburi  et  di  boni  fructi 
et  in  lu  mezu  plantau  unu  arburu 
lu  quali  est  appellatu  arburu  di 
vita,  per  <;o  ki  lu  suo  fructu  havia 
virtuti  di  guardari  la  vita  et  senza 
invechari  et  senza  moriri,  senza  a- 
raalafiri  ,  senza  aflvuliri  a  quilli 
kindi  mangiavanu,  cusi  fa  spiritual- 
menti  in  lu  cori  lu  grandi  iardinfa- 
rju  zo  est  Deu  patri,  ki  illu  pianta 
li  arburi  di  virtuti  et  in  lu  mezu 
lu  arburu  di  vita  zo  est  Yhesu  Chri- 
stu.  ki  dissi  in  lu  evangeliu  ,  cui 


(1)  Nel  ristampare  luoghi  del  TS  si  adopera  qui  di  norma  la  pun- 
teggiatura moderna,  e  s'introduce  1'  uso  del  v  che  nel  codice  siciliano 
in  genere  non  esiste. 


136 


MISCELLANEA 


carne,  e  bee  lo  mio  sangue  elli  ha 
vita  eternale. 

Questo  albero  rinverdisce  e  rim- 
bellisce per  sua  virtù  tutto  questo 
paradiso,  per  la  virtù  di  questo  pa- 
radiso, cioè  da  questo  albero  fiori- 
scono e  fruttano  li  altri  albori.  Que- 
sto albore  è  tutto  buono  ciò  ch'elli 
ha  in  se  ,  e  sopra  se ,  ed  infra  se. 
Questo  albero  è  da  lodare,  e  da  a- 
mare  per  molte  cose.  Per  la  radice, 
per  lo  pedale ,  per  lo  fiore ,  per  la 
foglia,  per  l'odore  e  savore,  e  per 
la  sua  bella  ombra.  La  radice  di 
questo  albero  è  il  tragrande  amo- 
re ,  e  la  tradolce  caritade  di  Dio 
padre,  onde  elli  noi  ama  molto  ed 
amò ,  che  per  suo  malvagio  servo 
ricomperare ,  elli  donòe  il  suo  tra- 
buono figliuolo  ad  essere  giudicato 
a  morte  e  a  tormento. 


mangia  la  mia  carni  et  bivi  lu  meu 
sangui  havira  et  havi  vita  eterna. 
Quistu  arburu  rlvirdissi  e  rim,- 
bellissi  per  sua  virtuti  tuttu  quistu 
paradisu  ,  per  la  virtuti  di  quistu 
arburu  fiorisinu  &  fructano  li  altri 
arburi,  Quistu  arburu  est  tuttu  bo- 
nu  zo  est  ki  illu  havi  in  si  et  su- 
pra  di  si  et  infra  sì.  Quistu  arburu 
est  di  amari  per  multi  cosi,  per  la 
radichi,  per  lu  pedali,  per  lu  fiuri, 
per  la  fogla,  per  lu  oduri  &  sapuri 
per  la  sua  bella  umbra.  La  radichi 
di  quistu  arburu  est  lu  stragrandi 
amuri  et  la  stragrandi  ci  dulchi 
cantati  di  Deu  patri ,  undi  illu  ni 
ama  multu  &  amau  ki  per  lu  mal- 
vasu  serviciu  ricaptari  dunau  lu  so 
dulchi  figlu  ad  essiri  iudicatu  a 
morti  et  a  tormenti. 


La  constatazione  di  questo  fatto  non  può  non  interessare  anche 
dal  semplice  punto  di  vista  linguistico,  tanto  più  che  il  tradut- 
tore si  mostra  cosi  fedele  al  suo  testo  da  cambiare  spesso  la  veste 
fonetica  alle  voci  siciliane  per  accostarle  alle  toscane.  Lo  ve- 
dremo in  seguito. 

Ora  (iredo  opportuno  di  riferire  qualche  risultato  dei  miei  studi 
sulla  questione  della  dipendenza  tra'  vari  codici. 

Pria  di  tutto  io  posso  assodare  che  tra  le  varie  traduzioni  ita- 
liane della  Somme  le  Boi  quella  di  Bencivenni  costituisce  1'  ori- 
ginale del  TS. 

Nell'articolo  del  Prof.  Monaci  sopra  citato,  è  messo  a  riscon- 
tro un  passo  del  testo  francese,  conservato  in  un  ms.  della  Pa- 
latina di  Parma,  col  corrispondente  passo  di  una  traduzione  to- 
scana e  del  TS, 

Ebbene  accanto  ad  alcune  parole  del  TS  il  diligente  critico 
è  costretto  di  apporre  punti  ammirativi,  perchè  esse  non  trovano 
riscontro  negli  altri  due  testi.  Ecco  riprodotto  questo  passo  : 


MISCELLANEA 


137 


Testo  francese 

Des  troys  rerttis  clivììies 
e'est  assavoir  de  fot, 
esperance  et  chartte. 

Sai  net  Poi  appelle 
les  troys  premieres  : 
foy,  esperance  et  cha- 
rile.  Et  sont  appellees 
divines  pour  ce  quel- 
l'es  ordrenent  le  cueur 
a  dieu.  Foy,  si  comme 
dit  sainct  Augustin  , 
nous  met  de  soubs  dieu, 
et  le  nous  fait  cognoe- 
stre  et  recognoestre  a 
seigneur ,  de  qui  nous 
tenon  quan  que  nous 
avons  de  bien.  Espe- 
rance, comme  dit  mei- 
smes  sainct  Augustin, 
nous  eslieue  a  dieu,  et 
nous  fait  fors  et  hardis 
pour  emprendre  pour 
lui  ce  que  passe  vertus 
d'homme. 


Testo  toscano 


Le  tre  prime  appella 
san  Paulo  :  fede  spe- 
ranza e  earitade.  E  so- 
no appellate  divine  ; 
perocch'  elle  ordinano 
i  cuori  a  Dio.  Fede , 
siccome  dice  santo  An- 
gustino, noi  metta  sot- 
to Dio  ,  e  falci  cono- 
scere e  riconoscere  a 
segnore,  da  cui  noi  te- 
gnamo  ciò  che  noi  a- 
vemo  di  bene.  Speran- 
za, dice  elli,  noi  allie- 
va a  Dio,  e  noi  fa  forti 
e  arditi  per  imprendere 
per  lui  ciò  che  passa 
vertù  d'uomo. 


Testo  siciliano 


E  tri  primi  appella 
sanctu  Paulu:  fidi,  spe- 
ranza &  cari  tati.  Et  ap- 
pellati divini  ,  però  ki 
illi  ordinanu  li  cori  a 
deu.  Fidi,  si  comu  dissi 
sanctu  Augustinu,  mit- 
ti  nui  Butta  deu,  &  fa- 
nilu  cognosciri  &  rico- 
gnosciri  a  signuri ,  da 
cui  nui  tegnamo  (?o  est 
ki  nui  avimu  di  beni. 
Speranza,  dissi  illu,  ni 
leva  a  deu  &  fani  forti 
&  arditi  per  risplendi- 
ri  (!)  &  preluchiri  (!)  ki 
passa  virtuti  di  homu. 


Ebbene ,  ecco  di  seguito  il  passo  corrispondente  del  TB  ,  p. 
16,  ove  appunto  il  risplendiri  e  il  preluchiri  trovano  esatto  ri- 
scontro, e  non  danno  perciò  luogo  a  dubbi  di  cattiva  lettura. 


*  Le  tre  prime  appella  san  Paolo,  fede,  speranza  e  earitade,  e  sono 
appellate  divine  ,  perocch'  elle  ordinano  i  cuori  a  Dio.  Fede  siccome 
disse  santo  Angustino  noi  mette  sotto  Dio ,  e  falci  conoscere  e  rico- 
noscere a  signore,  da  cui  noi  tegnamo  ciò  che  noi  avemo  di  bene.  Spe- 
ranza, disse  elli,  noi  allieva  a  Dio,  e  noi  fa  forti  e  arditi  per  risplen- 
dere, e  per  rilucere  che  passa  vertù  d'uomo  ». 

Assodato  che  la  traduzione  della  Somme  le  Roi,  fatta  da  Ben- 
civenni,  costituisce  l'  originale  del  TS ,  resta  a  vedere  da  quale 
dei  codici,  che  contengono  questa  versione,  più  strettamente  di- 


138  MISCELLANEA 


penda  la  versione  siciliana,  tanto  più  che  le  prime  87  pagine  del 
TS  non  esistono  nel  testo  di  Bencivenni  pubblicato  da  L.  Rigoli. 

Su  questo  punto  son  costretto  di  fare  alcune  osservazioni  in 
base  alle  varianti ,  notate  nel  TB ,  che  offrono  il  Codice  Redi 
della  Laurenziana  e  il  Codice  della  Riccardiana,  N.  1466,  di  fron- 
te allo  Stroziano,  che  è  riprodotto  nel  TB ,  non  essendomi  stato 
possibile  di  avere  a  Palermo  i  Codici  altrove  esistenti  (1). 

Egli  è  certo  che  per  ben  159  pagine,  vi  ha  di  norma  una  cor- 
rispondenza quasi  sempre  letterale  tra  il  TS  e  il  TB.  Questo  è 
un  punto  certo  ed  incontrastabile.  Le  prime  87  pagine  del  TS,  che 
contengono  li  cumandamenti,  li  dudichi  articuU  di  la  fidi^  li  septi 
peccati  mortali,  e  il  principio  del  tractatii  di  li  virtuti  non  si  tro- 
vano nel  TB.  Per  queste  pagine  sembra  però  possibile  che  altri 
codici  pili  completi  dello  Stroziano  debbano  contenerne  la  mate- 
ria. Questa  inoltre  si  riscontra  in  manoscritti  separati,  dello  stes- 
so Bencivenni,  che  Rigoli  non  pubblicò,  credendo  facessero  parte 
del  suo  testo. 

Ecco  le  parole  di  Rigoli  :  «  Queste  ed  altre  variazioni  adunque 
non  ebbero  origine  se  non  dal  genio  differente  degli  amanuensi. 
In  fatti  il  Vocabolario  cita  vari  manoscritti  intitolati  :  Trattato 
de  peccati  mortali,  di  Equità,  di  Consiglio,  di  Fortezza ,  di  In- 
tendimento ecc.  che  sembrano  opere  separate,  e  d'autore  diverso, 
ma  io  ho  evidentemente  scoperto ,  che  tutte  quelle  opere  sono 
comprese  wqW  Esposizione  del  paternostro,...  e  per  conseguenza 
il  volganizzamento  dei  medesimi  è  di  Zucchero  Bencivenni  ».  Ri- 
goli si  appoggerebbe  al  fatto,  che  alcune  voci  come  ladico,  cispi- 
coso,  scombavare,  giubbetto,  putidore,  fastidiume,  bistornare  etc. 
«  allegate  nel  Vocabolario  sotto  altri  titoli  »  si  ritrovano  pure  nel 
testo  da  lui  pubblicato. 

Non  occorre  mostrare  la  leggerezza  di  questo  ragionamento, 
perchè  i  suddetti  Trattati ,  che  corrispondono  alle  prime  87  pa- 
gine del  TS,  non  esistono  affatto  nel  TB.  Se  il  volgarizzamento 
della  Somm^,  fatta  da  Bencivenni  fosse  contenuto,  come  dice  Ri- 
goli, soltanto  da  vari  manoscritti  staccati,  non  sarebbe  certamente 


(1)  La  direzione  della  Biblioteca  Riccardiana  di  Firenze  ,  dopo  più 
di  un  mese  che  la  Bibl.  Naz.  di  Palermo  avea  richiesto  il  Cod.  Rice. 
1466  di  Zucchero  Bencivenni,  rispose  che  questo  ms.  pel  suo  pregio  ar- 
tistico e  letterario  è  escluso  dal  prestito. 


MISCELLANEA  139 


il  codice  Stroziano  che  li  avrebbe  compresi  tutti,  ma  il  testo  del 
codice  siciliano. 

Ma  Rigoli  stesso  più  oltre,  pure  sforzandosi  di  nascondere  la 
verità ,  per  non  fare  perdere  importanza  alla  sua  pubblicazione, 
viene  implicitamente  a  confessare  che  il  codice  completo  è  il  Ric- 
cardiano  e  non  lo  Stroziano.  Ecco  le  sue  parole  :  «  Le  poche  va- 
rianti, che  si  leggeranno  in  pie  di  pagina  sono  del  codice  Redi 
esistente  nella  Laurenziana,  e  del  Riccardiano  col  num.  1466,  il 
quale  incomincia  con  i  dieci  comandamenti  di  Dio  ,  poscia  si 
legge  la  spiegazione  del  simbolo  degli  Apostoli ,  ovvero  dodici 
articoli  di  fede..,;  e  dopo  undici  fogli  evvi  la  figura  del  re  di  Tra- 
cia sedente...  e  sotto  si  legge:  De'  sette  peccati  mortali,  e  loro 
rami.  A  pag.  47  s'incontra  il  Trattato  di  ben  vivere,  e  della  m,a- 
niera  di  viver  bene...  ». 

Dal  confronto  dei  suddetti  codici  sorge  un'altra  osservazione. 
Alcuni  passi  del  TS  si  mostrano  più  esatti  o  completi  dei  passi 
corrispondenti  del  TE,  (1)  e  talvolta  concordano  con  quelli  degli 
altri  codici,  che  però  di  norma  sono  meno  conformi  al  TS. 

Da  questo  fatto  a  me  sembra  si  debba  dedurre  che  il  TS  rap- 
presenta la  traduzione  di  un  codice  completo  di  Bencivenni,  da 
cui  devono  dipendere  tanto  lo  Stroziano  che  il  Laurenziano  e  il 
Riccardiano  (seppure  tal  codice  non  esiste,  a  mia  insaputa). 

Un'altra  supposizione  potrebbe  farsi,  ed  è  questa;  che  il  tra- 
duttore siciliano  abbia  preso  come  originale  il  testo  del  cod.  Stro- 
ziano, ma  senza  perdere  di  vista  anche  gli  altri  codici,  in  modo 
da  potere  utilizzarli  nei  casi  in  cui  lo  Stroziano  presentasse  qual- 
che lacuna  o  dubbiezza. 

Avverto  che  nel  TS  mancano  molte  delle  intestazioni  dei  ca- 
pitoli ;  e  mancano  com'  è  naturale  (non  esendovi  figure)  quasi 
tutte  le  descrizioni  e  indicazioni  delle  figure  che  nel  Bene,  sono 
ben  26  (1).  Queste  descrizioni  cominciano  sempre  così  Questa  i- 


(1)  Sono  ben  più  rari  i  passi  del  TB  che  di  fronte  ai  corrispondenti 
del  TS  mostrerebbero  una  maggiore  esattezza. 

(2)  Reciprocamente  esistono  nel  TS  alcune  poche  indicazioni  o  spie- 
gazioni di  figure  da  eseguirsi  nel  Codice ,  che  non  corrispondono  con 
quelle  del  TB ,  ed  esiste  qualche  intestazione  di  capitolo  non  avente 
riscontro  nel  TB.  Ma  ciò  ha  poca  importanza. 


140 


MISCELLANEA 


storia  la  quale  voi  vedete  qui  appresso  si  è  per  dimostrare  etc.  ; 
o  così  :    Questa  istoria  la  quale  è  qui  appresso  etc. 

Il  fatto  dianzi  rilevato ,  che  il  TS  non  presenta  gli  svarioni 
e  le  lacune  del  TB  giustifica  le  congetture  sull'originale  del  cod. 
sic,  e  ci  obbliga  ad  attribuire  allo  stesso  una  speciale  impor- 
tanza, oltre  quella  che  proviene  dalle  ragioni  linguistiche. 

Ecco  alcuni  raffronti,  a  prova. 


Testo  di  Bencivenni 


Testo  siciliano 


(Pag.  4)  «  e  fa  lor  prò  e  loro  u- 
tilità  assai  meglio  ch'elli  non  sanno 
divisare,  e  baiteli  e  gastiga  quan- 
d'elli  non  fanno  per  lor  prò  e  per 
loro  utilità  assai  meglio  ch'elli  non 
sanno  divisare  ». 


(Pag.  92)  «  &  fa  luru  prudi  &  laru 
utilitati  asai  raeglu  ki  illi  non  sanu 
divisari,  &  battili  &  castiga  quandu 
illi  misfanu.  &  quistu  battiri  est 
per  luru  utilitati  ». 


(Pag.  4)  «  Or  ti  mostra  dunque  (Pag.  9i2)  «  Ora  ti  mostra  dunca 

motto  che  *  quistu  muttu  ki  ». 


(Pag.  5)  «cioè  il  verace  figliuolo 
di  Dio,  ma  noi  siamo  suoi  figliuoli 
per  adozione  et  per  grazia.  Ado- 
zione è  un  motto  di  legge». 


(Pag.  93)  «^o  est  lu  veru  figlu 
di  Deu.  Ma  nui  non  simu  figli  di 
Deu  per  natura  sino(n)chi  nui  simu 
facti  ala  sua  y  magi  ni  &  a  sua  simi- 
litudini. Ma  altrusì  sunu  li  Sara- 
chini.  Ma  nui  simu  suoi  figli  per 
adoptioni  et  per  gratia  (di).  Ado- 
ptioni  est  unu  muttu  di  liggi  ». 


(Pag.  15)  «  Or  riguardate  che  voi 
lo  sappiate  ben  cantare  in  vostro 
cuore,  che  grande  vene  (!)  (1)  segui- 
terà altresì  (2)  come  i  balj,  e  baroni 
che  governano  e  guardano  ì  paesi, 
e  reami,  e  vegnono,  e  vanno,  e  van- 
no ed  apprendono  del  dono  di  con- 


(Pag.  107)  «  Or  riguardati  ki  vui 
lu  sapiati  beni  cantari  in  vostru 
cori,  ki  grandi  beni  vlndi  virra  si 
cusi  fachiti». 

Qui  segue  la  indicazione  di  una 
figura  «  In  quistu  locu  apressu  divi 
essiri  depinctu  domini  deu  in  una 


(1)  Cod.  Redi  60  *gran  bene*. 

(2)  A  questo  punto  vi  è  una  lacuna  in  Bene,  di  più  di  tre  pagine  , 
lacuna  che  non  esiste  nel  Cod.  sic. 


MISCELLANEA 


141 


siglio,  ciò  ch'elli  comandano  e  fan- 
no fare  agli  altri  ». 


nebula  »  etc.  Poi  si  viene  a  parlare 
dei  doni  di  lu  spirita  sanctu. 

«  Appressu  li  setti  petitioni  di 
lu  pater  nostru  ni  cunveni  parlari 
cum  grandi  reverentìa  di  sì  alta  ma- 
teria comu  di  li  sanctissimi  doni 
di  lu  spirita  sanctu  si  comu  illu 
midesmu  ni  insignirà  &  dirimu  pri- 
meramenti  quali  sunu  quisti  doni  * 
etc. 

Dopo  più  di  3  pagine ,  cioè  a 
pag.  Ili  r.  4  «  comu  li  baglei  &  ba- 
runi  ki  governanu  &  guardanu  li 
paisi  &  li  riami,  &  vidinu  &  vana 
&  apprendunu  di  lu  donu  di  lu  con- 
siglu  QO  ki  illi  comandanu  &  fanu 
fari  ali  altri». 


(Pag.  15)  «  Santo  Angustino  dice 
che  tutti  li  altri  vizj  noi  (1)  fanno 
lo  mal  fare  o  '1  bene  lasciare  di  fa- 
re, ma  tutti  quelli  che  1'  uomo  ha 
conquistati  orgoglo  si  pena  di  di- 
struggere e  torre». 


(Pag.  107)  «  Sanctu  Augustinu 
dichi  ki  tutti  li  altri  vicij  nui  fanu 
lu  malfari  oi  lu  beni  lassari  di  fari. 
Ma  tutti  quilli  ki  1'  omu  ha  factu 
&  tucti  doni  ki  l'omu  havi  conqui- 
stati lu  orgoglu  si  sforza  destrudiri 
&  li  vari  ». 


(Pag.  17)  «che  per  queste quat-         (Pag.  112)  «ki  per  quisti  quatru 

tro  virtudi  l'uomo  governa  se  me-  virtuti  l'  omu  governa  si  midesma 

desimo  in  questo  (2)  siccome  il  papa  in  quistu  seculu  si  comu  lu  papa 

governa  santa  Chiesa»  etc.  governg  la  sancta  ecclesia»  etc. 


(Pag.  21)  Ciò  sono  quattro  col- 
pi di  tuono  che  spaventano  i  pec- 
catori ,  e  fannolo  (!)  tremare  e  a- 
ver  paura  (3),  pianta  nel  cuore  del 
peccatore  quando  Dio  il  visita. 


(Pag.  117)  ^o  sunu  quatru  corpi 
di  balestri  dì  tornu  ki  fanu  lì  pec- 
caturi  tucti  tremari  &  haviri  pagu- 
ra  &  spagnanuli.  Quisti  4  riguardi 
sunu  quatru  rivuli  di  la  radichi  di 


(1)  Cod.  Rice.  «  o  fannoci  fare  il  male ,  o  fannoci  lasciare  il  bene  ; 
ma  tutti  i  beni,  che  l'uomo  ha  fatti,  e  tutti  i  doni  che  1'  uomo  ha  ac- 
quistati, la  superbia  e  l'orgoglio  si  pena  di»  etc. 

(2)  Cod.  Rice.  «  in  questo  secolo  ». 

(3)  Rigolì  qui  presenta  una  lacuna,  che  si  può  colmare  col  soccorso 
del  TS.  e  del  Cod.  Redi  67  :  «  Questi  quattro  ragguardi  sono  quattro 


W2 


MISCELLANEA 


la  humilitati  ki  lu  donu  di  pagura 
pianta  in  lu  cori  di  lu  peccaturi 
quandu  deu  lu  visita. 

(Pag.  35)  «  iscampae  i  (!)  panni  (Pag.  134)  «scampau   in   panni 

di  gamba».  di  gamba*. 


(Pag.  55)  «  ciò  è  la  seconda  bat- 
taglia e  il  merito  che  la  ripone.  Ap- 
presso questo  lutto  (1)  viene  la  terza 
battaglia  ». 

(Pag.  62)  Quando  sua  madre  tor- 
nò e  trpvòe  il  fatto  ella  divenne 
quasi  fuori  del  senno  d'ira  e  di  do- 
lore e  '1  fanciullo  oroe  umilmente 
al  nostro  Signore  e  furono  ripieni 
li  granai  ». 


(Pag.  162)  «  Qo  est  la  secunda 
batagla  &  lu  meritu  ki  li  riponi. 
Appressu  quista  lucta  veni  la  ter<ja 
batagla  ». 

(Pag.  172)  «Quandu  la  matri  tor- 
nau  a  la  casa  e  trovau  divacatu  lu 
granaru  illa  divinni  quasi  fora  di 
sennu  &  piena  d'ira  &  di  dolori  «S: 
sanctu  Benedictu  oraru  humilmenti 
alu  nostru  Signuri  &  subitu  lu 
granaru  fu  plinu  comu  ananti  era 
sta  tu». 


(Pag.  63)  «specialmente  i  figlioli 
dei  ricchi  uomini  debbono  essere 
meglio  insegnati  e  meglio  informati 
in  buone  opere ,  che  il  fanciullo 
vuole  sempre  tenere  sua  forma  c'hae 
avuto  da  principio,  come  il  calzo- 
laio sua  forma;  e  perciò  il  dee  l'uo- 
mo informare  a  ben  fare;  che  sic- 
come dice  il  proverbio  chi  apprende 
e  addottrina  puledra  in  dentatura 
tener  la  vuole  mentre  ch'ella  dura. 

Terzo  ramo  si  è  gastigare»... 


(Pag.  174)  «  specialmenti  li  ricki 
homini  li  quali  divinu  meglu  insi- 
gnari  li  sol  fili  &  miglu  instruiri  in 
boni  operi,  per  qo  ki  lu  fantinu  est 
comu  la  eira  ki  prendi  quilla  for- 
ma ki  chi  est  impressa  cusì  lu  gar- 
Quni  pichulu  quandu  est  da  tiniri^a 
inignatu  legeramenti  prenda  li  boni 
insignamenti  &  plui  legiamenti  li 
manteni  ki  non  fa  quandu  est  cri- 
sutu  sen^a  bona  doctrina.  Ga  dichi 
lu  proverbiu  cui  adomma  pultru 
cun  dricta  cura,  teniri  lu  voli  men- 
tri illu  dura  ;  &  l'altru  :  90  ki  capi 
nova  pigna  capi  (1  )  quandu  est  in- 
veterata ». 


riali  della  radice  d'  umiltà  che  '1  dono  di  paura  pianta  nel  cuore  del 
peccatore,  quando  Iddio  il  visita». 

(1)  Nel  TS  per  equivoco  «  sapi  ».  La  proposizione  va  intesa  lette- 
ralmente così  :  «  ciò  che  contiene  pentola  nuova  contiene  quando  è 
vecchia  ». 


MISCELLAyEA 


143 


(Pag.  73)  E  questo  è  centra  molte 
genti  e  uomini  ricchi ,  che  fanno 
tanto  gridare  i  poveri  che  hanno 
affare  con  loro  e  tanto  danno  darl' 
indugio ,  e  tranquillo  (!)  e  tante 
fiate  convien  lor  pregare  e  richie- 
dere innanzi  che  vogliano  alcuna 
cosa  fare,  che  troppo  vendono  lor 
caro  il  ben  che  fanno  lóro  ». 


(Pag.  186)  «  Et  quistu  est  con- 
tra  multi  gentili  homini  ricki ,  ki 
fanu  tantu  cridari  li  poviri  ki  hanu 
a  fari  cun  loru  &  tanta  indusia  li 
danu  &  tantu  travaglu  &  tanti  fiati 
si  fanu  prigari  &  riquediri  ki  inanci 
ki  possanu  essiri  pagati  di  luru  af- 
fanu  sunu  tutti  stanki  ». 


(Pag.  78)  «che  altresì  come  la 
lumiera  corporale  leva  le  tenebre, 
e  fa  chiaramente  vedere  le  cose  cor- 
porali ,  così  questa  lumiera  spiri- 
tuale purga  lo  ntendimento  dell'uo- 
mo, acciocché  possa  conoscere  chia- 
ramente e  certanamente ,  sicome 
r  uomo  può.  Questo  albero  nasce 
e  cresce,  e  profitta  altresì  come  li 
altri  dinanzi  detti  per  sette  gradi  ». 


(Pag.  191)  «  ki  cusi  comu  la  lu- 
cherna  leva  li  tenebri  di  la  oscuri- 
tati  &  fa  claramenti  vidiri  li  cosi 
corporali,  cusì  quista  illuminationi 
spirituali  purga  lu  intellectu  di  lo- 
mu  ki  illu  possa  cognosciri  clara- 
menti comu  l'omu  pò  cognosciri  in 
quista  vita  mortali  lu  so  criaturi 
&  li  criaturi  spirituali  comu  sunu 
li  angeli  &  li  anime  &  li  cosi  li 
quali  aparteninu  a  saluti  di  l'ani- 
ma. Qo  est  li  articuli  di  la  fidi  di 
la  quali  havimu  parlatu.  quista  co- 
gnoscen^a  non  est  si  non  scientia 
purgata  &  benedicta  ki  comu  li  ochi 
malati  nun  ponu  bene  riguarda- 
ri...  »  etc. 

Quistu  arburu  nasci  &  crisci  & 
profecta  comu  li  altri  dinanzi  dicti 
per  VII  gradi  ». 


Dopo  le  parole  «  si  come  l'uomo  può  »  il  TB  ha  una  lacuna 
di  più  di  una  pagina ,  di  fronte  al  TS.  Mancano  nel  TB  i  due 
righi  finali  della  pag.  191,  manca  tutta  la  pag.  192,  e  mancano 
i  primi  7  righi  della  pag.  193  del  TS. 


Testo  di  Bbncivenni 


Testo  siciliano 


(Pag.  79)  «  e  per  tale  manco  (!)  (Pag-  194)  «  &  per  tali  mantaciu 

e  per  tale  (!)  è  sovente  attizzato  il    &  per  tali  ventu  est  sovenci  atti- 
fuoco  di  lussuria».  <^tu  lu  focu  di  la  luxuria». 


144 


MISCELLANEA 


(Pag.  80)  «  che  chi  è  ozioso  di 
buone  opere,  elli  non  si  puote  te- 
nere, ch'elli  non  caggia  in  peccati. 
11  settimo  grado  del  dono  d'inten- 
dimento si  è  devota  orazione  ». 


(Pag.  197)  «ki  cui  est  ociosu  di 
boni  operi,  non  si  pò  teniri  longa- 
menti  kl  nuncadain  peccatu.  Unde 
lu  profeta  dissi  ki  quistu  fu  lu  pec- 
catu di  Sodoma,  orgoglu  &  habun- 
dantia  di  pani  di  vinu  &  di  carni 
ki  illi  mangiavanu  &  bivianu  »  etc. 


(Pag.  198)  «Lu  septimu  gradu 
di  lu  donu  di  lu  intendimentu  est 
di  vota  orationi  ». 

Dopo  le  parole  «  caggia  in  peccati  »  Bene,  salta  ciò  che  entra 
negli  ultimi  15  righi  delle  pag.  197  del  cod.  sic.  oltre  alla  indi- 
cazione di  una  figura  che  dovea  essere  dipinta  nella  pag.  198 , 
e  della  intestazione  «  In  quieta  parti  parla  comu  si  divi  fari  la 
orationi  ». 


Testo  di  Bencivbnni 


Testo  siciliano 


(Pag.  82)  «  priega  a  Dio  sanza  (Pag.  i^l)  «  prega  Deu  senza  de- 
divozione di  cuore  ,  che  elli  parla  votioni  però  ki  illu  parla  comu  cui 
a  Dio  patrolianto  metà  in  france-  vulissi  parlari  in  franchiscu  &  par- 
sco  e  metà  in  gramatica».  lassi  in  gramatica», 

(Pag.  84)  «  Dio  non  vuole  neente  (Pag.  i204)  «  Deu  non  voli  ki  l'o- 
che l'uomo  faccia  di  sua  magione  mu  faga  di  sua  casa  spelunca  di 
mercato  né  ala  (1)  ond'  elli  cacciò  laruni.  di  la  quali  illu  cachau  quilli 
quelli  che  vendevano  ,  e  compera-  li  quali  compravanu  &  vendianu  in 


ravano  nel  tempio». 


lu  templu». 


(Pag.  89)  «può  esser  merito  di  (Pag.  210)  «pò  essiri  merìtoriu 

guadagnare  la  vita  eternale  (2).  Lo    di  guadagnari  vita  eterna,  usandulu 


(1)  Pare  che  il  traduttore  siciliano  abbia  un  po'  cambiato  il  testo 
per  isfuggire  il  francesismo  ala  ;  e  così  può  essere  avvenuto  nel  luogo 
precedentemente  citato,  ove  nell'  originale  italiano  ricorreva  il  france- 
sismo patrolianto. 

(2)  Cod.  Rice.  «  In  tre  modi  si  può  l'opera  del  matrimonio  fare  senza 
peccato,  anzi  è  di  grande  merito  all'anima.  Prima  quando  si  fa  per  in- 
tenzione d'  avere  figliuoli ,  che  siano  a  servizio  di  Dio.  Per  questa  in- 
tenzione fu  il  matrimonio  prima  ordinato  ». 


MISCELLANEA 


145 


secundo  caso  è  quando  l'uno  rende 
all'altro  suo  debito  ». 


(Pag.  89)  «  Ma  quando  il  diletto, 
e  la  lecceria  è  sì  grande  a  sua  mo- 
glie, che  ragione  è  sì  avocola,  ch'al- 
trettanto ne  farebbe,  elli,  s'ella  non 
fosse  sua  moglie,  in  tale  caso  è  pec- 
cato mortale,  lecceria  passa  i  con- 
fini di  matrimonio». 


comu  est  debitu.  Vui  duvitti  sapiri 
ki  in  tri  casi  pò  lomu  fari  l'opera 
di  lu  matrimoniu  sen^a  peccatu  &. 
pondi  haviri  grandi  meritu  quanta 
a  l'anima,  lu  primu  casu  est  quandu 
l'omu  fu  l'opera  di  lu  matrimoniu 
cun  intentioni  di  haviri  figloli  li 
quali  renda  a  dei  serviri ,  et  per 
tali  intencioni  fu  lu  matrimoniu 
stabilitu,  Lu  secundu  casu  est  quan- 
du l'unu  rendi  a  1'  altru  lu  so  de- 
bitu ». 

(Pag.  211)  «  Ma  quandu  lu  dile- 
ctu  &  r  aligrÌQQa  est  tanta  a  sua 
mogleri  ki  illu  (ki)  rasuna  &  pensa 
ki  cusi  farla  si  Illa  non  fussi  sua 
mugleri ,  in  tali  casu  est  peccatu 
mortali ,  ki  tali  aligrig^a  passa  il 
confini  di  lu  matrimoniu  *. 


(Pag.  91)  «ella  vestiva  il  ciliccio  (Pag.  214)  «  vestiasi  lu  ciliciu  su 

a  sue  carni,  e  digiunava  ogni  die...  la  carni  &  ieiunava  omni  di...  & 

e  SÌ  era  bella,  e  giovane ;  ma    era  sì  bella,  iuvini ma  boutati 

bontà  di  cnore  e  amore  di  castità,  di  cori  &  amuri  di  castitati  li  fa- 

l'ha  fatta  fare  così».  chia  fari  tali  vita». 


(Pag.  92)  «  0  Iddio  (1)  com'elli  (Pag.  215)  «  0  Deu  comu  est  bel- 

è  bellissima  cosa,  castità  con  esso  lissima  cosa  castitati  conessa  cum 

chiarità  e  verginità,  quand'ella  è  claritati  &  virginitati,  quandu  illa 

chiara  per  buona  vita  fae  !  ».  est  clara  per  bona  vita  &  honesta  ». 


(Pag.  107)  «  Quella  fontana  è  sì 
chiara  e  sì  siverata  (!)  (2). 


(Pag.  236)  «  La  quali  est  si  Clara 
&  ismerata». 


(1)  Cod.  Rice.  «  0  Iddio,  com'  è  bellissima  cosa  la  verginità  con  la 
chiarità  della  buona  e  onesta  vita  ». 

(2)  Kigoli  trascrive  siverata  per  sceverata  (p.  121).  Ma  il  confronto 
col  Cod.  Redi,  che  a  pag,  136  ha  smerata,  mentre  da  un  lato  ci  dispensa 
di  farci  supporre  che  nella  voce  siciliana  si  debba  aggiungere  la  sil- 
laba [già],  (ismera[gla]ta),  dall'altro  ci  obbliga  a  correggere  la  lezione 
del  TS  ;  smerata  sarebbe  il  Partic.  dell'  ant.  it.  smerare  ,  pulire  ,  net- 
tare, a  fr.  esmerer. 

Arch.  Stor.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV  10 


146  MISCELLANEA 


(Pag.  115)  «E  secondo  che  dice         (Pag.  135)  «Ysidoru  dichi  ki  Noè 

Isidoro  che  Noè  fece  l'arca  di  legno  fichi  1'  arca  di  lignu  ki  non   putta 

in  tale  maniera  che  non  potea  in-  infragidiri.  E  Yesu  Christu  fichi  la 

fracidare.  Et  lesù  Cristo  fece  santa  sancta  ecclesia  etc.  ». 
Chiesa  etc.  (1)». 

• 

Dal  punto  di  vista  linguistico ,  il  fatto  ben  assodato  che  U 
Libro  dei  Vizii  e  delle  Viriti  è  una  traduzione  di  una  traduzione 
italiana  di  un  originale  francese  ci  obbliga  ad  essere  guardigni 
nell'attingere  al  suo  materiale.  Infatti  all'  abbondante  materiale 
puro,  che  essa  contiene ,  si  mesce  anche  un  materiale  alquanto 
ibrido  o  italianeggiante. 

Per  la  parte  della  fonetica  mi  limito  qui  a  osservare  che  le 
voci  con  o,  e  tonici  o  atoni,  di  fronte  ai  ritiessi  con  u,  i  di  pretta 
indole  siciliana  debbono  considerarsi  come  semplici  italianeg- 
giamenti.  Né  vi  è  bisogno  per  spiegazione  dei  doppi  riflessi,  di 
ricorrere  alla  ipotesi  manifestata  in  TS,  PP.  247-250.  Anche  vari 
riflessi  consonantici,  diversi  da  quelli  offertici  oggi  dal  genuino 
dialetto  ,  debbono  considerarsi  soltanto  come  grafici ,  cioè  deb- 
bono indicare  italianesimi  adoperati  dal  traduttore  siciliano.  Tali 
saranno  i  casi  di  h  iniziale  per  v  e,  di  g-  per  j-;  tali  saranno  i 
gruppi  consonantici  nd^  mb  non  assimilati  in  nn,  mm;  e  anche 
alt-  per  aut-. 

Riguardo  1'  uso  delle  forme,  va  notato  che  debbono  conside- 
rarsi come  pretti  italianesimi  perdamu  TS  107  (il  genuino  ver- 
nacolo richiederebbe  in  questo  luogo  1'  uso  dell'  imperfetto  del 
congiuntivo)  — perdiamo  TB  15,  sappiati  TS  107  (anche  qui  il 
genuino  vernacolo  richiederebbe  l' impf.  cong.)  —  sappiate  TB 
15  e  casi  analoghi. 

Infine  la  stessa  cautela  occorrerà  nell'  attingere  al  materiale 
lessicale,  a  causa  delle  infiltrazioni  di  voci  italiane,  o  anche  di 
francesismi,  prima  passati  per  la  trafila  italiana. 


(1)  Questo  racconto  dell'Arca  di  Noè  nel  TB  si  trova  alla  fine  della 
pubblicazione,  mentre  nel  TS  è  al  f.  71  v.  del  Cod.,  corrisponde  a  pa- 
gina 135  della  mia  pubblicazione. 


MISCELLANEA  147 


Perciò  non  è  da  far  gran  caso  del  fatto  che  nelle  mie  Osser- 
vazioni lessicali  ("in  fine  a  TS)  registravo  fìsca  (così  scritto  nel 
ms.) ,  che  va  corretto  in  fìs[i]ca,  come  bene  io  avevo  corretto  nel 
testo,  a  pag.  51  ;  né  del  fatto  che  a  p.  155  r.  28  io  avevo  scritto 
activamenti,  notando  però  in  nota:  «  cod.  astivamenti»,  che  era 
la  lezione  giusta  (Cfr.  TB  astivamente,  p.  50).  Infatti  in  altri 
luoghi  (pp,  101  r.  10,  106  r.  22)  io  scrissi  pure  astivamenti,  in- 
dovinando la  connessione  coll'afr.  hastifs,  hdtif^  da  hàte,  senza 
aver  presente  né  il  TB,  pieno  di  francesismi,  né  il  testo  francese 
originale. 

Cito  ad  esempio  di  italianesimi  :  ostellu  (1)  TS  117 — ostello  TB 
21,  fabri  TS  117— fabbri  TB  21,  bianca  TS  1^— branca  TB  25  , 
giottamente  TS  101 — ghiottamente  TB  11,  digoggiolaru  TS  88 — di- 
gocciolaro  TB  2  (per  digocciolarono) ,  sorudinu  TS  201  —  sorro- 
dono  TB  83  (pianamente  rodere),  piatu ,  piatire  TS  (passim)  — 
piato  ,  piatire  TB  ,  ebbrighiqqa  TS  115  —  ebbrezza  TB  :20  ,  fi- 
volu  TS  214  —  fiebole  TB  92  (altrove  fievole),  inticta  TS  97  —  in- 
tinta ,  qui  TS  90  —  TB  qui  ,  sollaggu  TS  98  —  sollazzo  TB  9  , 
luxenghi  TS  Hit— lusinghe  TB  18,  dispectabili  TS  119  —  dispet- 
tabile TB  23  ,  ragaggu  TS  119  —  ragazzo  TB  23  ,  ancinatu  (2) 
-a ,  (e  anti  nata  TS  94)  —  anzinato  a  TB  ,  riotta  TS  91 — riotta 
TB  4  (3). 


(1)  Talvolta  però  il  TS  adopera  di  fronte  ad  «  ostello  »  la  voce  ge- 
nuina sic.  hosteri,  hostieri  (v.   appresso). 

(i2)  Sebbene  1'  afr.  abbia  ains-né,  a.  née,  non  credo  che  le  voci  ita- 
liane debbano  considerarsi  come  venute  dal  francese,  spiegandosi  bene 
da  ANTEA  (cfr.  anzidetto). 

(3)  Sebbene  l'afr.  abbia  riote  e  il  fr.  riotte,  non  si  può  ancora  riguar- 
dare sicuramente  1'  ait.  riotta  come  un  francesismo.  Infatti  la  voce  è 
considerata  generalmente  di  origine  oscura  (Cfr.  Dici.  gén.  etc).  Perciò 
non  è  il  caso  di  rimontare  oltre  al  b.  lat.  riotta  ,  registrato  da  Dh 
Cange  ;  e  io  mi  limito  di  notare  (come  feci  in  Osserv.  lessic.  TS  ì264) 
che  il  senso  di  riotta  nel  nostro  testo  è  quello  di  uno  speciale  compo- 
nimento poetico.  Si  osservino  le  frasi  :  «  di  langa  riotta  ni  di  parolli 
pulliti  ni  rimati  »,  paroli  affaitati  ni  longhi  riotti  ».  Altra  cosa  mi  sem- 
bra il  moderno  sic.  riatta  gara,  per  es.  nel  correre,  nel  lavorare.  Asso- 
lutamente inaccettabile  è  l'etimologia  in  base  all'ani,  alto  ted.  riban  (1), 
che  lo  stesso  Korting  8065  dichiara  «  mehr  als  untvahrscheilich  ». 


148  MISCELLANEA 


Citerò  ora,  ad  esempio,   alcuni  francesismi  ,  prima  adoperati 
da  Bencivenni  e  poi  adottati  anche  dal  traduttore  siciliano. 
accontama  TB   «  familiarità  ,   domestichezza  »  ,    acontan^a   TS  , 

dal  fr.  accointance  ; 
arrosare  TB  «irrorare,  annaffiare»,  arrosari  TS  ,  dal  fr.  arro- 

ser  (il  sic.  genuino  ha  arruciari)  ; 
avoccolo  TB  «cieco»,  avocculu  TS,  dal  fr.  aveugle  (da  aboculus 

-um)  ; 
dibonaere,  dibonarj  scritto  spesso  separatamente  di  bon  aere  TB 

«probo,  onesto»,  di  bonu  airi,  di  bonuairu,  di  bunairi  TS  , 

dal  fr.  débonnaire  ; 
diffalta ,  -e  TB  «  fallo  »  difauta  -e  e  difalta  TS  ,  dal  fr.  défatite  , 

(oggi  più  spesso  défaut)  ; 
fado  TB  «scipito»,  fadu  TS  dal  fr.  fade  (da  vapidus  -um)  ; 
leceria  TB   (il  vocabolario  della  Crusca  reca  leccheria)  appetito 

carnale,  leceria  TS  dell'afr.  lécherie  ; 
malbailito  TB    «  senza  potersi  reggere,  senza  balia  »,  malbailitu 

TS  dall'afr.  mal  bailli  (verb.  bailler)  ; 
tniluogo  TB  mezzo,  mihiogu  TS,  dal  fr.  m,ilieu  (m,edius  locus)  ; 
m>isagio  TB  disagio,  misagiu  TS  ,  dall'  afr.  mésaise  (il  mes-  co- 
me in  mésaventure,  mésalliance  etc  ; 
musare  TB  ,  musari  TS ,  dal  fr.  mnser  perdere  il  tempo  in  fri 

volezze  ;  musardo  -i  TB,  musardo  -i  TS  è  il  fr.  musard,  de- 
rivato da  muser  ; 
navera  TB  ferita  d'  arma  acuta  e  tagliente ,    nafri  TS,  dall'aat. 

narwe,  da  cui  l'afr.  navrer  ; 
parzoniere  TB  «partecipe»  parQoneri  TS,  dall'afr.  parchonnier ; 
pulcella  (da  cui piilcellaggio)  TB  «  ragazza»,  pucella  (pucellaggiu) 


(1)  Correggi  ma/irt  del  TS ,  che  perciò  non  ha  1'  etimologia  suppo- 
sta a  pag.  262.  Al  passo  del  TS  157  «  bisogna  lei  discopri  li  tuoi  cha- 
gki  sive  nafri  corrisponde  nel  TB  il  passo  «  conviene  che  tu  discuo- 
pre  le  tue  piaghe  »  senza  la  voce  navera.  E  perciò  è  ovvio  che  il  tra- 
duttore siciliano  abbia  qui  preso  la  occasione  di  spiegare  quella  voce 
che  era  occorsa  altrove. 


MISCELLANEA  140 


TS.  dall'afr.  pnlcelle  (pulcella  nel  canto  di  S.  Eulalia)  fr.  pu- 

celle  (1)  ; 
sorqtiidanza  TB  «  presunzione  »  ,    sorquidanga  ,    sorqtiidatu   TS 

dall'afr,  sorcuidance  sorcuidié  ; 
truante  TB  «accatone»,  trovanti  TS  dal  fr.  truand  : 
(a)  valle  TB  «  in  basso  »,  (a  la)  valli  TS,  dal  fr.  aval  (da  ò  va/)  ; 

Le  voci  sopra  riportate  sono  veri  francesismi  nel  senso  oggi 
dato  dai  glottologi  a  tale  voce. 

Vero  è  che  esse,  nella  forma  italianeggiante  che  hanno ,  nel 
testo  Benci venni,  sono  state  pur  registrate  nelle  antiche  edizioni 
del  Vocabolario  della  Crusca  e  probabilmente  anche  lo  saranno 
nella  nuova  edizione,  ancora  in  corso.  Siccome  il  Testo  di  Ben- 
civenni  è  del  secolo  XIV  ,  esso  si  prendeva  dai  vecchi  letterati 
come  testo  di  purissima  lingua  italiana.  Ma  la  fonte  del  trecento 
è  infida  quanto  mai,  e  quelle  voci  non  esistono  nella  lingua  par- 
lata e  non  si  possono  spiegare  senza  ammettere  che  sieno  pas- 
sate prima  per  la  trafila  della  fonetica  francese. 

Il  TS ,  non  ostante  i  francesismi  che  contiene ,  è  certamente 
meno  impuro  di  quanto  sia  il  TB ,  che  pure  è  continuamente 
citato  dalle  antiche  edizioni  della  Crusca  e  da  certi  filologi  igna- 
ri di  comparazioni  tra  le  lingue  romanze  e  di  ogni  principio  di 
glottologia;  lo  si  additta  generalmente  come  un  «testo  di  lingua». 

Parecchi  francesismi  usati  dal  TB  non  sono  riprodotti  dal 
TS,  di  altri  si  fa  nel  TS  un  uso  moderato. 

Così  ala  mercato  (dal  fr.  halle),  patrolianto  borbottando  (dal 
fr.  patroiùller  ;  e  si  noti  anche  il  suffisso  -auto  per  -andò)  non 
sono  riprodotti  nel  TS.  A  misavvegna  TB  77,  il  TS  185  fa  cor- 
rispondere vegna  a  malti  ricaptu.  Il  TB  a  tutto  spiano  adotta 
il  miluogo  ,  che  il  TS  spesso  traduce  in  In  mezu  (p.  es.  a  p.  88). 
Il  lecceria  del  TB  89  è  tradotto  nel  TS  211  per  luxuria  e  altre 
due  volte  (ibid.)  per  aligriQga.  Il  TB  pure  a  tutto  spiano  ado- 
pera sanza  per  senza  (p.  es.    a  p.  94)   laddove  il  TS  ha  senza. 


(1)  Alla  strana  etimologia  di  questa  voce  ,  in  base  a  pulce,  invalsa 
sin  oggi  (cfr.  Korting.  Latein. — roman.  Wòrterh.)  credo  di  non  avere 
errato  anteponendo  1'  etimologia  in  base  a  puel(li)ceUa   (Cfr.    Zeitschr. 
.  rom.  Philoì.,  di  G.  Grober,  a.  1910). 


150  MISCELLANEA 


E  a  me  non  par  dubbio  che  sanza  debba  credersi  venuto  da 
sana  (1),  collaterale  a  sens  dell'afr. 

Allo  strano  scarne  del  TB  80  (che  Rigoli  attribuisce  al  fr. 
chaume  (!)  stoppia  da  calamiim)  il  TS  196  fa  corrispondere  saimi 
sugna,  che  è  la  forma  esatta.  Per  scarne  Rigoli  riporta  la  defi- 
nizione data  dal  Vocabolario  della  Crusca  a  salme,  «  lardo,  gras- 
so, strutto  »,  osservando  che  •«  se  scarne  o  salme  vuol  dire  lardo... 
l'esempio  verrebbe  a  significare  la  cosa  con  due  vocaboli».  In- 
vece il  TS  ha  saimi,  sugna ,  dal  lat.  sagtiMEN  ,  che  dette  pure 
l'afr.  satm,,  da  cui  sain  e  poi  saindoux,  cioè  sain  doux.  Infine 
per  evitare  il  francesismo  il  TS  tal  volta  giunge  ad  omettere 
qualche  proposizione  secondaria  o  cambiare  la  frase.  Così  «  che 
ragione  sì  avocala  »  (dal  fr,  aveugle)  del  TB  89  è  senz'altro  sal- 
tato nel  TS.  211. 

Non  mancano  poi  i  casi,  in  cui  il  nostro  traduttore ,  usando 
la  parola  toscana,  o  la  parola  imprestata  al  francese,  l'abbia  ac- 
compagnato colla  voce  genuina  siciliana,  o  colla  latina,  nel  caso 
che  mancasse  al  sic.  Così  abbiamo  :  tralci  sive  magloli  a  p.  8 
(oggi  magghioli)  (2)  di  fronte  al  semplice  tralci  TB.  2,  chochi  sive 
pltivij  113  di  fronte  a  piove  TB  17  ,  attigniri  sive  nesiri  (cioè 
nesciri)  91  di  fronte  a  attignere  TB  3.  ahi  postuttu  oi  di  lu  ntin- 
tu  TS  119. 


In  fine  il  nostro  testo  ha  sempre  una  grande  importanza  co- 
me fonte  di  antiche  voci,  o  di  fasi  antiche  di  voci  siciliane,  per- 
chè in  genere  traduce  le  voci  toscane  con  voci  prettamente  sici- 
liane. Cfr.  spaventano  TB  21  con  spagnanu  TS  117  (nel  sic.  ge- 
nuino ancor  vivo,  mentre  nelle  città  esiste  solo  appagnari,  che 


(1)  Il  Dict.  gén.  etc.  di  Hatzpeld  ,  Darm.  Thom.  addita  sinb  per  e- 
timo  di  sans  ;  sinb  sarebbe  divenuto  sen,  e,  con  s  avverbiale,  sens.  Per 
me  ritengo  la  voce  frane,  e  la  ital,  sorelle,  ed  avverto  che  l' it.  sema 
(col  rtr.  saintsa)  reclama  sicuramente  arsenti  a. 

Ci^)  Credo  da  mallbolus  -um  ,  perchè  alla  estremità  dei  tralci  desti- 
nati alle  nuove  piantagioni  ,  si  lascia  attaccato  un  pezzetto  di  fusto , 
che,  essendo  ad  angolo,  viene  a  rassomigliare  a  un  martello.  Cfr.  Studi 
gìott.  it.  I,  120. 


MISCELLANEA  151 


SÌ  dice  dell'  adombrarsi  dei  cavalli)  ciuffetti  TB  53  con  topetti  , 
pi.  TS  159  (oggi  tuppii,  tuppettu),  scalda  TB  9  con  scalfa  TS  99 
(oggi  scarfa,  da  scarfari  riscaldare),  cerca  TB  30  con  qtieri  TS 
128 ,  crusca  TB  82  con  ranga  TS  201  {rama  e  grama  ancor 
oggi  vivo,  nel  senso  di  «  cruschello  »),  macchia  TB  92  con  pitta 
TS  215 ,  mwte  TB  92  con  pitti  TS  228  (/)i«a  -i  non  registrato 
dai  moderni  dizionari),  catellino  TB  39  (dal  tipo  catellus)  con 
cagunellu  TS  141  (oggi  spento  (1),  dal  tipo  catullus;  —  cfr.  na- 
pol.  caccione,  abbruzz.  caccittne,  gaccitme),  giaciuto  TB  con  acor- 
catu  (oggi  curcatn),  sovvegnavi  TB  con  adunativi  TS  182  (cioè 
addunativi),  affrettare  TB  con  aspr essari  TS  156  (oggi  spriscia- 
ri) ,  ricomperare  TB  con  ricaptari  TS  88  (oggi  accattari)  ,  ri- 
cop^t*  GS  185,  «vi  TB  con  illocti  TS  89  (oggi  ddócu,  da  ilio  loco), 
ci  n'  ha  TB  con  chiudi  havi  TS  95  (oggi  cai  n'avvi) ,  ostello  TB 
4,50  con  /losfeH  (2)  TS  9,154 ,  prò  TB  4  con  prwd*  TS  92  (oggi 
soltanto  vivo  nella  frase  di  augurio  bon  pruri  e  saluti  !) ,  ince- 
spicare TB  102  con  atropigare  TS  229  (oggi  trnppicari),  piegare 
TB  102  con  iniuticari  TS  229,  riposto  TB  con  amuchatu  TS  99, 
214  passim  (oggi  ammucciatu) ,  allora  TB  con  lantura  TS  119 
(oggi  antura  con  significato  di  «  poco  fa  »  e  altura  allora),  velare 
TB  con  infandari  TS  53  ,  orc«o  TB  con  lanchella  TS  197,  noioso 
TB  93  con  pittusu  TS  216 ,  joreit  TB  (passim)  con  previti  (oggi 


(1)  Il  sic.  gussu  cagnolino,  da  cui  guszareddu,  guszuniari  scodinzo- 
lare, mi  sembra  debba  andare  coll'it.  cuccio[lo]. 

(2)  W.  FoERSTER  credeva  di  correggere  la  mia  lezione  hosteri  e  ho- 
stieri  con  ciostreri  (da  claustrum).  Ma  il  Codice  sic.  reca  precisamente 
hostéri ,  e  questa  voce  è  comunissima  nelle  Cronache  antiche  ,  e  ha  il 
senso  di  hospitium  sive  palatium,  come  notava  perfino  Rosario  di  Gre- 
gorio. Essa  è  ancor  viva  a  Palermo,  sebbene  abbia  un  uso  particolare. 
Serve  a  designare  il  Palazzo  Chiaramonte  dei  Tribunali,  che  fu  fon- 
dato da  Manfredi  III  Chiaramonte,  e,  in  seguito  alla  decapitazione  di 
Andrea  Chiaramonte,  nel  139i  divenne  dimora  dei  re  aragonesi,  e  più 
tardi  dei  viceré  spagnuoli.  «  Prese  il  nome  di  Hosterium .  nome  che 
conserva  in  parte  sino  ad  oggi  :  lo  Steri  ».  Il  «  Cicerone  »  per  la  Sicilia. 
Palermo,  Reber,  1907  a  pag.  63.  Nella  interessantissima  conferenza  sul 
Tribunale  d'Inquisizione  in  Palermo,  letta  innanzi  la  nostra  Società  di 
Storia  Patria  nel  Febbraio  1910,  l' illustre  G.  Pitrè  ebbe  frequente  oc- 
casione di  citare  la  voce  Steri. 


152  MISCELLANEA 


parrinu,  -i  ;  previti  esiste  solo  in  espressioni  fossilizzate ,  come 
castagni  d'u  previti  castagne  infornate). 

Dal  lato  più  particolarmente  fonetico  e  morfologico  il  TS  è 
pur  sempre  prezioso.  Ci  basti  citare  la  uscita  -imu  di  1'  pers. 
pi.  {avimu,  divimu,  sentimu,  dichimu,  simu)  di  fronte  alla  uscita 
moderna  -emù;  mittiri,  midi  di  fronte  al  moderno  méntiri,  mietiti; 
minu  oggi  menu^  humilitati  oggi  umirtà  ;  ti,  oggi  (colla  epitesi) 
tia\  8i  (pron.)  se  (oggi  quasi  sparito,  essendo  stato  sostituito 
da  unu  stissu)  ;  di  ne,  oggi  nni  fda  inde)  ;  chindi  ce  ne,  oggi  ci 
fini  ;  sindi  se  ne,  oggi  si  nni  ;  nondi  non  ne ,  oggi  nun  ni  ;  ni 
Nos  accus.  ait.  noi,  it.  ci  (sic.  genuino  ni)  ;  illu  egli  (ait.  elli) 
oggi  iddu  ;  /* ,  gli ,  le ,  lat.  illi  (ait.  li  e  lui) ,  risimiglarili  TS 
(oggi  rassumigghiaricci),  di  fronte  a  lui  rassembrare  TB  :  li  divi 
amuri,  li  fachia  fari  (oggi  sempre  cci  etc);  qualuncatu  (1)  e  ca- 
nuncatu  qualunque,  oggi  raram.  qualùnchiti  accanto  all'italianeg- 
giante  qualunqui. 

In  conclusione  ,  dal  fatto  che  il  testo  siciliano  è  una  tradu- 
zione del  volgarizzamento  italiano  delle  Somme  le  roi  non  è  molto 
menomala  la  importanza  della  stessa.  Da  quanto  precede  si  trag- 
gono infatti  queste  conseguenze. 

1.  Il  testo  sic.  traduce  per  intero  il  volgarizzamento  italiano, 
mentre  il  Volgariss.  delV  espos.  del  Paternostro  di  Bencivenni , 
poi  pubblicato  da  Rigoli,  costituisce  soltanto  una  parte  di  esso. 

2.  Nella  parte  contenuta  nel  God.  Stroziano,  pubblicato  da 
Rigoli,  il  testo  sic.  si  mostra  di  norma  fedele  traduttore  di  questo 
codice;  ma  in  molti  passi  palesa  correzioni  di  svarioni  o  colma- 
menti  di  lacune  fatti  col  sussidio  o  col  confronto  di  altri  codici. 


(1)  Pare  che  la  voce  sia  proparassitona ,  qualuncatu ,  e  che  il  -tu , 
corrispondente  al  moderno  -ti,  debba  considerarsi  come  epitetico.  Contro 
la  idea  di  Foerster  ritengo  però  sempre  che  il  canuncata  modu,  che  è 
nel  TS  29,  si  debba  rettificare  in  canancatu  modu.  Nei  Capitoli  di  Di- 
sciolina esiste  canuncata,  ma  accordato  col  fem.  pirsuna.  Il  camuncatu 
modu  che  si  trova  pure  in  Lu  Bebellamentu  di  Sichilia  deve  essere 
considerato  svarione  dell'  amanuense  ,  come  lo  è  il  canuncata  m.  del 
nostro  TS.  Che  tale  stranissima  e  impossibile  frase  esista  tuttora  nella 
voce  viva  del  volgo,  come  pensava  F.  Evola,  non  è  punto  vero.  Esiste 
soltanto  qualiinchiti  modu. 


MISCELLANEA  153 


3.  Rispetto  alla  lingua,  non  ostante  gl'italianesirai  e  i  fran- 
cesismi ,  il  nostro  testo  costituisce  sempre  un  fonte  copioso  di 
elementi  vernacoli  genuini.  Soltanto,  chi  vuole  attingere  a  questo 
fonte,  dovrà  usare  le  debite  cautele. 


Giacomo  De  Gregorio 


LA  SATIRA  POLITICA  IN  SICILIA  NEL  700 

(Continuazione) 


\Jn' Invettiva  alV Alemanni  di  Casimiro  Costa,  scritta  il  25  giu- 
gno 1719,  come  risulta  dal  ms.  2  Qq  B  57  (Cora.  Palermo)  allude 
a  quei  tempi  in  cui,  per  gli  accordi  tra  Carlo  VI  d'Austria  e  Vit- 
torio Amedeo,  un  esercito  tedesco,  comandato  da  Mercy,  assediò 
la  Sicilia  e  il  28  maggio  1719  arrivò  alla  marina  di  Patti  (1),  e 
in  seguito  i  Tedeschi  sparsero  il  terrore  nella  zona  messinese, 
saccheggiando  e  invadendo  (2).  Ora  il  Costa,  con  un  sonetto  che 
sa  di  ricercato  ,  si  svela  partigiano  degli  Spagnuoli  e  contrario 
agli  Austriaci,  cui  non  risparmia  gli  strali  e  di  cui  enumera  le 
imprese  con  i  Turchi.  In  vero  la  vicinanza  di  costoro  ai  suoi  Stati 
d'Italia  non  piaceva  punto  all'augusto  Carlo  VI,  il  quale  temeva 
che  tentassero  un'invasione  nelle  medesime  terre,  e,  per  tenerli 
lontani,  spedì  ai  confini  della  Turchia  il  principe  Eugenio  di  Sa- 
voia, che  nel  1716  riportò  una  intera  vittoria  a  Peterdavino  (3). 
Ecco  la  2".  strofe  : 

Che  vantate  d'onor?  fra  turca  gente 
Numerate  vittorie'?  ah  non  pensate 
Che  queste  dalla  Fé  fur  riportate 
Non  già  dal  vostro  ardir  sue  squadre  spente  : 


(1)  Cfr.  Storia  di  Sicilia  continuazione  a  quella  del  Caruso,  dell'a- 
bate Francesco  Maria  Longo,  pubblicata  per  cura  di  G.  Di  Marzo,  op. 
cit.,  p.  313  —  Carlo  VI  non  cessò  di  somministrare  viveri  e  munizioni 
ai  Savoiardi,  perchè  difendessero  il  resto  del  regno  dalle  invasioni  spa- 
gnuole  (op.  cit.,  p.  314). 

(2)  Da  un  ms.  Qq  H  21  (Com.  Pai.)  N.  2,  si  cava  una  Continuazione 
del  diario  di  Messina;  il  quale  scritto  attesta  la  paura  dei  Siciliani  che 
nel  1719  spiavano  attentamente  le  mosse  dei  Tedeschi. 

(3)  Cfr.  Continuazione  cit.  alla  storia  del  Caruso,  op.  cit.,   p.  i288. 


MISCELLANEA  155 


L'invettiva  finisce  con  lodi  sperticate  per  gli  Spagnuoli  : 

Al  valor  dell'Iberia  ogn'altro  eccede 
Slete  co'  Turchi  sol  bravi  a  le  mani 
Ma  co'  Spagnuoli  sol  bravi  al  piede  (1). 

Poiché  i  Torinesi  in  Messina  volevano  fortificarsi  e  resistere 
alle  forze  spagnuole,  si  compose  un  sonetto  contro  quelli ,  nel 
quale  l'anonimo  vomita  tutto  il  proprio  odio  contro  i  Savoiardi, 
specialmente  nella  3*  strofa,  piena  di  fiele  (2)  : 

Oh  poveri  affamati,  e  che  farete? 
Nel  veder  comparir  Spagna  sdegnata 
Tutti  pien  di  timor  lepri  sarete. 

Dimesso,  poi,  l'Alberoni  e  conclusa  la  pace  ,  al  Duca  di  Sa- 
voia, in  cambio  della  Sicilia,  che  l'Austria  tenne  per  sé,  fu  data, 
come  si  sa,  la  Sardegna  ;  ma  i  nuovi  padroni  non  furono  accetti 
a  tutti  i  Siciliani,  e  il  Villabianca,  che  non  tralasciava  di  pun- 
zecchiare uomini  e  cose,  si  lascia  sfuggire  alcuni  versi  malinco- 
nici sulle  condizioni  della  Sicilia  sotto  Carlo  VI  : 

Carlo  d'Austria  alla  fin  sesto  fra  i  Cesari 
Le  piazze  espugna  dopo  lungo  assedio 
Ma  il  fior  vi  perde    del  Germano  esercito. 

Quasi  tre  lustri  senza  guerra  scorrono 
Ma  in  mezzo  a  pace  tal  pruovò  Sicilia 
Pel  timor  della  guerra  ogni  miseria  (3). 


(1)  È  bene  che  si  legga:  Lettera  sulle  condis  ioni  politiche  di  Palermo  e 
della  Sicilia  nella  guerra  tra  Spagnuoli  e  Alemanni  (Ms.  Qq  75 ,  Co- 
mun.  palermit.),  nella  collezione  del  Di  Marzo,  voi.  X,  op.  cit.,  p.  307-316. 

(2)  11  titolo  del  sonetto  è  :  Per  la  fortificazione  dei  Turinesi  in  Mes- 
»ina  (Ms.  cit.,  3  Qq  B  112,  N.  2). 

(3)  Cfr.  Ms.  Qq  E  95 ,  p.  98  (Comun.  palermit.).  Cfr.  pure  Ms.  Qq. 
H  158,  N.  LXVl  dal  titolo  «  La  Cronologia  Sicola,  che  contiene  l'epoche 
«  delle  nazioni  e  la  dinastia  dei  re,  che  l'anno  governata,  incominciando 
«sin  dopo  il  diluvio  universale  per  insino  alla  Maestà  del  re  Ferdinando 
«Borbone  n.  s.  composta  in  verso  elegiaco  dal  barone  dott.  Andrea 
«  Noto,  palermitano,  ed  impressa  nel  1735,  tradotta  dall'istesso  autore 
«in  verso  sciolto,  colle  aggiunte  per  insin  all'anno  ÌTóO». 


I6é  MISCELLANEA 


*  • 


A  tutti  è  nota  la  fine  del  cardinale  Alberoni,  il  quale,  dopo 
che  la  corte  spagnuola ,  contro  il  parere  di  lui  (1) ,  mandò  im- 
provvisamente una  tlotta  ad  assalire  la  Sardegna  (1717)  e  una 
ad  assalire  la  Sicilia  (1718),  provocando  così  l'ostilità  della  Fran- 
cia, dell'Inghilterra  e  dell'Olanda ,  unite  in  lega ,  perdette  l'uf- 
ficio, vittima  degli  errori  non  suoi,  e  venne  espulso.  Un  sonetto 
che  ha  il  titolo  :  L' Italia  sul  Umore  delVarmi  di  Spagna  così 
parla  al  Cardinale  Alberoni  : 

Tu  nascesti  a  le  Zappe  (2)  e  al  Ministero 
Di  vasta  Monarchia  sol  per  fortuna 
Chiamato  fosti  ;  ora  tua  mente  aduna 
Alti  disegni  a  debellar  l'Impero. 

Sin  qui  ne  godo  ;  ma  se  fla  poi  mai  vero, 
Ch'unisti  al  tuo  sovran  la  Tracia  Luna, 
Tu  mio  Figlio  non  sei  ;  che  troppo  è  bruna 
Porpora,  che  s'oppone  à  Cristo,  a  Piero. 

Ma  pur  non  sia  ;  deh  che  pretendi  alfine  ? 
Intorbidar  la  Pace  mìa  serena, 
Portando  al  seno  mio  fiamme,  e  rovine. 

Verran  pure  i  Teutoni,  e  in  questa  scena 
Verserete  ambi  il  sangue  al  mio  confine 
Dell'odij  vostri  io  porterò  la  pena  (3). 


(1)  Questo  si  è  provato  con  la  pubblicazione  delle  lettere  dell' Albe- 
roni (Cfr.  E.  BouBGEOis,  Lettres  intimes  de  M.  Alberoni,  Paris  ,  1893. 
A  lui  si  era  attribuita  una  politica  funesta. 

(2)  L'Alberoni  era  figlio  d'un  ortolano  di  Piacenza.  Entrato  nella 
diplomazia,  venne  inviato  dal  suo  sovrano  alla  corte  di  Madrid  :  fu 
autore  del  matrimonio  fra  Elisabetta  e  Filippo  ed  in  compenso  fu  fatto 
cardinalHi  e  primo  ministro  di  Spagna. 

(3)  Cfr.  Ms.  4  Qq  B  1.  e.  584  (Comun.  palermit.). 


MISCELLANEA  15? 


Dopo  tale  mordace  linguaggio  ,  vi  è  la  Risposta ,  in  cui  si 
finge  che  sulle  stesse  rime  parli  Alberoni  contro  il  Tedesco  : 

Nacqui  è  vero  fra  gli  orti,  e  al  Ministero 
11  inerto  mi  portò,  non  la  fortuna. 
E  parto  mio  quella,  che  Spagna  aduna 
Potente  armata,  à  bilanciar  l'Impero, 

Mente  ch'il  dice,  che  non  fu  mai  vero. 
Unirsi  Spagna  all'Ottomana  Luna. 
Io  son  degno  tuo  Figlio,  e  scura,  e  bruna 
L'Alma  non  ho,  che  son  fedele  a  Piero. 

Ma  vuoi  saper  ciò  che  pretendo  al  line? 
Bramo  la  Pace  tua,  che  sia  serena 
E  à  chi  opprimer  ti  vuol  fiamme,  e  rovine. 

Al  Tedesco,  se  vien,  funesta  scena 
S'aprirà  à  danni  tuoi  nel  tuo  confine 
Ove  d'esser  sconfitto  havrà  la  pena  (1). 

Credo  opportuno,  a  proposito  del  Cardinale  Alberoni,  contro 
il  quale  non  fu  risparmiato  il  dente  della  satira,  inserire  un  so- 
netto, che  potrebbe  far  parte  del  capitolo  :  satira  anticuriale , 
ma  che  ha  importanza  anche  dal  lato  politico.  Il  titolo  :  Al 
Sommo  Pontefice  Per  l'Elezione  del  card.  Alberoni  ; 

Santo  Padre  Voi  feste  un  Cardinale 
Degno,  ma  d'esser  posto  alla  Berlina, 
0  pure  nella  Villa  Aldobrandina 
Mostrato  lui  per  cosa  speciale. 

Frutto  egli  fu  del  Fico  Ruminale 
Maturato  per  man  d'una  Regina, 
Che  vuole  a  Sua  Eminenza  sì  vicina. 
Di  doble  à  farsi  un  grosso  capitale. 

0  tempo  degno  di  ammirazione  ; 
Mentre  i  Pigmei  diventano  Giganti  : 
Senza  dilluvio  e  natan  le  Persone. 


(1)  Cfr,  ms.  cit.,  e.  585. 


168  MISCELLÀNEA 


Gran  giubilo  a  Fidenzio,  ed  a  i  Birbanti 
Apportò  questa  strana  elezione, 
Ch'indossato  ha  di  Porpora  i  Pedanti  (1). 


Un'ottava  Contro  il  torbido  Girolamo  Pilo  Ex  Senatore  (2) , 
conte  di  Capaci  ,  il  quale  nel  1.  maggio  1713  erasi  nominato 
Pretore  (3),  è  piena  di  fiele,  e  l'autore,  berteggiando  in  plateale 
maniera  la  parola  omonima,  allude  alla  condotta  di  quello  come 
pubblico  officiale  : 

Li  pila  chi  si  solinu  purtari 
Su  chiddi  di  li  gighia,  e  lu  mustazzu 
Li  pila  di  li  Gambi  chi  su  rari 
Si  portanu  eh' un  dunanu  mbarazzu  ; 
Dunca  stu  Pilu  chi  mi  fa  arragiari 
È  forsi  di  li  stiddi,  o  di  lu  vrazzu  f 


(1)  Gfr.  ms.  cit.,  e.  63. 

(2)  Gfr.  Ms.  Qq  E  118  (Bibliot.  Gomun.  di  Palermo,  p.  6).  Il  titolo 
del  ms.  è  :  Il  Pasquino  \  del  Villa  bianca  \  o  sia  |  la  penna  satirica  del- 
Vistesso  Autore  \  sulle  cose  torte,  corse  in  Città  \  per  causa  \  di  mal  go- 
verno e  de  fatti  di  tal'  uni  \  stolti  uomini  e  di  maligna  leva  che  \  an 
dato  materia  al  Pubblico  d'infa  \  mare  i  lor  nomi  e  famiglie  e  mettere 
in  I  berlina  le  lor  Persone  \  Deque  Patria  deque  tota  Sicilia  \  .  Op- 
tim.e  meritus, 

(3)  Gfr.  Di  Marzo,  Diari  della  città  di  Palermo  etc.  voi.  VITI,  1871, 
pag.  107.  Nel  ms.  cit.  a  p.  12  si  legge  :  «  S'affìtta  per  cinque  anni.  Giò 
tanto  pubblicò  Pasquino  con  spirito  profetico  per  il  regno  di  Sicilia 
che  dovea  affittare  il  fu  re  Vittorio  Amedeo  di  Savoia  sotto  li  13  de- 
cembre  1713.  Gliene  die  parola  l'accidente  scritto  al  senatore  Girolamo 
Pilo  nell'atto  di  porgere  le  chiavi  della  città  di  Palermo  al  Pretore 
Giuseppe  Branciforti,  Principe  di  Scordia,  che  gli  caddero  in  terra,  e 
levatele  all'istante  lo  Scordia  Pretore  fu  a  presentarle  al  senato  nel- 
l'entrare a  Porta  Felice  sul  1718.  La  cessione  indi  fatta  della  Sicilia 
dal  re  Vittorio  dopo  anni  cinque  di  regno  ne  avverò  la  profetica  det- 
tatura».—Un  Girolamo  Pilo  da  Palermo,  marchese  di  Marineo  ,  fu 
noto  nell'improvvisare  sia  in  italiano  che  in  latino  (Gfr.  Sginà  ,  Com- 
pendio cit.  p.  '205). 


MISCKLLANBA  159 


No  cà  lu  sacciu,  e  'un  mi  fa  dubitari 
Ch'è  certu  di  lu  e o  di  lu  e (1). 

La  suddetta  strofa  e  altri  versi  del  Villabiahca,  i  quali  citerò  più 
innanzi  e  aventi  carattere  pasquinesco,  dimostrano  che  ,  se  Pa- 
squino fu  in  Sicilia  un'infiltrazione  della  satira  romana,  si  mo- 
dificò secondo  l'indole  etnica  della  razza  siciliana ,  secondo  la 
struttura  del  dialetto  e  secondo  determinate  circostanze.  A  p.  3 
del  ms.  Qq  E  118  il  Villabianca  dice  :  «  Le  Satire  e  le  Pasqui- 
nate, avendo  scopo  di  bene  nel  loro  genere,  ho  stimato  cavarle  da 
i  miei  Diari]  Palermitani,  e  tali  quali  si  trovano  in  quelli  no- 
tati e  farne  un  corpo  apparte  (sic)  che  il  presente  opuscolo,  quale 
ora  a  Lettore  intendente  morale  mi  dò  l'animo  di  presentare  :  o 
caro  addio  ».  E  a  p,  5  :  «  Satire  e  miscellanei  extemporanei  ed 
Elogij    Pasquinate  volanti  ». 

E  parecchi  sanatori  e  pubblici  magistrati  passano  sotto  lo 
stiiffile  inesorabile  del  poeta,  che ,  atteggiandosi  a  vindice  della 
pubblica  moralità,  mena  colpi  a  dritta  ed  a  manca.  Frizzi  così 
spiritosi  come  pungenti  il  Villabianca  usa  «  Sopra  Antonio  Luc- 
chesi Principe  di  Campofranco,  quando  volle  insegnar  che  la 
carne  macellata  d'un  somaro  s'uncinasse  per  pranzo  come  quel- 
la del  manzo  »  : 


(1)  È  notevole  la  lunga  dissertazione  che  sulla  parola  Pasquino  fa, 
nel  cit.  ms.  p.  1  e  2,  il  Villabianca;  la  riproduco  per  intero  :  «All'in- 
tendente Lettore.  Pasquino  e  Satira  sono  due  voci  al  Mondo  che  son 
figli  dell' istesso  Padre  e  intender  fanno  tutto  in  un  tempo  la  stessa 
cosa  col  pari  spirito  nel  significato.  Non  è  altro  Pasquino  che  una  statua 
mutilata  che  sta  piantata  nella  città  di  Roma  in  un  angolo  di  muro 
del  Palazzo  Orsini.  Prende  questa  il  suo  nome  da  un  Ciabattino  roma- 
no chiamato  Pasquino  famoso  per  le  sue  smorfie  ,  e  la  di  cui  bottega 
era  il  divertimento  della  Plebaglia  che  piacevolmente  in  essa  passava 
il  tempo  colle  bagattelle  che  vi  smerciava.  Dopo  la  morte  di  questo 
bufFon  Pasquino,  cavandosi  il  pavimento  della  sua  bottega ,  si  trovò 
ivi  una  statua  di  un  antico  Gladiatore,  ma  monga  o  mezza  spogliata. 
Si  messe  questa  sul  luogo  ove  s'era  trovato  cioè  in  un  angolo  della 
bottega  di  Mastro  Pasquino,  onde  di  comune  fu  chiamata  col  nome  del 
difonto  Pasquino.  E  ciò  tanto  riguardo  a  Pasquino,  passiamo  ora  alla 
satira».  E  qui  il  Villabianca  s'intrattiene  sulla  etimologia  della  satira 
e  sulle  definizioni  date  dagli  scrittori  (p.  ±-S  del  cit.  ms.).  Da  tutto 
ciò  che  dice  il  Villabianca,  possiamo  dedurre  che  Pasquino  fu  in  Sici- 
lia un'importazione  romana. 


liso  MISCELLÀNEA 


A  simili  nunquam  vidi  brutum  esse  voratum 
Haec  Asine  infelix  sors  libi  sola  datur. 

Un  sarcasmo  insolente  è  rivolto  a  «  Mons.  Fortunio  Venti- 
miglia  per  gli  Archi  di  luminaria  che  le'  piantare  nel  Cassero 
per  le  feste  reali  del  1735  »  : 

Die  mihi  Fortuna  cur  ne  tot  mille  parasti 
Furcas  criminibus  non  erat  una  satis. 

*  » 

Abbastanza  mordace,  in  forma  epigrammatica,  fu  la  risposta 
che  nel  1730  l'Arcivescovo  dì  Palermo,  Matteo  Basile,  mandò  al 
viceré  conte  di  Sastago  Cordova  (1):  si  trattava  del  caso  di  certo 
Antonino  Lombardo  di  Partinico,  detto  volgarmente  lo  Sferrazzel- 
la,  condannato  alla  forca  «qual  reo  strepitoso  di  scorridore  dì  cam- 
pagna» che,  salito  in  cappella,  il  giorno  dopo  vi  fu  fatto  discendere, 
e  così  venne  liberato  dalla  morte  «mercè  l'ordine  che  tenea  di  ton- 
sorato  ecclesiastico».  Quel  viceré  allora  non  voleva  passarvi  sopra, 
ma  l'Arcivescovo,  intromessosi,  sostenne  l'immunità  ecclesiastica, 
e  si  sfogò  a  tal  segno  da  lasciarsi  scappare  :  «  Se  il  viceré  tiene  ì 
cannoni  io  tengo  i  canoni  »  ("2). 

• 

•  * 

Nel  13  maggio  1735,  il  re  Carlo  III,  mentre  era  a  tavola  in 
Messina,  pubblicò  che  al  primo  buon  tempo  sarebbe  partito  per 
Palermo.  Il  che  in  poco  meno  d'un  quarto  sì  divulgò  per  tutta 
la  città,  non  ostante  che  ì  ragazzi  messinesi  andassero  cantando 
per  le  vie  : 

Viva  il  nostro  re  Carlo  Borbù, 
Che  in  Palermo  non  anderà  cchiù  ! 


(1)  Fu  eletto  viceré  di  Sicilia  il  26  maggio  1728  Cristofaro  Fbrnan- 
DEZ  de  Cordova  conte  di  Sastago  e  rimase  in  quella  carica  sino  al  1734 
(Cfr.  Di  Blasi,  Storia  cronologica  ecc.  p.  874). 

(2)  Cfr.  nei  ms.  Qq.  E  95  del  Villabianca  (Comun.  palermit.  p.  431) 
il  capitolo  :  «  Della  pena  della  forca  e  del  fuoco  » . 


MISCELLANEA  161 


La  nuova  della  partenza  del  re  produsse  un  malcontento  fra 
i  Messinesi,  i  quali  desideravano  che  Carlo  III  assistesse  alla 
tradizionale  festa  della  Madonna  della  Lettera  :  onde  tutto  l'a- 
more mostrato  al  re  si  convertì  in  odio.  E  ,  quando  Carlo  HI 
uscì  nel  pomeriggio,  non  vi  fu  persona,  né  ragazzo  che  gridasse  : 
Viva  il  re,  come  prima  (1). 

• 
•  • 

Un  canto  del  1735  leggesi  nel  Diario  palermitano  del  Vil- 
labianca,  per  la  lesione  del  privilegio  detto  lo  scasciato  (2),  che 
gli  ecclesiastici  godevano  sin  dal  1648. 

Ecco,  in  breve,  i  fatti  :  «  attendevasi  nel  1734  nel  Regno  la 
«  invasione  delle  armi  di  Spagna,  per  rivendicare  dal  fu  Imp. 
■«  Carlo  V^I  austriaco  l'isola  e  regno  della  Sicilia,  li  ministri  allora 
«  di  Cesare  oltre  lo  spremere  danari  da  tutti  i  ceti  di  persone  e 
*  luoghi  del  Regno,  e  specialmente  dalla  capitale  città  di  Palermo, 
«  per  la  bisogna  delle  spese  di  guerra  pensarono  di  dar  mano 
«  alli  danari  dello  Scasciato,  che  suole  e  deve  pagare  la  Dep.ne 
«  senat.  delle  nuove  gabelle  di  Pai.  a  tutti  i  singoli  e  a  testa 
«  per  testa  degli  Ecclesiastici  per  la  salvaguardia  dell'immunità 
«sacra  personale»  (3).  E  la  sera,  sotto  i  balconi  e  le  finestre  di 
palazzo,  dove  stava  affacciato  il  Re  venuto  in  Palermo  nel  1735, 
cantavasi  la  seguente  strofa,  nella  quale  il  popolo  vomitava  tutta 
la  propria  bile  contro  Carlo  VI,  ritenendolo  un  crudele  imposi- 
tore  di  balzelli  : 


(1)  Cfr,  A.  MoNGiTORE,  Diario  palermitano  delle  cose  più,  memorabili 
accadute  nella  città  di  Palermo  dal  1  gennaio  del  1720  al  23  dicembre 
del  1736  in  Biblioteca,  voi.  IX,  p.  259.  Palermo,  1871.  Cfr.  pure  Pitrè, 
Pasquinate,  Motti  e  Canzoni,  op.  cit,  Palermo,  1894,  p.  17,  riprodotto 
in  Miscellanea  (Arch.  Stor.  Sic.  N.  Serie,  Anno  XXI,  Fase.  I-II,  1906, 
pag.  242). 

(2)  Lo  scasciatu  era  appunto  quella  decima ,  per  la  quale  era  nata 
la  gran  baruffa  (Cfr,  Di  Marzo,  Biblioteca  stor.  e  letter.  op.  cit.,  voi.  Vili, 
p.  351).  Scasciatu  dicevasi  il  danaro  che  il  Senato  dava  ai  chierici , 
invece  della  franchigia. 

(3)  Cfr.  PiTRÈ,  Stud.  di  poesia  popolare,  pag.  224. 

Arch.  Stor.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  U 


162  MISCELLANEA 


Palermu,  quantu  fusti  furtunatu 
Ora  chi  lu  Re  vecchia  t'ha  vinutu  ! 
Si  nn'ha  jutu  ddu  cani  sciliratu 
Chi  tutta  la  Sicilia  ha  arrustutu. 
A  li  parrini  livau  lu  scasciatu 
E  man  cu  di  lu  Papa  fu  assolutu. 
Ora  lodamu  a  Diu  chi  nn'ha  ajutatu  : 
Viva  Principi  Carru  c'ha  vinciutu  (1)  ! 


Nel  1747  il  viceré  Laviefuille,  volendo  provvedere  alle  «  estor- 
sioni strangulatorie  »,  che  facevano  il  principe  di  Scordia  e  altri 
pochi  padroni  di  frumenti  sopra  il  prezzo  «  che  davano  a  loro 
arbitrio  ai  compratori»,  e  considerando  la  somma  scarsezza, 
nella  quale  era  ridotta  la  Sicilia,  ordinò  con  suo  bando  che  il 
prezzo  dei  frumenti,  nona  ìnd.  ,  del  «caricatore  (2)  di  Palermo 
non  fosse  di  più  del  prezzo  di  onze  due  e  tari  venti  la  salma  ; 
e  dei  frumenti,  ottava  ind.,  di  onze  2.10.  Subito  a  15  maggio 
dello  stesso  anno  La  Dies  trae  fatta  al  nostro  eccellentissimo 
viceré  duca  de  Laviefuille,  morde  i  rei  di  concussione  : 

Dies  magnus  fuit  ille, 
Chi  ccà  vinni  Viafuille, 
Tutti  battinu  li  manu  : 
Stu  guvernu  è  pupulanu. 
E  li  nostri  cavaleri, 
Chi  ni  fannu  li  sumeri, 
Tutti  sunnu  ritirati, 
Chi  nun  fannu  sbravazzati  (3). 

E  segue  in  lungo,  lodando  il  viceré  e  punzecchiando  i  mini- 
stri e  1  patrizi,  come  i  presidenti  Niccolò  Mira  e  Biagio  Spuches  , 
il  conte  Luigi  Ruggiero  Ventimiglia  e  parecchi  altri. 


(1)  Cfr.  PiTRÈ,  op.   cit.,   p.    225   e    Ms.  2   Qq  B  41   (Comun.  paler., 
pag.  239). 

(2)  Grande  granaio. 

(3)  Cfr.  ViLLABiANGA,  Diari  cit.  in  Biblioteca  del  Di  Marzo,  voi.  XII 
della  1.  serie,  p,  85-86, 


MISCELLANEA  163 


Un  sonetto  dal  titolo  :  «  Allusivo  neir  entrare  i  Gallispani 
nello  Stato  Genovese  1747  »  (1),  ricorda  una  pagina  di  storia  ita- 
liana. Come  si  sa,  nel  1740,  morto  Carlo  VI  imperatore  di  Ger- 
mania, scoppiò  la  terza  guerra  di  successione  ,  perchè  la  legge 
Salica  escludeva  le  femmine  dal  trono,  ed  unica  erede  di  Carlo 
era  Maria  Teresa.  Il  padre  di  lei  aveva  cercato  di  stornare  il 
pericolo  con  trattati,  ma  1  patti  furono  lacerati  dalla  prepotenza. 
Maria  Teresa  ebbe  per  difensori  i  cavallereschi  Magiari,  per  al- 
leate l'Inghilterra  e  la  Sardegna  ,  per  nemiche  la  Francia  ,  la 
Prussia,  la  Sassonia  e  la  Baviera.  Nel  174'^  Modena  ,  alleata  di 
Spagna,  fu  assalita  da  Carlo  Emanuele ,  che  poi  tornò  in  Pie- 
monte, poiché  un  esercito  spagnuolo  invadeva  la  Savoia.  Sono 
memorabili  gli  assedi  sostenuti  dai  cittadini  di  Cuneo  (1744)  e 
di  Alessandria  (1745-46)  con  tanto  eroismo  da  rendere  inutili 
gli  sforzi  dei  Gallo  -  Ispani.  Gli  Austriaci ,  poi ,  capitanati  da 
Lobkowitz,  guerreggiarono  contro  i  Napoletani,  ma,  dopo  essersi 
tasteggiati  con  piccole  fazioni  ,  quello  risalì  in  Lombardia  ,  e 
questi  tornarono  nel  loro  territorio.  Nel  1746  i  Piemontesi  ripre- 
sero Asti  ed  Alessandria  ,  e  i  Tedeschi ,  con  il  generale  Botta  , 
ricuperarono  la  Lombardia  e  s'impossesarono  di  Genova,  alleata 
della  Francia  e  della  Spagna. 

Ora  il  sonetto  si  riferisce  a  questi  avvenimenti.  Sappiamo 
che  i  Genovesi  fremevano  sotto  la  peggiore  delle  tirannie,  ch'è 
la  militare.  Avvenne  intanto  che  il  5  dicembre  di  quell'  anno  i 
soldati  tirassero  per  via  un  mortajo  :  questo  sprofondò  nel  fango, 
ed  essi  percotevano  alcuni  popolani,  per  costringerli  a  rialzarlo. 
Il  fanciullo  Balilla,  visto  l'atto  crudele  ,  afferrò  un  sasso  ,  sca- 
gliandolo contro  gli  oppressori  :  fu  il  segnale  della  insurrezione 
popolare.  A  sassate  furono  respinti  i  Tedeschi  di  via  in  via  e, 
dopo  cinque  giorni  di  glorioso  combattimento,  fu  liberata  la  città. 


(1)  Cfr.  ms.  2  Qq  B  41  (Comun.  palermit.)  dal  titolo:  Scelta  di  poesie 
fatta  da  Franceso  M.  Emanuele  e  Gaetani  Marchese  di  Villabianca, 
Conte  di  Bel  forte.  Patrizio  Palermitano  e  Senatore.  Il  ms.  contiene  pure 
poesie  del  Filicaia  e  del  Metastasio,  e  a  me  pare  che  il  sonetto  siasi 
importato  dal  continente. 


164  MISCELLANEA. 


L'autore  del  sonetto  immagina  che  un  Gatto,  rappresentante 
il  Tedesco,  stesse  affamato  intorno  al  fuoco  ,  che  da  una  pen- 
tola veniva  un  gradito  odore ,  e ,  nel  togliere  adagio  adagio  il 
coperchio,  scottasse  in  modo,  da  provocare  le  risa  del  cuoco , 
raffigurante  il  Francese,  il  quale  in  disparte  si  godeva  la  scena. 
Finalmente  questi,  stancatosi  fece  allontanare  il  Tedesco.  Le  im 
magini,  create  a  bella  posta,  rivelano  la  vena  satirica  del  poeta, 
che  da  buon  antitedesco  si  compiace  di  mettere  in  ridicolo  l'in- 
fruttuosa impresa  di  quei  «  Gatti  »  : 

Stava  un  Gatto  affamato  intorno  al  fuoco 
perchè  certa  pignata  (1)  tramandava 
un  buon'odor,  onde  levar  tentava 
colla  zampa  il  coperchio  a  puoco  a  puoco. 

Saltellando  dall'uno,  all'altro  loco 
dei  gusto  ancor  di  fuori  la  leccava, 
ma  perchè  bene  spesso  si  scottava 
se  ne  rideva  in  un  cantone  il  cuoco. 

Tediossi  al  fine  e  verso  lui  sen  gìo 
e  lo  fece  scappar  (né  il  vero  accresco) 
sol  che  ne  udì  da  lungi  il  calpestìo. 


Di  saporito  arrosto  (2)  Genovese 
era  l'odor  ;  il  Gatto  era  Tedesco 
ed  era  il  Cuoco  di  stazion  francese. 


« 
*  • 


Nel  1751  il  viceré  Laviefuille  visitò  la  Sicilia  (3),  ma  il  po- 
polo ne  rimase  molto  scontento,  e  Pasquino  non  risparmiò  i  suoi 
strali.  Ecco  quello  che  ne  scrive  il  Villabianca  :  •«  Per  la  visita 
fatta  nel  regno  dal  fu  viceré  Duca  Eustachio  di  Laviefuille  dal 
M.  Pasquino  fu  data  al  Pubblico  e  fatta  leggere  una  medaglia 
di  molto  salito  Satira.  Nel  ritto  di  questa  esponevasi  un  grosso 


(1)  In  siciliano  pignata ,  ma  in  ital.  pignatta  dal  lat.   pinea  ,  pina 
(per  la  forma). 

(2)  In  Genova  fanno  l'Arrosto  nella  «  pignata  »  chiamata  Cappa. 

(3)  Cfr.  Villabianca,  Diari  Palermitani,  tomo  3.,  f.  86. 


BflSCELLANEA  l65 


Asino  ch'era  il  Viceré  che  portava  a  cavallo  il  Consultore  del 
Governo  Angelo  Cavalcante,  tenendone  a  pie  le  redini  Tuffiziale 
di  secretarla  Francesco  Grifo.  Sul  rovescio  leggevasi  : 

Infausto  visitationis  anno  1751. 

E  in  verità  questa  visita  della  Sicilia  denigrò  non  poco  il 
governo  di  Laviefuille  »  (1). 

•  • 

Nel  1761  la  notte  del  quattro  settembre  un  alluvione  avveniva 
nei  monti  che  si  addossano  all'Etna  dalla  parte  del  sud-est,  dal 
monte  d' Ilice  ai  monti  di  Tardarla.  Le  acque,  calate  a  fiume  dai 
recisi  pendii,  dalle  viuzze  cambiate  in  torrenti ,  e  orribilmente 
ingrossate,  non  potendo  esser  contenute  dall'alveo  del  vallone 
che  tagliava  il  quartiere  di  S.  Lucia  e  giù  scendeva  per  Aci 
Catena  e  Platani  al  mare,  slargaronsi  dai  due  fianchi ,  strasci- 
nando sabbia,  massi,  alberi,  case  e  salendo  sino  a  venti  palmi 
di  altezza  (i2).  Il  governatore  mandò  sul  luogo  Tommaso  Giacona 
o  Chàcon,  Marchese  di  Salinas,  già  senatore  di  Palermo,  Depu- 
tato e  Vicario  generale  nel  1753  (3),  con  l'incarico  di  tracciare 
il  corso  del  torrente,  perchè  s'impedisse  che  altri  disastri  si  rin- 
novassero. 


(1)  Cfr.  ms.  cit.  Qq  E  118,  p.  7. —Il  13  aprile  1751  il  Laviefuille  da 
Palermo  parti  per  Messina,  e  la  sua  mossa  potè  dirsi  piuttosto  che  un 
viaggio,  una  visita  generale  per  quasi  tutto  il  regno  di  Sicilia ,  nella 
quale  si  trattenne  molto  tempo  dando  udiènza  ai  popoli.  Il  Di  Blasi, 
favorevole  al  Laviefuille,  contrariamente  a  quanto  dice  il  Villabianca, 
asserisce  che  il  viceré  fece  delle  ottime  cose  a  prò'  dei  popoli  durante 
questo  viaggio  (Cfr.  Storia  cronologica  dei  viceré,  luogotenenti  e  presi- 
denti del  regno  di  Sicilia,,  op.  cit.,  p.  581). 

i'i)  Cfr.  Francerco  Nicotra,  Dizionario  illustrato  dei  Comuni  Sic.  Di- 
spensa I,  p.  37. — Dalle  fonti  cui  ho  attinto,  risulta  che  l'alluvione  avven- 
ne ad  Aci  Catena  nel  1761  e  non  nel  1773 ,  come  scrisse  il  Vigo  in 
proposito  del  fatto  che  ho  già  esposto  ,  e  della  satira  che  ne  scaturì 
(Cfr.  Vigo,  Canti  pop.  sic.,  1870,  p.  325,  nota  2). 

(3)  Nel  ms.  Qq  E  88  del  Villabianca  (Comun.  palermit.),  capit.  Schia^ 
vi  e  carrozze  dei  Cavalieri  Palermitani ,  p.  5,  anno  1782  trovo  che 
«  Tommaso  Chacon,  Duca  di  Sorrentino  »  era  uno  dei  senatori. 


166  MISCELLANEA 


Il  Giacona,  ch'era  venuto  ad  Aci  Catena  da  procuratore  gene- 
rale del  Principe  D.  Stefano  Reggio  ,  compì  male  la  missione , 
ordinando,  con  gravi  spese  del  Comune  ,  opere  senza  estetica  : 
di  fatti ,  slargò  il  vecchio  alveo,  che  non  fece  sostituire  con  un 
nuovo;  costruì  argini  artificiali  fuori  di  ogni  proporzione,  su  gli 
sbocchi  delle  vie  che  mettevano  in  quello  ;  lo  fiancheggiò  di 
grossi  bastioni,  come  se  avesse  a  scorrere  di  là  non  un  torrente, 
ma  un  grosso  fiume.  Così  la  disgraziata  Aci  Catena,  alla  perdita 
dei  cittadini  dovette  aggiungere  il  danno  delle  finanze,  e,  forse 
peggio,  l'avere  nel  bel  mezzo  del  paese  quell'orrida  bruttura  d'un 
esteso  terreno  brullo  e  deserto,  che  fa  brutto  contrasto  con  i  ve- 
geti giardini  fiancheggianti  (1).  Ed  allora  il  popolo,  sempre  ar- 
guto e  tagliente  anche  tra  i  malanni,  creò  i  due  versi  seguenti 
che  passarono  in  proverbio  : 

La  bedda  cita  di  la  Catina 
Parti  la  sflci  Din,  parti  Giacona  (2), 

il  quale  motto  si  usa  per  indicare  un  malanno  che  viene  ad 
aggiungersi  a  un  altro  precedente.  Quei  due  versi  non  sono  , 
per  altro,  che  una  pretta  imitazione  del  proverbio  catanese  : 

Parti  la  sfici  Diu,  parti  Camastra, 

proverbio  nato  per  consimile  avvenimento  dopo  il  terremoto  del 
1693  (3). 

* 

*  * 

Nel  1767  si  fabbricò  nel  Cassaro  (4),  di  rimpetto  alla  Cattedrale, 


(1)  Cfr.  Salvatore  Bella  ,  Memorie  storiche  del  Comune  di  Acica- 
tena,  p.  151,  Acireale  1892. 

(2)  Cfr.  Vigo,  op.  cit.,  p.  cit.;  Bella,  op.  cit.,  p.  cit.;  Salvatore  Rac- 
CUGLIA,  Blasone  pop.  Acitano  in  Archivio  per  lo  studio  delle  tradizioni 
pop.,  voi.    XXI ,  1902,  p.  33. 

(3)  Cfr.  Ragcuglia,  op.  cit.,  p.  cit. 

(4)  Dall'arabo  al— qa  8r=:il  castello;  nome  dato  all'insieme  di 
fabbricati ,  cinti  da  mura  fortificate ,  tra  i  quali  era  il  palazzo  reale. 
(Devo  questa  spiegazione  alla  cortesia  dell'insigne  prof.  Nallino).  Il 
Di  Vita  {Dizionario  geografico  dei  comuni  della  Sicilia,  Palermo,  Pra- 
vatà,  1906,  p.  61),  dice  che  cassaro,  sic.  cassaru,  lat.  cassarus,  secondo 
alcuni  sarebbe  sorta  sopra  l'antica  Gacyrum;  altri  indicano  come  fon- 
datore di  essa  Francesco  di  Alcassar  da  Siracusa,  governatore  della 
distrutta  rocca  Pantalia. 


MISCELLANEA  167 


la  casa  di  Giuseppe  Asmondo  Paterno,  presidente  del  R.  Patri- 
monio. Per  lo  spazio  che  occuparono  in  quella  via  principale  i 
pilastri  dell'architettura  di  detta  facciata,  si  disse  allora  che  il 
presidente,  allo  scopo  di  allargare  la  sua  casa  ,  aveva  ristretta 
la  strada  del  Gassaro.  Perciò  sorse  una  canzona  siciliana,  abbastan- 
za satirica,  dal  titolo  :  Mentri  si  fabbricava  la  casa  di  lu  su  pre- 
sidenti Paterno  (1).  Fra  le  altre  cose  si  dice  :  Lu  cassaru  strin- 
ciu  cu  lu  so  spasa  (2),  perchè  «la  giustizia  è  vastasa». 

«  « 

Il  ms.  Qq  H  158  della  Comunale  di  Palermo  ha  un  sonetto 
dal  titolo  :  1770.  È  un  lunario  satirico  sugli  avvenimenti  di 
quell'anno  : 

Il  Lunario  rivolga  e  notte,  e  dì 
Chi  vuol  saper  la  pura  verità  : 
Quanto  succederà,  quanto  sorti 
Nell'antico,  e  nel  nuovo  troverà. 

Nell'antico  vedrà,  quant'anni  già 
La  Compagnia  solippica  fiorì 
Nel  nuovo  facilmente  leggerà 
Se  nell'anno  settanta  s'abolì. 

Se  il  General  particolar  si  fé, 
Se  l'astuta  politica  giovò. 
Se  si  accordaro  al  fine  il  Papa,  e  i  Re. 

Se  l'Abatin  Zerilli  al  fin  portò 

I  merletti,  le  fibie,  e  '1  tuppè. 

II  Lunario  ogn'arcano  rivelò. 

«  * 

L'anno  1770,  mese  di  settembre,  il  pretore  duca  di  Castellana, 
convocati  i  senatori,  il  giudice  della  monarchia  e  il  presidente 
della  Gran  Corte,  Marchese  Natoli,  impose  una  tassa  sulle  aper- 
ture, per  riparare  all'imminente  totale  rovina  del  senato  di  Pa- 


(1)  Cfr.  Diari  cit.  in  Biblioteca  del  Di  Marzo,  voi.  XIV  della  1.  serie, 
p.  23-^ 

(2)  Vedi  N.  LXXXII. 


Ì68 


MISCELLANEA 


lermo  (1),  il  quale,  come  diceva  il  bando  (2),  dovette  «alienare 
«  buona  parte  dei  suoi  capitali ,  impiegare  la  colonna  frumen- 
«taria,  e  caricarsi  d'ingenti  debiti,  affinchè  questi  amantissimi 
«cittadini  non  soffrissero  la  menoma  alterazione  nei  prezzi  dei 
«  generi  principali  d'annona  nell'anno  fatale  della  penuria  e  nei 
«successivi».  Per  questa  nuova  gabella  gli  animi  s'irritarono 
oltre  ogni  credere  :  si  lacerò  il  bando;  i  consoli  dei  conciapelle, 
potenti  e  temuti,  fecero  lega  con  i  Kalsitani  e  a  tutto  pasto  si  sferzò 
la  condotta  del  pretore  e  di  altri  officiali.  Corsero  pasquinate 
violente  per  tutto  Palermo,  offendenti  le  famiglie  dei  passati  pre- 
tori e  D.  Egisilao  Bonanno,  Principe  di  S.  Antonino  e  duca  di 
Castellana,  ch'era  pretore  del  tempo  (3).  Una  canzona  del  Vil- 
labianca  contro  il  pretore  comincia  : 

Ccà  Castillana  nun  si  sta  cu  donni 
Nun  chini,  Gran  Duca,  chi  stnffati  semu  (4), 

nei  quali  versi  alludesi  alle  donne  della  Kalsa  che  «  raccoltesi 
sopra  le  mura  delle  Cattive  salutarono  colle  timpe  (zolle  di  terra) 
il  Pretore  obbligandolo  a  far  voltare  il  cocchio  dalla  Marina  di 
P.  Felice  dentro  la  città»  (5).  E  il  Villabianca  non  risparmia  le 
staffilate  a  Gaetano  Bonanni ,  coadiutore  del  Castellana  nella 
Giunta  Suprema  delle  Gabelle. 

Leanti  G. 
(Continua) 


(1)  Gfr.  Villabianca,  Diari ,  cit.  in  Biblioteca  storica   e   letter.    del 
Di  marzo,  voi.  XIV  della  1.  serie,  p.  25). 

(2)  Bando  e  comandamento  d'ordine  dell'Eccellentissimo   Signore    D. 
Griovanni  Fogliani  de  Aragona  de'  24  novembre  1770. 

(3)  Gfr.  PiTRÈ,  Miscellanea  cit.,  p.  252. 

(4)  Gfr.  Diario  palermitano  t.   V  che  comincia  dall'anno  1768  fino  e 
per  tutto  Vanno  1772  inclusive,  Ms.  Qq  D  47  (Gomun.  palermit,). 

(5)  Gfr.  Diario  cit.  in  ms.  cit. 


DI  UN  SONETTO  DI  GIOVAN  Bi^TTISTi^  MpiNI 

E  UN'OTTAVA  SICILIANA  DI  GIUSEPPE  Gi^LEANO 


N  O  TP  A 


Xon  so  se  altri  abbia  messo  in  evidenza  un  fatto  letterario 
che  salta  agli  occhi  di  chi  per  poco  guardi  alle  poesie  siciliane 
del  secolo  XVII,  voglio  dire  di  un'ottava  sulla  brevità  della  vi- 
ta «Miseria  dell'huomo  »  scritta  nel  nostro  dialetto  da  Giusep- 
pe Galeano,  che  si  legge  nella  pregevole  raccol  ta  di  lui  :  «  Le 
Muse  siciliane  »  Palermo  1645  - 1653.  Siffatta  ottava  è  un'imita- 
zione del  sonetto  del  Marini  (1569  -  1625)  «  La  vita  umana  »  scrit- 
to sullo  stesso  argomento,  ma  in  lingua  italiana. 


«  « 


La  celebrità  del  Marini  mi  risparmia  qualunque  notizia  sulla 
vita  e  le  opere  di  lui. 

Il  Galeano,  che  nelle  «Muse  siciliane»  esce  col  nome  di  Pier 
Giuseppe  Sanclemente,  nacque  in  Palermo  nel  1605  e  vi  morì 
nel  1675. 

Egli  spese  cinquanta  dei  settant'anni  di  sua  vita  nella  cura 
degl'infermi  e  nella  istruzione  teorico-pratica  dei  giovani  medici. 

Coltivò  gli  studii  filosotìci,  inoltre  «  per  dare  giovevole  indu- 
rimento all'animo  e  per  compiacere  in  parte  al  proprio  genio  » 
(com'egli  stesso  dice)  dedicò  anche  la  sua  intelligente  attività 
agli  studii  poetici. 

Ed  infatti,  agli  amatori  di  studii  letterarii  il  nome  del  Ga- 
leano è  giunto  attraverso  la  storia  letteraria  del  suo  secolo,  e  la 
storia  ci  dice  che  egli,  a  parte  le  esagerazioni  di  alcuni,  fu  dei 
piìi  valorosi  cultori  della  musa  siciliana. 


170  MISCELLANEA 


A  lui  dobbiamo  la  miofliore  e  la  più  copiosa  antologia  dialet- 
tale del  5  e  del  600. 

Senza  questa  antologia  noi,  forse,  a  quest'ora  avremmo  per- 
duto qualche  nome  illustre  di  poeta  e,  più  che  il  nome,  le  poe- 
sie che  il  Galeano  mise  insieme  nei  cinque  preziosi  volumetti, 
facendo  precedere  ciascuna  raccolta  da  un  breve  cenno  biografico 
e  critico  dell'autore. 

Il  Galeano  scrisse  anche  :  «  un'ode  italiana  »  per  la  venuta  del 
cardinal  Trivulzio  (Palermo  lfi28)  ;  un  poema  sacro  «  8.  Rosalia 
trionfante  »  (Venezia  1632)  ;  «  Poesie  liriche  »  (Palermo  1634)  ; 
«  Diporti  giovanili»  composizione  poetica  (Palermo  1666);  un  poe- 
ma eroico  col  titolo  «  il  palagio  »  ovvero  la  Spagna  riacquistata 
(Palermo  1670). 

E  l'opera  poetica  del  Galeano  fu  tanto  apprezzata  dai  suoi 
contemporanei  quanto  1'  arte  medica  che  con  amore  professava. 
A  testimonianza  di  ciò  basta  ricordare  che  sotto  il  ritratto  del 
Galeano,  all'età  di  47  anni  e  che  correva  al  suo  secolo,  si  leg- 
gevano i  due  versi  : 

Bis  Lauro  cintus  nambis  Galeano  Apollo  est 
Carmina  seu  panda»  Pharmaca  seu  tribuat 

* 

*  * 

Veniamo  ora  al  sonetto  del  Marini  e  all'ottava  del  Galeano. 
Il  sonetto  del  Marini,  celebre  per  la  rapidità  con  cui  si  succedo- 
no i  pensieri  relativi  alle  varie  vicende  della  vita,  ma  pure  ac- 
cusato d'incoerenza  per  l'ultimo  verso,  è  il  seguente  : 

Apre  l'uomo  infelice  allor  che  nasce 
In  questa  vita  di  miserie  piena 
Pria  ch'ai  sol,  gli  occhi  al  pianto  e  nato  appena 
Va  prigionier  fra  le  tenaci  fasce. 

Fanciullo,  poi  che  non  più  latte  il  pasce 
Sotto  rigida  sferza  i  giorni  mena  : 
Indi  in  età  più  ferma  e  più  serena 
Tra  fortuna  ed  amor  more  e  rinasce. 

Quante  poscia  sostien  tristo  e  mendico 

Fatiche  e  morti,  infin  che  curvo  e  lasso 
Appoggia  a  debil  legno  il  fianco  antico. 


MISCELLANEA  171 


Chiude  alfin  le  sue  spoglie  angusto  sasso, 
Ratto  così,  che  sospirando  io  dico  ; 
Dalla  cuna  alla  tomba  è  un  breve  passo. 

Questa  chiusura  esprime  un  concetto  comunissimo  nella  vita 
e  nella  letteratura,  forse  di  ogni  paese.  Qui  per  la  Xostra  si  po- 
trebbe citare  : 


Dante  {Purgatorio,  C.  XX,  v.  38) 

a Lo  cammin  corto 

Di  quella  vita  che  al  termine  vola  ». 

Dante  (Purgatorio,  C.  XXXIII,  v.  54) 

«Il  viver  eh 'è  un  correr  alla  morte». 

Petrarca  (Trionfo  della  Divinità,  v.  40) 

« alpestre  e  rapido  torrente 

Ch'ha  nome  vita». 

Metastasio  (Artaserse,  a.  II,  2.) 


e  dalle  fasce 

Si  comincia  a  morir  quando  si  nasce. 

Ed  ora  ecco  l'Ottava  del  Galeano  : 

Prima  chiangi  chi  nasci,  e  à  pena  natu 
L'homu  va  strittu  in  fasci  à  li  martiri, 
Picciulu  d'una  feria  è  flagellatu 
Grandi  amuri  e  furtuna  ha  di  suflfriri 
Vecchiu  languisci  à  un  bastuni  appi\iatu 
In  fini  in  una  fossa,  ha  di  finiri 
Prestu  cussi,  ch'in  dicu.  0  amara  statu  ! 
Un  passu  c'è  ntra  na«ciri,  e  muriri, 

Non  isfuggirà  a  nessuno  la  stringatezza  della  forma  del  Ga- 
leano, il  quale  esprime  in  quattro  versi  ciò  che  il  Marini  ritrae 
in  otto  (le  due  quartine)  ;  e  in  un  solo  verso  : 


l72  MISCELLANEA. 


«  Vecchia  langaisci  à  un  bastuni  appujatu  » 

il  ])en8Ìero  che  il  Marini  esprìme  in  tre  : 

Quante  poscia  sostien  tristo  e  mendico 

Fatiche  e  morti,  infln  che  curvo  e  lasso 
Appoggia  a  debil  legno  il  fianco  antico. 

L'originalità  nel  Nostro  manca,  ma  l'imitazione  è  felice  come 
in  pochi  imitatori  suole  avvenire. 

Rosalia  Anastasi  Campagna 


Palermo  25  Luglio  1910. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


F.  GugfJielmo  Savagrnone  —  Concila  e  Sinodi  di  Sicilia  (Pa- 
lermo, 1910). 

Molto  opportunamente  il  prof.  Savagnone  ha  pubblicato  un 
libro  sai  Concilii  e  Sinodi  di  Sicilia.  Dopo  che  la  Chiesa  dalla 
legge  del  13  maggio  1871  ebbe  piena  libertà  di  riunione  e  di  go- 
verno in  materia  di  fede  e  disciplina,  i  Vescovi  di  Piazza  e  di 
Nicosia  pubblicarono  le  costituzioni  sinodali  pel  reggimento  delle 
loro  diocesi,  le  quali,  sorte  sul  principio  del  secolo  XIX,  ne  e- 
rano  prive.  Nel  1909  il  Vescovo  di  Mazzara  diede  l'esempio  della 
pubblicazione  di  nuove  costituzioni  sinodali ,  che  ,  svecchiando 
quelle  antichissime  del  1735,  dalle  quali  era  stata  segnata  V  ul- 
tima sosta  dell'attività  sinodale,  venivano  a  regolare  la  diocesi 
coi  principii  di  dritto  ecclesiastico  e  coi  criterii  moderni.  L'Ar- 
civescovo di  Palermo  in  questo  anno  provvide  anch'egli  al  biso- 
gno di  nuove  costituzioni  sinodali ,  giacché  quelle  del  Palafox , 
che  risalgono  al  1679,  eransi  da  un  pezzo  rese  inadatte  ai  tempi 
nuovi.  Onde  il  libro  del  prof.  Savagnone,  che  con  accurate  e  di- 
ligenti ricerche  di  tutti  i  precedenti,  col  corredo  di  una  soda  e 
vasta  dottrina,  illumina  la  intera  materia  del  diritto  sinodale  si- 
ciliano, viene  molto  a  proposito  e  merita  il  plauso  degli  studiosi. 
Egli,  con  i  preziosi  materiali  raccolti  sugli  antichi  Concilii  e  Si- 
nodi di  Sicilia,  con  la  critica  fine  e  diligente,  con  1'  ordinata  e 
chiara  esposizione,  ha  colmata  una  lacuna  nella  storia  del  diritto 
ecclesiastico  siciliano,  ed  ha  aperta  la  via  ad  altri  studii  sul  co- 


174  BA8SEONA   BIBLIOOEAPICA 

stiime  e  la  vita  del  popolo  nostro  ,  che  si  rispecchia  nei  vari! 
provvediineati  sinodali,  secondo  i  luoghi  ed  i  tempi.  Il  libro  è 
<liviso  in  tre  parti.  La  prinia  è  per  dir  così  la  parte  generale  e 
ri{<uarda  i  rapporti  del  diritto  sinodale,  co/ne  diritto  locale,  col 
diritto  ecclesiastico  generale  e  comune.  Riconosce  l'A.  il  Sinodo 
come  una  delle  fonti  legislative,  che  in  Sicilia  attinse  la  massima 
attività  nei  secoli  XVI  e  XVII  per  la  influenza  del  Concilio  Tri- 
dentino e  dei  Vescovi  siciliani,  che  vi  presero  parte,  ma  che  poi, 
durante  la  dominazione  borbonica,  per  l'invadente  giurisdiziona- 
lismo,  i)er  qnasi  due  secoli  si  arrestò,  nialgrado  che  col  Concor- 
dato del  1818  si  fosse  garentita  ai  Vescovi  la  libera  convocazione 
dei  Sinodi.  Nella  seconda  parte  l'Autore  si  addentra  nello  esame 
della  struttura  giuridica  del  Sinodo  e  delle  costituzioni  sinodali; 
e  qui  con  accurati  raffronti  ed  esaurienti  indagini  pone  in  rilievo 
il  modo,  il  tempo  ed  il  luogo  della  celebrazione  del  Sinodo,  gli 
iifticiali  che  vi  funzionano,  le  persone  che  lo  compongono,  quali 
hanno  Pobbligoo  il  diritto  di  intervenirvi,  se  ne  sia  richiestoli  pa- 
rere od  il  voto  di  approvazione  delle  costituzioni  sinodali,  qua- 
le il  valore  giuridico  di  queste,  il  rimedio  legale  contro  le  stesse 
ed  a  chi  e  come  ne  spetti  la  interpetrazione  e  l'applicazione.  Questi 
esami  accurati  e  minuziosi  riguardano  specialmente  i  Sinodi  Sici- 
liani, nei  quali  l'A.  dimostra  di  essersi  sempre  seguito  il  Pontifica- 
le romano,  per  cui  gl'intervenuti  hau  sempre  munito  del  loro  placet 
e  della  loro  soscrizione  le  costituzioni,  avendo  così  una  parteci- 
pazione diretta  nella  formazione  delle  stesse.  Nella  terza  ed  ultima 
parte  l'A.  ci  dà  la  storia  dei  Concilii  e  Sinodi  celebrati  in  Sici- 
lia. Nel  primo  ])eriodo,  dall'inizio  del  Cristianesimo  al  dominio 
musulmano,  l'A.  rileva  gli  errori  degli  scrittori  di  storia  eccle- 
siastica sui  supposti  Concilii  nazionali  tenuti  dai  Vescovi  di  Si- 
cilia, quando  questa  fece  parte  sia  del  Patriarcato  di  Occidente, 
che  di  quello  di  Oriente.  Nel  secondo  periodo,  dai  Normanni  ai 
Castigliani,  l'A.  fa  l'elenco  dei  Concilii  nazionali,  che  può  credersi 
di  essersi  realmente  convocati,  come  pure  dei  Concilii ^romwcm?/; 
ed  in  riguardo  ai  Sinodi  pubblica  in  appendice  il  testo  delle  co- 
stituzioni sinodali  di  Messina  del  1392,  che  sono  le  più  antiche 
conosciute.  Nel  terzo  periodo,  ch'è  l'aureo  della  legislazione  si- 
nodale, dal  1510  al  1735,  fa  la  storia  di  83  sinodi,  celebrati  nel- 
le varie  diocesi  di  Sicilia,  comprese  le  isole  di  Lipari  e  di  Mal- 
ta (e  di  questa  pubblica  in  appendice  il  testo  delle  costituzioni 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  175 

del  1668)  e  l'Abbazia  nullùis  di  S.  Lucia.  Rileva  come  il  Sinodo 
palermitano  del  1586,  celebrato  dall'arcivescovo  Marnilo,  sia  sta- 
to il  prototipo  di  tutti  gli  altri  posteriori,  e  dà  interessanti  notizie 
sulle  lotte  di  quello  insigne  prelato  col  Capitolo  Cattedrale ,  di 
cui  i  ripetuti  reclami  alla  Congregazione  del  Concilio  furono 
sempre  respinti.  Il  quarto  periodo  va  dalla  dominazione  borbo- 
nica ai  tempi  .io  ;tri. 

Non  vi  SO!  o  più  sinodi  né  Concilii  dal  1735  per  tutto  il  ri- 
manente sec.  XVIII.  h^ Adunanza  dei  Vescovi  di  Sicilia  del  1807, 
la  Congregazione  degli  stessi  del  1850  non  sono  organi  di  drit- 
to ecclesiastico,  come  non  lo  è  la  Conferenza  episcopale^  che  en- 
tra in  uso  posteriormente  e  rendesi  frequente  in  tutte  le  regioni 
italiane.  L'A.  con  molta  diligenza  esamina  gli  obbietti  di  queste 
riunioni,  le  quali,  se  nel  1807  e  nel  1850,  sotto  i  Borboni,  ebbe- 
ro precipuo  scopo  di  ottenere  maggiore  libertà  per  la  Chiesa , 
nei  nuovi  tempi  sono  state  dirette  ad  animare  Inazione  cattolica, 
con  elevare  le  coudizioni  morali  del  clero  ed  estendere  nel  lai- 
cato la  forza  di  resistenza  contro  gli  a vversarii  della  Chiesa.  L'A. 
accenna  i  lavori  delle  varie  Conferenze  episcopali  in  Sicilia  dal 
1891  a  1908,  il  Sinodo  di  Piazza  del  1878,  i  due  di  Nicosia  del 
1883  e  1893,  e  quello  di  Mazzara  del  1909,  e  chiude  il  suo  libro 
annunziando  il  Sinodo  già  convocato  dall'Arcivescovo  di  Paler- 
mo, ed  oramai  celebrato,  le  cui  costituzioni,  già  edite,  sono  venute 
ad  arricchire  la  nostra  legislazione  sinodale.  Il  prof.  Savagnone 
col  libro ,  di  che  ci  siamo  occupati ,  ha  mostrato  il  suo  non  co- 
mune valore  come  giurista  e  come  storico,  ed  ha  reso  un  grande 
servizio  all'isola  nostra  in  una  materia  di  tanta  importanza  e  che 
era  quasi  diiuenticata. 

GiusiìPPE  Riservato 


**  Constltutìones  dioecesanae  Synodi  „.  (Panormi  ex  Typo- 
^aphia  Pontifìcia  MCMX), 

Dopo  un  intervallo  di  231  anni,  la  Cattedrale  di  Palermo  ha 
raccolto  nuovamente  in  Sinodo  Diocesano  tutto  il  clero  della  città 
e  diocesi,  nei  giorni  14,  15,  16  dello  scorso  mese  di  Giugno. 


176  EASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

L'avvenimento,  voluto  dalla  tenace  volontà  di  S.  Em.  il  Car- 
dinale Alessandro  Lualdi  Arcivescovo,  o  i)reparato  da  liing^a  mano 
col  concorso  del  Capitolo  Metropolitano,  prima  in  commissioni  e 
poi  in  sedute  plenarie,  presiedute  dall' E. mo,  riveste  una  eccezio- 
nale importanza  per  la  scoria  e  la  legislazione  ecclesiastica  della 
Chiesa  palermitana,  la  quale,  fino  al  Sinodo  Lualdi,  doveva  seguire 
le  prescrizioni  e  le  norme  del  Sinodo  Palafox,  con  la  sequela  di 
tutte  le  eccezioni  ed  epicheje  portate  dalle  vicende  di  più  che 
due  secoli. 

Nondimeno  del  Sinodo  Paìafox  l'E.mo  Lualdi  volle  conservata 
il  più  possibile  l'impronta,  sebbene,  sotto  la  disamina  dei  com- 
julatori  delle  nuove  Constitutiones,  la  massima  parte  delle  antiche 
abbia  dovuto  inevitabilmente  scomparire. 

Sotto  il  titolo  appunto  di  Conatitutiones  Dioecesanae  Synodi  sono 
testò  comj>arsi  gli  atti  del  Sinodo  Diocesano  di  Palei  mo  dell'anno 
1910;  un  volume  elegante  e  nitido,  legato  alla  bodoniana,  che 
torma  la  raccolta  ufficiale  delle  leggi  che  regolano  più  diretta- 
mente la  vita  religiosa  ed  ecclesiastica  di  questa  diocesi. 

l>al  punto  di  vista  canonico  le  Gonstitutiones  Dioceitanae  Synodi 
sono  state  giudicate  in  modo  assai  lusinghiero  dalle  persone  com- 
petenti e  di  alta  posizione  gerarchica  ,  alcune  delle  quali  non 
hanno  esitato  ad  affermare  che  esse  hanno  precorso  in  generale 
il  Codice  canonico  (dove  ciò  era  possibile)  che  viene  da  vjirii  anni 
e  con  fatica  ingente  preparato  per  iniziativa  del  regnante  Pon- 
tefice. 

Dal  punto  di  vista  letterario  è  notevole  il  sapore  di  classica 
latinità  voluto  e  saputo  dare  ai  varii  articoli  e  capitoli  che  com- 
pongono le  dette  Constitutiones  ;  e  ciò  non  a  scapito  della  chia- 
rezza della  dizione  che  è  rimasta,  nella  sua  concisione,  intelligi- 
bile anche  alle  orecchie  meno  avvezze. 

Ma  ciò  che  sotto  questo  riguardo  forma  il  pregio  principale 
del  volume  sono  le  tre  allocuzioni  ad  clerum,  che  S.  Bm.  il  Card. 
Lualdi  pronunziò  all'aprirsi  di  ciascuna  delle  tre  sessioni  sinodali. 
In  esse  ammiriamo  splendore  di  forma  ,  altezza  di  concetti ,  sa- 
pore di  quella  pastorale  eloquenza  che  non  si  insegna  ma  che  è 
un  portato  del  sublime  ministero  episcopale,  di  cui  lo  scrittore  è 
profondamente  compreso. 

Queste  tre  conciones  intersinodales  (delle  quali  la  prima  tratta 
delle  beatitudini  enunziate  dal  Salvatore  nel  discoi'so  del  monte, 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  177 

la  seconda  della  missione  del  sacerdote,  paragonato  al  sale  della 
terra  ,  la  terza  della  dignità  e  figura  del  sacerdote  stesso  chia- 
mato Ilice  del  mondo),  formarono,  per  così  dire,  il  punto  saliente 
della  celebrazione  del  Sinodo  e  furono  ascoltate,  massime  la  se- 
conda, con  vero  godimento  intellettuale  e  spirituale. 

Per  voto  unanime  sono  state  inserite  negli  atti  sinodali  e  si 
leggono  in  verità  con  singolare  diletto. 

Fra  le  varie  appendici  che  seguono  ci  sembra  di  particolare 
rilievo  quella  relativa  all'ordinamento  degli  archivi  ecclesiastici  e 
1'  altra  relativa  al  regolamento  per  la  conservazione  degli  oggetti 
sacri  d'arte;  due  argomenti  gravissimi  per  i  quali  si  danno  norme 
precise  e  sicure  che,  se  saranno  osservate,  assicureranno  la  con- 
servazione di  un  ingente  patrimonio  storico.ed  artistico,  del  quale 
in  mezzo  a  noi  si  è  avuta  fin  qui  poca,  troppo  poca  sollecitudine. 

A  questo  riguardo  noi  crediamo  di  dovere  esprimere  la  nostra 
particolare  soddisfazione,  perchè  sappiamo  troppo  bene  quanto  e 
qual  tesoro  d'  arte  e  di  storia  sia  racchiuso  fra  le  pareti  delle 
chiese. 

In  fine  troviamo  un  regolamento  per  V  ordine,  la  sicurezza  e 
per  l'igiene  delle  chiese,  del  quale  basta  il  cenno  per  far  com- 
prendere con  quale  senso  pratico  sia  stato  convocato  e  celebrato 
l'ultimo  Sinodo  della  chiesa  palermitana. 

Intorno  ai  sinodi  e  concilii  di  Palermo  e  Sicilia  si  potrebbe 
e  si  dovrebbe  scrivere  molto.  Qualche  cosa  è  stata  fatta  e  con 
plauso  ;  ma  non  si  è  ancora  in  vista  di  un  lavoro  che  riassuma 
e  dimostri  lo  svolgimento  della  legislazione  ecclesiastica  siciliana 
attraverso  i  secoli  da  questa  principale  sede  metropolitana.  Noi 
ci  auguriamo  che  il  lavoro  si  faccia  :  di  esso  il  Sinodo  del  1910 
sarà  il  coronamento  e  l'ultimo  felicissimo  capitolo. 

X. 


Arch.  Stor.  Sto.,  N.  S.,  Anno  XXXV.  13 


178  RASSEGNA  BIBLIOGRAFIOA 


Luigi  Tripicione,  Le  origini  di  Casa  Savoja.  Senigallia,  Ed. 
Pucciui  e  Massa,  1910,  pagg.  18. 

L'  A.  combatte  soltanto  l' ipotesi  di  Galeani  Napione ,  che 
vuole  le  origini  di  casa  Savoja  dai  re  d'  Italia  Berengario  II  e 
Adalberto.  Or  escludendo  tale  ipotesi  per  il  fatto  della  impos- 
sibilità che  nelle  guerre  per  il  ducato  di  Borgogna  tra  i  due 
partiti  avversi,  allora  si  trovassero  nell'uno  Otton  Guglielmo,  che 
si  vuole  padre  di  Umberto  Biancamano,  col  figlio  Rinaldo,  e  nel- 
l'altro lo  stesso  Umberto,  cerca  dimostrare  che  Umberto  era  fi- 
glio di  Beroldo  il  Sassone  e  questi  discendente  dagli  imperatori 
Ottone. 

Però  l'A.,  come  pare,  non  ha  conoscenza  dei  recenti  studi  del 
Gabotto  (  Una  nuova  ipotesi  sulle  origini  della  <Msa  di  Savoja,  Pisa, 
1885)  ,  sulla  protocarta  sabauda  (distribuita  ai  membri  del  Con- 
gresso Intern.  Stor.  di  Roma  nel  1903)  e  di  Georges  de  Manteyer 
{Les  origines  de  la  maison  de  Savoia  en  Bourgogne,  910-1060,  Ro- 
me, 1899  in  «.Mélanges  d^ Archeologie  et  d^histoire»,  XIX,  e  le  Notes 
additionelles,  Paris,  1901  in  «  Moyen  dge  »,  e  La  Faix  en  Viennais, 
Anse  102 ò  et  les  additions  a  la  Bible  de  Vienne  in  Bollett.  de  la 
Société  de  Statistique  des  sciences  naturelles  et  des  arts  indu^triels 
du  Départsment  de  VIsère,  4.  Serie,  T.  VI,  XXXIII  della  colle- 
zione, 1904).  Or  in  questi  lavori  appunto  si  dimostra,  con  grande 
copia  di  documenti,  che  la  casa  sabauda  è  oriunda  da  una  pos- 
sente famiglia  di  Borgogna,  imparentata  per  via  di  donne  con  la 
casa  regia  di  Rodolfo. 

E  tale  ipotesi,  per  il  numero  dei  documenti  che  la  dimostrano, 
è  quella  che  da  jiochi  anni  in  qua  ha  avuto  maggior  accoglimento. 

L.  G. 


RASSEGNA  BIBLIOUBAPICA  179 


L'ordinamento  delle  carte  degli  Archivi  di  Stato  Italiano. 
Manuale  Storico  Archivistico  —  Ministero  dell'  Interno, 
Direzione  Generale  dell'  Amministrazione  civile.  Roma 
1910,  pp.  XIV,  311. 

La  Direzione  Generale  dell'  amministrazione  civile  del  Mini- 
stero dell' Interno»  oggi  —quasi  abbia  voluto  portare  anch'essa 
il  suo  contributo  d'omaggio  per  il  primo  cinquantennio  del  Ri- 
sorgimento italiano  —  ha  pubblicato  questo  «  Manuale  Storico  Ar- 
chivistico »,  la  cui  compilazione  fu,  molti  anni  addietro,  sugge- 
rita dal  dotto  Alessandro  Gherardi  ed  è  stata  ora  caldeggiata  dal 
venerando  Pasquale  Villari. 

Non  è  a  dire  che  gli  studiosi  avessero  finora  ignorato  come 
siano  ordinate  le  carte  degli  Archivi  di  Stato  italiano  ;  le  pub- 
blicazioni generali  e  speciali  archivistiche  abbondano  davvero  : 
basta  per  tutti  accennare  la  «Relazione  ufBciale  sugli  Archivi 
di  Stato  italiani»,  1874-1883,  Roma  1883,  del  Vazio,  e  i  lavori 
editi  nella  «  Minerva  Jahrbuch  -  Strassburg,  Trtibner  ,  1895  (1); 
mentre  per  alcuni  periodi  storici  rimangono  sempre  preziose  le 
notizie  raccolte  in  questi  ultimi  anni  da  Paul  Kehr,  per  non  ri- 
cordare le  altre  meno  sistematiche  e  meno  precise  del  Winkel- 
raann  e  del  Pflugk  -  Harttung ,  e  per  non  ricordare  ancora  «  Gli 
Archivi  della  Storia  d'Italia  »,  la  cui  opera  rimase  pur  troppo  in- 
compiuta per  l'immatura  morte  del  compianto  Mazzatinti. 

Ma  in  tempi  in  cui  gli  studi  tendono  ad  una  maggiore  spe- 
cializzazione e  ad  una  più  profonda  conoscenza  dei  fondi  archi- 
vistici, s'è  voluto  —  in  omaggio  all'unificazione  amministrativa, 
anche  «  per  rendere  più  frequente  il  trasloco  di   funzionari  dal- 


(1)  A  proposito  di  Bibliogratia  è  bene  avvertire  che  le  varie  citazioni 
non  sono  fatte  in  modo  uniforme  :  spesso  sono  incomplete,  talvolta  ine- 
satte e  tal'  altra  addirittura  mancanti.  Gfr.  pp.  30 ,  43 ,  57,  66,  77,  92, 
93,  104,  118,  119,  132,  139,  177,  198  ecc.  Anche  gli  errori  dì  stampa 
abbondano;  taluno  —  come  p.  es.,  quello  dell'ultimo  periodo  della  p.  280 
(Quantunque  i  documenti  singoli  delle  varie  sezioni  risalgono ),  po- 
trebbe far  credere,  a  qualche  maligno,  poco  rispettata  la  grammatica. 


180  BASSEONÀ   BlBLIOaRAFICA 

l'uno  airaltro  archivio»  (1),  concetto  esiziale  checché  se  ne  pen- 
si --  metter(i  assieme  le  relazioni  dei  19  Archivi  di  Stato,  lasciando 
fuori  tutti  i  18  Archivi  provinciali  esistenti  nel  Mezzogiorno,  ric- 
chi di  materiale  preziosissimo  che  dovrebbe  essere  anche  (cono- 
sciuto e  tutelato  da  chi  si  propone  di  «  promuovere  il  migliore 
ordinamento  (degli  Archivi)  ed  estenderne  la  conoscenza  fra  gli 
impiegati  e  il  pubblico  in  generale». 

Per  noi  del  Mezzogiorno  la  coltura  archivistica,  diciamo  sù- 
bito e  senza  reticenze ,  non  s'  avvantaggia  affatto  :  tali  e  tante 
sono  le  pubblicazioni  che  si  conoscono  per  gli  Archivi  di  Stato, 
di  Napoli  e  di  Palermo,  e  che  qui  non  giova  ricordare.  A  parte 
questo  difetto  gravissimo  ed  oltremodo  dannoso  per  la  coltura  del 
Mezzogiorno  e  per  il  quale  è  a  sperare  che  il  Ministero  voglia 
comunque,  una  buona  volta,  provvedere,  questa  •«  modesta  pub- 
blicazione», come  giustamente  la  classifica  il  Villari  ,  quantun- 
que porti  il  pomposo  titolo  di  «Manuale  storico -archivistico  », 
è  stata  condotta  con  fine  meramente  burocratico.  Ciò  non  toglie 
però  alcun  merito  alla  sintesi  lucida  e  chiara  che  di  ciascuno 
Archivio  di  Stato  ha  tentato  il  Casanova.  Ma  ,  ohimè  !  quanto 
siamo  lungi  da  ciò  che  sperava  e  spera  il  venerando  Maestro 
della  Storia  ,  Pasquale  Villari ,  che  nella  sua  «  Prefazione  »  ha 
svolto  nelle  somme  linee  quasi  tutto  un  programma  di  riforme 
di  Archivi,  da  cui  soltanto  potrà  derivare  il  miglioramento  de- 
gli studi  storici  ! 

Ma  la  burocrazia  impera.  Essa  vuole  solamente  impiegati  tra- 
slocabili  dall'uno  all'altro  archivio  e  imbandisce  per  loro,  ridotte 
in  pillole  di  facile  digestione  —  e  non  è  poi  un  gran  male  in  que- 
sti momenti  gravi  per  la  salute  pubblica  —  le  nozioni  sommarie 
dei  vari  Archivi  di  Stato.  Così  la  pensavano  forse  il  Bonaini,  il 
Gherardi  e  il  Paoli,  e  la  pensa  tuttodì  il  Lupi  ? 

E  questo  si  fa  ora,  a  cinquant'anni  di  distanza  dall'unità  ita- 
liana, mentre  tuttavia  si  fan  voti  perchè  s'inizii  quella  serie  si- 
stematica di  pubblicazioni  archivistiche  che  le  altre  regioni  di 
Europa,  pur  non  avendo  il  nostro  prezioso  e  cospicuo  materiale, 
hanno  iniziato  da  un  pezzo  su  vasta  scala. 


(1)  Gfr.  Relazione  del  Direttore  Generale  dell' Amministrasione  civile 
a  S.  E.  il  Ministro  dell'Interno,  Op.  cit.,  p.  V. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  181 

Né  può  dirsi  che  la  colpa  del  decadimento  in  cui  giacciono 
in  generale  lutti  gli  Archivi  si  debba  al  Ministero  dell'  Interno 
(per  quelli  di  Stato)  e  al  Ministero  di  Grazia  e  Giustizia  (per  quelli 
vescovili,  capitolari  e  Notarili)  :  come  non  può  affermarsi  che  le 
cose  procederebbero  meglio  se  a  tutto  questo  materiale  soprin- 
tendesse il  Ministero  della  P.  Istruzione.  La  colpa  è  invece  tutta 
di  noi  studiosi  che  non  formiamo  una  massa,  che  possa  chiedere, 
minacciare,  reclamare  ed  imporre  le  grandi  riforme  che  hanno , 
p.  es.  ,  ottenuto  i  ferrovieri  che  pure  hanno  depauperato  e  de- 
pauperano le  finanze  dello  Stato. 

Da  quanto  tempo,  a  dirne  una,  non  si  sente  il  bisogno  di  ri- 
formare l'insegnamento  della  Storia  nelle  nostre  Università  f  Lo 
stesso  Pasquale  Villari  sempre,  vigile  custode  della  coltura  no- 
stra, nel  Congresso  Internazionale  di  Scienze  Storiche  del  1903  (1) 
notò  che  l'insegnamento  della  Storia  da  noi  ha  conservato,  anche 
dopo  il  Risorgimento,  il  suo  carattere  professionale.  Dopo  di  al- 
lora i  vari  Ministri  che  si  sono  avvicendati  alla  Minerva  hanno 
pensato  di  provvedere;  eppure,  fra  tanto  avvicendarsi  di  Regola- 
menti, attendiamo  ancora  dal  Credaro  —  che  da  ottimo  pedagogo 
s'è  affrettato  ad  abolire  il  componimento  latino  per  gli  studenti 
di  lettere  —  il  nuovo  ordinamento  di  studi  della  Facoltà  lettera- 
ria, nel  quale  alla  storia,  oltre  all'indirizzo  professionale  da  ser- 
vire all'  insegnamento  nelle  scuole  secondarie  ,  si  dia  anche  un 
indirizzo  puramente  scientifico.  Da  siffatto  indirizzo  puramente 
scientifico,  che  potrà  molto  giovare  ai  futuri  funzionari  d'Archi- 
vio, potrà  anche  provenire  il  vero  e  proprio  miglioramento  della 
coltura  nazionale.  Si  sentirà  allora  —  e  non  occorre  esser  facili 
profeti  —  più  forte  il  bisogno  di  ricorrere  ai  fonti  storici  e  di  a- 
vere  sotto  mano  i  repertori  ed  i  regesti ,  alla  cui  pubblicazione 
avrebbe  dovuto  e  dovrebbe  sopratutto,  con  unità  d'indirizzo  e  di 
metodo,  soprintendere  lo  Stato. 

Ma  il  meglio  è  nemico  del  bene  ,  dice  un  vecchio  proverbio, 
e  per  ora  contentiamoci  di  questo  poco.  E  giacché  il  Ministero 
dell'Interno  vuole  s'estenda  anche  al  pubblico  in  generale  la  co- 
noscenza dei  varii  Archivi  di  Stato,  spigolerò  da  questo  volume 


(1)  Atti   del    Congresso   Internazionale  di   Scienze   Storiche    (Roma, 
9  aprile  1903),  voi.  III,  p.  75  e  segg. 


L82  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

alcune  notiziole  ,  che  possono  giovare  agli  studiosi  della  Storia 
di  Sicilia.  Non  sono  notiziole  ignote,  né  peregrine;  ma  giovano, 
se  non  altro,  alla  divulgazione. 

Neir  Archivio  di  Torino  ,  Sezione  I  —  Archivio  di  Corte  —  , 
sono  interessanti  le  scritture  sul  principato  d'Acaia,  fra  le  quali 
molte  riguardano  le  relazioni  che  i  principi  d'Acaia  ebbero  colla 
corte  di  Sicilia. 

Nello  stesso  Archivio  e  per  la  storia  del  Risorgimento  si  po- 
trebbero consultare  : 

1.  Carte  del  Governo  provvisorio  di  Sicilia  e  della  Commissio- 
ne di  scrutinio  per  la  magistratura  Siciliana  del  1860. 

2.  I  Bilanci  dell'azienda  generale  di  guerra  per  la  Sicilia  pei 
due  periodi  dittatoriale  e  del  Comando  generale  dell'Isola  (186()-C1). 

3.  Dell'  Istituto  militare  Garibaldi  di   Palermo  (1860). 

4.  Della  Commissione  di  scrutinio  per  gli  ufficiali  del  cessato 
esercito  delle  due  Sicilie  (1860-61). 

5.  Della  commissione  per  la  medaglia  dei  Mille  di  Marsala 
(1860-61). 

Nell'Archivio  di  Roma  si  conservano  le  carte  del  «  Commis- 
sariato civile  di  Sicilia  (1896-97)». 

A  Napoli  potrebbero  con  profitto  studiarsi  le  carte  del  «  Su- 
premo Consiglio  di  Vienna  »  in  «  Real  Segreteria  di  Stato  (ove  si 
trovano  molte  notizie  riguardanti  la  Sicilia)  ;  i  documenti  della 
«Giunta  di  Sicilia»  (1735-1798),  i  «Carteggi  diplomatici  dell'Ar- 
chivio Farnesiano  »  e  i  registri  della  «  Cassa  di  ammortizzazione 
e  Demanio  pubblico  ». 

Palermo  21,  X,  1910. 

C.  A.  Garufi. 


BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO 


Giuseppe  Pitrè.  «  Medici ,  chirurgi ,  barbieri  e  speziali  antichi  in   Sicilia. 
(Secoli  XIII-XVIII).  Curiosità  storiche».  Palermo,  Alberto Reber,  1910. 

In  8^  pp.  [  IV  -  ]  lU. 

Questo  volume  di  curiosità  storiche,  come,  con  eccessiva  modestia,  lo 
chiama  l'Autore,  è  un  quadro  veramente  prezioso  della  vita  sanitaria  in 
Sicilia  dal  medioevo  all'età  moderna.  Leggendo  ci  vediamo  stilare  di- 
nanzi «  medici  ,  chirurgi  ,  speziali  e  financo  barbieri ,  che  una  volta  eb- 
bero in  mano  la  bassa  ,  ed  anche  ,  per  malintesa  limitazioue  dei  tempi, 
parte  dell'alta  chirurgia  »  (p.  1).  Di  tutti  questi  esercenti  l'illustre  prof. 
Pitrè  ha  saputo  «  mettere  in  evidenza  gli  studi  e  le  pratiche  pel  conse- 
guimento del  dottorato,  chi  lo  conseguiva,  lo  esercizio  lecito  ed  illecito 
della  professione,  la  cultura  o  la  ignoranza,  la  gerarchia  ed  il  costume, 
i  sentimenti  religiosi  e  la  condotta  morale,  i  compensi  eie  retribuzioni» 
(p.  1)^  ogni  manifestazione  caratteristica  valevole  a  lumeggiare  un  pas- 
sato pieno  di  solenni  ammonimenti  e  di  curiose  sorprese. 

Il  lavoro,  che  è  denso  di  notizie  nuove^  ordinate  con  molto  garbo  ed 
esposte  in  una  forma  colorita  ed  elegante  ,  è  manifesto  frutto  di  lunga 
preparazione,  ossia  di  indagini  premurose  compite  «  in  archivi  e  biblio- 
teche su  pergamene,  registri  e  filze  svariatissime  e  su  libri  vecchi  e  ma- 
noscritti di  medicina,  che  ora  pochi  cercano  »  (p.  2).  Il  Pitrè  insomma 
conferma  ancora  una  volta  la  sua  ben  nota,  prodigiosa,  geniale  attività, 
alla  quale  noi  siamo  debitori  di  opere  ,  che  illustrano  e  ,  a  un  tempo  , 
onorano  grandemente  la  Sicilia. 

L.  Personi  -  Grande. 


Idi  BULLETTINO    BIBLIOGRAFICO 


Pietre  dei  Marchesi  Arezzo.  «  Quattro  personaggi  della  famiglia  Arezzo.  (Gia- 
como, Claudio  -  Mario,  Orazio  e  Tommaso).  Appunti  biografici».  Pa- 
lermo^ Stab.  tip.  A.  Gianaitrapani,  1910.  In  4"  fig.,  pp.  174. 

Sono  quattro  biografie  condotte  con  scrupolosa  diligenza,  alla  luce  di 
documenti  rinvenuti  in  archivi  pubblici  e  privati  di  Palermo,  Messina, 
Catania ,  Siracusa,  Napoli,  Roma  ecc.  e  utilizzati  con  rigore  di  metodo. 

Giacomo  Arezzo  (1345  ?- 1410?),  di  Siracusa,  esperto  giurista,  fu  gran 
protonotaro  e  reggente  del  Regno  di  Sicilia.  Re  Martino  e  la  regina  Bian- 
ca lo  stimarono  molto  e  si  valsero  dell'opera  oculata  e  saggia  di  lui  con 
singolare  soddisfazione. 

Claudio  Mario  Arezzo  (1500  -  75),  nativo  pure  di  Siracusa,  fu,  com'è 
risaputo,  istoriografo  di  Carlo  V.  Nella  storia  dell'umanesimo  in  Sicilia, 
egli  occupa  un  posto  importante,  onde  meritamente,  in  questi  ultimi  tem- 
pi, è  stato  oggetto  di  studi  speciali,  che  il  suo  nuovo  biografo  ha  avuti 
sott'occhio,  tranne  due,  sfuggiti,  non  so  come,  alle  sue  ricerche  :  Rosario 
Ciaramella,  //  «De  Sita  Siciliae  »  di  C.  M.  Arezzo,  Potenza,  Tip.  edit. 
Carlo  Spera,  1907  e  C.  Trabalza,  Storia  della  grammatica  italiana,  Milano, 
Hoepli,  1908,  p.  112.  Sopratutto  due  delle  numerose  opere  di  Claudio  Ma- 
rio Arezzo,  ossia  il  De  Sita  Siciliae  e  le  Ofservantii  di  la  lingua  sicilia- 
na, richiamano  la  nostra  attenzione,  avendo  l 'autore  con  la  prima  ini- 
ziato gli  studi  storico  -  topografici  sulla  Sicilia  e  avendo  con  la  seconda 
steso  il  primo  abbozzo  di  grammatica  dialettale  siciliana. 

Orazio  Arezzo  (1709-96)  nacque  a  Modica.  Si  consacrò  con  entusia- 
smo alla  carriera  militare  e  servì  Carlo  di  Borbone.  Nel  1731  fu  nomi- 
nato tenente  colonnello;  nei  1744,  alla  testa  del  suo  reggimento  Farnese, 
si  segnalò  nella  battaglia  di  Velletri  contro  gli  Austriaci;  nel  1781  fu  e- 
letto  capitano  interino  di  tutte  le  armi  e  nel  1793  capitano  generale  del 
Regno  di  Napoli. 

Tommaso  Arezzo  (1756-1833),  nato  a  Orbetello  di  Toscana,  ebbe  af- 
fidati delicati  uffici  da  parecchi  papi  nel  territorio  pontificio  ,  specie  du- 
rante la  potenza  napoleonica ,  e  fu  cardinale  dal  titolo  di  S.  Pietro  in 
Vinculis. 

Il  signor  Pietro  dei  Marchesi  Arezzo,  che  coltiva  con  passione  e  con 
fortuna  le  memorie  storiche  siciliane,  bene  ha  fatto  a  illustrare^  i  suoi 
antenati,  che  del  loro  ingegno  ,  dei  loro  studi  e  dei  loro  uffici  hanno 
lasciato  ricordo  durevole. 

L.  P. -G. 


BULLETTINO    BIBLIOGRAFICO  185 


Mario  Casalaina.  <^  Caatroreale.  Monografia  con  19  illustrazioni».  Palermo, 
Tipografia  Domenico  Vena,  1910.  In  16'fig.,  pp.  253.  (Dal  «Diziona- 
rio illustrato  dei  Comuni  siciliani  »  diretto  da  Francesco  Nicotraì. 

11  valoroso  prof.  Mario  Casalaina,  che  s'era  già  reso  benemerito,  scri- 
vendo e  pubblicando  sulla  graziosa  cittadina  di  Castroreale  una  bella  se- 
rie di  articoli  e  opuscoli  ricchi  di  notizie  raccolte  e  discusse  con  amorosa 
cura ,  ha  ora  messo  insieme  e  dato  alla  luce  questa  grossa  monografia , 
che  è  frutto  manifesto  di  indagini  pazienti  e  deve  ritenersi  come  un 
buon  contributo  di  studi  municipali  al  materiale,  che  dovrà,  un  giorno, 
servire  per  la  narrazione  della  storia  generale  d'Italia. 

L'opera  può  considerarsi  divisa  in  tre  parti.  La  prima  contiene  indi- 
cazioni statistiche  e  di  geografia  fisica  e  biologica;  la  seconda,  molto  par- 
ticolareggiata e  interessante ,  fa  la  storia  di  Castroreale  dai  tempi  più 
antichi  a  oggi,  ricordandone  gli  avvenimenti  e  gli  uomini  più  notevoli; 
la  terza  è  una  fotografia  dello  stato  presente  della  città  ,  descritta  nei 
suoi  monumenti ,  nei  suoi  usi  e  costumi ,  nelle  sue  industrie,  nelle  sue 
condizioni  igieniche,  economiche,  morali,  intellettuali,  sociali  ecc. 

L.  P.-G. 


«  La  Chiesa  e  il  Pantheon  di  S.  Domenico  di  Palermo  ».  Palermo,  Tip. 
C.  Vena  di  D.,  1910.  In  16.,  pp.  156,  con  una  fotoincisione. 

Il  Reverendo  Salvatore  Scozzari  s'è  compiaciuto  di  compilare  nna 
guida  della  Chiesa  e  del  Pantheon  di  S.  Domenico  di  Palermo.  L'opera 
sua,  piena  di  descrizioni  particolareggiate  e  di  informazi<mi  copiose  ,  si 
renderà  indubbiamente  utile  ai  visitatori  di  quel  luogo  sacro  al  Signore 
e  al  culto  dei  Siciliani  insigni  nelle  lettere,  nelle  scienze,  nelle  arti  e 
nella  politica.  Dispiace  però  che  alle  volte,  nelle  notizie  sulla  vita  e  sulle 
opere  di  questi  benemeriti  isolani,  l'Autore  non  segua  i  più  attendibili 
risulta.ti  della  critica  e  non  riesca  così  soddisfacente  come  dovrebbe.  A 
proposito  della  famosa  Nina  siciliana,  per  esempio,  avrebbe  dovuto  tener 
conto  degli  studi  e  degli  apprezzamenti  giudiziosi  del  Bertacchi;  a  pro- 
posito dell'arte  del  Meli,  invece  di  ripetere  un  giudizio  incompleto  e  in- 
determinato di  Francesco  Crispi,  avrebbe  dovuto  utilizzare  le  pagine  del 
Cesareo,  il  quale  ha  il  merito  d'aver  rilevato  il  valore  artistico  del  som- 
mo poeta  siciliano  come  prima  nessuno  era  riuscito  a  fare. 

L.  P.-G. 


186  BULLETTINO    BIBLIOGRAFICO 


Ernesto  Castellana.  «  Per  Io  studio  della  storia  locale  nelle  scuole  elementari 
della  Sicilia».  Palermo,  Tip.  G.  Sabbio,  1910.  In  16.,  pp.  12. 

Dopo  d'aver  sommariamente  rilevato  l'importanza  dello  studio  della 
storia  regionale  in  armonia  con  lo  studio  della  storia  generale,  il  maestro 
Castellana  discorre  dei  varii  tentativi,  che  si  son  fatti  in  Sicilia  per  pro- 
muovere nelle  scuole  elementari  la  conoscenza  delle  memorie  storiche 
siciliane.  Osserva,  ben  a  ragione,  che  si  sono  avuti  sinora  risultati  piut- 
tosto meschini ,  perchè  non  si  hanno  libri  adatti  all'  insegnamento  ,  di 
cui  si  riconosce  l'utilità  ;  così  si  apre  la  via  a  tracciare  le  linee  secondo 
le  quali  dovrebbe  esser  condotto  a  uso  delle  scuole  elementari  dell'isola 
il  libro  di  storia  d'Italia  con  particolari  richiami  agli  avvenimenti  sicilia- 
ni. Dice  :  «  Vorrei  trovarvi  richiamati  gli  avvenimenti  siciliani  di  tutte 
le  città  dell'  isola  ,  non  di  una  o  di  due  soltiinto  ;  e  vorrei  che  fossero 
richiamati  solo  gli  avvenimenti  più  strettamente  congiunti  con  la  storia 
generale  d'Italia,  gli  avvenimenti  cioè  che  non  abbiano  avuto  importan- 
za circoscritta  dalle  mura  cittadine  ,  ma  abbiano  esteso  oltre  di  queste 
il  loro  influsso  sui  destini  della  patria  comune  a  tutti  gli  Italiani  delle 
vjirie  regioni.  E  con  speciale  riguardo  vorrei  che  fosse  rilevata,  nel  suo 
valore  straordinario  ,  meraviglioso,  leggendario  la  parte  vivissima  presa 
dai  Siciliani  nelle  lotte  del  risorgimento  nazionale.  Pur  troppo  ,  dei  pa- 
triotti  siciliani,  che  alla  causa  italiana  consacrarono  l'ingegno,  il  braccio, 
la  vita,  compiendo  atti  d'eroismo  degni  dell'antica  Grecia  e  dell'antica 
Roma,  molti  sono  poco  conosciuti  e  poco  ammirati,  molti  giacciono 
nell'oblio  pifi  sconfortante,  molti  altri,  o  individualmente  o  collettiva- 
mente, sono  a  quando  a  quando  calunniati  da  chi  non  è  capace  d'inten- 
dere la  forza  delle  virtù  patrie  e,  per  moda  o  per  altro  scopo,  vuol  pro- 
curarsi un  quarto  d'ora  di  godimento  e  di  fama,  trinciando  giudizi  poco 
lusinghieri  per  la  Sicilia  e  i  Siciliani.  E  altro  ancora  di  siciliano  vorrei 
trovare  in  un  libro  di  storia  per  le  classi  elementari.  Vorrei  che  in 
esso  non  facessero  difetto  le  incisioni  riproducenti  edifìci  storici,  opere 
d'arte  ,  luoghi  d'  azione,  ritratti  d'  uomini  celebri.  A  questo  modo  gran 
vantsiggio  deriverebbe  alla  cultura  dei  nostri  fanciulli,  che  apprendereb- 
bero a  conoscere  bene  la  nostra  isola  e  ad  amarla  meglio  »  (pp.  10-12). 

L.  P.  -G. 


BULLETTINO   BlBLtOGEAFICO  187 


Can.  Giuseppe  Basso.  «  Memorie  storiche  della  Chiesa  vescovile  di  Girgentì 
dai  tempi  Apostolici  sino  agli  albori  del  secolo  XX  (Periodo  Aposto- 
lico) ».  Girgenti,  Premiata  Stamperia  Montes,  1910.  la  8.,  pp.  49,  con 
ritratto. 

È  il  primo  d'una  serie  dì  volumetti,  che  raccoglieranno  e  illustreran- 
no le  memorie  storiche  della  Chiesa  vescovile  di  Girgenti,  a  cominciare 
dai  tempi  apostolici  sino  agli  albori  del  secolo  presente.  Trattando  del 
periodo  apostolico,  che  è  a  un  tempo  il  più  incerto  e  il  più  interessante, 
il  bravo  canonico  Russo  opina  che  la  Chiesa  agrigentina  sia  sorta  attor- 
no all'anno  44  d.  C.  e  che  sia  stata  retta  primamente,  per  incarico  del 
Principe  degli  Apostoli,  da  S.  Libertino,  martire,  poi  eletto  dagli  Agri- 
gentini a  loro  Patrono  e  tuttora  venerato  a  Girgenti  con  culto  speciale, 
in  una  chiesetta  a  lui  innalzata  e  intitolata  nella  prima  metà  del  sei- 
cento nella  Piazza  degli  Zingari,  ove,  com'è  probabile,  egli  aveva  sof- 
ferto il  martirio. 

L.  P.-G. 


Klena  Valori.  «  Il  vaso  di  basilico  e  la  novella  di  Lisabetta  da  Messina. 
Keats  e  Boccaccio  ».  Firenze,  Stabilimento  tipografico  Aldino,  diretto 
da  L.  Franceschini,  1909.  In  4.,  pp.  12.  (Estr.  dalla  «  Riv.  delle  bi- 
blioteche e  degli  archivi  »,  a.  XIX,  voi.  XIX,  n.  12). 

Coni'  è  risaputo ,  la  leggenda  di  Lisabetta  da  Messina ,  che  da  secoli 
corre  insistente  e  suggestiva  sulla  bocca  del  popolo  siciliano ,  fornì  ma- 
teria d'  ispirazione  a  Giovanni  Boccaccio  per  una  delle  novelle  del  De- 
cameron e  a  John  Keats  per  una  novella  in  versi.  Ora  la  Valori  ha  preso 
in  esame  le  due  novelle,  scritte  a  tanta  distanza  di  tempo  da  due  artisti 
così  diversi  di  indole  e  di  tendenze,  e  ha  cercato  con  diligenza  di  farne 
la  valutazione  estetica,  conchiudendo  con  parole  di  lode  sia  pel  Boccaccio 
sia  pel  Keats,  perchè  tutti  e  due  furono  interpreti  delicati  ed  evocatori 
efficaci  della  passione  semplice  e  risoluta,  che  agitò  l'infelice  Lisabetta 
e  ne  fece  un  tipo  singolare  «li  donna,  consacrato  dall'arte  e  vivo  nella 
tradizione  popolare. 

L.  P.-G. 


188  BULLET^l'INO   BIBLIOGRAFICO 


Biblioteca  della  Società  di  storia  patria  per  la  Sicilia  orientale.  Voi.  1  : 
R.  Sabbadìni,  «  Ottanta  lettere  inedite  del  Panormita  tratte  dai  codici 
milanesi  »  }  M.  Catalano  -  Tirrito  ,  «  Nuovi  documenti  sul  Panormita 
tratti  dagli  archivi  palermitani».  CatJinia,  Cav.  Niccolò  Giannotta  e- 
ditore,  1910.  In  8.,  pp.  [I-]  209. 

Le  Ottanta  lettere  (pp.  1  - 167) ,  tratte  da  un  codice  della  Biblioteca 
privata  del  Principe  Luigi  Alberico  Trivulzio,  da  parecchi  codici  Ambro- 
siani e  da  un  codice  Riccardiano,  sono  dirette  ad  amici  più  o  meno  cari 
e  noti,  come  Giovanni  Aurispa,  Antonio  Cremona,  Domenico  Feruffino, 
Bartolomeo  Guasco,  Andrea  Palazzi,  Francesco  Piccinino,  Cambio  Zam- 
beccari.  Giovano  «  a  fermare  nuovi  punti  della  biografia  del  Panormita, 
quali  particolarmente  il  suo  rifugio  a  Parma  per  la  pestilenza  del  No- 
vembre e  Dicembre  del  1430;  la  dimora  a  Lodi  nel  Gennaio  del  1431  ; 
un  progettato  viaggio  a  Genova  nel  Dicembre  del  1430;  una  gita  a  Pia- 
cenza nel  Marzo  del  1432»  (p.  5).  Gettano  inoltre  molta  luce  sulla  pole- 
mica col  Raudense,  sul!' «  affannosa  e  umiliante  caccia  al  posto  di  poeta 
di  corte  presso  il  Visconti»  (p.  5)  e  sopratutto  sugli  studi  classici  com- 
piti dall'insigne  umanista.  Incontriamo  difatti  in  queste  lettere  «  citazio- 
ni da  Platone  e  Plutarco  :  probabilmente  nelle  traduzioni  latine;  e  da  un 
discreto  nucleo  di  autori  romani  :  Plauto,  Terenzio,  Varrone  R.  R,,  Ca- 
tullo, Cicerone  Tusc.,  Vergilio^  Tibullo,  Orazio,  i  Priapea,  Sallustio,  0- 
vidio,  Livio,  Lucano,  Valerio  Massimo,  Quintiliano,  Giovenale,  Gelilo, 
Nonio  Marcello,  S.  Girolamo  Epist.,  Prisciano  »  (p.  5). 

I  Nuovi  documenti  (pp.  169  -  92)  derivano  da  due  depositi  archivistici  di 
Palermo  :  l'Archivio  comunale  e  il  R.  Archivio  tli  Stato.  Sono  trenta  e, 
in  quanto  alla  loro  contenenza,  possono  distinguersi  in  tre  gruppi  :  i  do- 
cumenti I  -  V  riguardano  relazioni  tra  il  Beccadelli  e  le  autorità  civiche 
palermitane:  i  documenti  VI  -  XI  e  XIII  -  XXX  ci  fan  fede  della  muni- 
ficenza di  Alfonso  il  Magnanimo  e  dei  suoi  successori  verso  di  lui  e 
verso  la  sua  famiglia;  il  documento  XII  si  riferisce  all'  eredità  d'un  .suo 
fratello  per  nome  Nicola,  che  fu  giurista. 

Dobbiamo  essere  oltremodo  grati  sia  al  Sabbadini  —  maestro  beneme- 
rito degli  studi  sulla  storia  del  nostro  umanesimo  —  sia  al  Catalano  - 
Tirrito  —  attivissimo  esploratore  di  archivi  e  sagace  interprete  di  docu- 
menti— che  attorno  alla  vita  del  più  famoso  degli  umanisti  siciliani  hanno 
raccolto  un  materiale  ampio  e  vario,  presentandocelo  digrossato  e  commen- 
tato con  rara  abilità,  con  vera  competenza.  Sono  in  effetto  abbondanti 
le  note  illustrative ,    che   accompagnano  il  testo  delle  lettere  e  dei  doctt- 


BULLBTTINO  BIBLIOGRAFICO  189 

menti,  chiarendolo  in  modo  da  non  liisciar  dubbio  alcuno  o  indicandone 
il  senso  più  plausibile. 

L.  P.-G. 


Dottoressa  Aida  Beatrice  D'Agata.  «Le  tragedie  di  Ortensio   Scanimacca  ». 
Siracusii,  Tip.  dell'Eco  della  Provincia,  1910.  In  8.,  pp.  199. 

La  signorina  D'Agata  comincia  col  tessere  la  biografìa  del  lentinese  Or- 
tensio Scammacca  (1562-1648),  mettendo  a  profitto,  in  ispecial  modo,  le 
notizie  già  raccolte  dal  Conversano,  dal  Mongitore,  dal  Tiraboscbi,  dal 
Crescimbeni,  dal  Quadrio  e  dall'Aguilera  (pp.  7  - 17).  Seguita  ragionando 
dell'origine  del  teatro  siciliano,  da  attribuirsi  a  influenza  spagnuola  (pp. 
18-33);  indi  riassume  le  tragedie  dello  Scammacca,  indicandone  le  fonti 
e  rilevandone  i  pregi  e  i  difetti  (pp.  .34-180).  In  questo  lungo  e  paziente 
lavoro  di  analisi  e  di  critica,  procede  con  ordine,  dividendo  le  tragedie 
in  due  gruppi  principali.  Il  primo  gruppo,  formato  dalle  tragedie  di  imi- 
tazione classica,  è  distinto  in  tre  classi  :  «  la  prima  delle  tragedie  dal- 
l'autore battezzate  per  morali  e  nelle  quali  riconosciamo  la  imitazione 
diretta  del  teatro  di  Sofocle  e  di  Euripide;  la  seconda  delle  tragedie  sa- 
cre, pur  esse  scaturite  da  fonte  greca;  la  terza  delle  tragedie  morali,  che 
lassiamo  dire  parafrasi  o  versioni  di  tragedie  greche  anziché  imitazioni, 
e  che  conservano  anche  i  titoli  e  l'andamento  del  testo  greco  »  (p.  34). 
Il  sec«mdo  gruppo,  formato  dalle  tragedie  sacre  originali ,  può  suddivi- 
dersi in  due  classi  :  «  nella  prima  includeremo  le  produzioni,  che  s'acco- 
stano al  genere  delle  sacre  rappresentazioni  pivi  che  alle  tragedie  vere 
e  proprie;  nella  seconda  le  tragedie  originali  sacre  »  (pp.  34  -  5).  Nell'ul- 
tima parte  del  lavoro  (pp.  181  -  98),  con  la  scorta  delle  osservazioni  fatte 
via  via  durante  l'esame  delle  tragedie  ,  è  giudicata  complessivamente 
tutta  l'opera  dello  Scammacca.  La  D'Agata  così  crede  di  poter  conchiu- 
dere :  «  Mi  par  di  potere  affermare  che  lo  Scammacca  fu  ricchissimo  di 
ispirazione  ed  ebbe  discreta  immaginazione.  Ingegno  vasto  e  profondo  , 
seppe  talvolta  cogliere  le  passioni  nella  loro  realtà  e  descriverle  con 
chiarezza  ed  efficacia.  Vagheggiava  la  grandezza  morale  dell'uomo  ed 
era  tutto  compreso,  troppo  compreso,  dal  sentimento  religioso,  che  era 
forse  il  sentimento  dominante  d'allora.  Se  avesse  saputo  emanciparsene 
un  poco,  noi  avremmo  dovuto  tributargli  ben  altre  lodi,  poiché  la  fa- 
coltà mirabile  di  cogliere  sul  vivo  la  realtà  delle  cose  e  di  ritrarla  egli 
la  possedeva.  Lo  Scammacca  non  concepì  mai  l'arte  indipendente  da  certi 
doveri  di  propaganda  religiosa  ,  che  diedero  impronta  uniforme  al  suo 
teatro,  alla  quale  si  aggiunse  l'uniformità  di  una  tecnica  costante.    Con 


190  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

tatto  ciò  non  gli  si  può  negare  una  discretji  potenza  tragica,  e  una  cer- 
ta abitudine  all^analisi  psicologica ,  tanto  che  non  pochi  dei  suoi  drani- 
m\  si  lej^gerebbero  volentieri  anche  oggi.  L'esercizio  assi'luo  di  tradurre 
e  imitare  i  classici  educò  il  gusto,  disciplinò  l'intelletto,  conferì  a  scal- 
trire la  mente  in  tutte  le  finezze  e  i  segreti  dell'  arte  e  rinvigorì ,  qua- 
si ginnastica,  le  facoltà  poetiche  del  Nostro.  E  dal  greco  egli  attinse  la 
naturalezza  e  la  semplicità.  Piacque  molto  al  suo  tempo  ed  acquistò 
una  fama  non  superata  da  quella  di  nessun  altro  scrittore  contempora- 
neo »  (pp.  197-8). 

Senza  dubbio  lo  Scammacca  per  lo  innanzi  non  era  stato  studiato  e 
illustrato  come  l'ha  ora  studiato  e  illustrato  la  dottoressa  D'Agata,  che 
ha  condotto  il  suo  lavoro  con  notevole  diligenza,  avendovi  raccolto  e 
ordinato  una  copiosissima  serie  di  osservazioni  acute.  Vero  è  però  che 
qua  e  là  vi  occorrono  apprezzamenti  un  po'  troppo  frettolosi  e  sommari, 
che  avrebbero  bisogno  di  prove^  per  essere  sottoscritti;  e  vero  è  anche 
che  qua  t;  là  il  modo  d'esprimersi  non  è  debitaniente  chiaro  o  eflficace. 

L.  P. -G. 


Giuseppe  (-'osta.  «Statua  equestre  di  Re  Carlo  II  in  Messina».  Milano,  Casa 
editrice  dottor  F.  Vallardi,  1910.  In  40  fig.,  pp.  12.  (Estr.  da  «  Natura 
ed  arte  »,  a.  XIX,  n.  14). 

Da  più  anni  oramai  l'egregio  prof.  G.  Costa  si  va  occupando  con  di- 
ligenza della  storia  delle  arti  in  Sicilia  e  fa  conoscere,  alla  luce  d'una 
critica  sagace  e  rivelatrice,  artisti  e  opere,  che  ben  possono  essere  per 
l'isola  nostra  ragione  di  legittimo  orgoglio.  Ora  ha  messo  fuori  un  pre- 
gevole saggio  sopra  Giacomo  Serpotta,  che  tra  la  turba  degli  scultori 
siciliani  di  tutti  i  tempi,  non  escluso  il  Gagini,  è  un  gigante,  perchè 
nei  suoi  lavori,  sparsi  sopratutto  nelle  chiese  e  negli  oratorii  di  Palermo, 
non  rappresenta  il  codino  e  le  parrucche  incipriate  della  sua  età,  rua  ri- 
vela la  sua  coscienza  sincera  e  originale,  educata  alla  scuola  dei  classici 
e  dei  quattrocentisti,  ispirata  sempre  al  vero,  interpretato  con  rara  po- 
tenza assimilatrice  e  signorile  genialità. 

Del  Serpotta  il  Costa  illustra  la  statua  equestre  di  re  Carlo  II  di 
Spagna,  eretta  in  una  piazza  di  Messina  dopo  l'insurrezione,  che  quel- 
l'eroica città  sostenne  per  quattro  anni,  dal  1674  al  1678,  contro  il  mal 
governo  spagnuolo.  Peccato  che  quest'opera  monumentale,  eseguita  dal- 
l'artista quando  aveva  appena  ventiquattro  anni,  sia  stata  distrutta^  non 
per  odio  all'arte,  ma  pel  trionfo  del  sentimento  patriottico,  nei  moti  ri- 
voluzionari del  1848  ;  e  peccato  che  di  essa  ci  restino  soltanto  qualche 
rara  stampa  antica   e   il   bozzetto   originale ,    celato ,    per   giunta ,    agli 


BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO  191 

Sguardi  degli  ammiratori  nella  casa  d'un  nobile  patrizio,  ossìa  presso  il 
cav.  Sieri  Pepoli  di  Trapani. 

In  particolar  modo  notevole  è  nel  lavoro  del  Costa  quanto,  contraria- 
mente all'opinione  comune,  vi  è  dimostrato  circa  il  posto  dell'Idra,  cal- 
pestata dal  cavallo,  rappresentante,  a  titolo  d'infamia ,  Messina  domata 
per  la  sua  ribellione  e  sottoposta  ai  voleri  della  corte  madrilena.  Essa 
non  era  fusa  nel  bronzo  ;  era  invece  scolpita  in  marmo  nel  piedestallo 
della  stiitua,  come  risulta  da  att^jstazioni  autorevoli  di  persone  ,  che  ce 
ne  hanno  lasciato  ricordo. 

L.  P.  -  G. 


Salvatore  Romano.  «  I  Siciliani  a  Marsala,  a  Salemi  e  alla  battaglia  di  €a- 
latafimi  :  11-14-15  Maggio  1860».  Palermo,  Scuola  tip.  «Boccone  del 
Povero»,  J910.  In  8.,  pp.  23. 

Sia  lode  all'ottimo  prof.  Salvatore  Romano  ,  che,  con  queste  pagine, 
ben  nutrite  di  notizie  interessanti,  ha  compito  una  santa  rivendicazione, 
ricordando  l'entusiasmo  straordinario  delle  popolazioni  siciliane  per  lo 
sbarco  di  G.  Garibaldi  a  Marsala  e  l'eroismo  addimostrato  dai  Siciliani 
combattenti  a  squadre,  accanto  ai  Mille,  contro  le  truppe  borboniche.  Ci 
piace  davvero  veder  rievocati  con  sensibile  compiacenza,  ma  senza  esa- 
gerazione di  giudizio,  patriotti  ed  eroi  siciliani  pur  troppo  dimenticati  o 
assai  poco  apprezzati  dai  facili  narratori  della  storia  del  nostro  risorgi- 
mento ;  la  quale,  con  pieno  ossequio  alla  verità,  potrà  essere  scritta  solo 
in  un  avvenire  non  prossimo,  quando  cioè  saranno  scomparsi  coloro  che 
ne  furono  autori  precipui  e  secondari  e  anche  i  loro  figli  e  nipoti  e  quan- 
do saranno  resi  pubblici  i  documenti,  che  ora  son  tenuti  segreti  negli 
Archivi  di  Stato  e  nei  depositi  privati. 

Quanto  il  Romano  va  narrando  in  forma  concisa  ed  efficace  è  confor- 
tato dall'autorità  di  fonti  scritte  spregiudicate;  talvolta  deriva  da  testi- 
monianze orali  attendibili,  raccolte  con  amorosa  cura  e  ora  per  la  prima 
volta  fatte  conoscere  con  copia  di  particolari.  Ecco,  per  esempio,  a  che 
modo  il  trapanese  Antonino  Strazzera,  soprannominato  Pilota  di  Garibaldi, 
attestò  al  Romano  d'avere  aiutato  lo  sbarco  di  quei  Mille,  ch'erano  sul 
Piemonte  :  «  Era  io  da  poche  ore  partito  in  una  barchetta  da  Trapani  e, 
giunto  presso  al  Marettimo,  incontrai  il  Piemonte,  che  pareva  volesse  di- 
rigersi verso  questa  isoletta.  Il  Generale  Garibaldi,  ch'era  sul  ponte  di 
guardia  ,  e  che  io  salutai  perchè  lo  conosceva ,  avendolo  veduto  più  di 
una  volta  a  Gtenova,  mi  ordinò  di  salire  sul  vapore.  Lo  feci  prontamente 
e  il  Generale,  che  mi  venne  incontro,  mi  chiese  se  a  Marsala  e  a  Tra- 


192  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

pani  vi  erano  molti  soldati.  A  Trapani  —  risposi  —  circa  duemila,  e  vi  è 
lo  stsito  di  assedio;  a  Marsiila  pochissimi,  perchè  la  colonna  mobile,  che 
comauda  il  generale  Letizia  (o  Tristizia,  come  lo  chiamiamo  noi)  partì 
avantieri.  Vidi  io  imbarcare  i  soldati  in  un  bastimento  da  guerra,  che 
si  diresse  alla  voltji  di  Castellammare  del  Golfo.  Poscia  il  Generale  mi 
domandò  se  io  conoscessi  bene  il  porto  di  Marsala.  Gli  risposi  di  sì,  a- 
vcndo  per  molti  anni  fatto  il  pilotsi  pratico.  Rene,  disse  Egli  allora,  re- 
sta qui,  va  a  prendere  il  posto  del  pilota,  dobbiamo  approdare  a  Mar- 
sala, Contentissimo  feci  ciò.  E  viva  Iddio  !  mi  sono  fatto  onore.  Figura- 
tevi, in  (jael  momento  dalla  punta  di  Mazzara  si  scopersero  alcuni  basti- 
menti a  vapore,  che  si  credette  fossero  borbonici,  e  il  Generale  coman- 
dò di  avanzare  rapidissimamente,  perchè  si  entrasse  prima  di  essi  nel 
porto  «li  Marsala.  Ebbene,  il  Piemonte,  governato  da  me,  entrò  senza  dif- 
HcoltA  alcuna,  e,  essendosi  accostato  al  molo  nel  riparo  dell'antimurale, 
Garibaldi  e  <iueili  dei  Mille,  che  ei'ano  nello  stesso  vapox'o  poterono  sbar- 
care presto  e  facilmente;  mentre  il  Lombardo  incagliò  nei  triscioni» 
(pi».  G-7),  vale  a  diri)  nei  banchi  di  arena  e  alga,  che  si  trovano  a  ven- 
ticinque metri  dalla  scogliera  della  lanterna. 

L.  P. -G. 


.Maggiore  Raffaello  Mondiiii.  «  Da  Marsala  al  Volturno.  (Medaglie).  Dal 
libro  di  prossima  [)ubblicazione  :  Spigolando  tra  medaglie  e  date 
{1848-Ì870)  ».  Milano,  Cart.  lito  -  tipografìa  C.  Crespi,  1910.  In  S"  fig., 
pp.  42.  (Estr.  dal  «  Boll,  del  Circolo  numismatico  milanese  »). 

Gli  episodi  più  importanti  della  gesta  gloriosa,  e  ormai  resa  sacra 
dalla  leggenda ,  che  ebbe  inizio  a  Marsala  e  termine  al  Volturno  con 
la  cacciata  dei  Borboni  e  l'annessione  della  Sicilia  al  Regno  d'Italia,  sono 
stati  ricordati  in  moltissime  medaglie  commemorative  ,  spesso  riuscite 
veri  lavori  d'arte. 

Una  ricca  e  preziosa  collezione  di  tali  medaglie  si  trova  a  Milano  nel 
Museo  del  Risorgimento  e ,  già  parecchi  anni  or  sono,  com'  è  risaputo, 
venne  illustrata  da  Carlo  Romussi  in  un  bel  catalogo  ragionato.  Ora  una 
piccola  collezione,  esposta  a  Palermo  nella  sala  dei  ricordi  storici  del  Mu- 
seo Nazionale,  ha  richiamato  l'attenziorie  del  maggiore  Mondini,  che  s'è 
affrettato  a  illustrarla  con  garbo  e  con  ampio  corredo  di  informazioni 
storiche.  In  questa  collezioncina  attirano  particolarmente  la  nostra  curio- 
sità quattro  medaglie  ,  piti  o  meno  pregevoli  per  correttezza  di  disegno 
e  per  fine  arte  incisoria,  distribuite  da  Ferdinando  II  ai  soldati,  che  a- 
vevano  difeso  il  Regno  delle  Due  Sicilie  contro  i  rivoluzionari.  La  prima 
fu  fatta  coniare  per  coloro,  che,  dal  4  Aprile  1860  alle  barricate  di  Pa- 


BULLBTTINO   BIBLIOGRAFICO  193 

lermo,  s'erau  battuti  negli  scontri  con  le  squadre  paesane  e  coi  garibal- 
dini; la  seconda  per  coloro  che  s'erano  segnalati  il  31  Maggio  1860  a  Ca- 
tania nei  sanguinosi  conflitti  con  gli  insorti  e  nella  repressione,  che  ne 
era  seguita  ;  la  terza  pei  combattenti  di  Archi  e  Milazzo;  la  quarta  per 
le  truppe,  che  avevano  combattuto  dal  Volturno  al  Garigliano  e  che,  pur 
costrette  in  gran  parte  a  cercare  riparo  in  Gaeta,  potevano  vantarsi  del 
successo  del  21  Settembre  a  Caiazzo,  della  prima  mezza  giornata  del  P 
Ottobre  a  S.  Maria  e  a  S.  Angelo  e  del  buon  risultato  ottenuto  il  29  Ot- 
tobre sul  Garigliano,  essendo  allora  riuscite  a  impedire  alla  colonna  mi- 
stii  del  generale  di  Savoiroux  il  passaggio  del  fiume. 

L.  P. -G. 


Luigi  Natoli.  «Sicilia  e  Garibaldi:   1860».  Firenze,  R.  Bemporad  e  figlio, 
1910.  In  16.,  pp.  23. 

Narra  l'eroica  gesta,  che  i  Siciliani  e  Garibaldi  compirono  nel  1860, 
cacciando  il  tiranno,  che  opprimeva  la  Sicilia  e  il  Napoletano.  Degli 
uomini  e  delle  cose,  di  cui  parla,  il  Natoli  si  mostra  conoscitore  esperto 
e  giudice  imparziale  ;  tanto  che  il  suo  racconto  ,  steso  in  una  forma  lu- 
cida, colorita,  suggestiva,  riesce  interessante  e  dilettevole. 

L.  P. -G. 


Vincenzo  Pacella.  «  Garibaldi  e  i  Mille.  Conferenza  tenuta  il  15  Maggio 
1910,  in  occasione  della  premiazione  fatta  in  Palermo  dalla  Commis- 
sione esecutiva  deìV Assocrnsione  prò  Biblioteche  popolari,  nel  grande 
atrio  dell'edificio  scolastico  F.  Perez».  Palermo,  Stab.  tip.  F.  Andò, 
1910.  In  8»  fig.,  pp.  31. 

In  forma  accessibile  a  giovinette  e  a  giovinetti,  il  cav.  Pacella  espone 
la  biografia  aneddotica  di  G.  Garibaldi  e  le  varie  vicende  della  spedizio- 
ne dei  Mille  in  Sicilia. 

A  pag.  21  trovo  :  «  Piante  di  Romano  o  Pianto  Romano  che  dir  si  vo- 
glia ».  No.  Oramai  è  risaputo  che  Pianto  Bomxino  è  forma  errata  ;  il  colle 
presso  Calatafimi,  ove  i  Mille  trionfarono  la  prima  volta  dei  borbonici, 
si  chiama  propriamente  Piante  di  Romano,  come  ha  dimostrato,  in  modo 
da  non  lasciar  dubbio,  il  prof.  Salvatore  Romano  in  uno  studio  molto 
noto,  come  hanno  accettato  tre  congressi  geografici  e  come  ha  ricono- 
sciuto l'Istituto  geografico  militare. 

L.  P.-G. 

Arch.  Star,  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV.  18 


194  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO 


Camillo  Alberici.  «  Le  guerre  del  1860.  Narrazione  per  i  giovinetti ,  con 
vignette  e  schizzi  topografici».  Firenze,  R.  Beniporad  e  Figlio,  li- 
brai-editori, 1910.  In  16.,  pp.  51. 

I  primi  tre  capitoli  trattano  della  spedizione  dei  Mille  in  Sicilia  ;  il 
quarto  della  liberazione  delle  Marche  e  dell'  Umbria  ;  il  quinto  della 
battaglia  del  Volturno  e  il  sesto  della  proclamazione  del  Kegno  d'Italia. 
Quant/O  l'autore  va  esponendo  con  chiarezza  ed  efficacia  corrisponde  ai 
migliori  risultati  delle  indagini  storiche,  ed  è  egregiamente  illustrato  da 
vignette  e  schizzi  topografici  intercalati  nel  testo. 

L.  P.-G. 


Alessandro  Sacheri.    «  I  Mille  :  1860-1910.    (Nel   primo  cinqujintenario)  ». 
Firenze,  R.  Bemporad  e  Figlio,  1910.  In  16.,  pp.  23. 

Fa  la  storia  della  spedizione  garibaldina  in  Sicilia.  Peccato  però  che 
la  narrazione,  dopo  l'entrata  di  G.  Garibaldi  in  Palermo  e  l'esodo  delle 
truppe  borboniche  dalla  città,  proceda  troppo,  ma  troppo  sommariamente. 
La  battaglia  di  Milazzo  meritava,  per  esempio,  un  cenno  speciale,  data 
la  sua  straordinaria  importanza.  Peccato  anche  che  l'autore  non  sia  sem- 
pre bene  informato  degli  avvenimenti ,  di  cui  discorre.  Così  si  spiega 
quanto  scrive  nelle  pp.  15  -  6  :  «  A  Salemi  apparvero  veramente  i  primi 
segni  che  l'anima  siciliana  si  era  destata  e  vibrava  all'unisono  con  quel- 
la dei  liberatori  ».  Via  !  La  coscienza  dei  Siciliani  era  già  bella  e  for- 
mata quando  i  fratelli  del  continente  vennero  in  aiuto;  questi  certo  non 
si  sarebbero  mossi,  se  non  avessero  conosciuto  le  aspirazioni  e  i  propositi 
risoluti  di  quelli.  E  questa  una  verità  innegabile. 

L.  P.-G. 


Rosario  Tardi.  «Partinico  dal  4  Aprile  al    18    Maggio   1860».    Palermo, 
Stab.  tipografico  F.  Andò,  1910.  In  16.,  pp.  23. 

Certo  è  lodevole  l'intendimento  del  sig.  Tardi  di  far  conoscere  la 
parte  presa  da  Partinico  nei  moti  preparatori,  che  resero  possibile,  con 
l'intervento  dei  Mille,  la  cacciata  dei  Borboni  dall'isola  ;  ma  quanto  egli 
va  narrando  pel  breve  periodo,  che  comincia  dal  4  Aprile  1860  e  finisce 
al  18  Maggio,  è  troppo  visibilmente  ispirato  da  tradizioni  locali  ;  onde 
dovrebbe  esser  messo  a  confronto  con  narrazioni  anteriori ,  più  o  meno 


BULLETTINO   BIBLIOGBAFIGO  195 

documentate,  e  dovrebbe  essere  coufenuato  o  no  con  prove  ineccepibili, 
specie  in  alcuni  particolari  d'importanza  non  lieve. 

L.  P.-G. 


«  Michele  Amari.  Cenni  biografici  scritti  in  arabo  e  tradotti  in  italiano 
nella  ricorrenza  del  primo  centenario  della  nascita  dell'illustre  orien- 
talista da  fra  Gabriele  Maria  da  A  leppo  ,  missionario  cappuccino,  a- 
lunno  dell'  Istituto  Apostolico  d'  Oriente  e  professore  in  Palermo  di 
lingua  araba  nel  Collegio  per  le  Missioni  italiane  all'estero».  Roma, 
Casa  editrice  italiana,  J909.  In  8°,  pp.  30^  con  ritratto. 

Gentilezza  di  pensiero  e  sentimento  di  ammiraziime  hanno  sicura- 
mente spinto  fra  Gabriele  Maria  da  Aleppo  a  mettere  insieme  e  a  pub- 
bl'care  in  arabo  e  in  italiano^  nel  primo  centenario  della  nascita  di  Mi- 
chele Amari,  un  bel  mazzetto  di  notizie  sulla  vita  e  sulle  opere  dell'in- 
signe storico  e  orientalista  palermitano.  Nulla  egli  dice  di  nuovo  ,  ma 
quel  che  dice  è  sempre  esatto  e  chiaro;  e  ciò  non  è  piccolo  merito.  Bi- 
sogna tuttavia  avvertire  che  il  giudizio  riassuntivo  posto  in  fine  al  la- 
voro non  è  completo.  Ivi  l'Amari  è  detto  «  uno  dei  pochi  superstiti  e  dei 
veri  benemeriti  promotori  del  risorgimento,  nazionale,  uno  dei  più  robu- 
sti intelletti  e  dei  caratteri  più  saldi  che  può  vantare  l'Italia»  (p.  30). 
I  pregi  di  storico  dotto  e  geniale  e  di  arabista  profondo  andavano  spe- 
cificatamente richiamati. 

L.  P.-G. 


tt.  Pipitone  -  Federico.  «  L'anima  di  Francesco  Crispi.  Carteggio  intimo 
sulla  politica  del  risorgimento  italiano,  con  proemio  e  note  biografi- 
che». Palermo,  Libreria  editrice  Ant.  Trimarchi ,  1910.  In  16.,  pp. 
LX  -  192. 

Il  prof.  Giuseppe  Pipitone  -  Federico,  instancabile,  dotto  e  fortunato 
indagatore  e  illustratore  delle  memorie  storiche  siciliane,  ha  reso  un  se- 
gnalato servizio  agli  studiosi  della  nostra  storia  contemporanea,  dando  al- 
la luce  un  ricco  carteggio  di  Francesco  Crispi ,  V  insigne  statista  così 
variamente  e  parzialmente  giudicato  dai  facili  dispensatori  di  fama  e 
d'infamia. 

Queste  lettere,  tranne  poche  a  G.  Mario  Puglia,  Abele  Damiani,  Anto- 
nio Mordini,  Domenico  Cortegiani,  Gerolamo  De  Luca-Aprile,  sono  tut- 
te dirette  al  Barone  Vincenzo  Favara,  di  Partauna,  «  liberale  di  vecchio 


196  BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO 


stampo,  repnbblicaneggiante  come  non  pochi  degli  uomini  che  innan/.i 
il  1870  costituivano  Spartito  d'azione,  consigliere  del  Comune  di  Palermo 
il  domani  del  27  Maggio  1860,  aiutatore  generoso  del  suo  partito  in  ogni 
occasione  »  (p.  XLIX).  Il  Crispì  discorre  di  argomenti  svariatissimi  :  in 
particolar  modo  notevole  è  quanto  egli  scrive  sui  partiti  politici  in  Italia 
dal  1860  al  1870,  sull'episodio  di  Aspromonte,  sulla  insurrezione  palermi- 
tana del  1866. 

Il  carteggio  è  preceduto  da  un  Proemio  (pp.  I  -  LX)  ed  è  seguito  da 
Note  (pp.  107-92). 

Il  Proemio  tratta  ampiamente  di  Francesco  Crispi  ministro  del  Regno 
d'Italia  e  contiene  delle  considerazioni  anche  sul  Crispi  ministro  della 
Dittatura  in  Sicilia,  all'epoca  della  liberazione  dell'isola  dal  giogo  bor- 
bonico. Il  Pipitone  Federico  è  lieto  di  dovere  ammirare  nel  Crispi  una 
nobile  coscienza  :  «  la  più  alta,  la  più  pura ,  la  più  italiana  sopratutto  , 
che  abbia  avuto  la  Sicilia  nostra  gloriosa  nel  secolo  XIX  »  (p.  LX). 

Le  Note,  copiose,  erudite  ,  sempre  opportune  ,  illustrano  uomini  e 
avvenimenti  ricordati  dal  Crispi,  in  forma  ora  esplicita  ora  un  po'  celatji, 
nelle  sue  lettere.  Di  solito  contengono  notizie  ,  che ,  prima  del  Pipito- 
ne -  Federico,  nessuno  era  riuscito  a  raccogliere. 

Peccato  che  il  volume,  così  attraente  e  interessante  pel  suo  contenuto, 
sia  deturpato  da  troppi  e  troppo  gravi  errori  di  stampa ,  dei  quali  però 
—  è  doveroso  far  questa  avvertenza  —  non  può  attribuirsi  colpa  alcuna 
al  Pipitone  -  Federico. 

L.  P.  -  O 


Mario  Casalaina.  «Il  cav.  prof,  Giacomo  Perroni  -  Ferranti  ».  Palermo,  Ti- 
pografia Domenico  Vena,  1910.  In  16",  pp.  X  con  ritratto.  (Da  una 
monografia  su  Castroreale). 

Giacomo  Perroni-Ferranti  nacque  a  Castroreale,  provincia  di  Messina, 
il  22  Dicembre  1851.  «  Fu  un  vivo  e  raro  esempio  di  chi,  esclusivamente 
in  virtù  dei  propri  meriti,  raggiunge  i  più  alti  gradi  in  una  carriera  ». 
Compiti,  giovanissimo  ancora,  gli  studi  di  legge  all'Università  di  Paler- 
mo, intraprese  la  carriera  della  magistratura,  che  percorse  sino  all'ufficio 
di  Presidente  di  Sezione  di  Corte  d'Appello.  Collaborò  con  assiduità  nelle 
più  autorevoli  riviste  giuridiche  italiane  e  straniere,  segnalandosi  sempre 
pei  suoi  lavori  ispirati  da  larga  e  sicura  dottrina  giuridica,  in  ispecie  da 
singolare  conoscenza  di  tutti  i  codici  comparati.  Come  libero  docente  di 
diritto  e  procedura  penale  nell'Ateneo  messinese  dettò  lezioni  applaudi- 
tissime,  frequentate  da  centinaia  di  scolari  entusiasti.  L'alba   fatale  del 


BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO  197 

28  Dicembre  gli  troncò  la  vita  operosa,  seppellendolo  insieme  con  la  fa- 
miglia tra  le  rovine  della  sua  casa. 

L.  P.-G. 


Qoglielmo  Cocco.  «  Ricordi  autobiografici  di  Gian  Francesco  Boccaccini  ». 
Pistoia,  Officina  tipografica  Cooperativa,  1909.  In  8.  ,  pp.  26.  (Estr. 
dal  Boll.  stoiHeo  pistoiese). 

Gian  Francesco  Boccaccini,  nato  a  Pistoia  il  23  Giugno  1786  e  morto 
in  Messina  il  17  Giugno  1871,  fu  tenore  e  pittore  di  molto  pregio.  Cal- 
cando le  scene  dei  più  grandi  teatri  d' Italia  ,  si  fece  ammirare  dai  più 
schifiltosi  buongustai;  dipingendo  riuscì  a  trasfondere  nelle  sue  tele 
1'  anima ,  ch'egli  aveva  sensibilissima.  Non  possono  dunque  non  esserci 
graditi  i  ricordi  autobiografici  da  lui  lasciatici  e  ora  messi  alla  luce  da 
un  suo  parente,  il  sig.  Cocco.  Scritti  con  ingenua  semplicità,  essi  ci  per- 
mettono di  guardar  bene  in  faccia  l'artista,  ce  lo  fanno  sorprendere  nei 
varii  momenti,  or  tristi  or  lieti,  della  sua  vita  operosa,  consacrata,  con 
fede  d'apostolo,  all'arte  rivelatrice  delle  più  arcane  bellezze. 

L.  P.  -  G. 


Virgilio  La  Scola.  «A  la  vittoria.  Epigrafi».  Palermo,  Stab.  tip.  -  lit.  A. 
Gianni  trapani,  1910.  In  8.,  pp.  [IV-]  61. 

Ben  ha  fatto  il  poeta  Virgilio  La  Scola  a  raccogliere  in  un  volume 
signorilmente  elegante  le  epigrafi  da  lui  dettate  o  'per  incarico  affidato- 
gli dal  «  Comitato  centrale  per  le  feste  del  cinquantesimo  anniversario 
del  27  Maggio  1860  »,  o  per  invito  dei  compilatori  dei  numeri  unici  ve- 
nuti fuori  in  quella  fausta  ricorrenza,  o  per  desiderio  di  ricordare  uo- 
mini e  avvenimenti  obliati  o  poco  noti. 

Come  in  tanti  quadretti  amorosamente  tratteggiati  nelle  parti  e  nel- 
l'insieme, condotti  a  termine  da  mano  provetta  nelle  più  espressive  ed 
efficaci  significazioni  dell'arte,  che  crea  e  s'impone,  il  La  Scola  in  appe- 
na sedici  epigrafi  ha  saputo  rievocare  e  celebrare  in  forma  concettosa , 
gagliarda  e  scultorea  i  più  salienti  episodi  dell'epica  impresa  dei  Mille 
in  Sicilia. 

Interessanti  sono  le  note,  che,  in  fine  al  volume,  documentano  noti- 
zie e  giudizi  su  persone  e  cose  ricordate  nell'epigrafi;  qualcuna  anzi  ha 
importanza  speciale,  come  quella  contenuta  nelle  pp.  41-3,  ove,  con  ab- 
bondanti particolari,  il  La  Scola  parla  del  padre  suo,  dottore   in  medi- 


198  BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

Cina,  che  curò  e  assistette  con  affettuoso  interesse  Benedetto  Cairoli,  al- 
lorcìjè  questi  il  27  Maggio  1860  fu  ferito  alla  gamba  destra  al  Ponte  del- 
l'Ammiraglio, mentre  comandava  la  settima  compagnia  dei  volontari,  che, 
per  la  prima,  ebbe  l'onore  di  muovere  all'attacco  contro  1  borbonici. 

L.  P.-G. 


Tommaso  Cannìzzaro.  «  Grido  de  le  coscienze  ».  Catania^  Vincenzo  Muglia 
editore,  1910.  In  16.,  pp.  112. 

Le  liriche  raccolte  in  questo  volumetto,  eccetto  quattro  o  cinque,  che 
inneggiano  all'avvenire  di  lavoro,  di  pace  e  di  benessere,  a  cui  l'uma- 
nità tende  da  tempo  con  fede  costante ,  celebrano  la  Sicilia,  l'isola  ca- 
ramente diletta  al  cuore  del  poeta.  Le  bellezze  naturali,  le  glorie  del 
passato  di  questa  terra  piena  d'incanti  e  di  energie  meravigliose,  le  vir- 
tù e  le  aspirazioni  dei  Siciliani  vi  sono  evocate  e  rappresentate  senza 
esagerazione,  con  occhio  scrutatore,  con  giudizio  penetrante,  in  una  for- 
ma lucida  ed  espressiva.  In  particolar  modo  il  Cannizzaro  canta  la  nar- 
tiva  Messina,  in  pochi  istanti  ridotta  a  mucchi  di  rovine  dalla  violenza 
cieca  della  natura.  Con  l'animo  sensibilmente  commosso  dinanzi  a  una 
catastrofe  così  straordinaria,  senza  precedenti  nella  storia,  ricorda  le  in- 
numerevoli vittime;  ritrae  il  momento  fatale,  che  sparse  la  morte,  il  ter- 
rore, la  miseria;  deplora  il  tardo  e  incerto  accorrere  di  chi  aveva  l'obbli- 
go di  salvar  senza  indugio  tante  vite  imploranti  soccorso;  loda  i  prodi 
marinari  russi,  che  compirono  atti  di  valore  degni  di  storie  e  di  poemi; 
glorifica  lo  slancio  hniversale  della  carità,  che  degli  uomini  di  qua  e 
di  là  delle  Alpi  e  dell'  Oceano  fece  una  sola  famiglia  ;  bolla  d' infamia 
le  signore  imbellettate  e  i  cavalieri  incipriati,  che,  per  sfrenato  deside- 
rio di  farsi  ammirare  e  corteggiare  ,  si  diedero  bel  tempo  a  distribuire 
ai  profughi,  tra  ributtanti  svenevolezze  e  assai  visibili  partigianerie,  i  lar- 
ghi soccorsi  in  denaro,  indumenti  e  generi  alimentari,  forniti  da  privati 
e  da  enti;  si  duole  che  la  nuova  città  sorga  con  soverchia  e  troppo  col- 
pevole lentezza;  si  augura  che  presto  pei  superstiti,  non  più  erranti  qua 
e  là,  ma  raccolti  e  affratellati  nella  terra  natale  ,  spunti  un'  alba  ripro- 
mettitrice  d'una  vita  tranquilla,  prospera  e  non  inglojiosa. 

L.  P.  -  G. 


UULLETTINO   BIBLIOaRAFIOO  199 


Saverio  Minnocci.  «I  cuori,  o  adolescenti  !  Norelle  primaverili  ».  Palermo, 
t  L'Attualità»  editrice,  1910.  la  16.  obi.,  pp.  122. 

Delle  dieci  novelle  raccolte  in  questo  elegante  volumetto,  una,  l'ot- 
tava, è  di  argomento  siciliano.  S'intitola  :  Idioma  siculo  (pp.  91  - 101)  ed 
è  ispirata  dalla  vita  dei  zolfatai  della  Sicilia.  Il  Minnucci ,  che  di  solito 
scrive  con  disinvoltura  e  si  fa  leggere  con  piacere,  ritrae  garbatamente 
i  soprusi  senza  limiti  dei  proprietari  delle  miniere  e  le  legittime  con- 
tinue rimostranze  e  aspirazioni  di  migliaia  e  migliaia  di  operai,  che  met- 
tono a  dura  prova  la  loro  esistenza  per  assicurare  ricchezze  sterminate. 

L.  P.-6. 


Girolamo  Spianato  -  Acqaaviva.  «Pel  1.  cinquantenario  della  liberazione 
della  Sicilia.  Inni».  Palermo,  Scuola  tip.  Colonia  S.  Martino,  1910. 
In  16.,  pp.  21. 

Gli  Inni  sono  quattro:  Per  Giuseppe  Garibaldi,  Alla  bandiera  italia- 
na sventolante  in  Sicilia  nel  1860,  A  Rosolino  Pilo,  A  Francesco  Riso. 
Il  signor  Spinnato- Acquaviva  s'esalta  cantando  le  glorie  dell'isola  nati- 
va, rievocando  non  senza  efficacia  episodi  storici  valevoli  ad  assicurare 
alla  Sicilia  un  posto  eminente  nella  storia  del  risorgimento  nazionale. 

L.  P.-G. 


Domenico  Razzolo  Sigillo.  «  Mentre  i  vivi  commemorano  il  XXVIIl  Dicem- 
bre MCMVIII  parlano  i  morti».  Messina,  Tip.  D'Amico,  1910.  In  8., 
pp.[ll].  (Edizione  numerata  fuori  commercio). 

È  una  garbata  fantasia  in  versi.  L'  autore  immagina  che  gì'  infelici 
periti  tragicamente  l'alba  fatale  del  28  Dicembre  si  rivolgano  ai  super- 
stiti descrivendo  l'istante  terribile,  protestando  contro  chi  non  fu  solle- 
cito di  soccorsi,  raccomandando  la  resurrezione  della  città,  chiamata  ad 
alti  destini  nella  storia  dell'umano  incivilimento. 

L.  P.  -  G. 


200  BULLETTINO  BIBLIOGRAFICO 


Hiacomo  Taaro.  «  Fondamento  e  limiti  del  diritto  di  educare».  Lugano, 
Casa  editrice  del  «  Coeuobium  >,  1910.  In  8.,  pp.  16.  (Estr.  dal  «  Coe- 
nobium  »  di  Marzo -Aprile  1910). 

Giacomo  Tauro  è  uno  dei  più  valorosi  pedagogisti ,  che  ci  siano  in 
Italia.  Nello  studio  sopra  indicato  egli  s' intrattiene  d'  un  problema  di 
vitale  interesse  per  l'educatore,  il  giurista,  il  sociologo  ,  il  filosofo  ecc. 
Si  domanda  :  «  Un  uomo  adulto  ha  il  diritto  d'intervenire  nel  libero  svi- 
luppo di  un  adolescente  per  indirizzarlo,  per  modificarlo,  per  guidarlo  T 
Non  commette  esso  in  tal  modo  una  violenza?  Può  l'educatore  conside- 
rare lo  spirito  dell'educando  come  un  oggetto  qualsiasi  al  quale  può  da- 
re l'impronta  che  egli  ritiene  più  acconcia  e  modellare  secondo  1' ideale 
che  gli  sembra  migliore?  Vi  è  insomma  un  diritto  di  educare  ?  E  se  v'è,  è 
esso  senza  limiti  o  è  definito  e  determinato?»  (pp.  2-3).  La  tesi  soste- 
nuta con  molta  abilità  è  la  seguente  :  «  L'intervento  nell'educazione  non 
deve  tanto  cousistere  nella  trasmissione  della  coltura  e  del  sapere,  quanto 
nella  stimolazione  delle  energie  e  nel  risveglio  dello  spirito.  L'azione  de- 
gli adulti  sugli  adolescenti  deve  essere  non  d'imposizione  e  di  obbligo, 
ma  di  pungolo  e  di  eccitamento.  Il  maestro  migliore  non  è  quegli  che 
trasmette  un  maggior  numero  di  conoscenze,  ma  colui  che  sa  meglio  su- 
scitare le  energie  dello  spirito,  affinchè,  deste,  lavorino  proficuamente  » 
(p.   13). 

L.  P. -G. 


Engenio  Dì  Carlo.   «  Per  la  dottrina  e  la  storia  della  filosofia  del  diritto  ». 
Palermo,  Società  editrice  universitaria,  1910.  In  8.,  pp.  [V -]  77. 

Il  dottor  Eugenio  Di  Carlo,  valoroso  e  stimato  docente  di  pedagogia 
nella  E.  Scuola  Normale  Maschile  «  G.  A.  De  Cosmi  »  di  Palermo,  ha 
riunito  in  questo  volumetto  tre  saggi  di  dottrina  filosofico  -  giuridica , 
notevoli  per  lucidità  di  esposizione  e  acume  di  critica:  1.  Del  critici- 
smo di  A.  Bartolomei  e  di  alcuni  punti  fondamentali  della  filosofia  del 
diritto  (pp.  1  -  38);  2.  Il  sistema  filosofico  giuridico  di  A .  Boistel  (pp.  39- 
68);  3.  LHnfiuema  della  filosofia  del  diritto  del  Rosmini  in  Italia  (pp.  69- 
75). 

L.  P. -G. 


BULLETTINO   BIBLIOGRAFICO  201 


G.  Porzio  e  X.  Bellanca.  «  Trattato  di  lavoro  manuale.  Storia,  psicologia, 
pedagogia  della  manualità».  Palermo,  Santi  Andò  editore,  1910.  In  8., 
pp.  Vili -169. 

Quest'opera  è  divisa  in  tre  parti.  Nella  prima  è  studiato  il  lavoro 
manuale  educativo  nei  precedenti,  che  esso  ha  nei  tempi  antichi,  nel 
medioevo  e  durante  il  rinascimento;  nella  seconda  ne  è  rilevata  IMmpor- 
tanza^  come  elemento  di  educazione  dell'anima  del  fanciullo;  nella  terza 
è  fatta  la  storia  dei  suoi  varii  metodi  d'insegnamento  ai  nostri  giorni. 
I  due  egregi  autorì,  ora  raccogliendo  con  molto  garbo  cose  dette  da  al- 
tri, ora  esponendo  lucidamente  i  frutti  di  severi  studi  personali  e  del- 
l'esperienza acquistata  in  tanti  anni  di  magistero  come  docenti  di  lavo- 
ro manuale  educativo  nelle  scuole  normali  e  nei  corsi  magistrali  supe- 
riori, son  riusciti  a  comporre  un  pregevole  trattato  della  manualità  e 
meritano  sincera  lode. 

L.  P. -G. 


Prof.  Antonino  Giordano.  «  Spigolature  dantesche  ».  Napoli,    Cartoleria-Li- 
breria Ciro  Piccirillo,  1910.  In  16.,  pp.  49. 

Il  prof.  Giordano,  appassionato  studioso  delle  opere  di  Dante,  ha 
messo  insieme  una  piccola  guomologia  dantesca,  spigolando  nella  JHriìia 
Commedia  terzine,  versi  ed  emistichi  costituenti  massime  e  pensieri  utili 
a  esser  tenuti  sott' occhio,  specie  dai  giovani.  Egli  ha  compito  lavoro  di 
pazienza  e  di  interpetrazione  e  certo  meritii  lode. 

L.  P.  -  G 


20!2  (JHONAOA  E  NOTIZIE 


CRONACA  E  NOTIZIE 


Dal  nostro  socio  e  collaboratore  Prof.  Vincenzo  Epifanio  ri- 
ceviamo il  seguente  resoconto  sul  VII  Congresso  Geografico  Ita- 
liano, del  quale  egli  fu  attivissimo  Segretario  Generale. 

Il  VII  Congresso  Geografico  Italiano 

(1-6  maggio  1910). 

Il  VII  Congresso  Geografico  Italiano  ebbe  luogo  in  Palermo 
dal  30  aprile  al  6  maggio  1910.  Le  sedute  si  tennero  nelle  am- 
pie sale  della  Società  Siciliana  di  Storia  Patria,  che  per  la  cir- 
costanza furono  adattate  ed  arredate  convenientemente  a  cura 
dell'ìng.  P.  Di  Gregorio  e  sotto  la  sapiente  direzione  del  prof, 
cav.  Salvatore  Romano. 

Per  il  numero  degl'iscritti  questo  Congresso  non  fu  inferiore 
ai  precedenti.  Vi  erano  rappresentati  alcuni  Ministeri,  molti  Isti- 
tuti governativi  e  parecchie  Associazioni  scientifiche  italiane. 

Intervennero  o  si  fecero  rappresentare  quasi  tutti  i  geografi 
appartenenti  all'insegnamento  superiore  e  una  gran  parte  degl'in- 
segnanti delle  scuole  medie  che  professano  le  discipline  storiche 
e  geografiche. 

Tra  le  adesioni  venute  dall'estero  ricordiamo  quella  del  gran- 
de scienziato  tedesco  Teobaldo  Fischer,  che  il  Congresso,  per  le 
sue  benemerenze  verso  la  geografia  italiana  ,  nominò  «  membro 
onorario  di  tutti  i  Congressi  geografici  italiani». 

Neil'  adunanza  preparatoria ,  tenuta  nel  pomeriggio  del  30 
aprile  nella  sala  terrena  della  Società,  erano  presenti  più  di  200 
congressisti.  Il  prof.  Cosimo  Bertacchi,  come  Presidente,  espose 
l'opera  del  Comitato  esecutivo  e  i  risultati  ottenuti  ,  ricordando 
tra  gli  enti  locali ,  che  col  loro  contributo  morale  e  materiale 
resero  meno  difficile  la  preparazione  del  Congresso,  la  Provincia, 
la  Camera  di  Commercio,  la  Lega  Commerciale,  il  Bene  Econo- 
mico ,  la  Gassa  di  Risparmio  V.  E.  e  specialmente  il  Banco  di 
Sicilia. 


CEONAOA  ¥j  i^otlZIE  203 


Il  prof.  Salvatore  Romano,  come  Segretario  Generale  della 
Società  di  Storia  Patria,  fu  lieto  di  dare  il  benvenuto  ai  geografi 
italiani,  assicurando  che  nelle  sale  della  Società  medesima  i  con- 
gressisti potevano  considerarsi  come  in  casa  loro. 

11  senatore  prof.  G.  Dalla  Vedova,  Presidente  del  Comitato 
permanente  dei  Congressi  geografici ,  propose  e  l' assemblea  ac- 
clamò Presidente  del  Congresso  il  prof.  G.  Bertacchi ,  al  quale 
fu  deferita  la  nomina  dell'ufficio  di  presidenza. 

Dopo  una  breve  esposizione  del  lavoro  compiuto  nell'ultimo 
triennio  dal  Comitato  permanente,  fatta  dal  prof.  Dalla  Vedova, 
fu  nominata  una  commissione  per  la  riforma  dello  Statuto  dei 
Congressi.  E  la  commissione,  composta  dei  professori  C.  Bertac- 
chi, G.  M.  Columba,  G.  Dalla  Vedova,  E.  Millosevich  ,  G.  Bic- 
chieri, D.  Vinciguerra  ed  O.  Marinelli,  si  mise  subito  all'opera 
e  presentò  una  breve  ed  importante  relazione,  nella  quale  fece  voto 
che  la  Società  Geografica  Italiana  riprendesse  la  direzione  e  l'or- 
ganizzazione dei  futuri  congressi  d'accordo  con  le  Società  con- 
sorelle e  col  concorso  di  alcuni  cultori  degli  studi  geografici 
scelti  al  di  fuori  della  presidenza  e  del  consiglio  direttivo  della 
Società  stessa. 

Il  1"  maggio,  alle  ore  10,  nella  grande  sala  Luigi  Di  Maggio 
si  fece  l'inaugurazione  solenne,  alla  quale  oltre  ai  congressisti 
intervennero,  per  invito  della  presidenza,  molti  soci  della  Società 
di  Storia  Patria  col  loro  benemerito  Presidente  senatore  A.  Guar- 
neri,  le  autorità  civili  e  militari  e  un  gran  numero  di  eletti  cit- 
tadini. 

Parlarono  il  Prefetto  della  Provincia,  conte  di  Rovasenda,  che 
portò  il  saluto  del  Governo,  il  Sindaco,  conte  R.  Trigona,  a  no- 
me della  città,  il  prof.  Cugino,  che  aveva  le  funzioni  di  Rettore 
della  R.  Università. 

Quindi  il  prof.  Bertacchi  lesse  un  magnifico  discorso  ,  nel 
quale  ,  dopo  aver  fatto  la  storia  dello  sviluppo  della  geografia 
come  scienza ,  dimostrò  1'  utilitii  dei  congressi  periodici  ,  che 
riescono  tanto  più  importanti  quanto  più  tendono,  come  si  cercò 
di  fare  con  questo  di  Palermo,  ad  illustrare  nei  vari  loro  aspetti 
le  regioni  nelle  quali  essi  si  tengono.  Prima  di  terminare  richia- 
mò alla  memoria  dei  presenti  le  figure  di  G.  Grasso,  G.  Penne- 
si, C.  Peroglio,  V.  Belilo  e  F.  Porena,  benemeriti  della  scienza 
geografica  e  immaturamente  ad  essa  sottratti. 


304  CRONACA  E  NOTIZIE 


Dopo  il  saluto  della  Società  Geografica  Italiana  ,  portato  dal 
prof.  E.  Millosevich,  e  quello  di  A.  Marcello  Annoni  a  nome  della 
Società  di  Esplorazioni  Commerciali  ,  il  Presidente  diede  noti- 
zia delle  cariche  del  Congresso,  che  furono  scelte  come  segue  : 

Vice-Presidenti  Generali  :  Prof.  Giuseppe  Ricchieri,  prof.  Gio- 
van  Battista  Siragusa,  prof.  Gustavo  Uzielli,  prof.  Adolfo  Venturi. 

Segretari  Generali  :  Prof,  Vincenzo  Epifanio,  prof.  Carlo  Ma- 
ranelli. 

Vice-Presidenti  di  Sezione:  Prof.  Olinto  Marinelli,  prof.  Guido 
Gora,  prof.  Carlo  Errerà,  prof.  Arcangelo  Ghisleri. 

Segretari  di  Sezione  :  Prof.  Roberto  Almagià ,  prof.  Filippo 
Nunnari,  prof.  Antonino  Enrile,  prof.  Oreste  Arena. 

Vice- Segretari  di  Sezione  :  Prof.  Nicolò  Bellanca,  Giuseppe  Di 
Vita,  Avv.  Roberto  Cambino,  Giuseppe  Polizzi,  Nicolò  Cesareo, 
Amedeo  Cunsolo,  Luigi  Lupo  e  Giuseppe  Clemente. 

Lo  stesso  giorno ,  alle  ore  14,30 ,  nell'  Aula  Magna  della  R. 
Università,  fu  inaugurata  la  Mostra  di  bibliografia  e  cartografia 
geografica  con  un  discorso  del  prof.  Giovan  Battista  Siragusa , 
che  l'aveva  preparata  ed  ordinata. 

Vi  si  ammiravano  carte,  atlanti  e  libri  inviati  dagli  autori 
medesimi  e  pregevoli  materiali  esposti  dalle  più  importanti  ditte 
librarie  d'Italia.  Non  mancava  una  sezione  di  lavori  mandati  spon- 
taneamente da  autori  e  da  ditte  straniere.  Importanti  i  lavori 
corografici -militari,  eseguiti  ad  acquarello  dal  maggiore  A.  Ri- 
cordi, riguardanti  tutti  la  Sicilia,  e  le  pubblicazioni  del  prof.  G. 
Cambino. 

Alle  ore  16,30  fu  aperta  al  Museo  Nazionale  la  Mostra  dei  Ci- 
meli cartografici  con  un  discorso  inaugurale  del  prof.  A.  Salinas. 

Il  materiale,  composto  in  gran  parte  di  piante  di  Palermo  e 
di  carte  antiche  dell'Isola,  fu  fornito  dalle  due  maggiori  biblio- 
teche pubbliche  della  città  e  dall'Archivio  comunale  e  fu  dispo- 
sto in  ordine  cronologico  dal  prof.  Gaetano  Mario  Columba  e 
dal  prof.  Antonino  Enrile. 


Il  Congresso  era  divìso  in  quattro  sezioni,  che  cominciarono 
i  lavori  la  mattina  del  2  maggio. 


CRONACA   E   NOTIZIE  205 


La  prima,  cioè  quella  scientifica,  tenne  le  sedute  nella  gran- 
de sala  L.  Di  Maggio  e  trattò  in  prevalenza  temi  riguardanti 
ritalia  meridionale.  La  presidenza  fu  tenuta  successivamente  dal 
generale  De  Ghaurand,  dal  comandante  M.  Giavotto,  dal  prof.  E. 
Millosevich  e  dal  prof.  D.  Vinciguerra. 

Accennerò  prima  agli  argomenti  di  carattere  generale. 

Il  professore  G.  Ricchieri  riferì  le  conclusioni  della  commis- 
sione nominata  dal  Congresso  precedente  sulla  «  Nomenclatura 
italiana  relativa  alle  forme  dei  fondi  oceanici  ». 

Dopo  una  breve  discussione  fu  rimandata  al  Congresso  ven- 
turo la  conclusione  intorno  alle  «  Proposte  di  modificazioni  dei 
rilievi  catastali  per  agevolare  gli  studi  geografici»  del  prof.  F. 
S.  Giardina. 

Importante  riuscì  la  discussione  sorta  sul  tema  del  prof.  G. 
Cora  intorno  ai  «  Progressi  recenti  della  Oceanografia,  a  propo- 
sito dell'inaugurazione  del  Museo  di  Monaco».  Fu  approvato  in 
quella  seduta  un  voto  di  plauso  al  principe  Alberto  1  di  Monaco, 
fondatore  dell'  Istituto  Oceanografico  di  Parigi.  Il  prof.  Vinci- 
guerra colse  l'occasione  per  ricordare  1'  opera  compiuta  dal  Go- 
mitato talassografico. 

Il  prof.  F.  Eredia  parlò  «  Sulla  necessità  di  iniziare  l' istitu- 
zione sistematica  d'una  rete  pluviometrica  in  montagna». 

Dopo  un'ampia  discussione  sul  tema  trattato  dall'ing.  Enrico 
Simoncini  «  Del  lido,  delle  spiaggie  e  degli  arenili  »  fu  votato  un 
ordine  del  giorno,  col  quale  si  «  riconosce  l'importanza  che  nella 
legislazione  siano  definiti  con  criteri  scientifici  i  termini  lido  , 
spiaggia,  arenile». 

Il  prof.  D.  Vinciguerra  espose  in  un'apposita  relazione  «  L'opera 
compiuta  dalla  Società  Geografica  Italiana  nell'ultimo  triennio. 
La  relazione  «Sui  lavori  compiuti  dell'Istituto  Greografico  Mili- 
tare »  nell'ultimo  triennio  fu  letta  dal  prof.  Attilio  Mori  e  quella 
«Sui  lavori  dell'Istituto  Idrografico  della  R.  Marina  (1907-1909)» 
dal  comandante  Mattia  Giavotto,  direttore  dell'Istituto  medesimo. 

Il  tema,  svolto  dal  prof.  Malgeri,  «  Sulla  necessità  di  fondare 
numerose  stazioni  geodinamiche  nelle  zone  sismiche  »,  sebbene 
avesse  carattere  generale,  si  riferiva  principalmente  al  Mezzogior- 
no e  in  modo  particolare  alle  coste  calabro-sicule,  adiacenti  alla 
zona  dello  stretto  di  Messina. 

Anche  le  «  Indagini  meteorologiche  »,  riferite  dal  prof.  Mara- 
nelli,  sono  «di  particolare  interesse  per  l'Italia  meridionale». 


206  CRONACA    E   NOTIZIE 


Riguardavano  soltanto  il  Mezzogiorno  continentale  i  seguenti 
temi  : 

—  «  Fenomeni  carsici  dell'Abruzzo  aquilano  »  del  prof.  R.  Al- 
magià,  il  quale  descrisse  delle  cavità  (fosse)  prevalentemente  a 
forma  d'imbuto,  alcune  formatesi  per  sprofondamento,  altre  nor- 
malmente per  erosione». 

—  «T  laghi  dell'  Abruzzo»,  altra  comunicazione  dello  stesso 
Almagià.  Questi  laghi,  più  numerosi  una  volta,  ora  sono  un'ot- 
tantina ,  dei  quali  più  di  metà  sopra  i  l(XX)  metri.  Il  maggiore 
è  quello  di  Scanno  che  l'A.  illustrerà  a  f)arte  ». 

—  «Per  la  conoscenza  dell'Idrografìa  sotterranea  in  Puglia» 
del  prof.  C.  Golamonico,  il  quale  parlò  dell'importanza  delle  tri- 
vellazioni e  di  ulteriori  studi  per  trovare  1'  acqua  che  nelle  Pu- 
glie non  manca. 

—  «Le  erosioni  in  Calabria»,  descrizione  e  classificazione  di 
fenomeni  osservati  dall'autore,  prof.  Malgeri. 

E  veniamo  agli  argomenti,  che  riguardavano  la  Sicilia. 

Il  prof.  M.  Baratta  parlò  «  Sulla  necessità  di  provvedere  ad  un 
nuovo  rilevamento  della  regione  etnea»,  dimostrando  che  per 
lo  studio  dello  svolgimento  dei  fenomeni  vulcanici  è  necessaria 
una  buona  rappresentazione  del  terreno. 

Il  prof.  0.  Marinelli  svolse  il  tema  «  Per  lo  studio  delle  grotte 
e  dei  fenomeni  carsici  in  Sicilia».  Mostrò  la  necessità  di  un'esplo- 
razione sistematica  e  di  rilievi  a  grande  scala  delle  grotte  dell'i- 
sola, spiegandone  l'importanza  per  i  fenomeni  vulcanici  e  per  il 
percorso  delle  acque.  Ricordò  il  contributo  arrecato  recentemente 
a  questi  studi  dal  prof.  P.  Re  velli. 

Il  prof.  G.  Uzielli  trattò  de  «  L'idraulica  e  l'incremento  agri- 
colo della  Sicilia  »,  dicendo  che  è  necessario  creare  grandi  serba- 
toi, per  l'irrigazione  delle  campagne  e  per  uso  potabile,  ed  asse- 
gnare un  premio  per  render  possibile  l'industria  dell'acido  cidrico. 

Chiudiamo  la  rassegna  dei  lavori  compiuti  da  questa  sezione 
ricordando  due  temi  del  prof.  S.  Crino  :  «  Frane  in  Sicilia  in  rela- 
zione alla  distribuzione  delle  acque  »  e  «  Il  lago  di  Rebuttone 
a  proposito  di  una  cartina  dimostrativa  di  Agatino  Daidone». 

La  seconda  sezione  {Geografia  economica,  cofnmerciale  e  colo- 
niale) si  riunì  nella  sala  della  Biblioteca.  La  presidenza  fu  affi- 
data successivamente  al  prof.  G.  Uzielli,  al  colonnello  I.  Gazzola, 
al  comm.  Bertarelli  e  al  prof.  G.  Cora. 


CRONACA  B  NOTIZIE  307 


Furono  ascoltate  e  discusse  le  seguenti  relazioni  : 

«  Per  una  ricognizione  delle  vie  carovaniere  nell'interno  della 
Tripolitania  »  del  sig.  Luigi  Gufino.  Nell'ordine  del  giorno  votato 
la  sezione  «  si  augura  che  lo  studio  scientifico  ed  economico  delle 
regioni  attraversate  dalle  vie  carovaniere,  che  da  Tripoli  menano 
al  Fezzan,  possa  venire  ulteriormente  intensificato  ». 

«  Su  i  problemi  coloniali  nei  loro  rapporti  colla  geografia  e 
coll'attività  dell'Istituto  coloniale  nei  primi  quattro  anni  di  vita  » 
riferì  il  cap.  Angiolo  Mori ,  che  illustrò  anche  le  pubblicazioni 
fatte  a  cura  dell'Ufficio  coloniale  e  presentò  un  recente  libro  del 
cap.  Oberando  Pantano  su  «  La  città  di  Merca  e  la  regione  dei 
Bimal  ». 

Insieme  coi  «  Voti  per  il  quinto  censimento  generale  della  po- 
polazione» presentati  dal  prof.  G.  Maranelli  fu  approvata  la  re- 
lazione del  prof.  G.  Errerà  «  Sulla  necessità  di  provvedere  senza 
ulteriore  indagio  allo  spoglio  dei  nomi  locali  raccolti  nel  censi- 
mento del  1901  ». 

Le  due  relazioni  del  prof.  A.  Michieli,  «  L'importanza  degli 
studi  poleografici  »  e  «  La  sfera  d' influenza  dei  porti  e  le  carte 
destinate  a  rappresentarla»,  furono  lette,  in  mancanza  dell'au- 
tore, dal  prof.  Grinò. 

L'avv.  G.  Bonacci  si  occupò  de  «  L'emigrazione  della  nostra 
borghesia  nel  Nord-America  »,  ritenendo  benefica  tale  emigrazione. 

«  Per  le  statistiche  commei-ciali  e  regionali  »  parlò  il  prof.  F. 
Somma,  che  svolse  un  ordine  del  giorno  con  particolare  riguardo 
alla  Sicilia. 

«  Di  alcuni  rapporti  fra  1'  etnografia  italiana  e  la  geografia  » 
trattò  il  dott.  Lamberto  Loria,  che  ,  dopo  aver  esposto  i  criteri 
ai  quali  s' informa  il  Museo  di  etnografia  italiana  di  Firenze , . 
ricordò  e  lodò  1'  opera  del  prof.  G.  Pitrè ,  fondatore  del  Museo 
etnografico  siciliano.  Questo  tema  fu  seguito  dall'  altro  «  Della 
Società  di  etnografia  italiana  e  dei  fini  cui  deve  mirare»,  svolto 
dal  dott.  F.  Baldasseroni. 

Ma  r  argomento  più  importante  per  la  Sicilia ,  e  special- 
mente per  Palermo  ,  fu  trattato  ,  in  questa  sezione  ,  dal  profes- 
sore A.  Borzì ,  che  parlò  del  «Giardino  coloniale  di  Palermo  e 
della  sua  funzione  in  rapporto  allo  sviluppo  dell'agricoltura  co- 
loniale». La  discussione  terminò  con  un  ordine  del  giorno  nel 
quale  si  fanno  voti  al  Governo  «  perchè  l'opera  del  Giardino  co- 


908  CRONACA  E   NOTIZIE 


loniale  di  Palermo  sia  vieppiù  intensificata  e  direttamente  rivolta 
a  vantaggio  dell'agricoltore  emigrante  ed  al  bene  economico  delle 
colonie  italiane  ». 

Le  adunanze  della  terza  sezione  (didattica) ,  che  si  tenevano 
nella  sala  terrena  della  Società  di  Storia  Patria,  fuiono  presedute 
successivamente  dai  professori  Petraglione  ,  Ricchieri ,  Malgeri 
e  Sensini. 

Il  prof.  Malgeri  trattò  il  tema  *  Sui  danni  arrecati  dall'ultima 
legge  sullo  stato  economico  degl'insegnanti  medi  e  sulla  prepa- 
razione degli  insegnanti  di  geografia  ».  Neil'  ordine  del  giorno 
allora  approvato  la  sezione  «  fa  voto  che  negl'istituti  tecnici,  nei 
quali  siano  più  posti  di  ruolo  per  l'insegnamento  della  storia  e 
della  geografia,  e  nelle  altre  scuole  di  secondo  grado,  dove  l'oi*- 
(lina ria  duplicazione  delle  classi  rende  possibile  la  separazione 
dei  due  insegnamenti,  i  concorsi  siano  banditi  separatamente  per 
le  singole  discipline  e  che  i  giudici  pei  concorsi  di  geografìa 
siano  in  maggioranza  scelti  tra  i  cultori  e  i  docenti  di  geografia  » . 

Il  prof.  G.  Gambino  parlò  «  Di  un  ordine  del  giorno  votato 
da  due  congressi  geografici  e  che,  dopo  19  anni,  aspetta  ancora 
il  suo  adempimento».  Riguarda  l'insegnamento  del  luogo  natio 
(imposto  dai  programmi  29  novembre  1894)  per  mezzo  di  mono- 
grafie speciali,  fatte  da  persone  competenti.  La  sezione  votò  un 
ordine  del  giorno  nel  quale  si  augura  che  la  Società  Geografica 
Italiana  bandisca  un  concorso  per  un  manualetto  metodico  e 
pratico,  secondo  il  quale  si  possano  compilare  le  monografie  a- 
datte  a  quell'insegnamento. 

Sul  tema  •«  La  geografia  nelle  scuole  medie  secondo  la  proposta 
di  riforma  della  Commissione  reale  »,  trattato  dal  capitano  Gian- 
nitrapani,  sorse  una  importante  discussione,  nella  quale  si  rico- 
nobbe che  la  Commissione  non  aveva  migliorato  l'insegnamento 
della  geografia  e  si  affermò  la  necessità  dell'intervento  di  un 
cultore  di  questa  disciplina  in  ogni  riforma  dei  programmi  delle 
scuole  medie. 

Dopo  la  relazione  del  prof.  P.  Revelli  sulle  «Escursioni  geogra- 
fiche degli  allievi  del  R.  Istituto  tecnico  di  Milano»  parve  op- 
portuno alla  sezione  richiamarsi  alle  proposte  dei  precedenti  con- 
gressi e  fu  quindi  affermata  l'utilità  delle  escursioni  geografiche 
come  parte  integrale  dell'insegnamento  scolastico. 


CRONACA   E   NOTIZIE  209 


La  signorina  prof.  C.  N,  Zappulla  nella  sua  relazione  «  Sulla 
Scuola  di  geografia  di  Oxford  »  propose  che  anche  in  Italia  fos- 
se istituita  una  scuola  di  quel  tipo.  E ,  poiché  un  tentativo  di 
questo  genere  era  stato  fatto  a  Firenze  dai  professori  Marinelli  e 
Mori,  la  sezione,  pur  plaudendo  a  tale  iniziativa,  deliberò  di  affidare 
alla  presidenza  la  nomina  di  una  commissione  che  studiasse  la 
proposta  della  prof.  Zappulla  e  ne  riferisse  al  prossimo  Congresso. 

Nella  discussione  del  tema  «  Sulle  carte  geografiche  da  sug- 
gerirsi per  le  scuole  elementari  »,  trattato  dal  prof.  Bertolini,  si 
lamentò  la  dificienza  di  buone  e  semplici  carte  murali  nelle  scuole 
elementari.  Secondo  il  giudizio  della  sezione,  un  concorso,  pro- 
mosso dal  ministro  della  P.  I.  e  dalla  Società  Geografica  Italiana 
varrebbe  ad  incoraggiare  l'industria  di  tali  carte. 

Dopo  la  relazione  del  prof.  A.  Ghisleri  sul  tema  «  Congressi 
geografici  nazionali  e  Congressi  geografici  intemazionali  »  si  ri- 
tenne necessario  un  lavoro  di  coordinamento,  che  venne  affidato 
al  Gomitato  permanente  dei  congressi  italiani. 

Il  prof.  G.  B.  Siragusa,  svolgendo  il  tema  sul  «  Riordinamento 
degli  studi  universitari»,  dimostrò  l'insufficienza  degli  ordina- 
menti attuali,  specialmente  per  la  Facoltà  di  lettere,  e  chiese  per 
gli  studi  superiori  una  distinzione  netta  tra  lo  scopo  scientifico 
e  quello  professionale.  Per  questo  si  mostrò  fautore  degli  esami 
di  Stato.  E  per  quanto  riguarda  la  geografia  disse  che  qualche 
rimedio  si  può  trovare,  senza  uscire  dai  regolamenti  attuali,  con 
la  riunione  di  scienze  affini.  Nell'ordine  del  giorno  votato  si  chiede 
che,  in  attesa  di  più  profonda  riforma  dell'insegnamento  univer- 
sitario, si  permetta  a  coloro  che  intendono  avviarsi  all'insegna- 
mento della  geografia  la  frequenza  dei  corsi  di  materie  per  loro 
veramente  necessarie. 

La  quarta  sezione  {Storia  della  geografia  e  della  cartografia. 
Geografia  storica.  Toponomastica)  tenne  le  riunioni  nella  sala  della 
Biblioteca  Lodi.  Le  adunanze  furono  presedute  dai  professori  G. 
Errerà,  S.  Romano,  G.  Vacca,  G.  Ricchieri  ed  E.  Malgeri. 

Fra  gli  argomenti  in  essa  dibattuti  pochi  avevano  carattere  ge- 
nerale, i  più  riguardavano  l'Italia  meridionale  e  la  Sicilia. 

Il  prof.  C.  Schiaparelli ,  che  presentò  al  Congresso  la  sua 
traduzione  dell'  opera  di  Ibn  Gubayr ,  comunicò  alcune  impor- 
tanti notizie  intorno  ad  «  Un'  opera  araba  geografica  di   Edrtst 

Arch.  Star.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  U 


210  CRONACA   E  NOTIZIE 


sconosciuta  ».  Il  codice  si  conserva  a  Costantinopoli  nella  moschea 
dì  Hakim  Oglu  Ali  Pascià.  L'opera,  che  ha  molti  punti  di  con- 
tatto col  Libro  di  Re  Ruggero^  sarà  di  grande  utilità  quando  si 
farà  in  Italia  1'  edizione  critica  del  lavoro  che  tanto  contribuì 
alla  fama  del  primo  re  normanno  di  Sicilia. 

È  invece  anonimo  un  breve  Itinerario  che  si  trova  in  un  co- 
dice miscellaneo  del  secolo  XV  della  Biblioteca  Nazionale  di 
Firenze,  del  quale  diede  notizia  il  prof.  G.  B.  Siragusa.  Fu  tro- 
vato dal  prof.  N.  Jorga  dell'Università  di  Bucarest,  ma  il  testo 
riveduto  sul  codice  dal  prof.  Siragusa,  fu  riconosciuto  assai  im- 
portante dei  professori  Nallino  e  Guidi ,  poiché  i  pochi  saggi 
di  amarico,  che  esso  contiene,  sono  il  più  antico  documento  di 
quella  lingua,  che  oggi  è  la  lingua  ufficiale  dell' Abissinia. 

Interessanti  riuscirono  le  comunicazioni  del  prof.  G.  Uzielli 
«  La  Scoperta  del  Nuovo  Mondo»  e  «Le  misure  itinerarie  medioe- 
vali terrestri  e  marittime». 

Il  dott.  G.  Vacca,  assai  conosciuto  come  sinologo,  trattò  «  Di 
alcune  considerazioni  sui  metodi  atti  a  favorire  in  Italia  gli  stu 
di  dell'Estremo  Oriente  »,  e,  in  assenza  del  prof.  E.  Ricci,  ne  rias- 
sunse le  due  comunicazioni  su  «  Gl'itinerari  del  P.  Matteo  Ricci  » 
e  «  La  indentifìcazione  del  Catai  colla  Cina».  Un  primo*  saggio 
della  pubblicazione  dei  Commentari  del  P.  Matteo  Ricci,  sugli 
originali  scoperti  recentemente  a  Roma ,  fu  presentato  al  Con- 
gresso con  una  lettera  del  Presidente  del  Comitato  per  le  ono- 
ranze al  grande  missionario  di  Macerata. 

Il  prof.  R.  Almagià  riferì  «  Sui  criteri  e  sui  mezzi  più  ac- 
conci per  addivenire  ad  una  sollecita  compilazione  del  Glossario 
dei  nomi  territoriali  italiani  ».  Discusso  il  tema,  fu  nominata  una 
commissione,  afBnchè  studiasse  il  piano  del  lavoro  proposto  dal- 
l'Almagià  e  ne  riferisse  al  prossimo  Congresso. 

Più  ristretto  era  il  campo  del  tema  svolto  dal  prof.  C.  Ma- 
ranelli  «  Per  la  storia  della  distribuzione  geografica  della  popo- 
lazione nel  mezzogiorno  d'Italia  »,  il  quale  sollevò  una  viva  di- 
scussione. Nell'ordine  del  giorno  approvato  si  «  fa  voto  che,  in 
attesa  di  una  legge  generale  sugli  Archivi  pubblici  e  privati,  si 
addivenga  alla  regificazione  degli  Archivi  provinciali  di  Stato  nel 
mezzogiorno  d'Italia  ». 

Due  comunicazioni  limitate  alla  toponomastica  del  Mezzogior- 
no continentale  fecero  il  prof.  E.  Malgeri  e  il  prof.  V.  Epifanio. 


CRONACA   E   NOTIZIE  211 


Il  primo  parlò  «  Intorno  all'elemento  greco  nella  toponomastica 
calabrese»,  distinguendo  l'elemento  greco  antico  da  quello  di  o- 
rigine  bizantina  ;  il  secondo  mostrò  le  ragioni  storiche  e  geogra- 
grafiche  per  le  quali  Basento,  nome  genuino  del  fiume,  nel  cui  letto, 
secondo  la  tradizione,  fu  sepolto  il  re  Alarico,  divenne 5t*sen<o. 

Ecco  ora  gli  argomenti  che  si  riferivano  alla  regione  siciliana. 

Alcune  «  Raccomandazioni  e  proposte  per  la  raccolta  del  ma- 
teriale toponomastico  in  Sicilia  »  fece  il  prof.  F.  S.  Giardina,  che 
in  altra  seduta  della  sezione  presentò  due  allievi  dell'Università 
di  Catania,  B.  Calvi  e  F.  Ciancio,  studiosi  di  questioni  geogra- 
fiche. Lo  stesso  prof.  Giardina  svolse  una  comunicazione  intorno 
a  «Questioni  di  toponomastica  siciliana». 

Interessò  molto  l'uditorio  la  memoria  del  prof.  P.  Revelli 
sulle  «  Carte  corografiche  e  topografiche  della  regione  siciliana  », 
che  egli  trovò  in  manoscritti  conservati  nella  Biblioteca  Reale 
e  nell'Archivio  di  Stato  di  Torino  e  nell'Ambrosiana  di  Milano. 
L'importanza  di  esse  fu  pure  riconosciuta  da  quanti  ascoltarono 
il  prof.  Revelli.  Il  quale  presentò  al  Congresso  (insieme  con  un 
«  Saggio  di  terminologia  geografica  delle  Alpi  Cozie  nel  1479  ») 
anche  alcune  relazioni  inedite  sulle  eruzioni  etnee  del  1537  del 
1610,  che  furono  molto  apprezzate. 

«  Descrizione  e  carta  di  Sicilia  nei  Rudimenta  cosmographica 
Honteri  Coronensis  (1542)  »  era  il  titolo  di  una  comunicazione 
che  fece  il  prof.  Crino  ,  dopo  aver  parlato  di  «  Una  pianta  pa- 
noramica di  Ancona  del  sec.  XVI». 

Una  comunicazione  del  prof.  V.  Spedale  sopra  «  Un  geografo 
palermitano  della  seconda  metà  del  secolo  XVII  (Francesco  Am- 
brogio Maja)  fu  letta,  in  assenza  dell'  autore  ,  da  Giuseppe  Di 
Vita.  x\d  attenuare  l' importanza  data  a  questo  geografo  dallo 
Spedale  intervenne  il  prof.  Revelli ,  che  si  era  occupato  dell'  o- 
pera  del  Maja  nel  suo  nuovo  «  Catalogo  dei  manoscritti  di  carat- 
tere o  d' interesse  geografico  della  Bibl.  Comunale  di  Palermo  », 
pubblicato  dalla  «Società  Ramusiana  di  Venezia». 

E  terminiamo  questa  rassegna  col  ricordare  una  comunicazio- 
ne del  prof.  (i.  Cosentino  «  Sopra  un  ruolo  del  1434  e  due  altri 
ruoli  del  1442  e  1443,  relativi  ai  fuochi  dell'isola  ».  Si  conserva- 
no air  Archivio  di  Stato  di  Palermo  e  sono  importanti  perchè 
colmano  una  lacuna  tra  il  1408,  anno  nel  quale  si  fece  il  ruolo 
di  re  Martino,  e  i  primi  censimenti  del  secolo  XVI. 


212  CBONAOA  E  NOTIZIE 


»  « 


I  lavori  del  Congresso  furono  temporaneamente  interrotti  da 
due  commemorazioni. 

Nel  pomeriggio  del  2  maggio,  mentre  i  congressisti  si  racco- 
glievano nelle  sale  per  le  solite  adunanze,  si  sparse  la  triste  no- 
tizia che  l'astronomo  Temistocle  Zona ,  professore  di  Geografìa 
fisica  nella  R.  Università  ,  era  morto  in  seguito  ad  una  lunga 
malattia,  che  non  gli  aveva  permesso  di  prendere  attiva  parte 
ai  lavori  della  Giunta  esecutiva  del  Congresso,  della  quale  face- 
va parte.  Il  prof.  E.  Millosevich  ricordò  i  meriti  scientifici  dell'il- 
lustre estinto  ai  congressisti  riuniti  all'Aula  Magna;  il  prof.  A. 
Ghisleri  salutò  il  socio  del  Libero  Pensiero  e  il  prof.  S.  Romano 
gli  diede  l'estremo  addio  a  nome  della  Società  di  Storia  Patria 
e  della  cittadinanza  palermitana. 

II  3  maggio  ricorreva  il  10°  anniversario  della  morte  di  Gio- 
vanni Marinelli.  Il  grande  maestro  fu  degnamente  commemorato 
nel  pomeriggio  di  quel  giorno,  davanti  ad  un  pubblico  elettis- 
simo, dal  Presidente  del  Congresso  prof.  C.  Bertacchi,  il  quale  ne 
tratteggiò  la  nobile  figura  di  uomo,  di  educatore  e  di  scienziato. 


Nel  salone  L.  Di  Maggio,  illuminato  a  luce  elettrica,  si  ten- 
nero, in  adunanza  generale,  alcune  riuscitissime  conferenze,  alle 
quali  assistettero  non  solo  quasi  tutti  i  congressisti,  ma  anche 
molti  invitati  della  città. 

Il  comandante  comm.  M.  Giavotto  parlò  «  Del  Benadir  *  la 
sera  del  2  maggio,  facendo  conoscere  le  condizioni  favorevoli  di 
quella  regione  ad  uno  sfruttamento  agricolo-industriale.  La  con- 
ferenza fu  illustrata  da  numerose  proiezioni  luminose. 

La  sera  successiva  l' ing.  E.  Vismara  trattò  de  «Gl'impianti 
idroelettrici  nella  Sicilia  orientale  »  e  mise  in  rilievo  il  vantag- 
gio che  da  essi  ricaveranno  le  industrie  e  l'agricoltura  dell'isola. 
Anche  questa  conferenza  fu  illustrata  da  proiezioni. 

Nel  pomeriggio  del  giorno  4  il  prof.  C.  Cattapani  lesse  la  sua 
conferenza  «Gli  emigranti  italiani  fra  gli  Anglo-Sassoni  >^,  argo- 
mento che  interessa  specialmente  l' isola  per  il  grande  numero 
di  emigranti  che  ogni  anno  va  a  stabilirsi  nell'America  del  Nord. 


OBONAGA  E  NOTIZIA  213 


La  sera  il  prof,  G.  Platania  parlò  de  «  Le  eruzioni  dell'Etna  », 
fermandosi  sulle  più  recenti  e  in  particolare  sull'ultima.  Le  belle 
proiezioni  furono  molte  ammirate. 

Il  giorno  6  il  prof.  A.  Piutti  intrattenne  l'uditorio  sopra  un 
argomento  altamente  scientifico  «  L'  elio  nell'  atmosfera  »  ,  illu- 
strandolo con  esperimenti  e  con  numerose  proiezioni. 

Nell'adunanza  generale  di  chiusura  il  Presidente  prof.  C.  Ber- 
tacchi,  riepilocando  i  lavori  compiuti  dalle  sezioni,  ne  sottopo- 
se all'assemblea  i  voti ,  che  furono  tutti  approvati.  Ringraziò 
quindi  i  relatori  dei  temi,  i  conferenzieri  e  quanti  altri ,  enti  o 
privati ,  con  1'  opera  loro  avevano  contribuito  alla  riuscita  del 
Congresso,  facendo  particolare  menzione,  tra  quelli  che  avevano 
costantemente  e  disinteressatemente  lavorato  pel  Congresso,  del 
comm.  Napoleone  La  Farina,  cassiere-economo  del  Comitato.  Un 
ringraziamento  speciale  rivolse  poi  alla  Società  di  Storia  Patria, 
che  aveva  signorilmente  ospitati  i  congressisti.  Gli  rispose,  rin- 
graziando a  nome  della  Società,  il  prof.  S.  Romano.  E  infine  fu 
scelta  la  città  di  Bari  come  sede  dell'VllI  Congresso  Geografico 
Italiano. 

• 
«  • 

Delle  pubblicazioni  donate  ai  congressisti  alcune  furono  fatte 
a  spese  del  Comitato  esecutivo,  altre  offerte  da  Istituti  e  da  privati. 

Il  Comitao  offrì  una  Guida  pel  Congressista  (Palermo,  1910), 
con  notizie  ed  indicazioni  utili,  ed  un  opuscolo  di  G.  Di  Vita,  // 
palazzo  dei  Chiaramonte  e  le  Carceri  della  Inquisizione  di  Pa- 
lermo. I  graffiti  geografici  d'un  prigioniero  ai  tempi  di  Giuseppe 
D' Alesi.  Notizie  storiche  raccolte  ed  illustrate  in  occasione  del 
Congresso.  Distribuirà  poi  insieme  con  gli  Atti.,  a  coloro  che  ne 
avran  fatto  richiesta,  un'  importante  monografia  «  Palermo  e  la 
Conca  d'  oro  »,  opera  illustrata  da  carte  e  numerose  zincotlpie , 
diretta  dal  prof.  G.  M.  Columba  con  la  collaborazione  di  altri 
studiosi. 

Furono  anche  offerti  i  seguenti  lavori  : 

Dall'  Istituto  Geografico  Militare  di  Firenze  una  Carta  ipso- 
metrica  della  Sicilia  (scala  1.500.000)  e  una  carta  de  La  Conca 
d'oro  (1:60,000)  ;  dall'Istituto  Idrografico  della  R.  Marina  di  Ge- 
nova, Il  piano  del  Porto  e  della  Città  di  Palermo  (scala  1:5,000); 


214  OEONACA  E  NOTI35IB 


dall' Istituto  Geografico  De  Agostini  di  Novara  la  prima  puntata 
di  un  Atlante  di  Geografia  Commerciale  del  prof.  G.  Assereto , 
un  Piccolo  Atlante  Geografico  Universale  di  G.  De  Agostini  e  A. 
Machetto,  una  Carta  dimostrativa  della  Tripolitania  di  A.  Dar- 
dano  (scala  1:5,000.000)  e  una  Collezione  di  18  cartoline  geogra- 
fiche della  Sicilia;  dal  Touring  Club  Italiano  i  sette  fogli,  che 
compongono  la  Sicilia  ^chiusi  in  elegante  fodera)  della  Carta  d'I- 
talia alla  scala  di  1:250,000;  dal  prof.  G.  Gambino  un  volumetto 
di  Metodologia  geografica  (Palermo,  1910)  ;  dal  prof.  S.  Romano 
una  memoria,  opportunamente  ristampata  per  l'occasione,  Il  vero 
nome  del  colle  impropriamente  detto  il  Pianto  dei  Romani. 

I  professori  A.  Ghisleri  e  P.  Sensini  offrirono  vari  numeri 
delle  Riviste  geografiche  da  loro  dirette. 

Notiamo  però  che  gli  esemplari  di  alcune  delle  pubblicazioni 
sopra  ricordate  non  erano  in  numero  adeguato  a  quello  degli  a- 
derenti. 

Inoltre  furono  messi  in  vendita  a  prezzo  ridotto  per  i  con- 
gressisti un  importante  lavoro  —  stampato  per  l'occasione  —  del 
professore  P.  Re  velli.  Saggio  di  bibliografìa  geografica  siciliana  : 
La  contea  di  Modica,  e  un  catalogo  delle  carte  antiche  della  Si- 
cilia, intitolato  :  Primo  Saggio  di  Cartografia  della  Regione  Si- 
ciliana, del  prof.  A.  Enrile. 

* 
«  * 

Diamo  anche  un  breve  cenno  delle  due  gite,  che  formavano 
la  principale  attrattiva  del  programma  del  Congresso. 

II  5  maggio,  nelle  prime  ore  del  mattino,  i  congressisti  furo- 
no condotti  in  treno  speciale  a  Selinunte.  Fu  fatto  colla  ferrovia 
anche  l'ultimo  tratto  di  strada  oltre  Castelvetrano,  sebbene  la 
linea  non  fosse  ancora  aperta  al  pubblico. 

Il  tempo  ristretto  non  permise  ai  gitanti  di  fermarsi  quanto 
occorreva  per  visitare  le  immense  rovine,  dove  fu  anche  distri- 
buita la  refezione  offerta  dal  Comitato. 

Il  prof.  A.  Salinas,  che  il  giorno  precedente  aveva  intratte- 
nuto i  congressisti  intorno  agli  avanzi  dell'antica  Selinunte  nel 
Museo  Nazionale,  illustrò  a  quelli  che  poterono  seguirlo  le  rovine 
della  città  e  dei  tempii  famosi. 

Riuscì  più  interessante,  anche  perchè  favorita  da   un   tempo 


CRONACA  E  NOTIZIE  !215 


migliore,  la  gita  a  Tunisi,  alla  quale  presero  parte  219  congres- 
sisti, che  partirono  da  Palermo  sul  Solunto  la  sera  del  6  mag- 
gio, appena  terminati  i  lavori  del  Congresso. 

Le  accoglienze  veramente  entusiastiche  della  Colonia  Italiana 
e  del  suo  console,  comm.  Bottesini  ,  il  ricevimento  nella  sede 
della  Società  geografica  francese,  le  visite  al  Bardo,  al  Belvede- 
re, ai  S-Aq  degli  Arabi,  a  Cartagine  ed  agli  altri  luoghi  notevoli 
lasciarono  nell'animo  dei  congressisti  un  ricordo  imperituro  e 
un  vivo  desiderio  di  rivedere  una  città  cosi  singolare. 

E  invero  gli  avanzi  dell'epoca  romana  non  lontani  dagli  edifizi 
moderni,  le  vie  buie  e  strette  dei  quartieri  arabi  che  sboccano  in 
quelle  ampie  e  belle  dei  nuovi,  i  campanili  delle  chiese  dei  Cri- 
stiani presso  ai  minareti  e  alle  moschee  dei  Musulmani,  gli  abiti 
foggiati  all'ultima  moda  francese,  che  si  confondono  nelle  strade, 
nei  caffè  e  nei  teatri  con  i  vecchi  costumi  degli  Arabi  e  degli 
Ebrei,  i  nuovi  mezzi  di  locomozione  celeri  e  comodi  che  si  avvi- 
cendano con  quelli  primitivi,  resi  ancora  utili  dal  clima,  dal  de- 
serto vicino,  dallo  spirito  di  conservazione  e  dal  moto  accidioso 
dell'Arabo,  tutto  questo  miscuglio  di  antico  e  di  moderno,  della 
civiltà  nostra  e  di  quella  dell'Oriente  non  può  non  destare  la 
meraviglia  del  visitatore.  Il  quale,  se  è  un  Italiano  della  penisola 
o,  meglio,  della  Sicilia,  può  conservare  l'illusione  di  essere  an- 
cora nel  proprio  paese,  sì  grande  è  il  numero  degli  abitanti  che 
vi  parlano  la  lingua  d'Italia  e  il  dialetto  dell'Isola  nostra. 


Vincenzo  Epifanio 


Un'  Esposizione  Orticola  Commerciale  in  Palermo. 

Nei  giorni  dal  22  al  31  Maggio  di  qaest'anno,  in  occasione  delle  feste 
cinquantenarie  della  Rivoluzione  Siciliana  del  1860 ,  ad  iniziativa  della 
Società  Orticola  di  M,  S.  nel  R.  Orto  Botanico  di  Palermo  e  sotto  l'alto 
patronato  di  S.  M.  il  Re ,  ebbe  luogo  un'  Esposizione  Orticola,  la  quale 
riuscì  superiore  ad  ogni  aspettazione  così  per  il  numero  degli  espositori, 
come  per  la  qualità  e  la  scelta  delle  piante. 

Ad  essa  presero  parte  tutti  coloro  che  in  Palermo  si  occupano  di 
Orticultura  e  Floricultura,  i  giardini  pubblici  (Villa  Giulia  e  Giardino  In- 
glese), le  grandi  ville  signorili  del  Trabia  e  del  Mazzarino,  le  ville  Sofia, 
Malfitano  e  Sperlinga  dei  fratelli  Whitaker  e  quelle  di  altri  signori. 


216  OBONACA  E  Noriziì: 


Numerosi  concorsero  anche  gli  orticultori  professionisti  e  dilettanti , 
e  tutti  gareggiarono  con  tale  emulazione  da  potersi  veramente  affermare 
che  nulla  di  mediocre  si  osse  va  va  in  quella  iHostra,  avendo  ogni  pianta, 
anche  la  più  modesta,  la  sua  speciale  importanza  e  servendo  a  provare 
i  grandi  progressi  fatti  in  questi  ultimi  anni  in  Palermo  dalla  Orticultu- 
ra,  specialmente  doirornamentale. 

Questa  esposizione  fu  inagurata  il  giorno  22  Maggio  con  l'intervento 
dell'Ou.  Prefetto  della  Provincia,  Conte  di  Rovasenda,  e  delle  principali 
Autorità  Civili  e  Militari.  Essa  venne  visitata  non  solamente  da  molti 
tecnici,  ma  eziandio  da  un  eletto  e  gentile  stuolo  di  cittadini. 

Degne  di  attenzione  furono  in  principal  modo  le  ricche  e  belle  collezio- 
ni di  Palme,  di  Kentie,  di  Cicadee  ,  di  Conos  Weldeliana  ,  di  Felci,  di 
Selaginelle,  di  Conifere,  di  orchidee,  di  Begonie,  di  Amaryllis,  di  Garofani 
e  di  Rose  ;  ed  altresì  i  grupj)i  variati  di  Antepi  a  fogliame  ornamentale 
e  le  collezioni  di  fiori  recisi,  di  garofani  e  di  rose. 

Anche  ottimi  risultati  diedero  i  concorsi  d'imballaggio  di  piante  vive 
e  di  foglie  decorative  per  l'esportazione  e  i  concorsi  della  industria  dei 
cestini  e  dei  panieri  di  vimini  per  fiori. 

Ricca  e  bene  ordinata  fu  l'esposizione  di  ortaggi  di  ogni  genere  fatta 
dal  Correnti.  Essa  venne  a  dimostrare  ancora  una  volta  come  nel  nostro 
paese  con  le  opportune  colture  si  possano  produrre  ortaggi  di  qualità 
eccellenti,  e  che  la  scarsezza  di  varietà  che  si  lamenta  nel  nostro  mercato 
dipende  non  dal  clima  e  dal  suolo  che  (sono  privilegiati  ,  ed  ambiti  da 
altre  regioni  della  stessa  Italia)  ma  piuttosto  dalla  mancanza  d'iniziativa 
dei  coltivatori. 

In  appositi  padiglioni  si  osservano  due  interessanti  collezioni  di  pro- 
dotti agricoli  dell'Algeria  e  della  Tunisia. 

Il  ricco  elenco  dei  premiati  mostra  sino  all'evidenza  l'ottimo  risultato 
della  mostra. 

A  coronare  degnamente  la  gentile  festa  floreale,  il  giorno  27  dello  stesso 
mese  i  nostri  Augusti  Sovrani  vollero  intervenire  nel  R.  Orto  Botanico. 
In  quel  giorno  ebbe  luogo  una  bella  e  ricca  esposizione  di  fiori  freschi 
recisi  ;  la  quale  venne  luminosamente  a  provare  i  grandi  progressi  fatti 
in  questi  ultimi  tempi  da  questa  geniale  industria. 

C.  C.  M. 


Una  pregevolissima  pubblicazione  di  scritti  relativi  alle   discipline   col- 
tivate da  Michele  Amari. 

Alcuni  anni  or  sono  fu  qui  a  Palermo  costituito  un  Comitato,  che  si 
assunse  il  compito  di  commemorare  il  primo  centenario  della  nascita  di 
Michele  Amari,  avvenuta,  come  è  noto,  il  dì  7  luglio  1806. 


CRONACA  E  NOTIZIE  217 


Il  detto  Comitato  credette  opportuuo  (e  fu  savio  consiglio)  che  in  que- 
sta occasione  si  pubblicassero  uno  o  più  volumi  ,  contenenti  scritti  ori- 
ginali di  dotti  italiani  e  stranieri  e  testi  inediti  relativi  alle  discipline 
coltivate  dall'Amari  ;  e  cioè:  «  Storia,  arte,  geografia  della  Sicilia  nell'età 
di  mezzo  ;  Diritto  medievale  e  studi  bizantini  in  rapporto  alla  Sicilia  , 
alla  Sardegna  ed  a  tutta  l'Italia  meridionale  ;  Relazioni  degli  Stati  Italiani 
col  Levante  e  con  1'  Africa  del  Nord  ;  Studi  arabi  e  musulmani  :  Studi 
giudaici  in  rapporto  alla  Sicilia  e  all'Italia  meridionale  nel  Medio  Evo». 

Della  esecuzione  di  questo  programma  scientifico  il  Comitato  incaricò 
i  Professori  della  nosti-a  Regia  Università,  Enrico  Besta,  G.  M.  Columba, 
Carlo  A.  Nallino  ,  Antonino  Salinas  ,  G.  B.  Siragusa  ,  Carlo  0.  Zuretti. 
All'  appello  rivolto  da  questi  egregi  Professori  a  molti  dotti  italiani  e 
stranieri  perchè  collaborassero  all'opera  suddetta  ,  non  pochi  risposero 
favorevolmente  ;  ed  è  con  molto  piacere  che  due  grossi  volumi ,  e<liti 
nello  Stabilimento  tipografico  Virzì  abbiamo  ora  ricevuto. 

Il  primo  di  questi  volumi  contiene  i  seguenti  lavori  : 

Michele  Amari,  6.  B.  S.  Siragusa.  —  Le  opere  a  stampa  di  Michele 
Amari  ,  Gr.  Salvo  -  Cozzo.  —  1.  Bibliographie  primitive  du  Coran  par  Mi- 
chele Amari.  Extrait  tire  de  son  niémoire  inédit  sur  la  chronologie  et 
l'ancienne  bibliographie  du  Coran  ,  fl.  Derenbourg.  —  2.  Per  la  seconda 
edizione  della  Storia  dei  Musulmani  di  Sicilia,  O.  Tommasini.  —  3.  Il  di- 
ritto di  prelazione  nei  documenti  bizantini  dell'  Italia  meridionale  ,  F. 
BrandUeone.  —  4,  Gli  Aleramici  e  i  Normanni  in  Sicilia  e  nelle  Puglie. 
Documenti  e  ricerche,  C.  A.  Garufi.  —  5.  Uber  Rassenfarben  in  der  ara- 
bischen  Literatur,  K.  Vollers.  —  6.  Della  fede  storica  che  merita  la  Chro- 
nica  Trium  Tabernarum,  E.  Besta.  —7.  Konig  Manfred,  O.  Cartellieri.— 
8.  Cenni  sulle  relazioni  tra  l'Abissinia  e  l'Europa  cristiana  nei  secoli  xiv 
e  XV,  con  un  itinerario  inedito  del  secolo  xv,  JV.  Jorya  —  9.  La  filiation 
de  Moharamed,  M.  J.  de  Goeje— IO.  I  defetari  Normanni,  L.  Genuardi. 
—  11.  ITAAOEAAHNIKA,  a)  I.  La  espugnazione  di  Siracusa  nell' 880. 
Testo  greco  della  lettera  del  monaco  Teodosio,  II.  Contrasto  fra  Taranto  e 
Otranto,  III.  Un'iscrizione  greca  di  Bronte,  C.  O.  Zuretti.  b)  Nota  del 
prof.  -S.  Panareo.  —  12.  La  zecca  di  Palermo  nel  sec.  xv  e  la  monetazio- 
ne dei  «  De  nari  i  parvnli»  o  «pichuli»,  Q.  Cosentino. — 13.  Index  librorum 
Abu'l-'Alae  Ma'arrensis,  D.  S.  Margolionth.  —  14.  Appunti  sulle  iscrizioni 
giudaiche  del  Napolitano  pubblicate  dall'Ascoli,  H.  P.  Chajes  — 15.  Ad- 
ditious  à  la  «  Biblioteca  Arabo-Sicula  »  tirées  des  recueils  biographiques 
d'Aboù  l'Arab  et  d'El  Khochany  ;  suvies  d'une  notice  sur  un  manuscrit 
des  «  Madàrik  »  du  qàdì  'lyàd,  Mohammed  Ben  Cheneb.  —  16.  Notice  sur 
un  rituel  niusulmau  en  langue  espagnole,  en  caractères  arabes  et  latins, 
K.  V.  Zetterstétn.—  M.  Ibn  Sa*ìd's  Beschreibnng  von  Sicilien,  B.  Moritz.— 
18.  Venezia  e  Sfax  nel  secolo  xviii  secondo  il  cronista  arabo  Maqdish  , 
0.  A.  Nallino.  —  19.  Verbessernngen  zu  Broch's  Ausgabe  von  az-Zamah- 


218  CBOl?ACA  E  NOtlitB 


sari'»  Unmùdag,  A.  Fischer  — 20.  Nuovi  testi  arabo-siculi,  I.  Estratti  dal 
«Tartìb  al-Madàrik  »  del  qàdi  *Iyàd,  II.  Il  «  KitAb  al-Mu'lim  »  dell'Imam 
alMàzari  e  il  suo  rimaneggiamento  per  opera  del  <iàdì  'lyàd,  III.  I  due 
episodi  siciliani  dello  pseudo  ai-Wàqidì  in  una  redazione  anonima,  IV. 
Estratti  dalla  geografia  di  az  Zuhrì  od  anonimo  di  Alnieria ,  V.  Descri- 
zione dell'Etna  nell'anonimo  «ad-durr  al-mandùd  »,  VI.  Sicilia,  Sardegna, 
Genova  e  Roma  in  un  anonimo  compendio  geografico,  VII.  Intorno  al 
«  Kitàb  al-Af al  »  o  libro  dei  verbi  del  siciliano  abù  '1-Qàsim  'AH  b. 
Ga'far  Ibn  al  Qattà,  Vili.  La  preparazione  degli  inchiostri  hibr  e  midàd 
<li  differenti  colori  esposta  da  un  anonimo  siciliano,  E.  Qrifini. 

Contiene  inoltre  questo  Volume  le  seguenti  sei  Tavole  : 

1.  Ritratto  di  Michele  Amari.  —  2.  Facsimile  della  1.  pagina  del  ms. 
della  bibliografia  del  Corano  di  M.  Amari.  —  3.  Firma  autografa  e  sug- 
gello del  Conte  Enrico  di  Paterno.  —  4.  Denarii  parvuli  della  Zecca  di  Pa- 
lermo. —  5.  Facsimile  dell'  autografo  di  Ibn  Sa'ìd.  —  6.  Albero  dei  tra- 
smettitori delle  tradizioni  di  Muslim  ai  Musulmani  di  Cordova  e  di  Mur- 
cia.  —7.  Facsimili  del  Lessico  di  Ibn  al-Qattà',  Cod.  di  Milano. 

Il  secondo  Volume  contiene  : 

1.  Sicilien  nach  dem  tiirkischen  Geographen  Piri  Reis,  E.  Sachau  — 
2.  Un  nuovo  testo  degli  «  Annales  Pisani  antiquissirai  »  e  le  prime  lotte 
di  Pisa  contro  gli  Arabi,  F.  Novali.  ~  3.  The  naval  policy  of  the  Roman 
Empire  in  relation  to  the  Western  provinces  from  the  7th  to  the  9th 
century,  J.  B.  Burtf.—4:.  Nouveaux  textes  historiques  relatifs.  à  l'Afrique 
du  Nord  et  à  la  Sicile,  I.  Traduction  de  la  biographie  continue  dans  le 
Makaffa  de  «  Makrizì ,  II.  Additions  à  la  Biblioteca  Arabo-Sicula,  E.  Fa- 
ynan.—ó.  Mochéhid,  conquistador  de  Cerdena,  P.  Coderà. — 6.  Gli  «  Appen 
nini  Siculi  »  dell'Amari  e  l'onomastica  del  rilievo  siciliano,  P.  Eevelli.  — 
7.  Le  «Ghàschiya»  comrae  embléme  de  la  royauté,  C.  E.  Becker.— S.  Ibn 
Shaddàds  Darstellung  der  Geschichte  Baalbeks  ini  Mittel  -  alter  ,  M.  So- 
bernheim. — 9.  Ueber  Musikautomaten  bei  den  Arabern,  E.  Wiedemann.-- 
10.  Elegie  de  Moise  Rimos  martyr  juif  à  Palerme  au  XVI  siede,  I.  Quel- 
ques  mots  de  l'éditeur ,  II.  Texte  hébraique  annoté  ,  III.  Traduction  , 
Nahìim  Slousch.  — 11.  Analecta  Arabo-italica:  I.  Un  mistico  arabo- siculo 
di  Girgenti,  Abù  'Otmàn  Said  ibn  Sallàm,  II.  La  Corsica  in  Jàqùt,  III. 
Langobardia  e  Calabria  in  Jàqùt,  IV.  Malta  e  Galita  in  Jàqùt,  V.  Ràba 
di  Jàqùt  =zRàja,  VI.  Rametta.  non  Rometta  ,  arabo  Rauta  non  Rimta , 
VII.  Un  ammiraglio  Granadino,  oriundo  di  Randazzo,  all'assedio  di  Al- 
raerìa  del  707  eg.  1309-10  Cr.,  Vili.  Emendazioni  all'  «Italia  descritta 
nel  libro  del  Re  Ruggiero  compilato  da  Edrisi  ».,  F.  Seybold.  —  12.  Un 
Faqih  siciliano  contradictor  de  Al-Gazzàii,  (Abù  'Abd  Allah  de  Màzara) 
M.  A  sin  Palacios.  —  13.  The  new  poem  attributed  to  Al  Samau'al  ,  //. 
Hirschfeld  — 14.  La  tomba  di  Sibilla  regina  di  Sicilia,  G.  E.  Siraguaa.  — 
15.  *At"if-eddìn  Soléimàn  de  Tleracen  er  son  fils    l'Adolescent  Spirituel, 


O&OKACA  E  fiOtltlìi  ild 


C.  Ruart.  —  16.  Il  nome  dell'  Azione  nel  libello  procedurale  del  diritto 
Greco-romano,  B.  Brugi.  —  M.  La  Novella  Giustinianea  «De  Praetore 
Siciliae  »  —  N.  Tamassia.  — 18.  Il  trattato  Turco-veneto  del  1540,  L.  Bo- 
nelli.  —  19.  Un  manoscritto  arabo  non  identificato  della  Bodleiana  di 
Oxford  ;  Il  Ghurar  al-Siyar,  L.  Caetani  di  Teano.  —  20.  Tratado  de  paz 
ó  tregaa  entre  Fernando  I  el  bastardo  Rey  de  Nàpoles,  y  Abnamer  Ot- 
mÀn,  rey  de  Tùnez  ,  J.  Ribera.  — 21.  Sul  testo  dell'  «  Ilmàra  »  d'al-Ma- 
qrìzi,  /.  Guidi.  —  22.  Per  la  topografia  antica  di  Palermo,  G.  M.  Columba 
—  23.  Contribution  h  1'  histoire  de  l'Afrique  du  Nord  et  de  la  Sicile.  I. 
a)  Extrait  du  «  A'mal  al-a'làm  »  d'Ibn  al-Hatìb ,  6)  Nota  di  E.  Griffini 
intorno  alla  tomba  di  Sulaymàn  ibn  'Imràn.  II.  Echos  de  la  Sicile  Mu- 
sulmane en  Tunisie,  H.  H.  Abdul  Wahab.  —  24.  Trafori  e  vetrate  nelle 
finestre  delle  chiese  medioevali  in  Sicilia,  A.  Salinas. 

Vi  sono  inoltre  queste  tavole  : 

1.  Carta  turca  della  Sicilia,  dal  ms.  Dresdense  della  Bahriyyeh  di 
Pìr-i-Re'ìs.  —  2.  Monete  di  Mugàhid  ,  re  di  Denia  e  delle  Baleari  e  di 
suo  figlio  Hasan.  —  3.  Tomba  che  si  credette  della  Regina  Sibilla.  —  4.  I. 
Parte  dei  Preliminari  del  trattato  di  pace  del  1540  fra  la  Turchia  e  Ve- 
nezia. II.  Autografo  di  Hayr  ad-din  Barbarossa.  III.  Lettera  di  Sulaymàn 
I  ai  qàdt  di  Siria  perchè  i  negozianti  veneti  non  siano  più  vessati  da 
imposte  arbitrarie  ed  ingiuste.  —  5.  I.  Trattato  di  pace  tra  Ferdinando 
I  re  di  Napoli  ed  Abù  'Amr  'Utmàn  sultano  di  Tunisi.  II.  Facsimile  di 
due  note  contenute  nel  margine  destro  e  nel  verso  della  pergamena  con- 
tenente il  trattato  anzidetto.  —  6.  Piantii  di  Palermo  dall'  età  romana 
arabo-normanna.  —  7.  I.  Iscrizione  funeraria  di  Sulaymàn  ibn  'Imràn  ; 
II.  Tomba  dell'imam  al-Màzari  ad  al-Munastìr.  —  8.  I.-II.  Frammenti  di 
gesso  della  Martorana  con  iscrizioni  arabe  III -IV.  Frammenti  di  gesso 
con  vetri  a  colori,  dalla  Chiesa  di  S.  Francesco  a  Messina;  V.  Qamariy- 
yeh  del  Cairo;  VI.  Vetri  della  Chiesa  del  Palazzo  Chiaramonte, 

Non  si  poteva  in  miglior  modo  che  pubblicando  questi  pregevoli 
lavori  (dei  quali  nel  prossimo  fascicolo  farà  una  lunga  recensione  il  prof. 
V.  Epifanio)  onorare  la  memoria  da  M.  Amari  nel  centenario  della  sua  na- 
scita; e  però  gli  egregi  Professori  della  nostra  Università  che  con  tanta  solle- 
citudine hanno  collaborato  a  quest'opera,  scientifica  e  ad  un  tempo  patriot- 
tica, meritano  il  nostro  plauso  e  la  nostra  gratitudine. 

S.  R. 


La  pubblicazione  deirultimo  volume  dell'opera  dei  Bollandisti. 

L'opera  dei  Bollandisti ,  intitolata  Acta  Sanctorum,  è  stata  ora  com- 
piuta con  la  pubblicazione  dell'ultimo  volume. 

Iniziata  quest'opera  Tanno  1643  dal  Padre  Giovanni  Bolland,  e  perciò 
detta  dei  Bollandisti ,  costa  di  62  volumi  in   foglio  ,  ed  ha  lo    scopo   di 


i220  OBONAOA  E  NOTIJilBi 


narrare  la  vita  e  di  magnificare  le  opere  dei  Santi,  che  si  venerano  dai 
oattolici  in  ciascun  giorno  dell'anno. 

Alla  compilazione  di  quest'ultimo  volume  ben  sedici  anni  di  costante 
lavoro  hanno  impiegato  cinque  Padri  BoUandisti. 

I  cultori  di  storia  siciliana,  leggendo  negli  Acta  Sanctorum  la  vita  di 
(|ualche  Santo  siciliano  ,  vi  troveranno  degli  errori  storici ,  come ,  per 
addurre  un  esempio,  ve  li  lianno  trovato  nella  vita  8.  Alberti  de  Abba- 
iibuH,  ordini»  Carmelitarum.  Questo  Santo,  dicono  i  BoUandisti  essere  nato 
nel  tempo  che  regnava  in  Sicilia  Pietro  d'Aragona,  ed  essere  morto  nel 
1282  ;  mentre  da  un  atto  notarile  risulta  che  nel  1280,  quando  era  ancora 
Re  di  Sicilia  Carlo  d'Angiò,  era  già  adulto,  ed  era  frate  carmelitano.  Inol- 
tre nelle  Cronache  Siciliane  leggiamo  che  nel  1301  (nel  quale  anno  Ro- 
berto d'Angiò  assediò  Messina)  egli  che  era  in  detta  città,  diede  esempio 
e  prove  di  patriottismo  incorando  i  cittadini  alla  resistenza ,  e  dicendo 
ad  essi  di  fidare  negli  aiuti  divini.  Impertanto  allorché  Ruggiero  de  Fior, 
eludendo  la  vigilanza  dei  nemici ,  riuscì  a  far  entrare  nel  porto  dodici 
galee  cariche  di  grano,  si  attribuì  ciò  a  miracolo  operato  da  Dio  per  le 
preghiere  di  Frate  Alberto  degli  Abbati. 

Probabilmente  anche  gli  storici  di  altre  regioni  d' Italia  e  di  altri 
Paesi  troveranno  negli  Acta  Sanctorvm  errori  relativi  alla  i>ropria  sto- 
ria. Né  ciò  deve  recare  meraviglia,  considerando  che  le  notizie  sulle  vite 
dei  Santi  sono  state  spesso  dei  BoUandisti  attinte  in  cronache,  libri  ed 
opuscoli  scritti  senza  intenti  storici,  e  solo  a  fin  di  destare  o  tener  viva 
nei  fedeli  la  divozione  pel  Santo  concittadino  o  appartenente  al  proprio 
Ordine  religioso. 

Però  malgrado  gli  errori  storici  che  sono  stati  notati  negli  Ada 
Sanctorum,  non  puossi  negare  che  i  BoUandisti  con  il  loro  lungo  e  pa^ 
ziente  lavoro  abbiano  apportato  un  notevole  contributo  alla  storia  delle 
religioni,  che  è  parte  non  piccola  della  storia  universale. 


S.  R. 


Una  nuova  pubblicazione  sulla  Sicilia. 

La  rivista  francese  mensuale  Les  Arts  annunzia  la  prossima  pubbli- 
cazione di  un  libro  intitolato  La  Sicile,  del  quale  è  autore  André  Maurel. 
Aggiunge  che  formerà  un  volume  di  formato  30X^2,  di  280  pagine,  e  sarà 
diviso  in  undici  capitoli  :  Messina,  Taormina,  Catania  e  VElna,  Siracusa, 
Girgenti,  Palermo,  Monreale,  Solunto-Cefalù,  Segesta,  Selinunte,  Trapani 
e  Marnala.  Sarà  il  volume  ornato  di  circa  250  incisioni  :  paesaggi  ,  pa- 
norami di  città,  monumenti  antichi  ed  edifizi  moderni ,  quadri  ,  statue  , 


CRONACA   E   NOTIZIE  221 


oggetti  d'arte,  in  breve  tutto  ciò  che  la  Sicilia  contiene  (e  che  conteneva 
pria  del  terremoto  calabro-siculo  del  1908)  di  pregevole,  e  che  passando 
sotto  gli  occhi  del  lettore,  può  dargli  l'im])res8Ìone  più  caratteristica  del 
paese  e  degli  uomini. 

Riportando  dalla  detta  pregevole  rivista  francese  quest'annunzio,  pro- 
mettiamo di  fare  del  detto  libro,  tosto  che  verrà  in  luce,  una  lunga 
recensione. 


S.  R. 


SOMMARIO  DELLE  PUBBLICAZIONI  PERIODICHE 

(Atti  di  Aceadeniie,  Società  Scientificiie,  di  Storia  Patria  etc.  etc. 
inviate  alla  Società  Siciliaoa  per  la  Storia  Patria 


A)  Italiane. 

Archivio  Storico  Lombardo.  —  Giornah  della  Società  storica  lom- 
barda. Serie  quarta,  Volume  IX,  anuo  XXXV,  1908. 

iìfemorie  :  Un  minatore  senese  alla  corte  dei  Visconti^  Messer  Dome- 
nico di  Monticchiello  —  Isabella  d'Este  e  Francesco  Gonzaga,  Promessi 
Sposi,  Alessandro  Luzio  —  Lettere  di  Carlo  Porta  a  Tommaso  Grossi  ,  a 
Luigi  Rossari,  a  Gaetano  Cattaneo  e  ad  altri,  e  di  vari  amici  al  Porta  , 
Carlo  Salvioni  —  Gli  appelli  ai  giudici  imperiali  dalle  sentenze  dei  con- 
soli di  giustizia  di  Milano  sotto  Federico  I  ed  Enrico  VI,  Girolamo  Bi- 
scaro  —  La  Cavalleria  nei  Promessi  Sposi  e  il  duello  di  Lodovico,  Enrico 
Proto  —  Giuseppe  Piermarini  a  Mantova  ,  Enrico  Filippini  —  Fonti  sco- 
nosciute o  poco  note  per  la  biografia  di  Alessandro  Maazoni  ,  Giuseppe 
Callavresi. 

Varietà  :  Un  matrimonio  nel  castello  dei  Lascaris,  Beatrice  di  Tenda, 
Girolamo  Bossi  —  Uno  strano  abbaglio  intorno  alle  relazioni  tra  Ghe- 
rardo Sandriani  e  P.  C.  Decembrio,  Attilio  Butti  —  Chi  furono  gli  scul- 
tori del  monumenti^  Torelli  in  S.  Eustogio  a  Milano  ?  ,  Emilio  Motta  — 
Contributo  alla  storia  artistica  della  chiesa  di  S.  Maurizio  in  Milano  , 
Francesco  Malaguzzi  Valeri  —  Lettere  di  Carlo  Porta  a  Vincenzo  Lan- 
cetti  ;  con  appendice  di  una  lettera  a  Tommaso  Grossi ,  Carlo  Salvioni. 

Bibliografie  —  Appunti  e  Notizie. 

Archivio  Storico  Lombardo.  —  Giornale  della  Società  storica  lom- 
barda. Serie  quarta,  Volume  X,  anno  XXXV,  19()8. 

Memorie  :  Isabella  d'Este  ed  il  sacco  di  Poma ,  Alessandro  Luzio  —  I 
Milites  Justitie  del  Comune  di  Bergamo,  Angelo  Mazzi  —  Giuseppe  Pier- 
marini  a  Pavia,  Enrico  Filippini  —  Gli  antichi  Navigli  milanesi,  Gerolamo 
Biscaro  —  Leonardo  da  Vinci  e  la  Repubblica  di  Venezia,  novembre  1499- 
aprile  1500,  Edmondo  8olmi. 


SOMMARIO   DELLE   PUBBLICAZIONI   PEEIODIOHB  223 

Varietà  :  Aneddoti  Viscontei,  Francesco  Novali  —  L'episodio  della  Pri- 
neide  e  il  poeta  milanese  Carlo  Alfonso  Pellizzoui,  Carlo  Salvioni  —  In- 
terno ad  una  donazione  di  Berengario,  Giuseppe  Gerola  —  Un  viaggio  di 
Bernabò  Visconti  nella  Savoia  e  nella  Svizzera,  Dino  Muratore  —  Il  Pal- 
Isnzotto  ?,  Carlo  Muller. 

Bibliografia  —  Appunti  e  Notizie — Atti  della  Società  Storica  Lombarda. 

Archivio  Storico  Ivombardo.  —  GiornaU  della  Società  Storica  Lom- 
barda. Serie  quarta,  Volume  XI ,  anno  XXXVI ,   1909. 

Memorie  :  La  guerra  veneto- vi  scontea  contro  i  Carraresi  nelle  relazioni 
di  Firenze  e  di  Bologna  e  col  conte  di  Virtù  (1388),  Giovanni  Collino  — 
Note  sul  dir'tto  di  interinazione  nel  Senato  Milanese  (con  documenti  ine- 
diti), Alessandro  Visconti — La  rivoluzione  lombarda  del  1814  e  la  poli- 
tica inglese  secondo  nuovi  documenti,  Giuseppe  Callaoresi — La  battaglia 
di  Carcano  e  i  privilegi  concessi  dal  Comune  di  Milano  agli  abitanti  di 
Erba  e  di  Orsenigo  nell'agosto  del  1 160,  Girolamo  Biscaro  —  Fra  Giulio 
da  Milano,  Gaetano  Capasso. 

Varietà  :  Un  vescovo  cremonese  semisconosciuto  (Sant'  Emanuele) , 
Francesco  Novali  —  Un  codice  piemontese  d' interesse  lombardo ,  Giu- 
seppe Bonelli  —  A  proposito  dell'  arca  dei  Martiri  Persiani  a  Cremona , 
Angelo  Monteverdi  —  L'Archivio  di  Stato  in  Milano  nel  1908,  Luigi  Fin- 
ni  —  Ancora  dell'uccisione  di  Galeazzo  Maria  Sforza,  Emilio  Motta  —  Dal 
taccuino  di  Filippo  Ugoni,  Giuseppe  Callavresi. 

Bibliografici  —  Appunti  e  Notizie  —  Elenco  dei  Soci  della  Società  Sto- 
rica Lombarda  —  Opere  pervenute  alla  Biblioteca  Sociale  dal  I  e  II  se- 
mestre 1909. 

Archivio  Storìco  Lombardo  —  Giornale  della  Società  Storica  Lom- 
barda. Serie  (juarta,  Volume  XXII,  Anno  XXXVI,  1909. 

Memorie:  Nuovi  documenti  viscontei  tratti  dall'Archivio  di  Stato  di 
Venezia.  Figli  e  nipoti  di  Bernabò  Visconti ,  Mario  Brunetti  —  Nuove 
ricerche  su  Ognibene  Scola,  Roberto  Cessi—  Dal  25  luglio  1480  al  16  a- 
prile  148L  L'opera  di  Milano,  Felice  Fossati  —  Due  inventari  del  Duomo 
di  Milane»  del  secolo  XV,  Marco  Magistretti  —  La  vigna  di  Leonardo  da 
Vinci  fuori  di  porta  Vercellina,  Girolamo  Biscaro  —  Della  competenza  in 
materia  civile  delegata  al  capitano  di  giustizia.  Nota  di  storia  del  diritto 
giudiziario,  Alessandro  Visconti  —  L'anglofobia  nella  letteratura  della  Ci- 
salpina e  del  Regno  Italico,  Attilio  Butti. 

Varietà  :  Nuovo  contributo  alla  storia  del  contratto  di  Matrimonio  fra 


224  SOMMARIO   DELLE   PUBBLICAZIONI   PERIODICHE 

Galeazzo  Maria  Sforza  e  Susanua  Gonzaga,  Alessandro  Colombo  —  Schema 
di  un  tentato  accordo  tra  Alfonso  d'Aragona  e  Francesco  Sforza  nel  1442, 
Nicola  FeroreMi— Tre  frottole  di  maestro  Antonio  da  Ferrara,  Ezio  Levi- 
li Bettinelli  e  l'assedio  di  Mantova  del  1796,  Giovanni  Ferretti. 

Biblioif rafia  (I).  —  Appunti  e  Notizie  —  Atti  della  Società  Storica  I^oin- 
barda  —  Opere  pervenute  alla  Biblioteca  Sociale  nel  111  e  IV  trimestre 
del  1909. 

Archivio  della  R.  Società  Romana  di  Storia  Patria.  Roma,  voi.  XXXI, 
aiiuo  1908. 

Materie  contenute  in  questo  volume  :  L'arte  alla  corte  di  Aleswandro  VII, 
L.  Ozzola  —  Una  lettera  inedita  di  Cola  di  Rienzo  ,  G.  Tomassetti  —  Be- 
nedettino. Documenti  Sublacensi ,  B.  Trifone  —  La  dominazione  ponti- 
ficia nel  Patrimonio  negli  ultimi  venti  anni  del  periodo  avignonese,  M. 
A  utonelli  —  Lettere  del  legato  Vitelleschi  ai  priori  di  Viterbo  dal  1435 
:il  1440,  C.  Pinzi  — l  manoscritti  di  Costantino  Corviseri  nella  biblioteca 
della  R.  Società  Romana  di  Storia  Patria,  A.  Magnanelli  —  A  proposito 
della  raccolta  di  epigratì  medievali  di  Roma,  G.  Gatti  —  Per  la  datazione 
di  una  iscrizione  romana  medievale  di  S.  Sorba,  A.  Silvaqni — Orcbia 
nel  Patrimonio.  Appunti  di  topografia  e  di  storia,  L.  Rossi  e  P.  Egidi. 

Varietà  :  La  tomba  di  Prospero  Colonna  in  Civita  Lavinia,  A.  Galietì— 
Iscrizioni  romane  relative  ad  artisti  o  ad  opere  d'arte,  G.  De  Nieola  — 
Statuti  di  Guadagnolo  dati  da  Torquato  Conti  il  1  settembre  1547  ,  6r. 
Calcioli. 

Bibliografia  (2)  —  Notizie. 


(1)  Ricordato  il  libro:  La  Mantia  G.,  Il  primo  documento  in  carta 
(contessa  Adelaide  1109)  esistente  in  Sicilia  e  rimasto  finora  sconosciuto. 

(2)  Vi  è  una  lunga  recensione  della  Bistory  of  the  Inquisifion  ofSpain 
di  Henry  Charles  Lea,  Alcuni  capitoli  di  quest'opera  sono  dedicati  alla 
Sicilia  ;  nella  quale  (dice  l'autore)  all'antica  Inquisizione  papale  ,  che  a- 
veva  finito  per  essere  quasi  inoperosa,  fu  sostituita  circa  il  1487,  per  o- 
pera  del  Torquemada  ,  l' Inquisizione  spaguuola.  Interessanti  sono  le  no- 
tizie che  l'Autore  dà  di  questa  Inquisizione  Spagnuola  in  Sicilia  ,  rima- 
sta in  vigore  sino  al  1718  ;  quando  Carlo  VI  sottomise  l'Inquisizione  della 
Sicilia  a  qnella  di  Vienna. 


SOMMARIO   DBLLK   PUBBLICAZIONI   PERIODICHE  225 


Archivio  della  Regìa  SocietÀ  Romana  di  Storia  Patria.   Rouia,  volume 
XXXII,  anno  1909. 

Materie  contenute  in  questo  volume  :  Diario  romano  di  Niccolò  Tnri- 
iiozzi  (anni  1558-1560) ,  P.  Piccolomini  —  Le  carte  del  monastero  di  San 
Paolo  di  Roma  del  secolo  XI  al  XV  ,  B.  Trifone  —  Disegni  di  Cristina 
Alessandra  di  Svezia  per  un'impresa  contro  il  regno  di  Napoli,  P.  Negri — 
Il  castello  di  Civita  Lavinia,  appunti  di  storia  e  documenti,  A.  Galieti  — 
I  vescovi  di  Sora  nel  secolo  undecimo,  P.  Fedele  —  Una  novella  umani- 
stica, l'Amorosa,  di  Marcanionìv  Altieri  —  Le  origini  del  castello  di  Rio- 
freddo  ed  i  Colonna  sino  a  Landolfo  I,  G.  Presutti  —  Il  catalogo  di  To- 
rino delle  chiese,  degli  ospedali,  dei  monasteri  di  Roma  nel  secolo  XIV, 
Q.   Falco  —  Note  di  epigrafia  medioevale,  A.  Silvagni. 

Varietà:  Sul  commercio  dell'antichità  in  Romanci  XII  secolo,  P.  Fe- 
dele —  Osservazicmi  sulla  guerra  per  il  ricupero  d'  Oti-anto  e  tre  lettere 
inedite  di  re  Ferrante  a  Sisto  IV,   E.  Carusi. 

Aiti  della  Società   -  Bibliografia  —  Notizie. 

Bollettino  Storico  Bibliografico  Subalpino.  —  Anno  XIII.  Torino  1908. 

Materie  contenute  in  questo  volume  :  Un  patriota  dimenticato  (vita  di  A. 
Rosmini  Serbati) ,  Felice  Alessio  —  L'Enfer  du  Dante  et  celui  d'un  poète 
vaudois,  Gr.  Balma  —  Di  un  tentativo  di  rivolta  del  Comune  di  Giaveno 
contro  l'abazia  di  San  Michele  della  Chiusa  nel  1279,  G.  B.  Borsarelli— 
Una  sentenza  per  eresia,  apostasia  e  magia  (17  dicembre  1567),  G.  Chial- 
vo  —  L'  Archivio  di  San  Gaudenzio  di  Novara  ,  F.  Curio  —  La  Giurisdi- 
zione episcopale  sulle  opere  pie  ospitaliere  nel  secolo  XIII  in  Piemonte, 
G.  Della  Porta  —  Lettere  inedite  di  Cesare  Lucchesini  a  Cesare  Tapa- 
relli  d'  Azeglio  ,  E.  Gahotto  —  Per  la  storia  del  costume  nel  Medio  Evo 
subalpino,  F.  Gahotto  —  Corrispondenza  di  F.  G.  Megranesio  con  C.  V. 
Doglio  ,  E.  Morozso  della  Bocca  —  Delle  relazioni  fra  le  antiche  zecche 
del  Piemonte,  in  rapporto  specialmente  alle  falsificazioni  numismatiche, 
O.  Roygiero. 

Atti  del  X  Congresso  Storico  Subalpino  tenuto  a  Casale  Monferrato 
nei  giorni   12,  13,  14  e  15  settembre  1907. 

Bibliografia  sistematica. 

Bollettino  Storico  Bibliografico  Subalpino.  —  Anno  XIV.  Torino,  1909. 

Materie  contenute  in  questo  volume  :  Cavour  e  la  sua  abazia,  F.  Aleggio — 
I  conti  d'  Giacomo  Carlo  speziale  di  Biella  (1494-1523),   G.    Carbonelli  — 
Areh.  Stor.  Sic.,  N.  S.,  Anno  XXXV.  X5 


226  SOMMARIO   DELLE   PUBBLICAZIONI   PERIODICHE 

Cronistoria  di  Vigevano  città  (15301531),  A.  Colombo  —  Una  scuola  pri- 
vata di  grammatica  in  Portovenere  verso  la  metà  del  Duecenti),  0.  Falco— 
Ancora  sui  conti  di  Lomello  ;  La  battaglia  di  Gamenario  narrata  dal  Mar- 
chese di  Monferrato  (1343)  ;  Un  diploma  di  Enrico  VII  per  Voghera  (1311); 
I  ducati  dell'Italia  carolingica,  F.  Oabotto  —  Federico  Barbarossa  all'as- 
sedio di  Tortona  ,  F.  Legò  —  Corrispondenza  di  F.  G.  Meyranesio  con 
C.  V.  Doglio ,  E.  Morozzo  della  Rocca  —  La  Casa  di  Savoia  alla  vigilia 
del  quarto  periodo  della  guerra  di  trent'  anni ,  P.  Negri  —  Saggio  lessi- 
cale di  basso  latino  curiale  compilato  su  estratti  di  Statuti  medievali  pie- 
montesi,  C.  Nigra — Una  necropoli  romana  nel  territorio  ovadese  ,  A. 
Pesce. 

Atti  del  XI  Congresso  storico  subalpino,  tenuto  a  Voghera  nei  giorni 
10,  li,  12,  13  settembre  1908. 

Bibliografia  sistematica. 


Bollettino  della  Regia  Deputazione  di  Storia  Patria  per  l'Umbria.  —  Vo- 
lume XIII.  Perugia,  1907. 


Memorie  :  Appunti  storici  intorno  ai  monaci  benedettini  di  S.  Pietro 
in  Perugia  fino  ai  primi  del  sec.  XV  ,  Luigi  Brunamonti  tamburelli  — 
L'epistolario  dell'arcivescovo  di  Rossano  nel  suo  primo  anno  di  governo 
nell'Umbria,  L.  Fumi  —  L'Archivio,  la  Biblioteca  e  i  sacri  del  Monastero 
di  Sassovino  ,  M.  Follici  Pnlignr.ni  —  Relazione  fatta  nell'anno  1595  dal 
vescovo  di  Amelia  Anton  Maria  Graziani  dal  borgo  S.  Sepolcro  sullo 
stato  della  Diocesi  in  occasione  della  «  Visitatio  liminura  apostolorum  », 
G.  Margherini  Graziani  —  Vita  di  Sigismondo  de  Comitibus  scritta  dal- 
l'abate Mengozzi ,  M.  Faloci  Pulignani  —  Di  alcuni  statuti  delle  Corpo- 
razioni delle  arti  nel  Comune  di  Gubbio  ,  T.  Ciliari  —  Dal  Comune  alla 
Signoria  in  Orvieto,  G.  Pardi  —  La  pretesa  descrizione  del  Palazzo  Du- 
cale di  Spoleto  scoperta  e  pubblicata  dal  Mabillon,  G.  Sordini  —  La  rocca 
di  Montefalco  e  i  pareri  tecnici  per  la  sua  costruzione  (1324),  L.  Fumi — 
L'Accademia  dei  Rinvigoriti  di  Foligno  e  l'Ottava  Edizione  del  Quadri- 
regio  ,  E.  Filippini  —  Di  un  grossolano  errore  topografico  nella  Storia 
Umbra  dell'Alto  Medio  Evo,  G.  Sordini  —  Le  Relazioni  fra  Gubbio  e  Pe- 
rugia nel  Periodo  Comunale,  P.  Cenci. 

Documenti  :  Estratto  della  Cronaca  di  fr.  Giovanni  di  Matteo  del  Caccia 
domenicano  di  Orvieto,  L.  Fumi  —  Spigolature  dell'Archivio  della  Basi- 
lica di  S.  Francesco  di  Assisi,  L.  Fumi. 

Varietà  :  Di  alcune  ìnfeudazioni  nell'  Umbria  nella  seconda  metà  del 
secolo  XIV,  M.  Antonelli — Lucca  e  S.  Francesco,  lettera  del  prof.  Ro- 
derigo  Biagini  al  prof.  Regolo  Casali. 


SOMMARIO   DELLE   PUBBLICAZIONI   PEBIODIOHE  227 

Notizie  dei  monumenti  nell'  Umbria  —  Recensione  bibliografica  (1)  — 
Notizie  Umbre  tratte  dai  Registri  del  Patrimonio  di  S.  Pietro  in  Tuscia, 
M.  Antonelli  —  Analecta  Umbra,  P.  Tommcisini  Af attivaci. 

Bollettino  della  Res:ia  Deputazione  di  Storia  Patria  per  l'Umbria.  —  Vo- 
Inrae  XIV.  Perugia,  1908. 

Memorie  e  Documenti  :  L'Accademia  dei  Rinvigoriti  di  Foligno  e  l'ot- 
tava edizione  del  Quadriregio,  ?J.  Filippini  —  Ragguaglio  della  Ribellione 
di  Perugia,  L.  Fumi  —  Documenti  inediti  relativi  al  S.  Nicola  da  Tolen- 
tino e  allo  Sponsalizio  di  Raffaello,  G.  Margherini  Oraziani  —  Pietro  Pe- 
rugino e  il  quadro  della  Cappella  di  S.  Michele  della  Certosa  di  Paria  , 
L.  Fumi  —  Ricordi  Nuziali  di  Casa  Baglioni,  V.  Ans^dei  —Girolamo  Ria- 
rio  Visconti  in  Perugia,  L.  Fumi  —  Dell'  architetto  che  portò  a  termine 
la  basilica  francescana  di  Assisi,  P.  Campello  delta  Spina  —  Il  Monte  della 
Pietà  a  Spello,  P.  Fahri  —  Gentilis,  Fulginas,  Speculator,  e  le  sue  ulti- 
me volontà  secondo  un  documento  inedito  del  2  agosto  1348,  P.  Lugano — 
La  Cappella  Paradisi  nella  Chiesa  di  S.  Francesco  in  Terni,  L.  Lanzi — 
I  primi  biografi  del  Piermarini ,  E.  Filippini  —  I  Gabrielli  da  Gubbio  e 
i  Trinci  da  Foligno  nella  storia  della  Repubblica  Fiorentina ,  6.  Degli 
Assi  —  Frammenti  storici ,  A.  Alfieri  —  Un  nuovo  contributo  allo  studio 
della  iconografia  francescana  (a  proposito  dell'affresco  scoperto  nel  chio- 
stro di  S.  Francesco  a  Lucca),  F.  Laszareschi — Episodi  della  Rivoluzione 
francese  nell'Umbria,  G.  Sanna  —  Lo  Statuto  di  Gaiche  del  1318,  F. 
Briganti. 

Comunicati  :  La  Chiesa  della  Madonna  della  Stella  presso  Cascia  già 
eremo  di  Santa  Croce,  A.  Morini  —  Della  dominazione  di  Francesco  Sforza 
in  Amelia ,  B.  Geraldini  —  Di  due  pergamene  del  secolo  X  sino  ad  ora 
sconosciute,  P.  Cenci. 

Varietà  :  Notizie  tratte  dalle  più  antiche  sentenze  criminali  del  Po- 
destà di  Orvieto  ,  L.  Fumi  —  Di  alcune  infeudazioni  nell'  Umbria  nella 
seconda  metà  del  secolo  XIV,  Jf.  Antonelli  —  L'Iter  Urbevetanum  et  Pe- 
rusium  del  Garumpi,  L.  F,um.i. 

Recensioni  bibliografiche  —  Analecta  Umbra. 


(1)  Sono  recensiti  i  seguenti  lavori  storici  del  prof.  Vincenzo  Casa- 
grandi,  relativi  alla  Sicilia  :  «  I  codici  cartacei  messinesi  sulla  leggenda 
della  francescana  suor  Eustochia  da  Messina.  —  La  strage  dei  Calafato 
catauesi  sotto  Martino  1  secondo  lu  leggenda  eustochiaua.  —  La  genea- 
logia dei  Calafato  di  Sicilia  spiegata  in  un  documento  svevo». 


238  SOMMARIO  DELLE  PUBBLIOAZIOMÌ   TEBIODIOHE 

B)  Estere. 

The  English  Historical  Review  —  Londou.  Volume  XXIII,  1908. 

Articles,  Notes,  and  Documenta  :  The  New  Greek  Historical  Praginent 
attributed  to  Theopompus  or  Gratippus,  jìrof.  Goligher  —  The  Germans 
of  Caesar ,  Henry  B.  Howorth  -  The  Norman  Consuetndines  et  lustice 
of  William  the  Conqueron,  prof.  Hnskins  —  The  Doraesday  Ora,  T.  H. 
Round  —  The  Charters  of  Henry  I  and  Stephen  at  Lincoln  Cathedral  , 
H.  E.  Salter —  The  English  and  Ostmen  in  Ireland  ,  Edmund  Curtis - 
The  taxation  of  Pope  Nicholas  IV,  Rose  Graham— The  homage  fot  Guienne 
in  1304,  C.  lohnson  -The  Baga  de  Secretis,  L.  Vernou  Harcourt  —  Ci- 
Stercian  Scholars  at  Hxford,  R.  C.  Fowler  —  The  Tiirkish  Captare  of  A- 
thens,  William  Miller  —  Two  Bulls  of  Alexander  VI,  19  september  1493, 
W.  H.  Woodward  —  A  Legend  conceruing  Edward  VI .  Miss.  Margaret 
Oornford  — The  Coronation  of  Queen  Elizabeth,  H.  A.  Wilson—  Docu- 
menta illustrating  the  History  of  the  Wars  of  Religion  in  the  Périgord, 
1588-1592,  Maurice  W ilkinson  —  The  Northern  Paciflcation  of  1719-1720, 
T.  F.  Chance  —  Quenne  Victoria's  Lettera,  1837-1861,  by  the  Mester  of 
Feterhous  Cambridg. 

Reviews  of  books  —  Short  Notices. 

The  English  Historical  Review  —  London.  Voi.  XXIV,  1909. 

Articles  ,  Notes  and  Documents  :  The  Compaign  Against  Paganism  , 
Edrvin  Pears  —  The  Embassy  of  John  the  Granjraarian,  Professor  Bury  — 
The  Liberties  of  Bury  St.  Edmunds,  C.  /)aui8— Crundels,  F.  H.  Baring — 
The  Cinque  Porte  under  Henry  II,  A.  B aliar d  —  King  lohn  and  Arthur 
of  Brittany  ,  Professor  'Powicke  —  London  and  the  Commune  ,  George 
Burton  Adams  —  The  Commune  of  Bury  St.  Edmunds,  1264,  C.  Davis— 
Suete  de  Prisone,  Stewart- Brorvn  —  The  Oldest  Account  Book  of  the  U 
niversity  of  Oxford,  Strickland  Gibson  —  Decembri's  version  of  the  vita 
Henrici  Quinti  by  Tito  Livio,  I.  Hamilton  Wylie  —  Elizabeth  Wydevile 
in  the  Sanctuary  at  Wetminster,  1470,  Miss.  Cora  L.  Scofield  —  The  Li- 
tany  under  Henry  Vili,  F.  ^.  ^nyfefma»— The  Coronation  of  the  Queen 
Elizabeth,  C.  G.  Bayne — Women  Petitioners  and  the  Long  Parliament, 
Miss.  E.  A.  Artur. 

Revietos  of  Books  (1)  — Short  Notices. 


(1)  È  preso  in  esame  e  lodato  il  libro  che  il  nostro  consocio  D.r  G. 
La  Mantia  ha  dato  in  luce  col  titolo  :  Le  Pandette  delle  Gabelle  Regie 
Antiche  e  Nuove  di  Sicilia  nel  Secolo  XIV. 


SOMMA  RIO   DELLE  BUBBLIGAZIONt   fEBIODICHE  229 

Revue  Historique  —  Tome  97.  lanvier  -  Avril  1908. 

Articlen  de  fond:  Le  coup  d'  État  du  24  avril  1617,  Louis  Batiffol  — 
La  legende  de  Raoul  de  Cambrai,  Joseph  Bédier — Innocent  III  et  le  4« 
concile  de  Latran,  A.  Luchaire. 

Mélange»  et  Doatments  :  Lettres  inèdite»  de  Mallet  da  Pan  à  Etienne 
Dumont  {1787-1789),  Aug.  Blondel  —  Hotm&n  ,  d'après  de  nouvelles  let- 
tres des  année  1561-1563,  B.  Dareste  —  Les  origines  répnblicaines  de  Bo- 
naparte,  Evgène  Deprez  —  La  lettre  d'  Eude  II  de  Blois  au  Roi  Robet , 
Louis  Alphen  —  La  crise  industrielle  de  1788  en  France,  Charles  Schmid. 

Bulletin  Historique  (1)  —  Contea  -  Rendus  critiques  (2)  —  Croniqae  et 
Bibliographie. 

Revue  Historique  —  Tome  98,  Mai-Aoùt  1908. 

Articles  de  fond:  Louis  XIV  et  la  guerre  anglo-hollandaise  de  1665- 
1667,  N.  lapikse  —  Innocent  III  et  le  4*  Concile  de  Latran,  Achille  Lu- 
chaire—A  propos  de  la  guerre  anglo-hollandaise  de  1665-1667,  O.  Pagès — 
Le  role  du  chàteau  Saint-Ange  daus  l'histoire  de  la  papauté  du  XIII®  au 
XV*  siede,  E.   Rodocanachi—hes  idées  politiques  de  Voltaire,  Henri  Sée. 

Mélanges  et  Documents  :  Lettres  inédites  de  Baluze  à  Fènelon  ,  René 


(1)  Nel  resoconto  del  Congresso  Storico  del  Bisorgimento  Italiano  sono 
ricordati  molti  lavori ,  die  trattano  di  questo  importantissimo  periodo 
storico.  Riguardano  la  Sicilia  i  seguenti  :  Una  Memoria  scrìtta  dalla 
Regina  Maria  Carolina  d'  Austria  a  Vienna  poco  prima  che  morisse 
nel  1814.  Questa  Memoria  é  stata  di  re--enw  pubblicata  nella  English  Hi- 
storical  Bevietv  da  M.r  lohustou,  aatore  di  un  libro  sul  Regno  delle  Due 
Sicilie  dal  1808  al  1821.  In  questa  Memoria  Maria  Carolina  tratta  a  modo 
suo  dello  stato  della  Sicilia  in  quei  giorni,  ed  attacca  violentemente  il  Ben- 
tinck  (che  chiama  Dittatore  inglese  della  Sicilia)  ed  anche  il  futuro  Re  dei 
Francesi  Luigi  Filippo  -  Bront«  nel  1820  per  B.  Radice.  (Questo  lavoro 
storico  fu  pubblicato  in  questo  Periodico  nel  Volume  XXX)— Sulla  rivolta 
di  Catania  nel  1837  per  Jlt.  V.  Finocchiaro  —  La  Rivoluzione  siciliana 
del  1848-49  e  la  spedizione  del  Generale  C.  Filangeri,  per  M.  V.  Finpc- 
chiaru  —  La  spedizione  garibaldina  di  Sicilia  e  di  Napoli  nei  proclami , 
nelle  corrispondenze,  nei  diarii  e  nelle  illustrazioni  del  tempo,  di  M.  Men- 
ghini  —  La  ferita  di  Garibaldi  ad  Aspromonte  :  diario  inedito  della  cura, 
lettere,  relazioni  militari  e  mediche  :  documenti  preceduti  da  notizie  bio- 
grafiche storiche  di  G.  Pipitone  Federico— Sul  Diario  di  F.  Crispi. 

(2)  Vi  è  una  lunga  recensione  dell'opera  di  Ferdinando  Chalandon  in- 
titolata ;  Histoire  de  la  domination  normande  en  Italie  et  en  Sicile. 


iì30  SOMMARIO   DELLE   PUBBLICAZIONI   PERIORIOHE 

Fage  —  Remarques  sur  la  Clìronique  d'Adornar  de  Chabannes,  Louin  Al- 
phen  —  L'évation  «it  la  niort  de  Tacque»  Cuer,  Antoine  Thomas. 

BuUetin  Historique  (1)  —  Comptes-rendvs  critiqnes  —  Chronique  et  Bi- 
bliographie. 

Revue  Historique  —  Tome  99.  Septembre-Décembre  1908. 

Articles  de  fond  :  La  candidature  de  Christine  de  Suède  au  trone  de 
Pologne  (1668),  Louis  André  — ha.  vente  des  bieus  iiationaux.  La  légi- 
slation,  Ch.  Bournisien  —  Le  general  Dagoberto  avant  la  Revolution,  A. 
Chuquet  —  Le  general  Reynier  à  Naples,  lacques  Kambraud  —  Souvenirs 
autobiographiques  d'un  emigrò  —  La  duchesse  de  Courlande  ,  Baron  de 
Vitrolles. 

Mélanges  et  Documenta:  La  doublé  traili son  de  Godefroi  de  Harcourt 
(1346-1347),  E.  Déprez  —  Une  couférence  anglo  -  navarraise  en  1358,  E. 
Déprez  —  UHistoÌTe  de  MaiUezais  du  raoine  Pierre,  Lois  Alphen  —  Les 
débuts  d'un  gran  diplomate.  lèròtne  Lucchesiai  à  Rome,  en  Pologne  et 
j\  Sistow  (1786-17912),  Paul  Marmottan. 

BuUetin  Historiques  —  Comptes-rendus  critiques  —  Chronique»  et  hihlio- 
graphie. 

Revue  Historique  —  Tome  100.  lanvier-Avril  1909. 

Articles  de  fond  :  La  vente  des  biens  nationaux.  L'application  des  lois, 
Ch.  Bournisien  —  Bonaparte  et  les  Recis  gerraaniques  de  1803,  Edouard 
Driault  —  Les  offeciers  de  1' armée  royale  à  la  velile  de  la  Rivolution  , 
Louis  Hartmann. 

Mélanges  et  Documents  :  Deux  brefs  inédites  de  Leon  X  à  Ferdinand 
au  lendemain  de  Merignan ,  Henri  Hauser  —  Doléances  recuilles  par  les 
enquéteurs  de  Saint  Louis  et  des  Capétiens  directs,  V.  Langlois  —  Note 
sur  les  tarifs  de  la  Loi  salique,  Francois  Ricci. 

BuUetin  Historique  —  Comptes  -  Rendus  critiques  —  Cronique  et  Biblio- 
graphie. 


(1)  Menzi<  nando  i  libri  pubblicati  recentemente  che  trattano  della 
storia  moderna  d'Italia  (dal  XV  al  XVIII  secolo)  il  sig.  L.  G.  Pélissier 
ricorda  i  seguenti  che  riguardano  la  Sicilia  :  Cause  economiche  e  sociali 
dell'insurrezione  messinese  del  1674  per  Umberto  della  Vecchia  —  Storia 
della  rivoluzione  di  Messina  contro  la  Spagna  (1671-1680)  per  Francesco 
Guardiane  —  L'espulsione  della  Compagnia  di  Gesù  dalla  Sicilia  ;  appunti 
e  documenti ,  per  Felicia  Tripodo  —  L'  espulsione  dei  Gesuiti  dal  regno 
delle  Due  Sicilie  nel  1767  con  appendici  di  scritti  su  P.  Giannone  per 
F.  Guardione. 


SOMMARIO    DELLE   PUBBLICAZIONI  PBEIODIOHE  23Ì 


Revue  Historique  —  Tome  101,  Mai-Aoiit  1909. 

A  rticles  de  fornì  :  La  crise  arienne  ,  V.  Ermoni  —  Une  cite  du  Bas- 
Euphrate  au  quatriènie  millénaire  ,  E.  de  Genouillac  —  Les  officiers  de 
l'ariuée  royale  à  la  velile  de  la  Revolution,  Louis  Hartmann  —  La  Russie 
et  l'alliance  anglo-fran^aise  aprés  la  guerre  de   Crimée  ,   Francois  Boux. 

Mélanges  et  Docnments  :  Les  Mémoires  de  Fauche-Borel,  Frédérie  Bar- 
bey —  La  question  des  investitures  à  l'entrevue  de  Chàlon  (1107),  Ber- 
nard Modon  —  La  version  da  Dac  d'Anjou  sur  la  Saint-Barthélemy,  Henri 
Monod. 

Bulletin  Historique  —  Comptes-Bendus  critiquep  —  Chranique  et  biblio- 
graphie. 

Revue  Historique  —  Tome  102,  Septembre-Décembre  1909. 

J  rticles  de  fond  :  Louis  XIII  et  le  due  de  Luynes  ,  Louis  Batiffol  — 
Sébastieu  Cabot,  pilote-niajor  de  Charles-Quint  (1512-1547),  Henry  Har- 
risse  —  La  capitulation  de  Laon  (9  sept.  1870),  Pierre  Lehautcourt. 

Mélanges  et  Documents  :  Napoléou  et  l'abbé  Hanon,  supérieur  des  Mis- 
sions  étrangères  et  des  soeurs  de  Saint-Vincent-de-Paul,  G.  Canton— an- 
core un  historien  de  leaune  d'Are,  A.  Esmein  —  Les  biographes  de  Tho- 
mas Becket,  IjOuìs  Alphen  —  Les  chevaliérs  du  chàteau  des  Arènes  de 
Nimes  aux  XII«  et  XIII*  siècles  ,  Bobert  Michel  —  L'  Orpbeus  de  M.  S. 
Reinacb,  G.  Monod  e  A.  Loisy. 

Bulletin  historiques  (1)  —  Comptes-rendus  crìtiques — Becuéils  périodiqu^s 
et  sociétés  savants  —  Chronique  et  bibliographie. 

Salvatore  Romano 


(1)  Sono  menzionate  parecchie  pubblicazioni  sulla  storia  del  Risorgi- 
mento in  Italia,  e  tra  queste  alcune  dell'On.  Palamenghi-Crispi,  il  quale 
vivamente  combatte  la  tesi  sostenuta  dal  Conte  Carlo  di  Rudio ,  che 
Francesco  Crispi  abbia  preso  parte  all'attentato  di  Felice  Orsini  contro 
Napoleone  III. 


ATTI  DELLA  SOCIETÀ 


SEDUTA  SOCIALE  DEL  16  (GENNAIO  1910. 

Presidenza  del  Prof.  Comm.  Dr.  Giuneppe  Pitrè, 
Vice  Presidente. 

Sono  presenti  N.  54  socii. 

Alle  ore  14  il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta.  Si  legge 
e  si  approva  il  verbale  della  seduta  precedente.  Il  Segretario 
Generale  comunica  la  perdita  del  socio  Luigi  Maria  Majorca- Mor- 
tillaro  Conte  di  Francavilla,  e  la  Società  delibera  di  manifestare 
alla  famiglia  dello  estinto  un  voto  di  condoglianza. 

Lo  stesso  Segretario  Generale  dice  che  già  si  è  posto  mano 
ai  lavori  di  decorazione  del  prospetto  della  sede  sociale  sul  di- 
segno già  redatto  dal  compianto  socio  Prof.  Comm.  Architetto 
Giuseppe  Patricolo.  —  Aggiunge  che  i  lavori  medesimi  sono  di- 
retti dal  socio  Ing.  Corrado  Ferrara,  al  quale  sente  il  dovere  di 
tributare  le  più  sincere  lodi  e  di  manifestare  la  sua  ammirazio- 
ne per  l'amore,  la  solerzia  e  il  disinteresse  che  spiega  continua- 
mente in  vantaggio  della  Società.  Continua  dicendo  che  l'esecu- 
zione dei  lavori  è  stata  affidata  ad  uno  dei  inn  bravi  stuccatori 
di  Palermo,  il  Sig.  Savasta,  e  che  il  disegno  degli  stemmi  delle 
sette  città  siciliane  capoluogo  di  provincia  (che,  secondo  il  pro- 
getto, dovranno  trovar  posto  negli  scudi  circolari  al  di  sopra  delle 
finestre  del  primo  piano)  verrà  eseguito  dal  socio  Prof.  Salvato- 
re Gregorietti,  al  quale  invia  pure  una  lode,  non  avendo  questo 
bravo  artista  risparmiato  tempo  e  fatica  per  prendere  gli  oppor- 
tuni accordi  col  Vice  Presidente  Prof.  Salinas  per  dare  ai  me- 
desimi stemmi  la  rigorosa  forma  araldica  e  storica. 

Sotto  questi  buoni  auspici  dunque  la  sede  sociale  potrà  nelle 


ATTI  DELLA   SOCIETÀ  233 


l)ros8Ìme  feste  cinquantenarie  per  la  liberazione  della  Sicilia  pre- 
sentarsi con  un  aspetto,  non  certamente  sfarzoso,  ma  improntato 
a  quel  decoro  elegante  e  severo ,  proprio  ad  un  Istituto  di  cul- 
tura storica  che,  senza  esagerazione,  può  dirsi  uno  dei  primi  d'I- 
talia; e  la  Società  potrà  anche  dare  (come  già  ne  ha  preso  im- 
pegno il  (3onsiglio  Direttivo)  ospitalità  al  VII  Congresso  Geo- 
grafico Italiano,  che  verrà  celebrato  in  Palermo  nel  mese  di  mag- 
gio prossimo  con  l' intervento  di  molti  dotti  ed  insigni  perso- 
naggi. 

Si  presentano  i  libri  giunti  in  dono  nel  mese  di  Dicembre,  e 
il  Segretario  Generale  fa  speciale  menzione  di  una  relazione  do- 
nata dal  socio  Carlo  Albanese,  riguardante  i  soccorsi  apprestati 
in  Palermo  ai  profughi  Messinesi  nei  primi  giorni  dello  scorso 
anno. 

Il  Cav.  Albanese,  presente  alla  seduta,  dice  che  questa  rela- 
zione non  è  quella  del  Comitato  Cittadino  di  soccorso;  ma  è  piutto- 
sto una  raccolta  di  relazioni  di  quegli  Enti  che  in  uno  slancio 
di  carità  e  di  pietà  per  quei  miseri  colpiti  dalla  piìi  tremen- 
da delle  sventure  si  costituirono  spontaneamente  in  comitato  di 
soccorso. 

Dopo  ciò  si  passa  alla  votazione  per  l'ammissione  a  socii  dei 
signori  Ferdinando  Xatoli  — Valentino  Simiani— Caterina  Binet- 
ti-Vertua- Comm.  Avv.  Francesco  Raimondi— Arturo  Cutrica — 
Prof.  Francesco  Orestano— e  Cav.  Pasquale  Candela.  Essi  riscuo- 
tono tutti  l'unanimità. 

Dovendosi  quindi  passare  alla  elezione  del  Direttore  della  pri- 
ma classe  in  sostituzione  del  Prof.  Giuseppe  Paolucci  trasferito 
a  Firepze,  si  sospende  la  seduta,  ed  i  socii  appartenenti  alla  det- 
ta prima  classe  procedono  alla  votazione,  e  quindi  viene  procla- 
njato  il  socio  Cav.  Dr.  Socrate  Chiaramonte  che  riporta  N.  19 
voti  su  20. 

n  nuovo  eletto  ringrazia  i  colleghi  dell'onore  e  della  fiducia 
che  hanno  voluto  dimostrargli,  ed  aggiunge  che  porrà  ogni  studio 
per  promuovere  i  lavori  della  classe.  Propone  di  mandare  un 
reverente  saluto  al  suo  predecessore. 

Si  passa  quindi  alla  elezione  di  due  (consiglieri  in  sostituzio- 
ne degli  uscenti  Cav.  Avv.  Salvatore  Giambruno  e  Cav.  Ufi". 
Dr.  Giuseppe  Travali. 

Si  distribuiscono  le  schede,  e  si  procede  all'appello  nominale 
ed  allo  scrutinio,  il  quale  ha  dato  i  seguenti  risultati  :     ' 


234  ATTI   DELLA  SOCIETÀ 

Votanti  N.  28.  —  Maggioranza  15. 

Prof.  Ludovico  Perroni  -  Grande  voti  27. 

Oav.  Avv.  Giuseppe  Riservato  voti  24.  Avv.  Luigi  Genuardi 
voti  2. 

Scheda  bianca  1. 

Vengono  proclamati  eletti  per  il  triennio  1910-1911  e  1912  i 
signori  Prof.  Ludovico  Perroni  -  Grande  e  Cav.  Avv.  Giuseppe 
Riservato. 

Fnfìue  lo  stesso  Prof.  Perroni  -  Grande  legge  un  suo  lavoro 
intitolato  :  La  scuola  di  greco  a  Messina  prima  di  Costantino  La- 
scaris^  Notizie  e  documenti  inediti  da  servire  per  la  storia  della 
cultura  in  Sicilia  nel  secolo  XV. 

Esauriti  gli  argomenti  posti  all'ordine  del  giorno  il  Presidente 
toglie  la  seduta. 

Il  Segretario  Generale 
Salvatore  Romano 


SEDUTA  SOCIALE  DEL  13  FEBBRAIO  1910. 

Presidenza,  del  Cav.  Or.   Uff.  Prof.  Avv.  Andrea  Quarneri, 
Senatore  del  Regno,  Presidente. 

Sono  presenti  n.  62  Socii. 

Alle  ore  quattordici  il  Presidente  dichiara  aperta  la  seduta. 

Si  legge  e  si  approva  il  verbale  della  seduta  precedente. 

Si  presentano  i  libri  giunti  in  dono  alla  Società  durante  il 
mese  di  Gennaio. 

Dietro  votazione  segreta  vengono  ammessi  a  far  parte  della 
Società  i  Signori  Prof.  Pietro  Merenda  —  Ettore  Collida— Oav. 
Antonino  Romano  Catania  —Senatore  Girolamo  Di  Martino— Cam- 
marata  Dott.  Antonio— On.  Antonio  Pecoraro— Conte  Casimiro 
Rovasenda  Prefetto  di  Palermo  — Adolfo  Omodeo— Jng.  Federico 
Butera— Cav.  Prof.  Ing.  Nunzio  Ziino. 

Dopo  ciò  si  passa  alla  elezione  di  un  Consigliere  in  sostitu- 
zione del  Cav.  Dr.  Socrate  Chiaramonte  che  nella  seduta  di  Gen- 
naio venne  eletto  Direttore  della  prima  Classe. 


ATTI  DELLA   SOCIETÀ  235 


Si  distribuiscono  le  schede  e  si  fa  l'appello  nominale.  Il  risul- 
tato della  votazione  è  il  seguente  : 

Votanti  N.  40— Maggioranza  21. 

Prof.  Salvatore  Salomone  Marino  voti  36. 

Cavaliere  Socrate  Chiaramonte  voto  1. 

Prof.  Alfonso  Sansone  voto  1. 

Cav.  Mangiameli  voto  1. 

Scheda  bianca  voto  1. 

Viene  proclamato  eletto  Consigliere  il  Prof.  Cav.  Salvatore 
Salomone-Marino  per  l'anno  1910  cioè  per  il  tempo  in  cui  dovea 
ancora  rimanere  in  carica  il  Cav.  Socrate  Chiaramonte. 

Esaurita  questa  parte  dell'ordine  del  giorno  il  Vice  Presidente 
Prof.  Pitrè  comunica  talune  notizie  riguardanti  nuove  ricerche 
da  lui  fatte  nel  palazzo  dello  Steri  ,  là  dove  ora  ha  sede  la  R. 
Procura,  e  precisamente  nelle  pareti  di  quelle  stanze  che  servi- 
rono di  carcere  agi 'inquisiti  del  Sant'Uffizio.  Queste  pareti,  egli 
dice,  sono  ricche  di  pensieri,  di  motti  diversi,  di  emblemi,  di  di- 
segni tracciati  dagl'infelici  che  aspettavano  di  esser   giudicati. 

Poscia  di  questi  Documenti  umani  del  più  grande  interesse  sto- 
rico il  Prof.  Pitrè  fa  un'esposizione  particolareggiata,  traendone 
il  convinciuiento  che  i  loro  autori  doveano  essere  persone  do- 
tate di  molta  cultura. 

Si  duole  di  non  avere  potuto  continuare  le  indagini  perchè 
quelle  stanze  vennero  destinate  ad  uffici  giudiziari!,  e  le  pareti 
ricoperte  da  ruvida  tu'la  ;  ed  esprime  il  voto  che  nello  inte- 
resse degli  studii  le  pareti  medesime  siano  presto  poste  in  evi- 
denza. 

Questa  comunicazione  venne  ascoltata  con  il  massimo  racco- 
glimento ed  alla  fine  vivamente  applaudita. 

11  Presidente  prende  infine  la  parola  e  mentre  da  un  canto 
ringrazia  ed  elogia  il  Prof.  Pitrè  per  avere  messa  in  luce  una 
pagina  di  storia  del  più  alto  interesse,  dall'altro  esprime  il  de- 
siderio che  la  Società  non  trascuri  di  occuparsi  dello  studio  delle 
vicende  del  Tribunale  del  Santo  Uffizio:  studio  che  se  l'Archivio 
di  questo  Tribunale  non  fosse  stato  bruciato  per  ordine  del  Vi- 
ceré Caracciolo,  oggi  non  presenterebbe  tante  difficoltà. 

Tuttavia  egli  esprime  la  speranza  che  con  indagini  pazien- 
ti ed  intelligenti  si  possa  giungere  a  felici  risultati  ed  a  rischia- 
rare il  buio  che  incombe  su  tre  secoli  di  stona. 


236  ATTI  DELLA   SOCIETÀ 


Anche  le  parole  del  sig.  Presidente  vengono  applaudite. 
La  seduta  viene  tolta  essendo  le  ore  sedici. 


Il  Segretario  Generale 
Salvatobk  Romano 


SEDUTA  SOCIALE  DEL  13  MARZO  1910. 

Prefiidenza  del  Gav.  Or.   Uff.  Avv.  Prof.  Andrea  Ouarneri, 
Senatore  del  Regno,  Presidente. 

La  società  essendo  presenti  n.  .50  soci  si  riunisce  nella  propria 
sede. 

Alle  ore  14  V«  si  dichiara  aperta  la  seduta.  Si  legge  e  si  ap- 
prova il  verbale  della  seduta  precedente,  si  presentano  i  libri 
giunti  in  dono  durante  il  mese  di  febbraro  e  si  comunica  l'ade- 
sione a  soci  dei  signori  Ettore  Collida,  Cav.  Antonino  Romano  - 
Catania  Consigliere  di  Corte  di  Appello,  Senatore  Girolamo  Di 
Martino  ,  On.  Deputato  Antonino  Pecoraro ,  S.  E.  il  Cardinale 
Alessandro  Lualdi  Arcivescovo  di  Palermo  ,  Conte  Casimiro  di 
Rovasenda  Prefetto  di  Palermo,  x\doltb  Omodeo,  Ing.  Federico 
Butera  e  Cav.  Prof.  Ing.  Nunzio  Ziino. 

Si  passa  quindi  all'ammissione  di  nuovi  soci  nella  persona  dei 
signori  Avv.  Francesco  Di  Vita,  Cav.  Salvatore  Marratta-Abba 
te,  Ragioniere  Luigi  Lo  Casto,  Prof.  Alberto  Culli,  Prof.  Santi 
Lo  Cascio,  e  della  signorina  Anna  Machì.- Tutti  riscuotono  l'u 
nanimità. 

Il  Segretario  Generale  dice  che  sin  dallo  scorso  anno  molti 
soci  manifestarono  il  desiderio  che  nella  ricorrenza  del  50"  an- 
niversario della  Rivoluzione  Siciliana  del  1860  si  tenesse  un  ci- 
clo di  conferenze  sugli  avvenimenti  di  quella  gloriosa  rivoluzio- 
ne. —  Questo  desiderio  è  stato  tenuto  in  debito  conto,  e  il  Vice 
Presidente  Dr.  Giuseppe  Pitrè  se  ne  è  occupato  con  interesse. 
Egli  ha  potuto  ottenere  la  gentile  adesione  di  cinque  valorosi 
conferenzieri,  i  quali ,  a  principiare  dalla  seconda  domenica  del 
mese  di  aprile  prossimo ,    nelle    domeniche    successive ,    sempre 


ATTI    DELLA   SOCIETÀ  237 


alle  ore  quindici  tratteranno  nella  nostra  grande  aula  1  seguenti 
temi  : 

10  Aprile  —  Prof.  Alfonso  Sansone  <iLo  svolgimento  del  pensiero 
nazionale  in  Sicilia  {1850  ■  1860)  ». 

17  Aprile  —  Prof.  Luigi  Natoli  «Dal  4  aprila  al  27  mag(fio». 

24  Aprile  —  Prof.  Giuseppe  Pipitone-Federico  «  Francesco  Cri- 
spi  e  la  spedizione  dei  Mille  ». 

8  Maggio  —  Capitano  Rodolfo  Corselli  «  /  Mille  e  le  Squadre 
Siciliane  nel  1860.  Da  Marsala  a  Palermo. 

15  Maggio  —  Prof.  Giov.  Alfredo  Cesareo  «  La  poesia  patriot- 
tica nella  rivoluzione  ». 

Fa  sapere  ,  inoltre  ,  che  l'interruzione  di  una  sola  domenica, 
quella  cioè  del  giorno  1.  Maggio,  è  dovuta  all'essere  i  nostri  lo- 
cali destinati  alle  adunanze  del  VII  Congresso  Geografico  I- 
taliano;  il  quale,  per  le  numerose  adesioni,  non  nmi  raccolte  nei 
precedenti  Congressi,  e  per  gli  argomenti  che  vi  saranno  trat- 
tati (non  pochi  dei  quali  relativi  all'Isola  nostra)  promette  di 
riuscire  di  una  importanza  non  comune  e  conferirà  certamente 
molto  decoro  alle  imminenti  feste  cinquantenarie. 

La  Società  plaude  a  queste  comunicazioni. 

11  socio  Prof.  Luigi  Natoli,  chiesta  la  parola,  esprime  il  voto 
che  il  Municipio  di  Palermo  voglia  presto  concedere  al  Prof.  Pitrè 
i  locali  abbisognevoli  per  la  istituzione  del  Museo  Etnografico 
Siciliano. 

Il  Prof.  Pitrè  ringranzia  il  Prof.  Natoli  per  il  voto  manife- 
stato ;  ma  deve  dire  che  il  Municipio  ha  già  conceduto  i  locali 
nell'Ex  Monastero  dell'Assunta,  e  che  ora  occorre  solamente  di  por- 
tare a  fine  le  opere  di  adattamento  dei  medesimi. 

Il  Prof,  Natoli  si  compiace  di  quanto  ha  fatto  sapere  il  Prof. 
Pitrè,  e  desidera  che  il  Segretario  Generale  scriva  al  Sindaco  di 
Palermo  per  sollecitarlo  a  far  tosto  eseguire  le  dette  opere. 

Il  Segretario  Generale  assicura  che  il  desiderio  del  Prof.  Na- 
toli sarà  senz'altro  appagato. 

Dopo  ciò  i  soci  revisori  dei  conti  signori  Beltrani  e  Ueuf 
presentano  la  loro  relazione  sull'esame  del  conto  consuntivo  del- 
l'Esercizio 1908.  —  Il  Beuf  ne  dà  lettura  e  conchiude  proponen- 
do l'approvazione.  -  Il  Presidente  infatti  pone  a  partito  la  pro- 
posta e  i  socii  la  approvano  alla  unanimità. 

Infine  il  socio  Marchese  Prof.   Giacomo   De   Gregorio  fa  una 


238  ATTI   DELLA   SOCIETÀ 


coiuuuicazione  Sulla  fonte  e  la  lingua  del  libro  dei  vizi  e  delle  virtù 
(testo  siciliano  del  XIV  secolo).  Viene  applaudito. 

Non  essendovi  altri  argomenti  da  trattare  il  Presidente  scio- 
glie l'adunanza. 

Il  8egret4irio  Generale 
Salvatore  Komano 


SEDUTA  STRAORDINARIA  DEL  GIORNO  5   GIUGNO    IJHO. 

Presidenza  del  Gomm.  I)r.  Giuseppe  Fitrè, 
Vice  Presidente. 

La  Società  essendo  presenti  85  soci  si  riunisce  in  seduta  straor- 
dinaria nella  g^rande  aula  P.  Luig:i  Di  Maggio  [)er  1«^.  onoranze 
(In  rendersi  al  Presidente  Senatore  Andrea  Guarneri  nel  cin- 
quantenario della  sua  nomina  a  Ministro  della  Dittatura  in  Si- 
cilia. Sono  pure  presenti  parecchie  gentili  signore  e  moltissimi 
egregi  cittadini  tra  i  quali  il  Senatore  Generale  Francesco  Cam- 
po, il  Senatore  Bordonaro,  il  Senatore  Di  Martino  e  il  Senatore 
Oli  veri. 

Aperta  la  seduta,  il  Vice  Presidente  Prof.  Pitrè  legge  la  se- 
guente lettera  : 

«  Egregio  ed  Illustre  Gomm.   Fitrè 

«Un  senso  naturale  ed  invincibile  di  ritrosia  e  motivi  di  al- 
«  ta  convenienza  e  di  delicatezza  mi  vietano  oggi  di  assistere 
«  alla  seduta  della  nostra  Società  tenuta  in  mio  onore.  La  prego 
«  pertanto  di  presentare  ad  essa  le  mie  più  sincere  scuse  e  cre- 
«  dermi  intanto  davvero, 

Suo  Devotissimo 
Andrea  Guarneri  ». 

Indi  lo  stesso  Prof.  Pitrè  dice  : 

Mentre  il  rumore  delle  recenti  feste  echeggia  ancora  incessante 
e  con  diverse  note  all'orecchio  nostro,  sia  consentito  a  noi  della 
Società  Siciliana  per  la  Storia  Patria  l'odierno  richiamo  che  for 


ATTI   DELLA   SOCIETÀ  239 


ma  come  il  compimento  e  la  corona  del  ciclo  delle  nostre  con- 
ferenze. Le  quali,  checche  ne  pensino  i  patriotti  d'occasione,  re- 
steranno tra  i  pochi,  più  scrii  e  protiqui  ricordi  della  cinquan- 
tenaria ricorrenza  ed  ajirgi ungeranno  nuovi  titoli  alla  operosità 
del  nostro  Istituto:  modesto  ma  sicuro  illustratore  delle  antiche, 
delle  moderne  e  contemporanee  vicende  del  paese. 

Ed  il  richiamo  è  quello  della  parte  presa  dal  nostro  illustre 
Presidente  agli  avvenimenti  del  1860. 

Andrea  Ouarneri  era  ben  noto  alla  vita  pubblica  :  egli  era 
giunto  a  quell'anno  con  l'aureola  del  liberale  convinto  e  del  giu- 
rista dotto  e  coraggioso;  ed  erano  vivi  nella  memoria  di  quanti 
il  conoscevano  i  suoi  articoli  di  politica  e  di  economia,  pubblica- 
ti nel  giornale  V Indipendenza  e  la  Lega  diretto  da  Francesco  Fer- 
rara, nei  giorni  non  tutti  lieti  del  1848. 

Garibaldi  lo  volle  suo  Ministro  di  giustizia  ed  avantieri  ap- 
punto 2  del  corrente  mese  si  compiva  mezzo  secolo  del  decreto 
dittatoriale  onde  il  Nostro  veniva  chiamato  ai  consigli  del  Duce 
dei  Mille. 

I  pericoli  della  spedizione  non  avevano  tolta  a  Garibaldi  la 
lucida  visione  delle  cose  e  la  necessità  di  un  governo  stabile 
mentre  tutto  era  precario,  di  un  governo  forte  quando  tutto  po- 
teva concorrere  a  renderlo  debole,  di  un  governo  di, ordine  quan 
do  ogni  cosa  era  in  iscompiglio.  Mirabile  questa  visione  al  do- 
mani di  tante  battaglie  ed  alla  vigilia  di  nuove  pugne  ! 

II  Guarneri  non  era  solo.  Gli  eran  compagni,  tra  gli  altri,  per 
la  Guerra  e  Marina  Vincenzo  Orsini,  per  la  Istruzione  ed  il  Culto 
Gregorio  Ugdulena.  per  l'Interno  e  le  Finanze  Francesco  Crispi 
suo  antico  collega  ed  amico. 

L'opera  sua  fu  pronta  e  sollecita  alla  conservazione  della  si- 
curezza pubblica,  senza  la  quale  non  è  reggimento  che  basti  alla 
difesa  dei  cittadini. 

Per  sua  iniziativa  costituivansi  Commissioni  distrettuali  per 
tutti  i  reati  comuni,  e  di  carattere  censorio  sui  passati  funzio- 
narii  dell'ordine  giudiziario.  Per  sua  iniziativa  si  promulgavano 
leggi  relative  alle  qualifiche  di  furti  ed  all'attentato  alle  vite  nello 
stato  di  guerra. 

Agli  occhi  nostri,  oggi  che  tutto  è  sotto  l'egida  delle  leggi , 
non  appariscono  nella  loro  importanza  siffatti  provvedimenti;  ma 
non  cosi  nei  momenti  che  una  Monarchia  dispettata,  perchè  as- 


240  ATTI  DELLA   SOCIETÀ 


soluta  per  una  capziosa  forinola  del  Conj^resso  di  Vienna  e  per 
incessanti  violenze  della  polizia,  veniva,  per  evoluzione  dei  tempi, 
per  fatale  maturità  di  eventi,  per  volontà  di  popoli  rovesciata  ; 
ed  intanto,  in  nome  della  libertà,  una  nuova  costituzionale,  se 
ne  inaugurava. 

Il  Qìiarneri,  spirito  indii)endente  non  s'indugiò  nell'alto  utìfi- 
cio.  Dopo  la  parte  non  piccola  presa  ai  lavori  del  ('onsiglio 
Straordinario  di  Stato,  corpo  autorevolissimo  non  abbastanza  aj)- 
prezzato  per  la  tutela  degl'interessi  della  Sicilia,  tornò  alle  con- 
suete occupazioni. 

Nella  (camera  vitalizia  dove  fu  due  volte  Vice  -  Presidente  , 
sulla  cattedra  di  Procedura  ('ivile  e  Ordinamento  giudiziario , 
nei  Consigli  del  Comune,  nel  Foro,  fu  sempre  per  la  miglior  cau- 
sa, la  causa  della  libertà  e  del  bene  della  Sicilia  :  e  quando 
noi  della  Società  lo  volemmo  qui  nostro  Presidente,  egli  ])ro8e- 
gu\  ininterrotta  la  bella  tradizione  dei  suoi  predecessori.  —  Di 
Salvatore  Vigo,  primo  presidente  della  Nuova  Società  ]wr  \'a  Stor'm 
di  Sicilia  nel  1864,  ebbe  il  concetto  elevato  delle  regioni,  di  Fran- 
tresco  Paolo  Perez  la  rapida  percezione  delle  cose,  del  Marchese 
di  Torrearsa  il  senso  eminentemente  pratico  e  l'autorità  indiscussa, 
del  Duca  della  Verdura  la  cultura  di  arte  e  di  antiquaria;  di 
tutti  la  critica  delle  vicende  della  nostra  storia  e  la  divozione 
cosciente  ed  operosa  della  terra  natale. 

A  Lfui,  unico  superstite  del  primo  Ministero  di  Garibaldi,  ul- 
timo avanzo  di  una  schiera  gloriosa  che  attivamente  promosse  e 
strenuamente  difese  ogni  cosa  proficua  all'  Isola  nostra.  La  So- 
cietà —  proponente  un  illustre  membro  del  Consiglio  Direttivo  — 
plaudente  il  Consiglio  medesimo  —  la  Società  in  piena  assemblea 
deliberava  la  offerta  di  una  medaglia  e  di  una  pergamena. 

La  deliberazione  non  poteva  rimanere  segreta  :  e  fu  presto 
risaputa  per  via  della  stampa.  Il  Senatore  Guarneri  n'ebbe  con- 
tezza e,  lieto  della  festa  che  noi  gli  preparavamo  si  affrettò  a 
ringraziarcene;  ma  insieme  a  pregare  che  non  la  medaglia,  non 
la  pergamena,  sarebbe  stato  a  lui  caro  di  ricevere;  ma  la  delibe- 
zione  firmata  dai  componenti  il  Consiglio  Direttivo. 

Ossequenti  al  desiderio  del  Presidente,  i  soci  han  voluto  pre- 
sentare all'uomo  un  semplice  albo  contenente' le  loro  firme  auto- 
grafe. Affratellati  in  un  pensiero,  dugento  e  più  di  essi,  quanti 
sono  in  Palermo,  affermano  oggi  la  loro  stima  riverente  a  chi  della 


ATTI   DELLA   SOCIETÀ  241 


pubblica  estimazione  con  le  virtù  civili  e  domestiche  si  rese  de- 
gno. 

A  questa  solenne  affermazione,  Egli,  schivo  di  onori,  ha  vo- 
luto sottrarsi,  perchè  la  modestia  va  sempre  col  merito  vero;  ma 
la  mancata  presenza  non  toglie  a  noi  il  piacere  di  compiere  un 
atto  graditrO  al  nostro  cuore,  né  scema  valore  alla  nostra  mani- 
festazione. Ad  Andrea  Ouarneri  il  nostro  saluto  ed  il  nostro  au- 
gurio ! 

Le  parole  del  prof.  Pitrè  vengono  coronate  da  vivissimi  e 
prolungati  applausi. 

Dopo  ciò  il  Segretario  Generale  presenta  telegrammi  e  let- 
tere di  adesione  del  Vice  Presidente  Salinas,  del  socio  Tesorière 
Cav.  Spadaro,  del  socio  Dr.  Matranga,  e  legge  una  bellissima  let- 
tera del  socio  Comm.  Pintacuda,  con  la  quale  scusandosi  di  non 
potere  intervenire,  aderisce  alle  onoranze  e  ricorda  che  il  Sena- 
tore Guarneri  fu  suo  maestro  nell'istituto  fondato  e  diretto  dal- 
l'illustre Prof.  Gaetano  Daita  circa  cinquatotto  anni  or  sono. 

Lo  stesso  Segretario  Generale  annunzia  che  la  Società  Messi- 
nese di  Storia  Patria,  che  si  è  ricostituita,  aderisce  alle  onoranze. 
Mostra  agli  intervenuti  l'Albo  delle  firme  autografe  dei  soci  e 
conchiude  col  dire  che  al  termine  della  seduta  si  recherà  coi 
membri  del  Consiglio  Direttivo  ad  offrirlo  al  Sig.  Presidente. 

Esaurito  l'ordine  del  giorno  il  socio  Prof.  Luigi  Natoli  intrat- 
tiene l'uditorio  con  una  sua  conferenza  aneddotica  intitolata:  Uo- 
mini e  cose  della  Rivoluzione^  che  alla  fine  riscuote  vivissimi  ap- 
lausi. 

La  seduta  è  tolta  alle  ore  16  Vi« 

Il  Segretario  Generale 
Salvatore  Romano. 


SEDUTA  SOCIALE  DEL  12  GIUGNO  1910 

Presidenza  del  Or.   Uff.  Prof.  Avv.  Andrea  Quarneri, 
Senatore  del  Regno,  Presidente. 

La  Società  essendo  intervenuti  N.  44  dei  suoi  componenti  si  riu- 
nisce nella  propria  sede. 

Aperta  la  seduta  si  leggono  e  si  approvano  tanto  il  verbale 
Arch.  Star.  Sic,  N.  S.  Anno  XXXV.  16 


242  ATTI  DELLA   SOCIETÀ 


della  seduta  ordinaria  del  12  Marzo,  quanto  quello  della  seduta 
straordinaria  del  5  Giugno  del  corrente  anno. 

Prendendo  occasione  di  quest'ultimo  verbale  in  cui  si  tratta 
delle  onoranze  rese  al  Presidente  Senatore  Guarneri,  Questi  rin- 
grazia sentitamente  la  Società  della  benevolenza  dimostratagli 
e  dice  che  gradisce  l'omaggio  fatto  più  che  alla  i)roi)ria  persona, 
agli  egregi  patrioti  che  gli  furono  compagni  nel  primo  Ministero 
di  Garibaldi,  non  avendo  avuto  egli  altro  merito  personale  che 
quello  di  esser  sopravvissuto  ai  suoi  illustri  colleghi.  —  Di  ognuno 
di  essi  di\  an  breve  cenno,  specialmente  del  Crispi  e  del  Tor- 
rearsa  che  furono  al  tempo  stesso  antesignani,  anzi  efficaci  coope- 
ratori nella  fondazione  e  nel  progresso  di  questa  Società. 

Bicorda  poi  le  condizioni  gravissime  in  cui  era  in  quei  giorni 
la  Sicilia  ed  in  ispecie  Palermo  di  cui,  all'inizio,  solo  una  terza 
parte  era  sotto  l'azione  del  governo  dittatoriale  e  quindi  le  im- 
mense difficoltà  che  il  detto  governo  dovette  superare. 

Conchiude  narrando  alcuni  importanti  episodi  di  quel  periodo, 
e  rinnovando  i  suoi  ringraziamenti  a  nome  dei  suoi  estinti  col- 
leghi; i  quali,  essendo  stati  quasi  tutti  membri  esimii  ed  auto- 
revoli di  questa  Società ,  dimostrano  come  essa  abbia  colla 
loro  azione  partecipato  a  quel  grande  periodo  della  Storia  Sici- 
ciana. 

Dopo  ciò  vengono  ammessi  ad  unanimità  come  soci  i  signori: 
Giovanni  Celestre,  Comm.  Avv.  Gioacchino  Seminara,  Capitano 
Rodolfo  Corselli,  Conte  Romualdo  Trigona  di  Sant'Elia ,  Pietro 
Romano  -Puccio,  Comm.  Avv.  Giovanni  La  Farina,  Maggior  Ge- 
nerale Oomm.  Francesco  Lo  Forte,  Signora  Alessandrina  Persico 
Remorini,  Marchese  Ferdinando  Bellaroto,  Prof.  Leonardo  Pater- 
na Baldizzi ,  Antonino  Beninati,  Avv.  Francesco  Pizzuto,  Cav. 
Vincenzo  Briguccia,  D.r  Stefano  di  Boscogrande,  Papas  Petrot- 
ta,  Antonino  Palumbo  -  Calamia,  Dott.  Lorenzo  Piazza,  Ing.  An- 
tonio Lo  Bianco,  Avv.  Cav.  Luigi  Bagnino,  Salvatore  Licciardi, 
Francesco  Ammirata. 

Prende  poscia  la  parola  il  Segretario  Generale  e  presenta  i 
libri  giunti  in  dono  nei  Mesi  di  Marzo,  Aprile  e  Maggio,  dicendo 
che  se  in  ogni  seduta  ha  occasione  di  presentare  libri  gentil- 
mente donati,  questa  volta  ne  deve  presentare  un  numero  gran- 
dissimo, pervenutici  dalla  Presidenza  del  VII  Congresso  Geogra- 
fico Italiano  e  da  parecchi  Congressisti.  Coglie  questa  occasione 


ATTI   DELLA   SOOIBTÀ  243 


per  far  sapere  che  il  Presidente  del  detto  Congresso  nella  sedu- 
ta di  chiusura  ebbe  parole  di  vivo  elogio  e  di  ringraziamento  per 
la  Società  nostra,  sicché  egli  si  credette  in  debito  di  rispondere 
che  era  invece  la  Società  che  dovea  ringraziare  tanti  illustri 
scienziati  italiani  (e  qualcuno  anche  straniero)  che  per  parecchi 
giorni  onorarono  di  loro  presenza  questa  nostra  sede,  ed  alcuni 
vi  tennero  dottissime  conferenze,  alle  quali  i  soci  anche  non  a- 
derenti  al  Congresso  poterono  assistere. 

Indi  il  Prof.  Luigi  Xatoli  chiesta  ed  ottenuta  la  parola  dice 
che  in  questi  giorni  si  è  parlato  di  acquisto  di  documenti  del- 
l'Archivio privato  di  Francesco  Crispi;  però  a  suo  modo  di  ve- 
dere non  di  acquisto  dovrebbe  parlarsi  ma  di  restituzione,  poi- 
ché l'illustre  statista  con  decreto  del  3  ì^ovembre  1860  del  pro- 
dittatore Mordini  ebbe  facoltà  di  raccogliere  da  tutti  gli  archivi 
gli  elementi  per  scrivere  la  storia  della  rivoluzione.  Propone 
quindi  che  la  Società  faccia  voto  al  governo  del  Re  perchè  quei 
documenti  che  riguardano  la  rivoluzione  siciliana  siano  conser- 
vati nell'Archivio  di  Stato  di  Palermo  e  messi  a  disposizione 
degli  studiosi. 

Il  Presidente  risponde  dichiarando  di  non  essere  alieno  dai- 
l'accogliere  in  massima  la  proposta  fatta  dal  Prof.  Natoli;  però 
prega  quest'ultimo  perchè  voglia  formularla  per  iscritto  e  pre- 
sentarla al  Consiglio  Direttivo,  il  quale  se  ne  occuperà  con  mag- 
giore ponderazione  in  una  delle  sue  prossime  sedute.  Il  prof.  Na- 
toli accondiscente. 

Sull'invito  del  medesimo  sig.  Presidente  il  socio  sig.  Biagio 
Pace  legge  una  comunicazione  su  «  La  Sicilia  nella  politica  di 
Genserico»  dando  notizia  dei  risultati  cui,  intorno  all'idea  impe- 
riale di  Genserico  è  pervenuto  in  un  lavoro  sulla  storia  dell'I- 
sola nei  secoli  V-VIII.  Questo  lavoro  che  dovrà  pubblicarsi  nel- 
l'Archivio Storico  Siciliano. 

Non  essendovi  altri  argomenti  a  trattare  il  Presidente  scio- 
glie la  seduta. 

Il  Segretario  Generale 
Salvatore  Romano 


MEMORIE  ORIGINALI 

SEBASTIANO  BAGOLINO 

POETA  LATINO  ED  ERUDITO  DEL  SBC.  XVI. 


(Continuazione,  vedi  anno  XXXV,  fase.  I-II). 

A    questo    punto    ripiglia  il  discorso  il  Tornamira  per 
veuire   alla  illustrazioue  delle  pitture  degli  scudi.  E,  rifa- 
cendosi da  quello  del  primo  personaggio,  dice  : 

Questo  scudo  del  gran  Federico,  ove  sta  depinto  quel'huomo 
legato  con  le  mani  a  dietro  ,  viene  a  significa r  a  noi  la  somma 
pace  e  tranquillità  nella  qual  si  ritrovaro  i  regni  del  gran  Fi- 
lippo II,  mentre  da  lui  furo  governati.  Quinci  è  che  Phuomo  le- 
gato rappresenta  quel  che  da'  poeti  vien  chiiimato  il  FVRORE  ; 
che,  quando  fremon  le  guerre  e  le  discordie,  sol  spatiare  licen- 
ciosamente  frn  l'eserciti ,  ministrando  mille  e  mille  morti ,  ma  , 
come  i  regni  sono  in  pace,  si  dice  stare  incatenato  e  piangente, 
come  che  naturalmente  li  dispiace  la  pace  e  la  quiete.  Questo 
FVRORE  leggiadrissima  et  accortamente  vien  descritto  dal  poeta 
"Virgilio  in  que'  versi  del  primo  de  l'Eneide  : 

Furor  impius  intus 

Saeva  seàens  super  arma  et  centum  vinctus  aenis 
Post  tergum  nodifi,  fremet  horridus  ore  cruento. 

E  con  somma  ragione  sta  depinto  in  quello  scudo ,  poiché  veg- 
geudo  esso  che  nel  governo  del  gran  Filippo  ogni  cosa  stava 
piena  di  somma  quiete  e  somma  pace ,  non  li  restava  altro  che 
lagrimare  amarissimamente. 

Al  che  facendo  eco  lo  Spadafora  osserva  che,  se  talvolta 
quella  pace  fu  turbata  dagl'infedeli,  essi  ne  ebber  lampeggio; 
e  quindi  viene  ad  accennare  alla  famosa  battaglia  delle 
Ourzolari. 

Là  dove  si  per  la  couuuodità  del  loco,  sendo  fra  i  regni  tur- 
cheschi  ,  come  anche  per  la  numerosità  de  le  galere  ,  poiché  di 
ffran  numero  l'armata  de'  Turchi  superava  quella  de'  Christiani, 
come  anco  per  1'  opportunità  de'  venti ,  che  soffiavano  contrarij 

Arch.  8Un.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV.  17 


246  SEBASTIANO   BAGOLINO 

a  le  nostre  f<alere,  dovesi  senza  alcnn  dubbio  l'annata  tnrchesca 
restar  vincitrice  ;  e  nulla  di  meno  in  spacio  inen  che  di  due  bore 
si  vidde  miracolosamente  la  fautrice  destra  d'Idio  star  da  la  no- 
stra parte,  et  ecco  ch'i  venti,  che  pria  soffiavan  contrarij  ,  ubi- 
dienti al  e -nno  del  Sommo  Idio  ,  si  volgono  fremendo  contra  i 
Turchi,  s'accresce  il  generoso  orgoglio  ne'  petti  de'  soldati  chri- 
stiani,  s'avvilisce  la  gente  infedele,  talch'in  sì  breve  spacio  (cosa 
mai  non  udita  nelli  annali  antichi)  resta  perdente  quella  nume- 
rosa schiera  di  legni  la  qual  poco  innanti  s'havea  promesso  l'im- 
[)erio  di  Koma  e  del  mondo  tutto.  All'hor  si  videro  1'  Echinade 
spumar  più  di  sangue  che  d'acque,  mentre  i  scudi ,  i  morrioni  , 
1'  baste  e  corpi  d' infedeli  andavan  girandosi  mi  >eramente  nelle 
vermiglie  strade  del  ondoso  mare.  Tutto  questo  fu  perchè  '1  Sommo 
Dio,  riguardando  i  meriti  di  così  santo  e  religioso  Prencipe,  volse 
far  che  la  vittoria  cadesse  da  la  parte  di  cui  meritava  ;  e  non 
solo  volse  dimostrar  ch'ai  sonar  de  le  trombe  d'  Austria  doves- 
sero accendersi  lo  potentie  terrene,  come  furo  q^ie'  valorosi  Pren- 
cipi  e  soldati  ch'ai 'bora  si  ritrovar©  in  soccorso  del  invittissimo 
GIOVAN  D'AVSTRIA  capitan  generale  di  quell'armata,  ma  an 
cho  le  potentie  del'aria  et  del  cielo  ;  poiché  dal  cielo  Idio  mira- 
colosamente li  mandò  la  vittoria,  e  nell'aria  i  venti,  come  s'ha- 
vessero  havuto  riguardo  di  ragione  e  come  se  fusser  stati  assol- 
dati a  li  stipendi  del  gran  Filippo,  si  congiuraro  fieramente  con- 
tra la  gente  infedele. 

Circa  il  secondo  scudo,  iu  cui  si  vedea  dipinta  un'aquila 

con  un  aquilotto  nelle  unghia  rivolto  al  sole,  lo  Spa<iafora 

ben  sa  esser  costume  di  quell'  uccello  (conforme  narrano  i 

naturalisti)  esporre  i  proprj  polli  appena  nati  a'  raggi  solari, 

per  lasciare  in  vita  come  suoi  degni  figli  soltanto  que'  che 

ne  sostengono  intrepidamente  la  vista  e  gli  altri  sbranare; 

donde    il    leggiadrissimo    epigramma    del    Claudiano ,    che 

principia  : 

Parvos  non  aquilis  fa»  est  educere  faetvs, 

Ante  fidetn  solis,  iudiciumque  poli. 

Tuttavia  egli  non  intende  il   perchè  di  tal  pittura  in  quello 
scudo.  E  il  Tornàmira  spiega: 

La  causa  è  non  senza  gran  mistero,  poi  che  tutti  coloro  c'han- 
no  havuto  governo  de  l'invittissima  casa  d'Austria  son  stati  ap- 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  247 

provati  al  raggio  del  vero  sole.  In  questo  modo  dal  grande  Er- 
nesto fu  approvato  Federico  ,  da  Federico  Massimiliano  ,  da  co- 
stui Filippo  Primo  ,  da  costui  Carlo  Quinto  ,  da  costui  FilipjM) 
Secondo  e  da  Filippo  Secondo  ultimamente  Filippo  Terzo  nostro 
signore,  il  qual,  non  torcendo  punto  le  sue  vestigia  da  quelle  de 
li  suoi  antecessori,  farà  il  suo  nome  glorioso  a  la  republica  Chri- 
stiana e  spaventoso  a  gli  nemici  di  Christo  ;  massime  ch'ei  nac- 
que nella  Spagna,  quinci  potremmo  prometterci  ogni  cosa  di  bene. 
E  voi  già  sapete,  c'bavendo  ciaschedun  paese  le  sue  lodi,  ch'in 
una  cosa,  ch'in  un'altra,  l'Ispagna  tiene  per  lode  peculiare  esser 
feconda  de'  Prencipi  religiosi:  Principibus  faecunda  piis,  dicedi 
lei  parlando  Claudio  Claudiano.  Ispagna  sola  è  hoggi  al  mondo, 
che  si  può  vantare  meritamente  di  generar  huomini,  et  huomini 
tali,  che  reggano  tutto  '1  mondo,  onde  '1  medesmo  poeta  in  ho- 
nor  di  lei  pur  disse  :  Haec  generai  qui  cuncta  regant.  Fu  tempo, 
che  questa  lode  per  li  suoi  preclari  gesti  si  l'attribuirono  i  Ro- 
mani... Ma  adesso,  sì  per  voler  divino,  come  anco  per  l'eroichi 
gesti  de'  Spagnuoli,  questa  lode  già  è  passata  da  Italia  in  Ispa- 
gna, fra  tutte  le  provincie  del  mondo  come  mantenitrice  de  la 
vera  religione. 

Dopo  una  lunga  digressione  sulla  religione  de'  Romani 
si  viene  alla  spiegazione  della  pittura  del  terzo  scudo,  raf- 
figurante due  scuri  legate  iu  due  fasci  di  verghe  con  in- 
torno il  motto  :  DA  SPATIVM  TENVEMQUE  MORAM.  Plutarco 
in  uno  de'  suoi  problemi  morali  insegna  che  i  supremi  giu- 
dici antichi  portavano  le  scuri  legate  con  le  verghe,  affinchè 
nello  spazio  di  tempo  occorrente  a  scioglierle  riflettessero 
su  quello  ch'eran  per  fare.  Esse  quindi  son  segno  di  pon- 
derazione e  di  equità  nell'amministrazione  della  giustizia. 
E  ben  si  addicevano  al  defunto  re  Filippo,  a  parere  dello 
Spadafora  ;  che,  in  seguito  a  un'erudita  disputa  col  suo  in- 
terlocutore circa  gl'insegnamenti  de'  Peripatetici, di  Sallustio, 
del  re  profeta  e  «lei  filosofo  Livio  sull'ira ,  così    continua  : 

Felice  si  dee  chiamar  il  nostro  Filippo  II,  perchè  governò  con 
giustizia,  perchè  mai  non  s'estolse  sopra  di  se,  ma  sempre  si  ri- 
cordò d'  esser  mortale  ,  perchè  sempre  tenne  la  spada  sfodrata , 


248  SEBASTIANO   BAGOLINO 


non  per  acciuistar  iinperi.i  et  novi  doniinij,  ma  perchè  tutte  l'im- 
prese sue  le  dirizò  al  far  acquisto  d'anime  a  Dio,  a  estirpation 
de  1'  eresie ,  a  dilatar  coloro  eh'  appartengono  a  la  città  d'Idio, 
perchè  non  mai  fé'  vendetta  de'  nemici  se  pria  non  avesse  po- 
sto dimora  a  veder  se  la  vendetta  era  jjiusta  o  vero  ingiusta , 
perchè  premiò  coloro  che  meritavano  haver  premio  ,  perchè  nel 
l)unir  non  hebe  riguardo  a  saturar  l'odij  de  le  neuiicitie,  perchè 
nel  perdonar  non  hebe  pur  riguardo  a  la  licentia  del  vitio  ,  ma 
a  la  si)eranza  de  la  corretione,  perchè  quello  che  fu  sforzato  e- 
seguir  con  aspreza  et  severità  lo  compensò  con  la  piacevoleza  de 
la  misericordia,  v^erchè  si  sottopose  a  le  leggi,  perchè  più  tosto 
si  risolse  comandar  prima  a  se  ch'a  suoi  popoli  ;  et  tutto  questo 
il  fece  non  per  ardor  di  gloria  ,  quanto  per  ardor  de  la  <  arità  , 
con  la  quale  sempre  fu  acceso  inver  il  suo  Dio. 

In  tante  e  siffatte  lodi  non  disconviene  il  Tornaniira; 
il  quale  a  sua  volta  paragona  Filippo  II  a  Costantino  im- 
peratore, e ,  condoiendosi  con  lo  Spadafora  che  la  città  di 
questo  «  Christian ìssiuio  »  principe,  «  una  città  cosi  celebre 
et  religiosa  qual  fu  Bisantio  »,  fosse  ridotta  «  albergo  d'i- 
doli infami  »,  si  augura  che  Filippo  III  possa  pigliar  l'im- 
presa di  liberarla,  ed  esclama  : 

O  felice  impresa  sarebbe  questa,  a  questa  ogni  magnanimo  e 
generoso  Prencipe  si  dovrebbe  inanimare  ,  perchè  ci  facessimo 
vendetta  di  tanti  scelerati  oltraggi  che  fece  quel  empio  Mahu- 
metto  (che  Mahumetto  si  chiamava  colui  ,  che  per  fraude  prese 
la  nobil  città)  in  dispregio  de  le  caste  monache  ,  de'  reverendi 
sacerdoti,  de'  sacri  altari,  de  le  sante  reliquie,  de  l'imago  del 
nostro  Christ(»,  la  quale  trattaro  così  svergognatamente  che  sen- 
za dolor  non  si  può  narrar  da  bocca  fedele  (1). 


(1)  Qui  il  Bagolino  fa  soggiungere  dal  Tornaniira  :  «  Ricordonii  io  ha- 
ver nel  mio  Museo  una  elegia  scritta  in  quel  istesso  tempo  quando  fu 
saccheggiata  l'infelice  città»,  ne'  versi  della  quale  elegia,  «che  sono  al 
numero  di  trecento,  colui  che  la  scrisse  e  la  compose,  che  fu  Nicolò  de 
la  Valle,  introduce  COSTANTINOPOLI  scriver  a  la  sorella  ROMA  chie- 
dendoli soccorso  e  lamentandosi  de  l'oltraggi,  che  le  taceva  quel  barbaro 


Poeta  latino  ed  erudito  del  sec.  xvi  249 

L'nltiiiio  <le'  «jiiattro  scudi  non  è  «senza  ^rave  signitì- 
catione  »  i)ni'  esso.   11  Tornainim  ne  illustra  la  pittura  così  : 

Calai  e  Zete  (secondo  si  leg:ge  ne'  poeti  greci)  far  coloro  che 
mentre  andavano  l'Argonauti  a  l'acqnisto  de)  Vello  d'oro,  arri 
vati  che  furono  al  regno  di  re  Fineo,  cacciarono  le  fetide  e  puz- 
zolenti Arpie  da  le  mense  di  quel  infelice  Fineo,  il  quale^  oltre 
ch'i  Dij  li  tolsero  la  vista,  li  diero  pure  in  pena  che  questi  in- 
fami ucelli  con  lor  i)iizzo  e  artigli  bruttavano  et  toglievano  quanto 
era  su  le  mense.  Quinci  son  assomigliati  questi  mostri  altri  di- 
cono a  l'avaritia,  altri  a  V  invidia ,  altri  aggiungono  a  la  super- 
bia. E  ben  ragion  fu  ch'essendo  vissuto  Filippo  seguendo  nel  suo 
governo  di  tal  manera  ,  che  sempre  hebbe  riguardo  a  fugar  da 
quello  queste  tre  pesti  (che  nel  regno  nissuna  cosa  è   che  rechi 


tiranno  ».  E  dell'elegia  gli  fa  riferire  un  passo  ,  in  cui  è  narrato  «  l'im- 
properio che  fu  fatto  a  la  sacrata  imago  «li  Christo». 

Or  tale  ricordo  mi  «là  occasione  a  correggere  uno  sbaglio  ,  nel  quale 
son  (>aduti  gli  scrittori  municipali  di  Alcamo  prestando  cieca  fede  all'e- 
lenco de'  Nomi  degli  autori  de'  quali  s''ha  servito  Sebastiano  Bagolino  in 
questa  Piramide,  all'  ultimo  foglio  dell'  autografo  di  essa,  dove  il  citato 
Nicolò  de  la  Valle  è  gratuitamente  a88erit«)  Alcamese  ;  quando  invece  non 
par  dubbio  che  sia  stato  romano,  come  pongono  il  Gesnero,  il  Vossio,  il  Gi- 
raldi  e  il  Mandosio,  citixti  dal  Mongitore  {Biblioth.  Sic,  t.  II,  p.  103),  che  lo 
chiama  Nicolaus  Valla  e  lo  distingue  da  un  omonimo  scrittore  di  questioni 
e  controversie  di  diritto  e  dal  Nieolaus  Valla  Agrigentinus,  nwioveAx  un 
Vocabolarium  culgare  cum  latino  edito  nel  1500  e  di  altri  lavori  in  prosa 
e  in  versi  latini  (Cf.  V.  Di  Giovanni,  Filologia  e  letter.  sicil.,  voi.  Ili, 
Palerm«>  1879,  pp.  2?f)  e  segg.).  Certo  è  che  t^ìnt«»  l'elegia  di  proposta  a 
nome  di  Costantinopoli,  risultante  di  362  verei  (non  già  di  300),  quanto 
l'elegia  di  risposta  a  nome  di  Roma,  di  326  versi,  l'autore  firmava  sem- 
plicemente Nieolaus  de  Valle.  11  che  affermo,  avendo  veduto  l'una  e  l'al- 
tra unite  in  un  raro  opuscolo  appartenuto  alla  libreria  di  don  Paolo  Bor- 
ghese principe  di  Sulmona  ,  che  nel  catalogo  della  Bibliotheca  Burghe- 
siana,  seconde  partie  (Rome,  Vinc.  Menozzi,  1893),  p,  307,  al  num.  1984, 
è  cosi  notato:  «VALLE  (De)  N.  *^  Constantinopolis  Rome  sue  salntem|| 
Edita  a  Nicolao  de  Ualle.  ||  {A  la  fin:)  ^  Nieolaus  de  Ualle.  —  ^  Roma 
Conatantinopoli  sorori  carissime  ||  Responsura  editum  a  Nicolao  de  valle.  || 
A  la  fin:)  ^  Nieolaus  de  Ualle.  ||  S[au5]  l[ieu]  n[i]  d[ate]  ($ed  Romae,  Steph. 
Plannck,   rers  1485),  in  -  4,  cart.  ». 


2è0  SEBASTIANO   BAGOLINO 


tanta  mina  quanto  questi  tre  vitij)  venisse  ad  esser  significato 
sotto  la  persona  di  Calai  e  di  Zete,  come  domator  di  questi  in- 
fami mostri. 

Con  quali  arti  fugasse  Filip[)()  Il  da'  suoi  regni  queste 
lìere  arpie  il  Tornamira  dichiara  brevemente  soggiungendo: 

Tutto  questo  egli  fece  con  l'arti  regie,  che  in  lui  mirabilmente 
risblenderono,  e  massime  con  la  vigilanza  et  con  la  fortezza,  che 
son  due  virtìi  che  principalmente  si  richiedono  a  colui  che  deve 
esser  Re... 

Dalla  menzione  di  tali  virtù  nella  persona  di  Filippo  è 
naturale  il  passaggio  al  panegirico  di  colui  che  dal  celebrato 
augusto  defunto  era  stato  preposto  al  governo  dell'isola. 
Laonde  il  Tornamira  dice  con  enfasi  : 

Accortissimo  Filippo  Secondo,  che,  veggendo  la  somma  pru- 
denza e  vigilanza,  che  sempre  in  governar  regni  ha  tenuto  l'Ec- 
c.mo  Duca  di  MACHEDA,  l'ha  voluto  dar  in  governo  tutta  la 
nostra  Sicilia  ,  acciò  quelle  parti  che  fioriscono  in  questo  gran 
governator  di  regni  risultassero  poscia  tutte  in  gloria  e  lode  d'es- 
so gran  Filippo  (1).  Non  vedete  voi  come  questo  gran  MACHE- 


(1)  Vuoisi  notare  che  non  minor  lode  che  al  duca  di  Macqueda  vien 
data  dal  Bajjolino  al  precedente  viceré  di  Sicilia,  Giovanni  Ventiniiglia, 
marchese  di  Geiaci,  nell'epigramma  che  segue,  in  cui  è  riferita  a  lui  , 
anziché  a  Filippo  II,  l'allegoria  dell'ultimo  scudo  descritto  nella  Piramide 
(BII  n.  53,  p.  36): 

iSacì'a  novatc  omnes,  et  vina  reponite  mensis, 

Et  laetum  cythara  concelebrate  diem. 
Trinacria,  Europae  pars  felicissima  quondam, 

Tabuerat  multis  collabefacta  malis. 
Viderat  Harpyas  stratis  concurrere  mensis, 

Et  miseras  avide  diripuisse  dapes. 
Verum  haec  monstra  novus  pepulit  Cocytia  Zetes, 

Et  Thyphoneas  impulit  in  Strophadas. 
Non  morsus^  non  saeva  fames  excita  harathro, 

Nec  faeda  illuvies,  quae  fuit  ante,  manet. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  251 

DA  tutto  sta  intento  nella  defension  del  rejjno  ,  rendendolo  si- 
curo d'ogni  cHlaniità  che  lo  potesse  sopragj^iungeret  E  questo  si 
può  merittiniente  dir  che  sia  proprio  del  MACHEDA,  poiché  la 
sua  scola  non  ha  stato  altro  eh'  apprender  de  governar  popoli  , 
onde  appresso  il  mondo  et  il  suo  re  have  egli  ottenuto  lode  et 
fama  immort-ale.  Ohe  dirò  io  de  la  vigilanza  con  la  quale  egli 
sempre  ha  proveduto  questo  regno  f  Si  vidde  questo  quando  con 
tante  galere  attorno  di  Messina  havea  venuto  il  fier  Cicala.  Ma 
ad  un  minimo  cenno  di  questo  nostro  gran  governatore  tutta  Si- 
cilia si  rese  pronta  a  l'insulti  del  nemico,  se  pur  quello  havesse 
havuto  voglia  d'insultarla  ;  quinci  poi  con  quel  bellissimo  modo 
fece  eh'  il  Cicala  si  partisse,  non  sol  contento  da  Messina  ,  ma 
obligatissimo  a  le  cortesie  di  tanto  gran  signore,  come  realmente 
conobbe  essere  il  MACHEDA.  Degno  dunque  di  governar  regni, 
poiché  non  solo  fra  «  amici  é  venerato,  ma  temuto  e  riverito  in- 
sieme etiandio  da  la  gente  barbara  e  lontana  dal  culto  del  vero 
Dio.  Che  dirò  poi  io  con  quanta  pace  egli  ha  moderato  questo 
regno,  togliendo  tanti  odij  e  nemicitie  de'  signori ,  che  fra  loro 
miseramente  s'affligevano  ?  Che  dirò  con  quanta  severità  ha  egli 
tolto  la  licentia  di  malfare  a'  masnadieri ,  purgando  il  regno  di 
latrocinj  e  di  gente  ociosa  I  Tutte  queste  et  altre  son  meritevoli 


Macie  animo  iuvenis,  summi  Jovis  opiima  proles. 

O   Vinthniliae  posteritatis  honos. 
Te  duce,  quisque  suae  cognoscit  gaudia  mensae, 

Libai  et  appositas  Sicelis  ora  dapes. 

E  ved.  anche  BIT  n.  3,  p.  3. 

Siniilniente,  a  Francesco  Ferdinando  Avolos  de  Aquino  marchese  di 
Pescara,  fatto  viceré  di  Sicilia  nel  1568,  il  palermitano  Giambattista  iMa- 
carello  avea  cantato  : 

Se  tu,  che  vali  e  puoi,  Signor,  non  parti 
L'Arpie  così  fameliche  et  gran  Mostri 
Del  Regno,  come  par  che  vogli  e  mostri, 

Quando  al  governo  tuo  l'bore  comparti... 

Ve<l.  Rime  del T Accademia  degli  Accesi  di  Palermo  ;  Pai.  per  G.  M.  Mayda 
MDLXXI  ;  e.  117  i'. 


252  SEBASTIANO   BiGOLlNO 

glorie  del  gran  M ACHEI) A.  Ma  non  si  fcìrmano  in  lui,  anzi,  co- 
me suol  fiume  correr  al  mare,  così  corrono  tutte  al  vasto  seno  del 
suo  e  nostro  gran  Kc  Filippo,  il  quale  scelse...  a  quel  regno,  dove 
ne  facea  gran  bisogno....  il  MAl-HEDA,  pria  in  Barcellona,  a- 
desso  in  Sicilia...  inclito  e  famoso  governatore  (1). 

Illustrate  le  pitture  de'  quattro  scudi,  conveniva  fermarsi 
un  po'  sulla  bandiera  posta  in  cima  alla  Piramide,  in  cui, 
come  s'è  detto,  era  dipinta  da  una  parte  una  «  stella  corrente 
vicino  da  la  lvna»  pe  'l  cielo  e  ricamata  nell'altra  una  fenice 
agitante  le  ali  sopra  una  tiamnia  in  atto  di  volersi  bruciare. 
E  ciò  appunto  fa  il  Tai'uamira  comentando  i  <lue  epigrammi 
sull'argomento  : 

Quella  stella  che  corre  da  vicino  la  Luna  fu  un  successo  che 
avvenne  questi  tempi  indietro  al  mese  di  marzo  del  1598  (2) , 
quando  a  1'  hora  del  tardi  ,  essendo  già  traboccato  il  Sole  e  la 
Luna  alquanto  in  alto,  scorse  come  da  vicino  la  Luna  una  fiam- 
ma inver  l'Oriente  et,  havendo  signato  la  via  per  lungo  spatio, 
alfin  s'udirò  i  strepiti  d'un  orrendo  trono.  La  vidde  Sicilia,  Ita- 
lia, e  credo  gran  parte  del  habitato  di  questa  nostra  superficie. 
Hor ,  veggendo  così  stui)endo  portento  ,  non  mancò  un  giovane 
in  Alcamo,  che  questo  successo  poeticamente  e  con  molta  gen- 
tilezza l'applicò  a  Filippo  Secondo,  ch'al'hora  si  ritrovava  in  I- 
spagna  (3). 

Il  g^iovane  alcamese,  è  superfluo  dirlo,  era  il  Bagolino, 
che  in  ciò  si  piacque  d'imitare  Virgilio.  E  il  suo  e])igram- 
ma  su  «quella  fiamma  e  quel  folgore»,  ch'ei  dava  «per 
buon  prodigio  »,  è  questo  : 

Quae  flanima  occiduis  coeli  rutilavit  ab  oris, 
En  putris  indigetis  siella,  Philippe,  fuit. 


(11  Cf.  L.  D'Heredia,  Graz.  fun.  pel  duca  di  Macqueda  ;  a  pp.  297- 
302  del  voi,  II,  già  cit.,  di  Filog.  e  letter.  sicil.  di  V.  Di  Giovanni. 

(2)  Cf.  Part«  Seconda,  IV,  1,  B),  a). 

(3)  Il  «  successo  »  per  altro  fu  dal  Bagolino  medesimo  applicato  poe- 
ticamente anche  ad  Antonio  Moncada,  nell'epigramma  che  leggesi  in  BII 
n.  64,  p.  41. 


POETA    LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  53 

Limai  e  f/reviio  risa  irnipisse  ;  repente 

Solis  ad  Eoi  regmi  tetcndit  iter. 
SignaUique  via  multa  face,  /umida  mundi 

Moenia  terribili  dissolvere  sono. 
Scilicet  in  Persas,  Nihimque  vcl  auspice  Luna 

Fulminei  Avstriacae  vis  metuenda  manus. 
Sic  demum,  Aegypto  totoque  Oriente  suhacto, 

Hinc  Tagus,  hine  Ganges  sub  tua  iura  fluent  (1). 

Il  poeta  in  quella  «tal  tiamrua  »  vede  «la  stella  del 
gran  Carlo  Quinto»,  al  modo  stesso  che  gli  «antichi  cre- 
dettero l'anima  di  ciascheduno  dopo  questa  vita»  andarsene 
«  a  la  sua  stella  ;  onde  di  Cesare  morto  si  legge  appo 
Virgilio  : 

Ecce  Dionei  processi  t  Caesaris  astrum  »  ; 

e  il  «successo»  egli  nell'ultimo  distico  «accomoda  a  la 
casa  d'Austria,  dicendo  ch'ella  sarà  vittoriosa  de  l'Egitto  e 
de  l'Oriente  »,  altresì  «  cron  lo  medesmo  pede  che  va  Virgi- 
lio», nel  luogo  allegato,  «nella  persona  di  Ascanio  figliol 
d'Enea  : 

Ulani,  s*iinima  super  labentem  culmina  tecti, 
Cerninius  Idaeà  clarain  se  condere  sylvsi  ». 

E,  come  il  mantovano  poeta  «  fa  che  quella  stella,  o  fiamma, 
che  vogliam  dire,  se  ne  scenda  su  '1  palazzo  d'Enea  e  quindi 
se  ne  vada  a  la  selva  d'Ida»,  quasi  mostrando  il  cammino 
che  Enea  doveva  fare  co'  suoi  «  per  salvarsi  da  1'  orgoglio 
de'  Greci  »,  tenendo  «  mira  al  loco  dove  scese  e  dove  andò 
quella  fiamma»;  similmente  fa  «il  nostro  compositore  Al- 
camese,  poiché  dal  loco  dove  partì  ed  ove  andò  quella  face 
argomenta  felice  augurio  a  l'inclita  casa  d'Austria  et  Ara- 
gona insieme  ».  Epperò  continua  il  Tornamira: 

È  ragionevol  così  eh'  essendo   quella    fiamma  partitasi  da  le 
parti  occidentali,  ov'è  l'imperio  di  Spagna,  et  essendo  il  suo  rag- 


(1)  Cf.  BII  n.  47,  p.  31. 


254  SEBASTIANO   BAGOLINO 


gio  inver  l'Oriente,  ov'è  I'ìihikmìo  de  l'empio  Ottomano,  porten- 
(la  fausto  aii<>iirio  a'  refji  d'Ispagna  et  infelice  a'  rejtfi  tnrcheschi. 
Arroge  poi  che  quella  fiamma  parve  aj^li  occhi  de'  riguardanti 
come  se  uscita  fosse  dal  gremio  de  la  Luna ,  come  se  accennar 
volesse  che  l'istessa  Luna,  antiqua  insegna  de'  Turchi ,  voltato 
pensier  da  quel  di  pria,  tornerà  ad  esscu-  fautrice  a  la  Christiana 
gente,  come  quel  ch'in  questa  istessa  materia  si  dice  de  la  Dea 
Giuno  appo   Virgilio  : 

Quin  aspera  Jvno 

Consilia  in  melius  referet,  mecnmque  fovebit 
Bomanos  rerum  dominos,  gentemque  iogaiam  : 

ì  quai  versi  con  bel  modo  si  potrebbero  torcere  al  nostro  intento 
mutando  alcune  parole,  in  queste  voci  o  altre  simili  a  queste  : 

Quin  candida  Luna 

Consilia  in  melius  referet,  semperque  fovehii 
Hyspanos  rerum  dominos,  gentemque  potentem. 

Nel  che,  si  affretta  il  Tornamira  a  sogg^i ungere,  non  è  om- 
bra di  adulazione  ;  giacché  «  nulla  lode  i)uò  esser  così 
grande  che  non  sia  vinta  da  li  meriti  de  l'inclita  Spagna  »; 
i  quali  egli  torna  ad  enumerare  allegiiudo  i  versi  di  Clau- 
diano  In  nuptiis  Serenae  ad  essa  relativi  e  conclude  : 

Chi  dubiterà  dunque  aftìrmar  che  sotto  questo  gran  Filippo 
Terzo  Idio  sarà  così  propitio  e  cortese  che,  empiendolo  del  suo 
favore  ,  lo  renderà  formidabile  a  1'  empia  casa  del  fiero  Ottoma- 
no ?  E  cosi  andrà  egli,  o  alcun  nipote  di  tanto  prencipe,  e  farà 
acquisto  de'  regni  Orientali,  tal  che  si  potrà  realmente  dire  : 

Sic  demum,  Aegypto  totoque  Oriente  subacto, 
Bine  Tagus,  hinc  Nilus  sub  tua  tura  fluent. 

E,  avendo  lo  Spadafora  rammentato  l'impresa  contro  i  Tur- 
chi «  generosamente  apparecchiata  »  nel  150G  dal  «  buon 
Emanuele  re  di  Castella  »  e  non  condotta  ad  eff*ett(>  per 
la  discordia  de'  principi  cristiani,  il  Tornamira  rinnova  l'au- 


t»OETA   LATINO   ED   ERUDITO  DEL   SEC.    XVI  256 

gnrio  che  il  glorioso  acquisto  sia  riserbato  al  «  terzo  Filip- 
po »  o  mi  «altri  suo  uiaguaiiiino  nipote»,  non  senza  far 
sapere  al  suo  interlocutore  «  che  quel  istesso  giovane  Alca- 
mese  ,  come  quello  ch'è  molto  devoto  a  casa  d'  Austria  »  , 
circa  dieci  anni  innanzi  (1),  nel  nascimento  di  esso  Filippo 
Terzo,  aveva  composto  un'elegia  latina,  in  cui,  «dopo  liaver 
detto  alcune  lodi  di  quel  gran  Prencipe,  al  fin  con  meravi- 
glioso ordine  et  efìicacia  di  parlare  l' indovina  questa  feli- 
cissima guerra,  de  la  qual  egli  per  volontà  divina  sarà  vin- 
citore »  (2). 

Bimane  a  vedere  la  dichiarazione  della  fenice,  o  piuttosto 
il  secondo  epigramma,  «  come  ch'essendo  esplicativo  de  la 
tìgura  depinta ,  non  fa  altro  di  bisogno  ».  Ed  esso  è  il  se- 
guente : 

Regna  tuae  magnuH  ditionis  perculit  horror, 

Gitm  sensere  tuum,  magne  Philippe,  obitum  : 
Et  pertaesa  tubar  Phaebi,  atque  amplexa  tenebras, 

Submisere  aninìos  protinus  illa  suos. 
Sic  Borea»  Italos  cum  Syrtibus  attutii  imbres, 

Ereptum  queritur  terra  Lybissa  diem. 
Ast  ubi  senserunt  alium  regnare  Philippum, 

Qìiem  quoque,  dum  vivis,  sceptra  tenere  doces  ; 
Erexere  animos,  quos  pridem  straverat  horror  ; 

Nec  iam  mercede  hac  pristina  damna  dolent. 
Fecisti  ut  iuveni  Myso  inm  fedi  Achille», 

Cuspide  qui  ex  una  vulnus  opemque  tulit  (3). 


(1) [Neil' assegnare  questa  data  approssimativa  l'autore  sbaglia  di  un 
decennio,  poiché  Filippo  III  nacque  nel  1578. 

(2)  L'elegia  qua  su  menzionata  manca  alle  due  note  edizioni  de'  carmi 
bagoliniani  ;  e  dei  manoscritti  la  ha  solament^^,  imperfetta,  il  Quinternum, 
a  e.  116  V.  Nell'indice  del  quale  è  pure  chiamata,  a  e.  132,  col  principio 
«  Quae  tandem  astrigero  »  ;  ma  in  quella  carta  non  ci  si  trova.  Nel  cit. 
cod.  della  Piramide  ne  è  riferito  solo  il  primo  verso  : 

Quae  quondam  astrigero  navis  consedit  Olympo, 

a  e.  102,  essendo  bianca  la  seguente  e.  103 ,  che  avrebbe  dovuto  conte- 
nerne gli  altri. 

(3)  Cf.  BI  n,  228,  p.  161. 


356  SEBASTIANO   BAGOLINO 

Di  primo  tratto,  ffiiardundo  alla  chiusa,  parrebbe  che 
l'epi^Tamma,  anziché  alhi  fenice ,  avesse  relazione  all'  asta 
con  cui  Achille  fece  la  ferita  e  <ìie(le  la  medicina  a  Teleso, 
secondo  raccontano  irli  scrittori  «rreci  e  latini;  ma,  se  si 
mira  «  più  a  dentro  »,  la  fenice  si  scorge  evidentissimamente 
nel  (piarto  distico. 

E  per  certo  che  voi  dir  morir  un  Filippo  e  da  la  morte  di 
colui  sorger  un  altro  Filippo,  se  non  ch'a  guisa  di  fenice  da  una 
morta  fenice  rinovarsi  un'altra  fenice  ? 

La  storia  della  quale  è  ben  nota ,  riferendola  «  alcuni 
naturali,  e  massime  Claudio  Olaudiano...  ».  Ripetuti  i  cui 
versi  in  proposito,  il  signor  Antonio  continua: 

Hor  stando  la  cosa  così,  non  vi  par  che  Filippo  Secondo  hab- 
bia  stato  una  vera  Fenice  ,  il  quale  nel)'  ultima  sua  vecchiezza 
scotendo  l'ale  sue  nel  suo  sepolcro,  d'indi  fece  riuscir  un  altro 
simile  a  se  ,  io  dico  il  gran  Filippo  Terzo  ,  del  qua!  si  può  dir 
quel,  che  disse  Virgilio  sopra  Silvio  Enea  in  queste  parole  : 

Et  qui  te  nomine  reddet 

SUvius  Eneas  pariter  pietate  rei  armis 
Egregius 

Talché,  se  Filippo  il  Secondo  fu  inclito  per  pietà  e  per  arme, 
il  simile  speriau»o  di  questo  Filippo  Terzo,  nel  qual  come  in  se- 
conda fenice  si  rinova  la  prima  fenice.  Anzi  ei  risorgerà  assai 
magior  de  la  speranza  ,  assai  miglior  de  la  fama  che  per  tutto 
il  mondo  s'ha  sparsa  di  lui. 

Dopo  del  che  il  Tornamira,  come  quei  che  il  ino,  caldo 
parlar  dietro  riserba,  chiude  la  illustrazione  della  Piramide 
esclamando  : 

Dunque  veneriamo  tutti  questo  gran  Prencipe ,  al  nome  del 
quale  treman  le  potentie  nemiche,  sotto  '1  cui  savio  governo  si 
regge  la  lùù  nobil  parte  del  mondo  ,  defensor    de  la  religion  di 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI  257 


ChrÌ8t«  ,  estirpator  de  F  infaixle  eresie  ,  doniinator  di  questa  e 
quel'altra  parte  del  mondo,  generato  dal  inclito  sangue  d'Austria 
et  Aragona  ;  del  qual  eroe  s'io  volessi  cominciar  le  gran  virtìi , 
molto  più  sempre  resterebbemi  a  dire  <li  quel  c'havrei  detto. 

Rinnova  poi  un'ultima  volta  con  enfatica  sintesi  le  lodi 
di  Filippo  JI,  de'  suoi  avi  e  de'  «  suoi  ^i^randi  progenitori  », 
e  finisce  il  dialogo  annunziando  sul  «  gran  Filippo  Terzo  , 
il  qual  da  le  prime  fascie  ha  dimostrato  il  suo  gran  valore  », 
questo  lieto  prognostico  : 

Il  sommo  Iddio  ci  dà  evidente  caparra  che  sotto  lui,  o  sotto 
l'impero  d'alcuno  suo  famoso  nipote,  s'ademi)irà  quella  profetia 
che  fia  un  solo  ovile  et  un  solo  pastore  (1).  In  questo  gran  Pren- 
cipe  s'adempirà  quel  che  divinando  disse  Claudio  Claudiano  : 

Tiòi  saecvla  dehent  Traianum. 

Questo  sì  che  fia  quel  Traiano  tanto  desiderato  dal  regno  di 
Ispagnn  ,  la  cui  fortezza  congiunta  a  la  pietà  e  misericordia  si 
farà  soggetto  il  mondo  tutto,  farà  ch'inanti  che  suoniu  le  trom- 
be austriache  tutte  le  nemiche  schiere  paurose  se  ne  fugano  di- 
sperse, sol  commosse  ed  attonite  dal  terrore. 

Tale  è  la  Piramide^  di  cui,  come  lavoro  inedito,  ho  cre- 
duto di  dover  ^are  un'ampia  recensione  e  riferire  integral- 
mente varj  passi.  Dal  lato  letterario,  essa  sottostà  al  Moncata, 
mancando  al  dialogo  la  vivacità  e  la  disinvoltura,  spesso  la 
natnralezza,  e  meno  pulita  essendo  in  generale  la  lingua. 
Circa  il  cont.enuto,  gli  è,  come  i  lettori  bau  potuto  vedere, 
tutta  una  profusione  di  encomj,  che  da'  «  gloriosi  Duci  di 
Casa  D'Austria  »  vanno  all'  «  invittissimo  che  fu  Re  d'ispa- 
gna,  campiou  di  Christo,  alta  colonna  di  S.  Chiesa,  che  con 
somma  religione  et  ugual  giustitia  per  si)atio   di    42    anni 


(I;  Questo  conceUo  e  altri  dianzi  espressi  nella  Piramide  in  lode  di 
FilipiM)  III  trovansi  anche  in  un'elegia,  che  in  BII  n.  126,  pp.  79-80,  si 
legge  senza  titolo  ed  io  crederei  indirizzata  allo  stesso  monarca. 


258  SEBASTIANO   BAGOLINO 

g(»veriiò  i  regni  suoi»,  sì  da  doversene  tener  «memoria 
eterna  insino  a  l'ultimi  possessori  de  la  terra»  ;  estendonsi 
alla  Spagna,  «feconda  de'  Principi  religiosi»,  al  valore^  e 
alla  saggezza  del  «  Duca  di  Maclieda  governator  di  Sicilia  », 
e  scendono  commisti  ad  augurj  di  belle  imprese  sulla  corona 
del  giovane  re  Filippo  III. 

Bncomj,  quanto  all'  oggetto  principale,  punto  meritati  ! 
Auguri  affatto  vani  !  Poiché  quel  re,  di  cui  il  Bagolino  — 
gareggiando  con  Francesco  Bisso ,  con  Giuseppe  Gaggio , 
con  fra  Leodoro  Scrigni,  col  padre  Ottavio  Gaetani,  con 
Giuseppe  Bon tìglio  e  con  gli  altri  oratori  delle  esequie  of- 
tìciali  ed  officiose  di  Sicilia  (1)  —  faceva  1'  apoteosi ,  egli  è 
quel  desso  che,  per  la  feroce  intolleranza  religiosa,  la  vol- 
pina simulazione,  la  crudeltà  dell'animopari  all'agghiacciante 
severità  dell'aspetto,  ebbe  dalla  storia  l'odioso  nome  di  Ti- 
berio de'  suoi  tempi  ;  e  caratteristica  del  governo  del  fi- 
gliuolo, suo  successore,  fu  l'inettitudine  estrema,  che  spinse 
nel  fatale  pendio  della  decadenza  quella  monarchia  delle 
Spagne  ,  che  avea  toccato  il  momentaneo  suo  apice  con 
darlo  V  (2). 

Epperò  non  si  leggono  senza  disgusto  certi  giudizj  or- 
mai inaccettabili  ;  come  ,  per  citarne  uno  solo ,  quello  di 
avere  il  «  Sommo  Dio  »  concesso  a  don  Giovanni  d'Austria 
la  vittoria  famosa  di  Lepanto ,  «  riguardando  i  meriti  »  di 
Filippo  li ,  «  così  santo  e  religioso  prencipe  »  :...  di  quel 
principe,  il  quale,  siccome  è  noto,  poco  mancò  che  il  fratello 
vincitore  non  punisse  e  al  nunzio  del  lieto  avvenimento, 
per  cui  tutto  il  mondo  cristiano  esultava,  freddamente  ri- 
spose essersi  don  Giovauui  e8i)osto  troppo  ! 

Vero  è  che  il  dominio  spagnuolo,  sventura  all'Italia,  in 
Sicilia  fu  temperato  dagli  ordini  e  dalle  libertà  del  paese  (3); 


(1)  Ved.  S.  Salomone-Marino,  Spigolature  storiche  siciliave,  in  A^,  Ef- 
fem^eridi  Siciliane,  serie  terza,  voi.  X;  Palermo  1880;  pp.  290-1. 

(2)  I.  La  Lumia,  La  Sicilia  sotto  Carlo   V  imperatore  ;  Pulermo  1S62 ', 
p.  257. 

(3)  I.  La  Ldmia,  Storie  siciliane,  voi.  Ili  ;  Palermo  1882  ;  p.  389. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO   DEL  SEC.    XVI  259 

vero,  che  Filippo  H,  «maledetto  altrove  e  imprecato,  qui 
non  ebbe  a  palesarsi  peggiore  degli  altri  re  di  sua  stirpe 
[né  pel  moderno  Tiberio,  pel  demonio  del  mezzogiorno  era 
poco]»;  vero,  che  «in  ogni  modo  non  era  abbietto  letargo 
di  schiavitù  degradante  che  occupasse  il  paese  »  allora  e 
che  questo  «  sotto  vari  rispetti,  si  tenea  moralmente  e  po- 
liticamente appagato»  e,  «guardandosi  attorno  in  Italia  e 
anche  fuori,  credea  che  le  condizioni  più  dure  non  fossero 
certamente  per  lui  >  (1).  Ma  da  ciò  ad  amare  «  di  gran 
cuore  la  Spagna  e  que'  re  assenti  e  non  visti  »  (2)  ci  corre 
ben  molto. 

Il  Bagolino,  adunque,  come  tutti  gli  autori  di  compo- 
nimenti ed  orazioni  per  le  esequie  di  Filippo  II,  in  quella 
profusione  di  lodi,  ingiustificabili  al  tribunale  della  storia, 
n(m  rispecchiava  il  pensiero  e  i  sentimenti  del  paese.  Egli, 
invece,  soggiaceva  alla  influenza  delle  opinioni  politiche 
de'  maggiorenti,  interessati  adulatori  della  Casa  regnante, 
e,  senz'ombra  di  sospetto  che  ì  posteri  ne  lo  avrebbero  po- 
tuto accusare  di  vergognoso  servilismo  e  di  vii  piaggiamen- 
to,  lasciava  andare  troppo  oltre  il  fervido  ingegno,  spinto 
dalla  smania  di  segnalarsi. 

pj  quella  stessa  smania  gli  facea  perdere  la  misura  al- 
tresì nelle  lodi  di  sé  medesimo.  Notevole  é  infatti  la  gran- 
de alterigia,  l'arroganza  mista  ad  acrimonia,  onde  nella 
Piramide  ,  più  che  altrove,  l'autore  per  bocca  degl'interlo- 
cutori esalta  il  proprio  valore  poetico  e  magnifica  le  pro- 
prie composizioni.  Probabilmente,  come  ha  pensato  il  pro- 
fessore Amico,  «quando  il  Nostro  dettò  quella  prosa,  ar- 
devano le  battaglie  letterarie  e  fratesche  »  (3) ,  di  cui  a- 
vanti  ho  accennato.  Inoltre,  mentre  de'  loro  componimenti 
ed  elogi  funebri  pe  '1  morto  re  altri  erano  stati  «premiati 
con  sommi  honori  e  degnità»,  egli,  il  poeta  alcamese  —  il 


(1)  La  Lumia,  La  Sicilia  sotlo  Carlo  V  cit.,  pp.  ?75-6. 

(2)  Ivi,  p.  «276. 

(3)  A  2  p.  80. 


260  SEBASTIANO   BAGOLINO 

quale  quanto  avea  «  di  grandezza  nel  comporre  »  tanto  a- 
vea  «di  mala  sorte  in  trovar  persone  che»  premiassero 
«le  cose  sue»  — non  era  «  uè  i)ure  conosciuto  di  quanto» 
avea  fatto  (1).  E  tali  circostanze,  inasprendogli  l'animo,  a 
vranno  viemmaggiormente  acuito  la  sua  jattanza.  Della 
quale,  del  resto,  non  si  scandalizzerà  chiunque  sappia 
come  i  poeti  tìlologi  e  i  loro  segnaci ,  cui  era  eccitamento 
continuo  *la  lettura  degli  antichi  autori  latini,  generalmen- 
te dominati  da  insaziabile  sete  di  gloria,  s' impadronissero 
della  fama  tanto  per  gli  altri  che  per  sé  (2). 


3. 


Tornamira, 

Ecce  suljurbani  nomina  prisca  tui. 
lUI  n.   127,  p.  80. 


La  breve  scrittura  dello  StrnoviabisacGe  è  così  intitolata 
dal  nome  di  una  villa  di  Vincenzo  Tornamira, 

Alcamei  splendor  honorque  soli. 

L'autore  avea  già  «de  nomine  eius  villae^>  composto, 
«  iussis  »  di  lui,  una  leggiadra  elegia.  In  essa,  poiché  Strac- 
ciabisacce  è  contiguo  al  bosco  di  Genisaro  e  <piesto  al 
monte  Damiata ,  avea  finto  che  quivi  la  ninfa  Bisace  ,  in- 
ginocchiata a'  piedi  di  Diana,  ne  avesse  impetrato  la  «  sa- 
lute alla  sua  sorella  Damiata  »  ,  a  cui  la  diva  «  pretendea 
dar  le  meritevoli  pene  »  per  essersi  fatta  togliere  «  la  ver- 
ginità dal  pastore  Genisaro»;  e  che  al  luogo,  testimonio 
del  caso  pietoso,  fosse  indi  rimasto  il  nome  di  Sfrata  Bisa- 


(1)  Bagolino,  Piramide. 

(2)  J.  Bdrckhaudi\,  La  civiltà  nel  sec.  del  Rinascimento  in  Italia  ecc. 
cit.  voi.  I,  pp.  194-5, 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI  261 

cen.  Ecco  il  racconto  co'  versi  bagoliniaui ,  il  cui  sapore 
classico  mi  sarà  scusa  sufficiente  alla  lunghezza  della  cita- 
zione : 

Damiate  siculas  Inter  celeberrima  nymphas 

Crynisi  niveo  dum  terit  arva  pede, 
Candida  purpureis  ornabat  colla  hyacinthis, 

Qui  possent  frontem,  Juno,  decere  toam. 
Sed  postquam  violas  oaltharaque  et  gramina  thymbrae 

Carpsit^  vicinae  margine  sedit  aquae. 
Fecerunt  dulces  alnornm  sibila  somnofi, 

Et  patuit  saevis  grata  rapina  Deis. 
Illam  muscoso  ut  vidit  Genisarus  ab  antro, 

Promittit  thalami  gaudia  certa  sibi... 
Excutitur  sorano  nymphe,  nolletque  teneri, 

Nec  spes  optatae  iam  datur  ulla  fugae. 
Quid  taceret  ?  defessa  fero  se  praebet  amanti, 

Et  tandem  invito  pectore  iuvit  opus. 
Forte  ferebatur  passu  huc  Diana  citato, 

Venatu  rabidos  cum  sequeretur  apros. 
Paenituit  vidisse  Deam  scelus,  atque  in  iras, 

«  Decrescet  sacri  sic  mihi  turba  cori 
Semper ?»  ait ;  promitque  sacra  duo  tela  pbaretra, 

Cum  furias  laesae  sensit  uterque  Deae. 
Diffugiunt  ;  non  stagna  illos,  non  saxa  retardant, 

Non  quae  vulnificis  stant  loca  senta  rubis. 
Viderat  hoc  Bisace,  casu  quae  tacta  sororis 

Damiates  virgo,  proluit  imbre  genas... 
plaeido...  Cynthia  vultu 

Deposuit  arcum,  deposuittjue  minas... 

Sed  Bisace  sacros  sternitur  ante  pedes. 
Et  venerata  Deam,  niveis  dedit  oscula  plantis  : 

Sed  locus  a  facto  nunc  quoque  nouien  habet  : 
A  Bisace  campum  indigenae  dixere  Bisacen  ; 

Hic  ubi  se  stravit,  Strata  vocatur  adhuc  (1). 

E  di  questa  elegia  1'  autore  erasi  compiaciuto  tanto  da 
dire — mettendo,  non  insolitamente,  da  i)arte  la  modestia — 


(i;  BU  n.  127,  p.  80. 

Arch.  Stor.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV.  18 


262  SEBASTIANO   BAGOLINO 

che  chiunque  l'avesse  vista  «  con  occhio  purgato  »  avrebbe 
dovuto  stimarla  «fatta  nel  tempo  del  vertatero  parlar  la 
tino»,  essendo  i  «versi  facili,  nati  da  per  sé,  senza  diffi- 
coltà di  sentimento  o  con  necessità  di  parer  oscuro  per  tro- 
var la  quantità  de  le  sillabe,  come  hoggi»,  egli  soggiun- 
geva, «  per  tutto  far  si  sole  »  :  il  che,  a  suo  giudizio,  chia- 
ramente si  scorgerebbe  paragonando  la  sua  elegia  «  con  al- 
cune che  ne  scrisse  Papiniano  ne  le  sue  SeJve,  il  Sannaza- 
ro et  il  Fontano  e  altri  valenti  ingegni  ». 

Pure,  non  contento  di  aver  fatto  «cittadina  della  re- 
pubblica letteraria  »  la  denominazione  «  così  barbara  et  in- 
culta  »  di  Stracciahisacce  col  suo  stimato  componimento  la- 
tino ,  volle  il  poeta  tornar  a  celebrare  la  villa  del  diletto 
Tornamira  con  un  lavoruccio  in  volgare,  di  cui  però  egli 
tìnge  essere  un  semplice  trascrittore.  Con  tale  avvertenza 
all'amico  conchiude,  infatti,  il  Bagolino  il  proemietto,  che 
sussegue  alla  citata  elegia  : 

Molto  pria  che  io  scrivessi  questo ,  daccaso  si  trovò  persona 
che  fece  mentione  de  l'origine  del  vostro  Straccia  Bisaccie,  e  ciò 
in  lingua  italiana  ;  e  perchè  trattato  è  degno  di  leggersi  per  la 
accortezza  de  lo  scrittore  et  per  la  dottrina  che  vi  vien  sparsa 
dentro,  pertanto  ho  voluto  scrivervelo  di  capitolo  in  capitolo. 

Il  trattato,  secondo  la  finzione  del  poeta,  era  contenuto, 
per  così  dire ,  in  embrione ,  in  «  un  antichissimo  foglio  di 
carta»  scritto  «in  lingua  siciliana  antichissima  »,  possedu- 
to, per  dono  degli  «  eredi  di  Benedetto  Infini  »,  dal  garzo- 
ne di  «  Angeluccio  Boni  Terri  »  :  un  «bon  garzone»  e,  per 
giunta ,  «  persona  avvisatissima  dell'  antichità  del  nostro 
paese  »,  cioè  di  Alcamo.  Ma,  «  perchè  non  stava  bene  che 
discorso  così  profittevole  andasse  scritto  goffamente  »  ,  un 
certo  amatore  di  cose  patrie  s'era  pigliato  la  «  cura  di  farlo 
tradurre  in  miglior  lingua  e  di  più  terse  parole  »  vestirlo. 
E  l'amatore  era  un  «Poto  Lo  Matefaro»,  che  di  tutto  ciò 
dà  contezza  nella  dedicatoria  al  «  Boni  Terri  »  premessa  al 
discorso. 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO   DEL  SEC.   XVI  263 

Questo  va  diviso  in  nove  capitoli;  de'  quali  consacrato 
al  nome  della  villa  da  cui  esso  s'intitola  è  solamente  il  pri- 
mo, trattandosi  negli  altri  de'  nomi  di  Cavasenno,  Bonifa- 
to,  Mazzone,  Guagliardetta,  Scampati,  Pietre  Rivolanti,  Bi- 
vignato  e  Bonadia,  «  lochi  intorno  Alcamo  »,  e  delle  fami- 
glie alcamesi  :  «  Firrincbiuni  ,  Bininati ,  Lampai ,  Oliverio, 
Lazij,  Spatafori  ». 

11  Bagolino  dà  di  quei  nomi  le  più  bizzarre  etimologie, 
desumendole  dall'  Eneide  e  acconciandole  con  molto  lusso 
di  citazioni  storiche  e  poetiche,  virgiliane  in  ispecie,  secon- 
do il  gusto  del  suo  tempo,  che  piace  vasi  di  siffatti  arzigo- 
goli. Così,  Stracciahisacce  o  Straccia  Bisaccie  è  una  storpia- 
tura, dovuta  al  «  volgacelo  ignorante,  di  Strafa  Bis  Acta, 
nome  dato  alla  contrada  a  perpetuare  il  ricordo  del  repli- 
cato passaggio  fattovi  da  Enea.  Similmente,  il  luogo  detto 
Cavasenno  ebbe  questa  denominazione  da  Aceste,  in  memo- 
ria della  confessione  dello  stesso  Enea,  là  appunto  avvenu- 
ta ,  di  non  essersi  rammentato  subito  della  moglie  Oreusa 
nel  fuggir  da  Troja,  avendogli  un  nume  avverso  cavato  il 
senno  :  pe  '1  che ,  arrivatane  a'  posteri  la  fama ,  Virgilio 
scrisse  : 

Hic  raihi  nescio  quod  trepido  male  numen  amicuin 
Confusam  eripuit  mentem 

con  quel  che  segue.  E  il  cognome  Bininati  è  una  corruzio- 
ne di  Bibe  nate,  invito  a  bere  a'  Sommi  Dei  rivolto  ad  E- 
nea  dal  padre  Anchise,  allorché  allo  sguardo  desioso  de' 
fuggitivi  Trqjani  si  offerse  l'Italia;  recando  il  racconto  vir- 
giliano che 

Tum  pater  Anchises  magnum  cratera  corona 
Induit,  iinplevitque  mero,  divosque  vocavit, 
Stana  celsa  in  pappi  ....... 

E  parimenti  degli  altri  nomi  capricciosamente  illustrati  nello 
improvviso  lavoro. 


264  SEBASTIANO   BAGOLINO 

Dico  improvviso,  stando  a  un  amico  dell'  autore,  «  An- 
tonio D'Olivero  »,  che  in  un'epistola,  accodata  al  medesimo 
Stracciahisaccej  afferma,  da  testimonio  oculare,  l'operetta  es- 
sere stata  composta  dal  Bagolino  «ad  un  tratto  di  penna», 
soggiungendo  :  «  E  quel  che  più  deve  meravigliare  è,  che 
«  non  applicava  esso  le  cose  di  Virgilio  a  le  famiglie  alca- 
«  mesi  ((juantunque  ciò  havrebbe  stato  pur  degno  di  gran- 
«  de  ammiratioue),  si  bene  con  velocità  di  giudicio  e  d'in- 
«  cegno  in  un  tratto  applicava  le  famiglie  alcaraesi  a  li  versi 
«virgiliani.  Il  che  è  degno  di  più  meraviglia,  tanto  più 
«  quanto  nissuno  mai  s'have  affaticato  in  simil  genere  di 
«  scrivere  ;  talché  si  può  dire  che  di  questa  sorte  d' inven- 
«  tionare  esso  ne  sia  stato  ragione.  Provailo  io ,  il  quale , 
«  mentre  egli  velocissimamente  moveva  la  mano  a  scriver 
«quel  che  serbava  nella  mente,  gli  dissi  che  mi  havesse 
«fatto  gratia  di  porre  fra  quei  scritti  la  famiglia  D'Olive- 
«  ro  ;  et  egli  subito ,  senza  altro  pensar ,  fece  riuscir  quel- 
«  l'Orsiloco  e  quell'Eurìalo  D'Olivero  con  tanta  leggiadrez- 
«  za,  quanta  si  vede». 

Perchè ,  intanto,  a'  lettori,  incuriositi  da  queste  ultime 
Ijarole  dell'amico,  suppongo  non  debba  esser  grave  la  let- 
tura dell'aggiunta  da  lui  cennata,  voglio  qua  riportarla  tal 
quale  dal  capitolo  sesto,  dove  si  trova  in  forma  di  epistola 
indirizzata  da  «  Filippo  Carnimolla  a  Gaspano  D' Olive- 
rio» : 

Signor  Gaspano,  errano  di  gran  lunga  quelli  li  quali  dicono 
che  l'arnia  di  vostra  casata  è  un  livero  bianco,  così  come  si  vede 
in  una  medaglia  antiquissima  con  il  rovescio  de  la  testa  di  Ce- 
sare ;  già  ohe  quella  medaglia  non  può  far  nulla  con  la  vostra 
casa,  sendo  che  le  vostre  arme  traheno  origine  da  Eurialo  Troia- 
no, colui  il  quale  fu  vincitore  nel  corso  che  si  fece  al  tumulo  di 
Anchise  in  la  città  di  Trapani.  E  la  cosa  passa  di  questa  forma, 
che,  volendo  Enea  fare  l'esequie  funerali  al  suo  padre,  istituì  di- 
versi giochi  sì  per  mare  come  anco  per  terra  ;  fra  l'altri  giochi 
fu  ch'alcuni  gioveni  si  mostrassero  quanto  valessero  nel  corso. 
Fra  questi  giovani  furo  alcuni  siciliani,  alcuni  troiani  :  de'  sici- 


t»OETA  LATINO   ED  ERUDITO   DEL   SBC.   XVI  265 

lianì  fu  Emilio  e  Panope  ;  fra'  troiani  fn  Niso ,  Burlalo  ,  Diore, 
Salio  e  altri  infiniti.  Avvenne  die  a  li  primi  tre,  che  doveano 
pigliarsi  il  premio  nel  corso,  Enea  comandò  che  per  nnor  della 
vittoria  li  fusser»  coronate  le  tempie  di  fronde  d'  oliva.  Tutto 
queuto  vien  riferito  dal  poeta  Virgilio  in  quei  versi  del  quinto  : 

Accipite  haec  aniinù,  laetasque  adverUie  mentes  : 
Nevio  ex  hoc  mimerò  mihi  non  donatus  abibit. 
Qnossia  bina  dabo  levato  lucida  ferro 
Spicula,  caelatamque  argento  /erre  bvpennem  : 
Omnibus  hìc  erit  untis  honos.   Tres  proemia  primi 
Accipient,  jUivdqtte  caput  nectentur  oliva. 

Tal  che,  dal  dì  della  vittoria,  Eurialo  du  quella  oliva  non  sola- 
mente prese  il  cognome  d'Oliverio,  ma  ancora  scelse  l'armi,  le  qua- 
li furo  una  corona  di  oliva,  in  quel  modo  ch'egli  l'havea  havuto  da 
Enea  in  segno  della  vittoria.  Hor  qui  potrebbe  dir  alcuno  che 
Tarme  ch'oggi  usa  la  casa  d'Olivero  non  è  una  corona  d'  oliva, 
ma  un  albero.  Hor  state  attento,  signor  Gaspano,  ch'io  vi  voglio 
contare  la  cagione  per  la  quale  si  mutò  la  corona  in  albero.  Or- 
siloco  d'Olivero,  signore  de  la  città  di  Oonterrana,  venne  in  tanto 
odio  dei  suoi  vassalli  per  la  crudeltà  che  egli  usava,  che,  discac- 
ciato de  la  sua  città,  se  ne  fuggì,  mentre  che  i  suoi  vassalli  ha- 
vean  preso  1'  armi  per  ucciderlo  e  il  fuoco  per  abruciarli  il  pa- 
lazzo. Avvenne  c'havendo  egli  una  figlia  nomata  Alraisenda,  non 
più  d'età  di  deci  anni,  si  prese  la  figlia  in  braccio  e  con  la  de- 
stra defendendosi  valorosamente  del  furor  dei  suoi  vassalli,  par- 
te fuggendo,  parte  adoprando  la  valorosa  spada,  havea  pervenuto 
in  sino  al  fiume  Criniso.  Trovossi  in  quel  punto  il  fiume  ha  ver 
gran  tempesta  d'  onde  e  con  le  schiume  usciva  fuor  de  le  ripe. 
All'hora  l'infelice  Orsiloco,  veggendosi  d'una  parte  il  fiume,  che 
non  si  potea  i^er  la  tempesta  passare ,  dell'  altra  parte  veggen- 
dosi i  nemici  propinqui,  lasciò  Ui  figlia  in  terra  e  nelle  rive  svelse 
un  ramo  d'oliva,  che  dovea  esserne  quantità,  e  forma  una  gros- 
sissima  basta  ;  poscia  prese  una  grossa  corteccia  di  subero,  e  den- 
tro quella  portava  l'infante  Almiseuda  insieme  coU'hasta  de  l'oli 
va;  si  voltò  verso  il  Cielo,  e,  fatta  un' oratione  a  la  dea  Palla- 
de,  a  la  quale  dedicò  la  sua  figlia,  buttò  col  suo  poderoso  brac 
ciò  il  subero  e  1' basta  in  mezzo  de  l'onde.  O  gran  meraviglia  ! 
ch'Almisenda  se  ne  scorse  salva  per  l'impeto  de  l'onde  a  l'altra 


266  SEBASTIANO   ÈAOULIMO 

sponda.  Quinci  Orsiloco  ,  vergendo  che  li  suoi  nemici  eran  già 
vicini,  si  buttò  a  nuoto  dentro  il  fiume,  e  prende  un'altra  volta 
in  braccio  la  figlia,  slegatala  dal  so  vero  e  dal  tronco  de  l'oliva. 
Quinci  è  che  di  là  in  poi  per  memoria  di  (questo  fatto  in  la  casa 
Oliverio  si  mutò  la  corona  in  albero,  come  che  la  corona  fu  data 
da  Enea  ad  Burlalo  ,  l'  albero  se  lo  prese  Orsiloco  dal  successo 
di  quell'hasta  che  buttò  legata  al  sovero  dove  riposava  la  figlia 
Almisenda.  Avvenne  che  questa  fanciulla,  priva  de  le  carecce 
materne,  si  nutricò  col  latte  di  giumenta  nelli  boschi,  stendendo 
all'uberi  pieni  le  tenere  labbra  ;  e  con  l'età  riuscì  così  bella,  che 
per  tutta  Sicilia  molti  la  chiesero  per  moglie  :  fra  l'altri  Teleso- 
ne  lo  Libiante  .  del  quale  insino  ad  oggi  si  legge  un  lamento 
fatto  di  se  stesso  sotto  il  nome  di  Licida  ;  nel  qual  lamento  egli 
manifesta  a  la  sua  donna  li  suoi  martiri.  E  perchè  la  composi- 
tione  è  degna  di  esser  ammirata,  non  ho  voluto  mancar  di  scri- 
verla... 

I  lettori  la  troveranno  nel  capitolo  appresso. 

Frattanto  dal  sin  qui  detto  appar  manifesto  che  1'  ope- 
ricciiiola  in  discorso  potrà  forse  stimarsi  col  Triolo  «gra- 
ziosa e  brillante»  (1),  ma  non  ha  neppure  un'ombra  di  quel- 
l'autorità storica  che  ad  essa  attribuirono  Ignazio  De  Bla- 
si  (2)  ed  altri  prima  e  dopo  di  lui.  Lo  Stracciabisacce  non  è 
che  uno  scherzo  poetico  insieme  ed  erudito.  Di  ciò  ben  erasi 
accorto  il  padre  don  Pietro  Antonio  Tornamira,  che  avver- 
tiva esser  «  poetica  fìntione  »  (3)  la  etimologia  del  nome 
del  monte  Bonifato  dal  Bagolino  tirata  dal  honum  fatum 
di  Enea.  Ed  erasene  avveduto  altresì  il  Triolo ,  il  quale , 
non  solamente  riportava  come  cosa  del  Nostro  una  strofe  (4) 
ed  un    distico  (5)  di    due   componimenti    che    nello  Strac- 


(1)  T  34  p.  38. 

(2)  I.  De  Blasi,  Discorso  stor.  ecc.  di  Alcamo  cit. 

(3)  P.  A.  Tornamira  ,    Discorsi  historìci  della  prosapia  ecc.  della  gì 
verg.  S.  Rosalia  ecc.  già  cit.;  disc.  1,  cap.  XVII. 

(4)  T  34  p.  38  cit.  Curioso  intanto,  che  il  Triolo  medesimo  rammen- 
tasse poi,  poclie  pagine  appresso  (T  34  p.  84),  l'esistenza  della  famiglia 
Lazio  in  Alcamo  sin  dal  1120,  riferendosi  sul  serio  all'attestazione  dello 
Stracciabisacce  ! 

(5)  T  35  p.  79. 


t»OETA   LATINO   ED   ERUDITO  DEL   SEC.   XVI  267 

ciabisacce  vanno  sotto  altrui  nome ,  ma,  pubblicando  tra  1 
carmi  del  poeta  alcamese  l' epigramma  a  S.  Maria  della 
Stella,  che  abbiam  letto  tra  i  saggi  delle  poesie  sacre,  col 
corrispondente  volgarizzamento  in  rima ,  che  riferirò  qui 
in  seguito,  nello  Straociabisafxe  stesso  attribuiti  l'uno  a  una 
Veronica  Lazio  e  l'altro  a  un  Francesco  Patrio,  notava  che 
«  Stylus  Bagolini  est  »  ed  «  allatum  opus  »  essere  scritto 
€  ludicro  potius  et  poetico,  quam  historico  more  »  (1). 

VII. 

«  compositioni  c'ba  fatto  qacsto  giovane 
alcamese...  in  italiano,  in  ispagnnolo,... 
in  sermon  poetico  >>. 

S.  Bagolino,  Piramide. 

Eesta  che  io  dica  delle  poesie  volgari  del  Nostro.  Ma, 
poiché  trattasi  di  poca  roba  e  inedita  la  maggior  parte,  sa- 
rà meglio  porle  tutte,  quali  esse  sono ,  sotto  gli  occhi  de' 
lettori. 


(1)  T  32  pag.  39.  —  Sull'autorità  del  DG  6  riferii  io  pure  nel  1876  la 
fandonia  della  Lazio.  Ma  allora  non  avevo  per  anco  avuto  sott'occhio  lo 
Stracciabisacce ,  la  cui  lettura  non  può  lasciar  dubbio  sul  vero.  La  pa- 
ternità del  componimento  a  S.  Maria  della  Stella  è  poi  accertata  anche 
da'  fatti  che  seguono  :  P,  esso  è  compreso  nel  mio  codice  sincrono  de- 
gli epigrammi  del  Bagolino  (n.  484,  e.  85),  con  le  varianti  «  Suffusum  », 
«  flavis  »,  «  dicantem  »,  «  recolo  »  alle  voci  «  Suffultum  »,  «  placidis  »,  «  no- 
vantem  »,  «  memini  »  dell'edizione  triolana  ;  2",  il  verso 

CrynUus  placidis  hic  uhi  oherrat  aquis 

ne  è  ripetuto  in  BI  n.  325  ,  p.  223,  con  la  semplice  variante  di  «  placi- 
dis »  in  «  tacitis  »  ;  3°,  nel  codice  Tobia  Fazio ,  contenente,  siccome  s'  è 
visto,  una  scelta  autografa  di  carmi  bagoliniani  destinata  a  dono,  a  e.  59 
t'.,  dopo  l'epigramma  94,  leggousi  le  parole  «  Suttultum  sacris  in  me  nu  », 
che  84mo  il  principio  del  detto  componimento  :  il  quale  nou  avrebbe  po- 
tuto il  Bagolino  pensar  di  comprendere  in  quella  scelta,  qualora  non  gli 
fosse  appartenuto,  e  smise  subito  di  copiare,  certo  per  essersi  ricordato 
di  averlo  fatto  figurare  sotto  attrai  nome  nello  Stracciabisacce. 


'MS  SEBASTIANO  BAGOLINO 

Incominciando  da  quelle  contenute  nello  Straaciahisacce 
—dagli  argomenti  delle  quali  si  potrà  desumere  una  nuova 
ragione  del  giudizio  che  di  esso  si  è  dato  —  ecco  prima  la 
traduzione  «in  lingua  materna»  di  «Francesco  Patrio,  huo- 
mo  di  reconditissime  lettre»,  dell'epigramma  «che  fece  la 
fra  le  bellissime  dotta,  fra  le  dottissime  bella,  Veronica 
Lazio  »  ,  nata  (come  eruditamente  piacevoleggiando  affer- 
mava il  Bagolino)  «  nell'anno  mille  cento  e  venti ,  la  qual 
quanto  rifulse  di  santità,  tanto  fu  celebre  di  dottrina;  onde 
nel  tempo  che  si  fundò  da  le  reliquie  di  Bonifato  il  tempio 
di  Santa  Maria  de  la  Stella,  essa,  quasi  un'altra  Saffo,  prese 
la  penna  e  con  quella  vscrisse  divinissimamente....  in  onore 
di  Nostra  Signora  »  : 

Dal  tuo  fecondo  seno 

Piovi  in  me,  Dea,  di  sacre  fiamme  un  fiume  ; 

Acciò,  di  gioia  pieno, 

Rivolto  al  tuo  bel  lume, 

In  dolci  fiamme  m'arda  e  mi  consume. 
Mira  dal  Ciel  sovente 

Qui,  dove  il  bel  Criniso  ognor  si  stende  : 

Ivi  vedrai  la  gente 

Che  dal  tuo  aiuto  pende, 

E  novo  tempio  e  novi  aitar  ti  rende. 
Né  dèi  tenerci  a  schivo. 

Se  dal  tuo  bel  sentier  scorgi  alcun  fuori  j 

Che  (se  discerno  al  vivo) 

T'han  fatto  i  nostri  errori 

Donna  del  Cielo,  et  hor  t'ofiPrimo  honori. 

Beco  in  secondo  luogo  un'elegia  in  lode  della  vita  ru- 
stica, scritta,  diceva  il  poeta,  da  un  Galeazzo  Lampao,  che 
(nientemeno  !)  «  si  crede  esser  un  di  quelli  che  salirò  sopra 
i  cavalli  a  far  gioco  a  la  tomba  di  Anchise  »  :  elegia ,  di 
cui,  invertendo  le  parti,  divien  servile  calco  il 

Divitias  alius  fulvo  sibi  congerat  auro 

di  Tibullo,  e,  in  un  passo,  compendiosa  imitazione  quello 
della  Georgica: 

Hanc  olim  veteres  vitam  coluère  Sabini 


POETA   LATINO   ED   ERUDITO   DEL   SEC.    XVI  269 


col  resto  : 

Altri,  mosso  da  ingordo  avaro  aftetto. 

Cerchi  aumentar  ricchezze,  gemme  et  oro, 

Giungendo  sempre  angoscie  al  miser  petto  (1)  ; 
Et  hor  l'Ispano  et  hor  il  Trace,  il  Moro 

Habbia  da  tergo,  e  porga  voti  a  Dio 

Che  non  li  tolga  altri  il  suo  car'  tesoro  : 
Fra  le  mie  vacche  e  pecore  vogl'io 

Finir  la  vita  mia,  e  così  spero 

Che  sia  tutto  il  tenor  del  viver  mio. 
Andrò  di  tanto  ben  lieto  et  altiero, 

Né  cura  havrò  che  lo  mio  nome  s'oda 

Di  là  dal  Gance  o  insino  al  lido  Ibero. 
Talor  del  bel  Criniso  a  l'alma  proda 

Condurrò  il  gregge  mio  vicino  al  mare  : 

Questa  sia  la  mia  gloria  e  la  mia  loda. 
Questa  vita  si  scelse  Remo  a  fare, 

Questa  fero  i  Sabini,  e  giorno  e  notte 

Questa  volser  l'Etrurii  al  ciel  alzare. 
Questa  anchor  tu  scegliesti,  de  le  dotte 

Sorelle  padre,  quando  al  buon  Admeto 

Non  ti  sdegnasti  farli  le  ricotte. 
Quinci  Roma  il  suo  capo  altiero  e  lieto 

Alzò  nel  cielo,  e  del  mondo  il  possesso 

Si  tolse,  né  le  nocque  altrui  divieto. 

Terzo  do  il  promesso  «  lamento  »  di  «  Telesone  lo  Li- 
biaute  »  ,  perdutamente  innamorato  della  bellissima  Almi- 
seuda ,  figliuola  di  quell'  «  Orsiloco  D'  Olivero  »  ,  del  quale 
già  sappiamo  la  perigliosa  fuga  da  Conterrana  : 

Licida  a  pie  d'un  orno 

Del  bel  patrio  Criniso  all'alma  riva, 
Rivolto  a  la  sua  diva. 


(1)  Cf.  il  principio  di  un   epigramma   atl    Annibale    Vaignarnera  (BI 
n.  358,  p.  246): 

Divitias  alius  terris  ahscondat  avaria^ 

Atqu€  inhiet  lamnis  mente  animoque  auis, 

Quem  fera  paupertas  et  amor  sceleratus  habendi 
Excrucient,   aurum  dum  putat  esse  Deos. 


270  SBBAStiA.No  Bagolino 

Così  cantò  (Danion  mei  disse  un  giorno)  ; 

Il  qual,  quando  finio, 

Da'  mesti  occhi  sgorgò  di  pianto  un  rio  : 
—  Acque  placide  e  chete, 

S'unqua  la  donna  mia  vedrete  errando, 

Ditele  quanto  amando 
'  Soffersi  per  lei  cure  aspre,  inquiete  ; 

Né  pur  deguato  fui 

Solo  a  godermi  il  Sol  de  gli  occhi  sui. 
Et  hor,  o  me  infelice  ! 

Preposto  amante  a  le  mie  ardenti  faci 

Ne  trahe  parole  e  baci 

E  scherzi  e  risi  e  quel  che  dir  non  lice, 

E  con  ingorde  voglie 

Quello  ch'altri  desia  libero  toglie. 
Al  mio  cocente  amore, 

Al  vivo  foco,  ond'io  mi  struggo  e  sfaccio. 

Sperai  ch'entrambi  un  laccio 

Legar  l'alme  dovea  d' eguale  ardore  ; 

Ma  '1  fato  hor  vuol  che  sia 

Senz'alcun  pari,  ohimè  !  la  pena  mia. 
Fier  giorno,  aspro  pianeta 

Fu  quel,  quand'io  scoversi  gli  occhi  al  cielo 

E  provai  caldo  e  gelo 

Uscendo  al  mondo  di  prigion  secreta  !  — 

Qui  lui  finì  '1  lamento 

E  a  muggir  per  pietà  si  die  l'armento. 

La  seguente  canzone,  che,  «accesosi  de  l'amor  d'una  gen- 
tilissima donna  alcamesa  »  ,  le  indirizzò  un  «  Baritio  Spa- 
tafora»,  è  il  quarto  ed  ultimo  de'  componimenti  poetici 
compresi  nello  Stracciabisacce.  Essa  è  appunto  quella  can- 
zone, di  cui,  come  ho  avvertito,  pubblicò  una  strofe  il  Triolo, 
che  la  credè  dettata  nel  1598,  quando  il  rinnegato  Cicala 
comparve  per  non  piti  tornarvi  nel  porto  di  Messina  (1): 

A  la  porta  del  Sole 

L'occhi  molli  il  vecchio  Alcamo  volgea, 
E  dal  monte  ù  sedea 
Cominciò  le  mestissime  parole  ; 

(1)  T  34  p.  38. 


POBf  à   LATINO   Et)   ERUDITO   DEL   SEC.   XVI  271 

Quai  poi  di  passo  ia  passo 

Un  piatoso  pastor  scrisse  in  an  sasso. 
—  Prima  (dicea)  ch'io  veda 

Tutti  andar  in  mal'hora  i  miei  tesori, 

E  i  dolci  amati  fiori, 

Ahi  hisso  !  a  strane  genti  darsi  in  preda  ; 

Perchè,  destin  fatale, 

Non  vieni  e  tronchi  Paura  mia  vitale  f 
Le  mie  figlie,  ch'a  l'onde 

Nutr'it)  del  mio  vicin  freddo  Criniso, 

Che  ponno  il  paradiso 

In  terra  aprir  con  l'auree  treccie  bionde, 

Ahi  !  che  destino  hor  tragge 

A  darsi  in  preda  a  genti  aspre  e  selvagge  ? 
Avari  petti  e  insani, 

Com'è  '1  vostro  fallir  empio,  infelice  ! 

£  pure  si  disdice 

Torre  l'esca  a'  figliuoli  e  darla  ai  cani  : 

Già  per  l'orride  selve 

Non  son  così  crudel'  l'orride  belve! 
D'abito  si  benigno 

Donna  nacque  al  mio  grembo,  e  di  sì  nove 

Forme,  che  per  lei  Giove 

Disceso  havrebbe  un'altra  volta  in  cigno. 

Che,  però,  se  repente 

Se  la  trasse  tìer  turbo  a  l'occidente  T 
E  tu,  fiume  paterno. 

Quando  vedesti  andar  toi  dolci  honori, 

Che  non  uscisti  fuori 

Per  rabbia  e  minacciasti  horribil  verno 

Divenendo  più  grosso, 

Qual  sotto  '1  fiero  Egitio  fé  '1  mar  Rosso  Y 
Solo  le  belle  pianta 

Porsecurando  [T]  uscir  a  l'altra  sponda, 

Gonfiar  poi  '1  seno  e  l'onda, 

Quando  passar  volea  l'indegno  amante. 

Oh,  oh,  che  sante  cose. 

Per  lui  con  Faraon,  per  lei  con  Mose  ! 
Mentr'io  narro  mia  pena. 

Vedi,  o  Febo,  che  torma  viene  al  mio 

Dolce  terren  natio 

Per  far  la  doglia  mia  più  colma  e  piena  Y 

Questi  hanno  i  primi  preggi 

Sol  perchè  san  curar  la  scabbia  a'  greggi. 


275J  SEBASTIANO   BAGOLINO 

E  pur  sanno  i  miei  figli 

Sanar  il  gregge  da  la  infesta  scabbia. 

Altri  addolcir  la  rabbia 

De'  cani  e  rintuzzar  sooì  fieri  artigli, 

Altri  poi  far  Criniso 

Risonar,  qual  tu  festi  M  sacro  Amfriso. 
Tu  pur  ten  vai  lontsino 

Col  tuo  indorato  carro  al  mar  Tartesso  ; 

Ed  io  sto  qui  dimesso, 

Com'huom  che  sparge  le  parole  invano. 

Fors'hor,  che  il  cielo  imbruna, 

Pietosa  al  mio  gridar  verrà  la  Luna.  — 

Leggiamo  ora  un'ottava,  già  data  dal  Triolo  sotto  l'epi- 
gramma latino  di  cui  essa  è  fedel  versione;  e  questo  e  quella 
indirizzati  a  Maria  Belloca ,  palermitana,  che,  invaghitasi 
dello  studio  dell'astrologia,  dall'assidua  contemplazioue  del 
firmamento  perdette  il  lume  degli  occhi  (1)  : 

~  Che  fai,  donna,  che  miri?  Ecco,  che  il  cielo 
S'infiamma  al  lampeggiar  degli  occhi  tuoi  ; 
E,  per  forse  far  scorno  al  Dio  di  Delo, 
D'altri  lumi  ornar  vuole  i  cfrchi  suoi. 
Dunque  tanto  del  ciel  ti  prende  zelo, 
Che  te  privar  della  tua  luce  vuoi  ?  — 
Così  Ciprigna  disse  ;  e  vidde  ir  quelle 
Luci  serene,  e  farsi  in  ciel  due  stelle. 

Due  altre  ottave  ed  un  sonetto  trovansi  nel  Quinternum 
della  Comunale  di  Palermo.  La  prima  ottava    è    rivolta  a 


9 

(1)  T  33.  —L'epigramma  è  il  seguente  (BII  n.  11,  p.  10) 

Quid  caelum,  virgo,  aspectaa  ?  en  ipsa  refulgent 

Clarius  ex  oculis  sydera  fulva  tuis. 
Et  fora  solares  radios  ut  vincere  possit, 

Se  vult  caelum  aliis  comere  luminibus. 
Ergo  libi  tantae  sunt  caelum  et  sydera  curae, 

Ut  privare  tua  te  quoque  luce  velifi  ? 
Haee    V^enua  ;  et  radios  abscesse  a  virgine  vidU, 

Qui  modo  per  caelum  sydera  bina  micant. 


POETA   LATINO  ED  ERUDITO  DEL  SEC.   XVI  273 

una  monaca ,  il  cui  sacro  canto   dolcissimo   infiammava  di 
amore  ognun  che  lo  udisse  : 

Vergine,  che  con  almo  affetto  e  pio 

La  tua  l>ellezza  a  Christo  offerir  volesti, 

E,  mentre  tatta  ti  rivolgi  a  Dio, 

Tue  8ant«  voglie  a  un  solo  amante  desti  ; 

Frena  il  dolce  cantar,  se  sol  desio 

Hai  di. piacer  a  Chi  ad  amar  prendesti: 

Che,  mentre  la  tua  voce  l'aria  fende, 

Più  d'un  amante  al  tuo  cantar  s'accende  (1). 

La  seconda  ottava  fu  dettata  per  la  festa  di  san  Bene- 
detto, ed  è  questa  : 

Ecco  l'huom  di  Sublaco,  ch'in  suoi  giorni 
Di  ardor  celeste  la  bell'alma  accese, 
E,  lasciando  del  moudo  i  fral'  soggiorni, 
S'erse  del  cielo  alle  honorate  imprese. 
Ogni  cosa  qua  giìi  lieta  se  adorni 
E  faccia  il  merto  di  tant'huom  palese  ; 
Mentr'io  con  l'art«,  che  il  dir  orna  e  come, 
Vo  tessendo  girlanda  al  sno  bel  nome  (3). 

Col  sonetto,  d'intonazione  petmrchesca ,  il  poeta  tenta 
disarmare  lo  sdegno  di  una  leggiadra  creatura ,  che,  dopo 
averlo  avvinto  col  fulgido  crine  e  conquiso  con  la  potente 
fiamma  degli  occhi,  tenea  chiuso  il  cuore  ad  ogni  senti- 
mento pietoso  verso  il  misero  amante  : 

Dnnqae  le  chiome,  ove  si  lega  e  incende 

Quest'alma,  onde  convien  che  tutto  s'armi 
Tra  noi  '1  regno  d'Amor,  voi  pur  celarmi 
Volete,  e  già  da  voi  mia  vita  pende  ? 

E  l'occhio,  dove  Amor  fiammeggia  e  splende 
E  dove  ha  forza  in  cenere  voltarmi, 
(Ahi,  troppo  in  me  crudeli  e  rigid'armi  !; 
Novo  orgoglio  mi  toglie  e  mi  contende? 

Faccia  del  vostro  ben  mie  luci  prive 


(1)  A  e.  94  w. 

(2)  A  e.  9  r. 


274  SEBASTIANO   BAGOLINO 

Iniquo  sdegno,  e,  se  consente  e  vole, 
Cingavi  il  cor  di  selce  alpestra  e  dura  ; 
Ch'ai  pensier  mio,  ch'in  voi  sol  mira  e  vive. 
Le  vostr'alrae  bellezze  uniche  e  sole 
Lontananza  non  toglie,  ira  non  fura  (1). 

Un  secondo  sonetto  del  Bagolino  trovo  in  fronte  alla 
stampa  del  poema  S.  Francesco  Di  Paola  (2)  del  palermi- 
tano Cesare  Albamonte  Basilio,  cui  il  Mongitore  con  inso- 
lita parsimonia  di  lodi  qualifica  <^  poeta  non  contemnen- 
dus  »  (3);  ed  è  il  seguente  : 

Poiché  a  gara  col  Sole  in  questti  e  'n  quella 
Parte,  dov'è'  si  mostra  e  si  nasconde, 
Dovunque  l'ampio  mar  bagna  con  Tonde, 
Corso  ha  la  fama  tua  spedita  e  snella  ; 

Et  or,  fatta  immortale,  a  la  più  bella 

Parte  del  Ciel,  da  queste  nostre  sponde 
Sen  vola  adorna  de  la  sacra  fronde 
Che  cinge  il  capo  a  la  diurna  stella  ; 

Non  potrà,  mai  l'inevitabil  Morte, 

Che  con  la  tua  virtù  pugna  e  contrasta. 
Spegnere  il  suon  de  la  tua  dolce  rima  ; 

Né  potrà  far  le  tue  memorie  corte 

L'aspra  del  fiero  Tempo  ingorda  lima, 
Ch'opre  eccelse  e  divine  ella  non  guasta. 

E  quest'  altro  sonetto ,  a  san  Biagio ,  del  codice  Tobia 
Fazio,  è  l'ultimo  de'  componimenti  poetici  italiani  dell' Al- 
camese  a  me  noti.  In  esso ,  come  altrove  (4)  ebbi  a  osserva- 
re, si  ha  quel  misto  di  mitologia  e  cristianesimo  proprio 
di  quel  secolo ,  in  cui  Apollo  tonsurato  piaceasi  di  simili 
canti  : 

Qui,  d'onde,  ornato  d'oro  il  verde  crine 
Criniso  scende  a  dar  tributo  al  mare, 


(1)  A  e.  108  V. 

(2)  Palermo,  Giov.  Ant.  de  Franceschi,  M.  DC.  XI  ;  p.  IV. 

(3)  Mongitore,  Bibl.  Sic.,  t.  I,  p.  118. 

(4)  M  16. 


POETA  LATINO   ED   ERUDITO  DEL   SEC.   XVI  275 


E  inonda  il  bel  terren,  ù  vago  appare 
L'augel  di  Giove  tra  due  querele  alpine  (l)j 

Io,  devoto  a  le  Muse,  a  le  divine 

Suore  d'Euterpe,  sciolto  da  le  amare 
Cure,  mi  sento  già  l'alma  poggiare 
A  le  parti  più  al  Ciel  giunte  e  vicine. 

Ivi  ella  spatia,  e  vede,  o  illustre  divo, 
Honor  già  di  Sebaste,  i  tuoi  bei  lumi 
E  quai  pi-erai  hor  ti  porge  il  Padre  Eterno. 

Avventuroso  Eroe,  c'havesti  a  schivo 

Del  basso  viver  nostro  l'ombra  e  i  fumi 
Per  insemprarti  in  Ciel  col  Re  superno  (i2). 

Venendo  alle  poesie  in  ispagnuolo,  che,  siccome  ho  ac- 
cennato ,  son  cinque  soltanto  (3),  abbiamo  nello  stesso  co- 
dice Tobia  Fazio  i  due  sonetti  che,  senza  alterarne  punto 
la  grafia,  qua  trascrivo.  Il  primo,  in  cui  Sub  persona  Du- 
camonis  Moncata  intelligitur,  dice  : 

—  Ninfas,  llorad,  que  se  de  vos  ausente 
Me  noy,  sin  duda  alguna  luego  muero, 

Y  pierdo  quanto  bien  de  vos  espero, 

De  vos,  que  nte  mirays  tan  tiernamente. 
Tu,  pastor  Ducamon,  que  estas  presente, 

Y  vfis  que  de  mi  vida  desespero, 
Mira  corno  confirma  el  malo  aguero 
La  corneia  con  bo?  triste  y  doliente  ! 

Nota,  amigo,  en  los  arboles  en  tanto 
La  istoria  de  mi  muerte  apresurada, 

Y  notando  tu  bo?  converte  en  llanto.  — 


(1)  Il  poeta  allude  alla  città  di  Alcamo  menzionandone  lo  stemma , 
che,  giusta  il  dott.  I.  De  Blasi,  Disc.  star,  ecc.,  ediz.  cit.,  pag.  39,  «è 
quello  stesso  di  Federico  II  re  di  Sicilia,  cioè  un'  aquila  nera  ,  volante, 
coronata  d'oro  ed  in  campo  di  argento  »,  aggiuntivi  «  però  tre  monti  di 
oro  sotto  di  essa  e  due  querce  anche  d'oro,  una  per  ogni  lato  dell'aqui- 
la». 

(2)  A  e.  96. 

(3)  Ignoro  se  appartenga  anco  al  nostro  poeta  la  vei'sione  di  uu  tratto 
del  libro  settimo  dell'Eneide  in  sedici  versi  sciolti  ed  una  sestina,  da  lui 
nel  Mancata  recati  come  cosa  di  un  «valente  spagnuolo».  Ved.  BM  pp.  30-1. 


276  SEBASTIANO   BAGOLINO 

Assi  cantava  en  veste  cungoxada 

Aniarillida,  y  al  canto  congoxoso 

Cubria  el  cielo  el  color  vago  y  hermoso  (1). 

Coir  altro  Inducitur  Mancata  in  sua  valetudine  somnum  ad 
se  vacare;  ed  esso,  a  parer  mio,  è  pregevole  più  del  prece- 
dente : 

Companero  de  muerte,  y  nocte  oscura, 

Enemìgo  de  Iuq,  padre  d'olvido, 

Porque  no  vienes,  al  (luc  està  perdido 

Y  à  ti  solo  en  su  dolor  procura  T 
Pues  no  tengo  yo  agora  por  ventura 

De  dul^e  fuego  el  cora<;on  herido. 

Ni  mil  de  ini  pastora  besos  pido 

Donde  el  velar  me  sea  goyo  y  dulsura. 
Cerra,  sueno,  rais  oios,  y  en  profuudo 

Silencio  t;odo  mi  cuytado  aplaca, 

Que  cantirè  de  ti  por  todo  el  muudo. 
No  dire  queres  de  la  muerte  tea 

Companero,  mas  puerto  de  la  flaca 

Vida,  y  buon  hyo  de  la  madre  Astrea  (2). 

La  Piramide  ci  dà  quest'ottava,  con  cui  il  Bagolino  a- 
veva  in  animo  di  dedicare  un  suo  libro  di  epigrammi  la- 
tini «  al  gran  Macheda  »  viceré  di  Sicilia  : 

Soberano  varon  hyo  de  Marte, 

Dino  mas  de  abitar  al  quinto  cielo, 

Con  que  lotres  yo  podre  alabarte, 

Io  que  soi  ammarrado  a  qui  e  nel  suelo  ? 

Vos  levantad  mi  ingenio,  e  con  vuestr'arte 

Dadme  plumas,  con  que  me  lieve  à  liuelo, 

Que  entonces  el  Macheda  mil  millones 

De  ve^es  de  mi  avrà  famosas  dones. 

In  quest'altra  poi,  che  trovasi  nel  mio  codicetto  di  car- 


(1)  A  e.  54. 

(2)  A  e.  54  V. 


POETA   LATINO   BD   ERUDITO   DEL  SEC.    XVI  277 


mi  ba^oliniani  (1)  e  fu  già  pubblicata  dal  Triolo,  piacque 
al  poeta  dar  nuov^a  veste  ad  uu  suo  bello  epigramma  per 
le  esequie  dello  stesso  Duca  di  Macqueda  : 

Sobre  el  luuerte  Dariion  formando  quexas 
Elj'sa  con  bus  bo^es  doloridas, 
—  DuIqc  amigo  (de^ia),  porque  me  dexasf 
Porque  de  mis  contentos  ya  te  olvidas  1 
Myentras  (ay  gran  dolor)  !  de  me  te  alexas, 
Hyzo  en  un  golpe  inuerte  dos  heridas, 
Y  agora  (ay  rigorusa,  ay  dura  suerte  !) 
Dexa  de  ser  por  ser  en  mi  mas  fuerte  (2). 

B  con  quest'  ultima  ottava  del  Quinternum  tante  volte 
citato,  scritta  in  lode  di  uu  Pinedo,  milite  valoroso,  finisco- 
no i  carmi  italiani  e  spagnuoli  del  nostro  poeta: 

Quebrar  lan^as  con  bra^  diestro  y  fuerte, 
Quitar  de  sylla  y  echar  hombres  al  suelo, 
Es  de  tu  gran  valor,  de  tu  gran  suerte, 
Pinedo,  hyo  de  Mart«,  honor  de  gelo. 
Que  si  non  corta  en  estos  annos  muerte 
La  dolge  vida  à  tu  corporeo  velo. 


(1)  A.  e,  63  t'.,  col  titolo  Bagolino  Alcames  sobie  la  despedida  de  la 
sennora   Vyreina  e  con  la  seguente  illustrazione  de'  versi  del  poeta  : 

Optando  la  semwra  Vyreina  pedio  licencia  de  su  marido  El  Duque  de 
Maqueda. 

Rostro  hermoso  en  la  vida,  if  en  la  muerte  ;  bocn  tan  usada  a  mis  ala- 
bangas,  y  carifias  ;  manos,  que  tanta  estima^n  hegistes  de  las  mias  ;  pies 
tan  occupados  en  mis  cortesia»,  y  contento.  Id  con  J>ios  amores,  que  yo  os 
prometo  di  seguirò»  mug  presto,  y  si  puedo  antes  de  dief  dias. 

(2)  Il  testo  dice  (BI  n.  252,  p.  175)  : 

Incumbens  feretro  cari  Damonìs  Elysa 

Protulit  haec  querulo  tristia  verba  sono  : 
Cur  me,  fide  comes,  solum  exanimemque  relinquist 

Cur  tibi  nulla  meae  cura  salutis  a<l('st  T 
Impia  niors  uno  incussit  duo  vulnera  telo, 

Dum  procul  a  cara  coniuge  lentus  abes. 
Nunc  mihi  ut  ingeminet  paenas  (proh  tristia  sortis 

Fata  meae  !)  officio  cessat  ab  ipsa  suo. 
Arch.  Star.  Sic.,  N.  S.  Anno  XXXV.  19 


278  SEBASTIANO   BAGOLINO 

£n  medio  de  enemigus  esquadrones 

Has  de  ir,  y  en  elei  vendendo  al<;^r  pendones  (1). 

I  riferiti  componimenti  ho  accolto  in  queste  pagine  sol 
perchè  degli  autori  pregiati  torna  caro  conoscere  anche  le 
cose  minori.  Essi  però  non  mi  pare  che  giustifichino  ap- 
pieno le  lodi  che  se  ne  leggono  nella  Piramide;  dove  An- 
tonio Tornamira ,  magnificando  tutte  le  composizioni  del- 
l'Alcamese  ,  sì  in  latino  che  in  italiano  e  spagnuolo ,  in 
prosa  e  in  verso ,  al  suo  interlocutore  Lepido  Spadafora , 
che  «  difficilmente  »  inducevasi  «  a  credere  che  persona  si- 
ciliana »  potesse  «  degnamente  scrivere  in  lingua  ispagnuo- 
la»,  affermava  il  Bagolino  aver  pratica  <  in  queste  tre  lingue  » 
non  solo  «  proseggiando ,  ma  con  non  minor  leggiadria 
verseggiando  »  ,  essendo  uscite  da  lui  «  alcune  opere  de- 
gne d'  honore  e  che  si  fanno  udir  con  molta  avidità  da 
color  che  sanno».  Certo,  per  quanto  abbiano  potuto  ap- 
pagare il  gusto  dell'  età  in  cui  furon  prodotti ,  i  componi- 
menti volgari  non  sono  tali  da  venirne  guadagno  alla  no- 
minanza dell'autore.  Ragione  precipua  della  quale  furono 
meritamente  e  rimangono  quei  carmi  latini ,  ond'  egli ,  ri- 
pensando come  le  terre  che  apprestaron  la  culla  agli  anti- 
chi poeti  ne  vadau  superbe,  si  augurava  a  buon  diritto,  ne' 
versi  che  segnano  la  fine  dell'edizione  triolana,  Alcamo  un 
giorno  doversi  gloriare  di  lai: 

Sic  etiam  (livor  llcet  audiat)  AlcamuB  olim 
Gaudebit  tantis  me  annumerasse  viris. 

«  * 

E  qui,  dando  luogo  a'  documenti,  che  di  molte  delle  e- 
sposte  notizie  son  base  o  conferma  e  di  altre  illustrativo 
complemento,  chiudo  il  mio    umile    e  disadorno   lavoro  ;  a 

(1)  A.  e.  105, 


POETA  LATINO  ED  ERUDITO  DEL  SEC.  XVI 


cui  non  avrò  con  jiftettiiosa  perseveranza  atteso  invano, 
se  pe'  copiosi  elementi  raccoltivi  esso  raggiungerà  il  fine 
di  far  conoscere  meglio  che  non  siasi  potuto  in  addietro  il 
nostro  poeta  ed  erudito  cinquecentista  e — in  temjK)  men  di- 
sdegnoso che  il  presente  «leglì  studj  antichi — riuscire  d'in- 
citamento ed  ajuto  ad  alcun  cultore  delle  patrie  glorie  ca- 
pace di  compir  opera  in  tutto  adeguata  a'  nomi  di  Seba- 
stiano Bagolino  e  della  Sicilia. 


280  SEBASTI AINU   BAGOLINO 


DOCUMENTI 


I. 


Die  28  Marcij  [1562J. 

Domedarin  presti  pinu,  sacrista  petru  riissu...  Si  b.  lu  figlo 
di  M.  lo.  Lunardo  Viroiiisi  n.e  bastianu.  li  com.i  M.  Paulu  Sau- 
tarellu  iii.o  Phil.  di  Alessi  Ph.u  ingarau,  la  cum.e  la  muclieri  di 
M.  Ph.u  lu  tincituri  catrinella  la  lufifrè. 

[Postilla  marginale:]  Si  crede  che  fosse  Sebastiano  Bagolino 
figlio  di  Io.   Leonardo  Bagolino  Veronese.  —  Ganci  Economo. 

Dall'originale  registro  de'  battezzati  del  1562,  a  libro  lungo,  e- 
sistente  neW archivio  della  maggiore  chiesa  di  Alcamo. 


Nota 

Quest'atto  battesimale  trovasi  pare— postillato  al  margine  dairecono- 
mo  Ganci  e  con  l'avvertenza  Di  Seb.  Bagolino  di  altra  mano  men  recente — 
nella  copia  cinquecentista  in  foglio  del  citato  registro,  anch'essa  esistente 
nel  detto  archivio,  a  p.  307,  quinterno  del  1562:  copia,  che  (siccome  vi 
è  notato  in  fine,  a  p.  340)  l'arciprete  (a.  1598-1604)  «dopnus  Vincentius 
Marsala  ex  clerico  Antonino  de  Faracio  exarandara  curavit.  »  E,  sì  nel- 
l'originale che  nella  copia,  esso  si  legge  senz'  alcuna  delle  difficoltà  ve- 
dute nel  primo  da  chi  nel  1876  ebbe  a  riscontrarlo  per  me  allora  assente 
da  Alcamo,  le  quali  diedero  motivo  a  certe  mie  osservazioni  sul  propo- 
sito (M  16),  da  ritenersi  ormai  insussistenti. 

Il  Triolo  (T  34  p.  95)  non  era  nel  vero  asserendo  mancare  anco  nelle 
note  battesimali  degli  altri  figliuoli  e  delle  figlie  di  Giov.  Leonardo  Ba- 
golino il  cognome  paterno  ;  che  invece  vi  si  legge  in  tutte  chiaramente 
(ved.  nel  suddetto  archivio  i  registri  battesimali  n.  18,  indiz.  X-XI  1567, 
e.  52  ;  n.  20,  indiz.  XII-XIII  1569,  e.  25  v.  ;  n.  22,  indiz.  XIV-XV  1571, 


ÌPOETA  LATINO  ED  ERUDITO  DEL  SEC.   XVI  281 

c.  28;  ecc.).  Non  si  può  nondimeno  mettere  in  dubbio  che  Taddotto  do- 
cumento riguardi  il  nostro  poeta.  Se  vi  si  tace  il  cognome  del  genitore, 
questi  però  vi  è  indicato  con  sufficiente  precisione  col  soprannome  di  o- 
rigine,  con  cui  doveva  appunto  chiamarsi  da'  più  in  Alcamo,  specie  ne' 
primi  anni  ch'ei  vi  fermò  la  sua  residenza.  A  comprova  della  verità  sta 
la  professione  esercitata  dal  padrino  Paolo  Saltarello ,  orefice  mazzarese 
valentissimo  (secondo  accennili  nelle  prime  piigine),  se  si  rifletta  che  (co- 
me fu  notato  in  un  articolo  sul  pittore  della  Rinascenza  Lorenzo  di  Cre- 
di) «  per  il  grande  affaticarsi  che  allora  facevano  gli  uomini  di  quella 
professi<me  nelle  cose  appartenenti  al  disegno,  era  una  grande  familiarità 
e  pratica  tra  pittori,  scultori  e  orefici,  e  breve  il  passo  dall'arte  dell'ora- 
fo a  quelle  maggiori»  (T.  Gdarducci  in  Fanfulla  d.  Dom.,  a.  XX,  n.  8, 
1898).  E  prove  di  fatto  irrefragabili  ci  danno  alcuni  rogiti  alcamesi,  don- 
de appare  che  tra  Leonardo  Bagolino  e  il  Saltarello  e  i  testimonj  dell'at- 
to battesimale,  l'Alessi  e  l'Ingarao,  bravi  intagliatori  di  pietra,  correvan 
relazioni  di  amicizia  ;  come  ancora  e  più  strette  ne  correvano  tra  lo  stesso 
pittor  veronese  e  il  marito  della  padrina  nominata  nel  documento,  mae- 
stro Filippo  Giufìtè ,  che  risulta  essergli  stato  ìntimo  (ved.  bastardello 
VI  indiz.  1562-3  del  not.  A.  Balduccio,  ce.  87  e  329)  fino  a'  suoi  giorni 
estremi,  avendo  con  testamentaria  disposizione  del  25  maggio  1572,  agli 
atti  di  Giov.  Vincenzo  de  Mulis,  revocata  il  giorno  dopo  con  un  codicillo 
presso  lo  stesso  notajo,  costituito  <<  in  tutorem  et  prò  tempore  curatorem 
eius  universali 8  haeredis  honorabilem  raagistrum  Ioannem  leonardum  ba- 
guliuo  pictorem  ».  Il  quale  Giuttrè  esercitava  l'arte  del  tintore  (volgar- 
mente tincUuri  o  tincituraru) ,  come  prova  il  seguente  capitolo  del  suo 
codicillo  testamentario ,  riferentesi  al  suddetto  Ingarao  :  «  Itera  ipse  co- 
dicillator  dixit  et  declaravit  recipere  debere  ab  honor.  magistro  philippo 
Ingarao  tt.  quinque  pò.  gen.  seu  dietas  duas  di  iutagliari  prò  tinctura 
unius  firrioli  »;  ma  (se  pur  non  era  lontano  discendente  del  pittore  mes- 
sinese quattrocentista  Antonio  Giuttrè)  doveva  anche  dilettarsi  ale  n  po' 
di  pittura  ,  trovandosi  nel  bastardello  XV  indiz.  1541  -  2  del  not.  P.  A. 
Balduccio,  in  data  del  4  novembre  ,  una  sua  obbligazione  a  dipingere  a 
fresco  sopra  le  porte  delle  case  del  nob.  Paolo  Naves  le  armi  di  questo 
signore. 

Vero  è  che  contro  l'anno  di  nascita  dato  dalla  riferita    nota   battesi- 
male si  potrebbero  citare  due  luoghi  del  poeta,  cioè  : 

l*'  le  parole,  che  leggonsi  nella  riportata  epistola  (ved.  Parte  Secon- 
da, V,  3)  diretta  allo  illustre  medico  alcamese  Stefano  Polizzi  :  «  Tunc 
ego  hilaris  et  attonitus  amphoram  ,  uno  eodemque  die  mecum  nutam  Ai- 
teiua  gubernante,  plenam  veteris  Partinici  mecum  afferam  »  (cf.,  BII  p. 
212  e  Qìnnternum  e.  ^1  v.)  ;  stando  alle  quali  letteralmente  ,  poiché  il 
nominato  Girolamo  Attienza  fu  governatore  di  Alcamo  dal  settembre  del 


SEBASTIANO   BAGOLINO 


1554  all'agosto  del  1561  (I.  De  Blasi  ,  Disc,  stor.  ecc.,  ine.  cit,  e.  888 
V.),  la  nascita  del  Nostro  non  potn^bhe  venir  oltre  a  quest'ultima  data; 
2**  il  principio  di  un  suo  voto  (ved.  avanti ,  Parte  Prima ,  XI)  in 
fronte  a  una  sua  operetta  (da  me  non  veduta  e  forse  non  più  esistente) 
intitolata:  i/'  Anchore  raffioiiamento  spiriUmle  a  Benvenuta  Tabon  sua  cu- 
gina :  in  cui  il  Bagolino,  scrivendo  di  sé  «  Secundo  Kalendas  Augusti 
1602...  Virit  modo  ipse  auctor  aetatis  suae  quadraginla  duum  annorum...» 
veniva  a  dirsi  nato  nel  1560  (cf.  T  34  p.  96  ;  e  P.  Longo  ,  Esame  delle 
Osserv.  ecc.,  Pai.  1806,  p.  141). 

Ma  ciò,  stante  l'autorità  incontrovertibile  del  riportato  documento,  al- 
tro non  proverebbe,  se  non  che  il  Bagolino  ignorava  in  qual  anno  ei  fos- 
se nato.  E  che  il  poeta  per  lo  meno  non  fosse  certo  di  quell'anno  potrebbe 
forse  dircelo  la  parentesi  del  seguente  suo  distico,  in  cui  egli  determina- 
va lo  spazio  di  tempo  corso  dalla  morte  del  beato  Arcangelo  alla  propria 
nascita  (BI  p.  103)  ;  parentesi  che  può  riferirsi  e  all'una  e  all'altra  : 
Triginta  in  terris  tulerat  trieterica  Fhaebu^, 
Atque  idem  (memini  si  bene)  lustra  duo. 

Intanto  sull'asserzione  del  Bagolino  il  p.  Amato  (A  36),  il  quale  con 
una  cervellotica  indicazione  di  giorni  di  nascita  e  di  battesimo  non  so 
donde  cavata,  avea  prima  affermato  «ortus  est  Alcami  die  19  lanuarij 
et  20  lanuarij  baptizatus  in  maiori  ecclesia  1562....  Die  27  lulij  anno 
1604  aetatis  42  obijt»,  mutò  poi,  come  si  vede  nel  suo  manoscritto,  il 
«  2  »  del  «  1562  »  in  «  0  »  e  il  «  2  »  del  «  42  »  in  «  4  ». 

Il  Mongitore,  che  si  valse  della  Vita  dell'Amato  e  di  un'  altra^  pure 
manoscritta,  d'incognito  autore  (cf.  M  26),  pose  anch'egli  la  nascita  del 
Bagolino  al  19  gennajo  1560.  E  sulla  fede  di  lui  la  stessa  data  ripeterono 
il  Mazzuchelli  (M  15)  e  gli  scrittori  alcamesi  De  Blasi,  Bémbina  e  Triolo 
(DB  40,  B  37,  T  31  p.  IV,  T  32  p.  103). 

Quest'ultimo  poi,  nel  1805  ribattendo  il  prete  Longo  di  Calatiifìmi , 
contrariamente  all'  Amato  e  al  Mongitore  ,  de'  quali  s'era  prima  fidato , 
sostenne  come  data  esatta  il  25  marzo  1562,  allegando  in  prova  del  vero 
il  distico  dell'epigramma  all'Angelo  Gabriele,  la  nota  battesimale  ed  an- 
che il  passo  del  L'  Anchore  surriferiti  (T  34  pp.  91-8)  :  benché  quel  passo 
stesse  evidentemente  contro  l'assunto,  siccome  l'avversario  calatafimese 
non  tardò  a  fargli  avvertire  (Ved.  Longo,  Esame  delle  Osservazioni  ecc.  p. 
141). 

E  il  Bémbina  allora  adottò  la  correzione  del  Triolo.  In  uno  de'  suoi 
manoscritti  originali  (B  37)  di  storia  di  Alcamo  ,  infatti ,  è  visibilmente 
cambiato  il  «  19  »  in  «  25  »  e  lo  «  0  »  del  «  1560  »  in  «  2  »  ;  quantunque 
sianvi,  per  inavvertenza,  rimasti  inalterati  il  nome  del  mese  ,  gennajo , 
e  il  numero  degli  anni  vissuti  dal  poeta  ,  leggendovisi  :  «  una  sola  feb- 
bre sotto  li  27  Luglio  del  1604,  a  mezzo  corso  di  sua  età,  contando  allo- 
ra gli  anni  44,  toIs«  dal  mondo  un  tant'uomo  ».  E  in  un  altro  suo  auto- 


POETA  LATINO  ED  ERUDI'Ì'O  DEL  SEC.  XVI        283 

grafo  (B  39)  è  ripetuto  1'  errore  ,  facendovisi  pur  nascere  il  poeta  il  25 
gennajo  del  15G2  e  morire  di  44  anni  nel  1604. 

Sennonché,  in  seguito,  in  una  seconda  replica  a!  Longo,  il  Triolo  tor- 
nò ad  accettare  tacitamente  Panno  «1560»  (T  35  pp.  5,12  e  251). 

Anche  da  me  nel  1872  e  due  anni  dopo  dall'  egregio  prof.  Amico  (A 
1  p.  5)  si  adottava  la  data  stabilita  nel  1805  dal  Triolo.  Quanto  all'anno 
però  nel  1876  io  ,  per  le  pretese  difficoltà  delle  quali  ho  innanzi  accen- 
nato ,  preferii  quella  risultante  dal  riferito  luogo  del  L'  A  nchore  ;  e  lo 
stesso  fece  nel  1880  l'Amico  (A  2  p.  8). 

Ora,  tìnalmeate,  poiché  intorno  all'addotta  nota  battesimale  non  cade 
alcnn  dubbio ,  credo  irrecusabile  la  certezza  che  ci  viene  da  questa  ;  la 
quale  poi  concorda  con  un  altro  documento,  qui  in  seguito  riportato,  X, 
n.  2. 

Tanto  ,  per  1'  esattezza  ;  che,  trattandosi  di  date ,  non  è  mai  inutile 
curare. 


II. 


Eodem  [die  xxj.°  aprilis,  VI  ind.  1578]. 

Presenti  scripto  publico  notum  facimus  et  testamar  qaod  no- 
bilis  hieronimus  vacca  januensis  et  habitator  alcami...  sponte 
fecit  constituit  creavit  et  solemniter  ordinavit  eius  veruni  legi- 
tiuium  et  indubitatum  procuratorem  actorem  factorem  etc.  nobi- 
leoi  Sebastianum  bagolino  huius  terre  alcami  absentem  tanquam 
presentem  ad  vice  nomine  et  prò  parte  ipsius  nobilis  constituentis 
prò  eo  in  terra  Xichili  et  alibi  quo  opus  erit  in  regno  petendum 
exigendum  percipienduni  consequendum  et  habendum  ac  babuisse 
et  recepisse  confitendum  etc. 

Testes  nob.  philippus  mercatanti  et  petrus  antonius  de  asta. 

Balle  minute  VI  indiz.  1577-8  del  not.  Pietro  Baffo. 


284  SEBASTIANO   BAGOLINO 


III. 

Illustri  admoaum 

D.  Hannibali  Valguarnerio  Oudranì  Domino 

Sebastianus  Bagolimis. 

Ave,  mi  Hannìbal;  aggressus  sudi,  quod  mihì  iampridem  ius- 
seras,  aggressus  sum  inquani  opus  lyricuin  in  quo  Horatium  iini- 
tor;  is  eniiii  (teste  Quintiliano)  plenus  est  iucunditatis  et  gratiae. 
Videbis  in  nostro  opere  versus  elegiacos,  glyconios,  alcaicos,  phe- 
recratios,  anapesticos  ,  ceterosque  qui  ad  lyram  pertinent.  Illis 
tu  dabis  famain,  propterea  quod  inaior  pars  illorum  ad  maiesta- 
tem  Valguarneriae  domus  alligata  est.  Sequor  et  in  hoc  opere 
Val.  Martialein,  et  Catulluiu,  lepidum  hunc,  acutum  illum  atque 
ingeniosum  :  quique  in  scribendo  non  parum  placuit  C.  Plinio. 
Habes  penes  te  epigraminata  in  diversos  ;  haec  (si  me  diligis) 
aut  Parutue  ,  aut  Sirillio  corrigenda  praebe  ,  multumque  in  bis 
corrigendis  (absit  adulatio)  tuum  valebit  iudicium;  meos  errores 
deleatis  ,  reprehendatis  versus  iuertes ,  culpetis  male  sonantes  , 
redundantes  recidatis,  ampbibologicos  vituperetis,  breves  et  ob- 
scuros  asterisco,  obeliscove  notetis;  ego  enim  is  sum  qui  patien- 
tissime  reprehendor,  praesertim  ab  bis  Aristarchis.  Vale,  vir  lau- 
dando; et  si  te,  tuosque  laudari  a  Bagolino  non  ineptum  putas, 
quibus  vos,  vestramque  laudem  libros  mitte. 

Ad  Eundem 

Consideranti  mihi.  Illustrissime  Annibal  ,  eruditorum  fautor 
egregie,  quod  vitae  genus  mihi  potissimuin  eligendum  esset,  ut 
metani  actionibus  meis  aliquam  statuerem,  inter  tot  varia  homi- 
num  studia  (trahit  enim  sua  quemque  voluptas)  occurrit  nihil  in 
vita  esse  eligibilius  virtute;  nam  et  robur,  et  forma,  et  valetudo, 
quae  bona  corporis  censentur,  tempore  dilabuntur  et  languescunt: 
virtus  autem  stabilis  nunquam  corruit,  et  (ut  ait  Claudianus)  ex 
alta  mortalia  despicit  arce;  ea  sola  est  quae  nos,  qua  ratione  licet, 
Diis  pares  eflQcit;  nam  virtutis  merces  est  immortalitas  :  nos  au- 
tem qua  parte  immortales  sumus  nisi  ingenio  I  Adeo  ut  pruden- 


POETA  LATINO   ED  ERUDITO  DEL   SEC.   XVI  285 

tissime  dixerit  poeta  ille  celebri»  :  vimtur  ingenio,  ca>etera  tnortis 
erunt. 

Ad  hanc  igitur  virtntem  ,  immortalitatemqne  capeasendam  a 
puero  ingenio  laborare  constitiii;  et  multa  tuli,  fecique  puer,  su- 
davique,  alsique  ;  soluiii  natale ,  quod  dnlcissimum  est ,  reliqui; 
Neapolim  profectus ,  ibique  sub  sapientissirais  viris  artem  poe- 
ticam  vigilante!-  edoctus,  post  longas  ambages,  cyaneasque  tem- 
pestates,  deuiuai  in  siculas  regiones  me  contuli  ,  idest  in  aedes 
illustrissimi  exeellentissimique  Francisci  Adernionis  principis , 
viri  qualem  vix  de  tot  millibus  unum  reperias  :  hunc  immatura 
morte  praeventum  omnis  fere  Sicilia  luget.  V^idebat  autem  ma- 
ximus  heros  due  esse  hominum  genera  :  alterum  quod  doctrina, 
et  urbauitate  vigeret;  alterum  quod  inscitia  ,  et  rusticitate  sor- 
desceret;  belluis  hoc,  illud  vero  Diis  immortalibus  aequabat;  ele- 
gitque  me  ut  carminibus  nostris,  quae  (si  fas  vera  dicere)  vehe- 
meuter  amabat ,  atque  exosculabatur  ,  suas  res  gestas  canerem. 
Sed  fato  nescio  quo  tanti  principis  amicitia  spoliatus,  ad  quem 
confugerem  nemiuem  habui,  nisi  te,  decus  et  praesidium  meum, 
qui ,  cum  omnibus  virtutibus  instar  rutilantis  gemmae  fulgeas , 
tamen  inter  caeteras  tuas  virtutes  (absit  adulatio)  haec  illustrior 
apparet,  clementia  scilicet ,  et  pietas.  Hac  clementia  literatos 
foves,  lisque,  eosque  jìenes  te  semper  habes  :  fortasse  imitaris 
Dionisium  ,  qui,  cum  pluies  aleret  sophystas  ,  dicebat  hoc  non 
ideo  se  facere  quia  illos  admiraretur,  sed  quia  per  illos  admira- 
tioni  futurus  erat.  Ad  te  igitur  veluti  ad  anchoram  undique 
eruditiores  catervatim  confluunt  :  testis  est  (ut  alios  plerosque 
taceam)  Antouius  Cingalius,  familiaris  meus,  quem  antesignanum 
iu  literìs  habuisti,  in  poetica  altiloquum  ,  in  oratione  disertissi- 
mum,  ingenio  perspicaci  praeditum ,  acticis  leporibus  scaturien- 
tem,  qui  te  de  se  benemerentem  laudibus  prosequi  non  desinit, 
amat,  suspicit,  admiratur;  testis  etiam  ego,  qui  non  herilis,  sed 
fraterni  animi  in  me  te  uovi  :  idque  ob  eximiam  clementiam  tuam, 
qua  cum  omnibus  satisfacias,  tibi  ipsi  nunquam  satisfacis.  Hiuc 

tit   ut   non   immerito    illustrissimo    excellentissimoque quem 

PHILIPPV8  KEX  Hispaniarnm  Siciliae  regno  praefecit,  sis  im- 
primis  dilectus,  amicis  iucundus.  civibus  carus,  omnibusque  gra- 
tiosus  et  mihi  amabilis.  Vidi  ego  cives  tuos  ,  cum  te  reducem 
l*anhormi  vidissent  post  obitum  FABRITII  patris  omnes  una 
voce  per  vicos  clamasse  et  deuuo    hilariter   exclamasse  ;  quippe 


Ì86  SEBASTIANO  BAOOLINÒ 

qui  defiiuctum  patreui  in  Alio  redivivum  desidomrent.  Fuit  enim 
vir  patriae  non  paruin  ntilis,  et  de  ilio  vaticinatus  ait  Horatius  : 
Pro  patria  non  timidun  mori;  vir  inqnam  fuit,  quo  non  religiosior 
Pompilius,  non  jfravior  Cato  Censorius,  non  humanior  Inlius  Oae- 
sar,  non  mansuetior  Fabricius.  Tantum  aluiniium  Panhoruius  per- 
petuis  lugebit  lacrimis. 

Sed  revertauiur  ad  te.  Accedit  ad  clenientiam  tuain  maxima 
liberalità»  :  bino  tìt  quod  cum  sis  amabilis,  semper  fls  amabilior; 
procul  abs  te  abest  crimen  avaritiae,  quo  qui  male  audiunt,  sem- 
per egent,  semper  in  sordibus  versantur  :  pulcherrima  sane  sen- 
tentia  et  digna  aureo  Ciceronis  ore  :  Nil  tam  angusti,  tamque  parvi 
animi,  quam  divitia^  appetere;  nihil  honestius,  magnijicentiusque,  quam 
pecuniam  contemnere.  Avaritiam  idolorum  servitutem  mirabiliter 
execraris  propensus  ad  liberalitatem,  quae  principem  decet.  Quid 
dicam  de  bonis,  quae  in  te  Deus  Opt:  Max:  contulit?  Inter  quae  no- 
bilius  donum  dixerim  cum  dedit  tibi  concessitque  geniali  toro  ha- 
bendam  LAVINIAM  coniugem,  tbecundam  prole,  forma  non  inde- 
coram,  pudicitia  celebreiu,  moribusquedefaecatam,natalibu8  8plen- 
dentem  atque  matronas  nobilissimas  superantem,  ut  qui  ego  in 
meis  carminibus  de  ea  non  immerito  dixerim  : 

Diqna  Uhi  est  summis  sola  addier  heroinis, 
Et  dare  iura  virìs,  et  dare  iurn  Deis. 

Vidi  ego  foeminam  (si  foemina  dicenda  est  qnae  virtute  viros 
praecellit)  cum  fames  ingrueret,  plebsque  nostra  alcamitana  fru- 
menti inopia  laboraret ,  teterrimoque  mortia  genere  necaretur , 
quotidianis  elemosinis  alimoniisque  continuis  misero»  parcisse, 
recreasse,  quodammodo  ad  vitam  eos  revocasse,  qui  Orci ,  Pro- 
aerpinaeque  peculio  annumerati  erant. 

Sed  iterum  ad  te  revertor.  Quem  diem  sine  linea,  idest  sine 
lectione  magnoruoi  virorum  praeterisl  Bibliotheca  tua,  quae  in 
partit)us  Italiae  celebre  nomen  obtinuit,  magno  ducitur  tibi  ho- 
nori;  veruni  maiorem  ex  te  laudem  accipit;  et  ausim  dicere,  quod 
non  bibliotheca  dominum,  sed  bibliothecam  dominus  ornat  :  nani 
quem  librum,  quod  volumeu  ,  quam  historiam  ,  et  (ut  ad  artem 
meam  redeam  )  quem  versum  non  calles  ?  Scis  quippe  magnam 
potentiam  sine  magna  eloquentia  comparar!  non  posse  ;  si  enim 
apud  regem  habenda  sit  oratio ,  sive  apud  populum  ,  quis  inter 


POÈTA   LATINO   ED   ERUDITO  Ì)EL   SEC.    XVI  ^7 


paiilioniiitanos,  sieiilosque  equites  te  facundior  !  Pascis  aiiiiiinni 
continua  lec.tione  ;  nnlluin  «liem  sine  literatorum  confabulatione 
ire  (lesinis  :  inde  fìt  ut  qnotidie  doctior  evadas;  habes  etiain  a- 
jnul  te  niitrisque  viros  boiios,  Inter  qnos  est  M.  GENTFLVCTVS 
Spoletinus,  vir  paucoruni  viroruin  doctrina  non  volgari ,  iustus, 
et  integerrinius ,  ex  quo  non  potes  esse  non  bonus.  Sed  quid 
uioror  pluribusf  In  te  est  tìdes  ,  est  integritas  ,  est  pietas,  est 
probità»,  est  gravitas,  est  iustitiw,  est  religio,  et  (ut  uno  verbo 
dioain)  suiit  omnia. 

Tu  niihi  dixisti  :  scribe.  Accipe  ergo,  vir  laudando,  carmina 
caepta  iussis  tuis.  Quae  carmina  diligenter  scripsimus,  et  ex  va- 
riis  auctoribus  modeste  excerpsimus;  imitati  siummos  poetas ,  et 
praecipue  Virgiliuiii,  qui  multa  ex  Ennio  et  Lncretio,  non  panca 
ex  Actio  et  Vario  in  suum  opns  magnifice  distribuit.  Scripsi  in- 
super aliqua  scholia  in  versus  meos  ;  non  in  omnes  versus,  nam 
rem  pus  defecit  :  sed  tu  ab  uno  disce  omnes  ;  scripsi  igitur  scho- 
lia, non  ut  doctrinam  meam  ,  quae  parva  est ,  ostenderem  ,  sed 
ut  sudores  nostros  futura  aetas  (si  tantum  mea  carmina  valent) 
animadverteret^  et  ut  obtrectatorum  linguis,  quae  omnia  legaut 
ut  carpant,  ora  signarem,  veluti  Aegyptius  alter  Sygaliou.  Ver- 
sus meos  signatos  tibi  esse  sensero,  summam  mihi  inde  mercedem 
putavero;  nam,  si  tibi  uni  i)lacuero  vipereas  obtrectatorum  lin- 
guas  non  pertiniescam,  et  (ut  ait  Martialis)  vindice  te  nec  Pro- 
buuj  timebo.  Vale,  Maecenas  noster;  meque,  qui  te  veneror,  dilige. 

Dal  Quinternum  della  Biblioteca  Comunale  di  Palermo,  ce.  178 

Nota 

Nella  st'conda  lettera  ,  al  luogo  che  ho  segnato  con  puntini  ,  manca 
nel  codice  il  nome  dell'illustre  personaggio;  il  quale  doveva  essere  Diego 
Ilenriquez  de  Guzman  conte  di  Albadelista  ,  viceré  di  Sicilia  dal  1585 
al  1592. 


288  SEBASTIANO   BAGOLINO 

IV. 

N.  1. 

Die  S  Decembris  [1591]. 

Io  Prebti  lo:  B:ta  Serro  de  licentia  ho  anellato  privatamenti 
in  casa  a  lo  Mag.co  Sebastiano  Bagolino  tìglio  del  q.dani  Io:  Leo- 
nardo et  Catherina  di  Alcamo  con  Franciscella  Battiata  figlia  di 
M.o  Ant.o  et  loannella  di  Alcamo:  presenti  clerici  petro  bago- 
lino et  geronimo  rosso. 

Da^  registri  matrimoniali,  neW archivio  della  maggiore  chiesa  di 
Alcamo;  libro  IX,  anno  1591,  e.  31. 

N.  2. 

Die  28  Septembris  vi  Ind.  1592. 

Io  presti  Bernardo  Vlscò  ho  dato  li  spons.  a  Sebastiano  Ba- 
golino e  Antonella  [sic,  per  isbaglio ,  invece  di  FranciscellaJ  la 
Battiata  di  Alcamo,  presenti  e.  Vito  di  Fidirico  ,  et  e.  Angelo 
Blasco,  M.ro  Vito  Sanctoro. 

Da'  detti  registri  matrimoniali',  lib.  cit.,  anno  1592,  e.  1. 

N.  3. 

Die  vi.j.»  aprilis  vj*  ind.  1593. 

Cum  bis  temporibus  preteritis  fuerint  et  sint  couflrmata  eerta 
capitala  tenoris  sequentis,  videi icet  : 

IHVS 

In  alcamo  a  dì  22  di  9.bro  1591  v*  ind. 

Capituli  del  felici  matrimonio  nel  nome  del  S.re  felicementi 
de  contrahersi  alla  greca  juxta  la  consuetudini  di  questa  terra  di 


POETA   LATINO   ED   EEUDITO  DEL   SEC.    XVI  289 

alcaino  infra  lo  m.co  Sebastiano  bagolino  spuso  di  una  parti  et 
la  m.ca  franciscella  puella  virgini  figlia  legitima  et  natorale  di 
nei  antonino  et  joanna  vattiata  jiigali  ditte  terre  dotanti  subto 
li  pacti  appresso  distinti. 

In  primis  si  intenda  ditto  matrimonio  expedito  conformi  alla 
dispositioni  del  sacro  consiglio  tridentino  et  havuta  primo  la  be- 
neditione  ecclesiastica. 

Item  li  detti  no.i  Antonino  et  joanna  parenti  di  essa  spusa 
dotano  a  ditto  m.co  spuso  Oz.  quattrocento,  cioè  Oz.  ducento  in 
dinari  et  Oz.  ducento  in  robbi  et  stigli  di  casa  extimati  alla  la- 
tina con  suo  adito;  li  quali  Oz.  200  in  dinari  li  si  daranno  cioè  : 
Oz.  10.  5  in  rendita  ad  ragione  di  Oz.  10  per  cento  da  doversi 
cioè  Oz.  3.  9  per  francesco  speciali  et  beatricij  laudico,  Oz.  3  per 
bastiano  di  Catania,  Oz.  3  per  nicolao  de  fazio,  tt.  26  per  bartho- 
lomeo  lo  liali,  per  pubblici  contratti  et  sopra  li  predij  in  quelli 
contenti  per  sorti  principali  con  la  annata  dello  anno  presenti 
china Oz.  101.  20 

Oz.  quaranta  in  denari  contanti  ad  ogni  requesta 
di  esso  m.co  spuso Oz.     40.  — 

Oz.  vinti  novi  e  tt.  ciuco  in  dinari  per  tutto  lo 
misi  di  luglio  proximo  del  presenti  anno  .        .        .  Oz.     29.    5 

Et  altri  Oz.  vinti  novi  e  tt.  ciuco  in  dinari  per 
tutto  lo  misi  di  luglio  di  lanno  vj.a  ind.  prox.  fut. 
in  questa  terra  di  alcamo Oz.     29.    5 

Li  ditti  Oz.  200  in  robba  et  stigli  extimata  ut  s.a 
a  la  latina  ad  ogni  requesta  di  esso  spuso  .  .  Oz.  200.  — 
li  quali  doti  supra  expressati  li  ditti  de  la  battiata  ])arenti  do 
tano  a  ditta  spusa  per  qualunqui  ragione  ad  essa  spettanti  re- 
servato chi  alla  morti  di  ditto  m.co  Ant.no  suo  patri  si  habia  di 
equalari  con  li  altri  soi  figli  succedenti  a  la  parti  di  pio  comò  li 
altri  figli  in  forma,  li  quali  doti  promisi  esso  m.co  spuso  bene  ser- 
varli et  in  casu  di  separazioni  di  esso  matrimonio  et  premorendo 
esso  spuso  constituiri  a  la  ditta  spusa  unci  vinticinco  per  ragioni 
di  antefatto  et  verginità  et  premorendo  essa  spusa  pocza  dispo- 
niri  et  testari  a  suo  libito  di  Oz.  vinticinco. 

Cum  pacto  chi  ditti  Oz.  10.  5  di  rendita  supra  dotati  non  li 
pocza  esso  spuso  vindiri  ne  alieiiari  ma  che  stiano  per  evitioni 
di  essi  doti  in  forma  et  in  caso  di  recapito  si  hanno  di  conver- 
tiri  un  altra  volta  in  cxjrapra  di  tanta  rendita  et  stia  nello  modo 
supraditto. 


SEBASTIANO    BAGOLINO 


Cuui  pactu  ancora  che  Dioreiido  ipsa  spusa  senza  figli  logitimi 
et  naturali  dal  suo  corpo  legitime  discendenti  et  si  con  figli  et  ditti 
tìgli  in  minori  etati  cioè  li  tìgli  niascoli  minori  di  anni  quattor- 
dici et  li  tìgli  femini  minori  di  anni  dudicì  ditti  doti  succedano 
ditti  dotanti  seu  soi  heredi  et  successori. 

t  lo  Sebastiano  Bagolino  contìrmo  ut  s.a  [auto(frafo\. 

t  Io  giacomo  liccio  contìrmo  ut  s.a  da  parti  del  no.i  Ant.no 
la  vattiata. 

Ideo  hodie  pretitulato  Pro  telici  prospero  beneditto  et  santo 
matrimonio  in  dei  santorumque  nomine  feliciter  contracto  et  ex- 
inde adimpletis  sollemnitatibus  ecclesie  legitime  consumato  se- 
cundum  morem  ritum  et  consuetadinem  grecorum  et  prout  vul- 
gariter  dicitur  alla  greca  in  peri)etuum  inter  franciscellam  puel- 
lam  virginem  filiam  legitimam  et  naturaleui  antonii  et  joanne  la 
vattiata  iugalium  et  eius  parentuin  de  terra  alcami  mihi  notarlo 
etiam  cognitam  convenientem  et  contrahentem  sponsam  ex  una 
et  sebastianum  bagolino  filium  legitimum  et  naturalem  jo:  leo- 
nardi  et  Caterine  bagolino  viventis  olim  iugalium  et  eius  paren- 
tum  de  ditta  terra  alcami  mihi  notario  etiam  cognitum  presentem 
et  contrahentem  sponsum  ex  altera. 

Contemplatione  et  decoratione  cuius  qaidem  matrimonii  pre- 
ditti  jugales  de  la  vattiata  parentes  ditte  sponse  eandem  sponsam 
eorum  filiam  dotando  et  dotari  volendo  in  dotem  dotant  et  dota- 
verunt  ditte  sponse  et  prò  ea  ditto  sponso  stipulanti  dotes  in- 
frascrittas  videlicet  : 

uncias  ducentas  p.  g.  in  pecunia  et  uncias  ducentas  raubarum 
ad  morem  latinorum  extimandarum  iuxta  usura  et  consuetudinem 
ditte  terre  de  quibus  quideni  Oz.  200  dotium  in  pecunia  predittus 
sponsus  fatetur  se  habuisse  a  dittis  dotantibus  stipulantibus  un- 
cias quatraginta  otto  e  tt.  10  p.  g.  in  pecunia  de  contanti  de 
quibus  apparet  quendam  apodixam  que  sit  cassa  etc.  Itera  uncias 
quinquaginta  otto  e  tt.  10  p.  g.  ditti  dotantes  in  solidum  ut  supra 
solvere  promittunt  ditto  sponso  stipulanti  hoc  modo  videlicet  : 
Oz.  29.  5.  Ad  requisitionem  ditti  sponsi  et  Oz.  29  et  5  per 
totum  mensem  julij  anni  presentis  in  hac  terra  alcami  in  pecunia 
numerata  in  pace. 

Itera  prò  une.  centura  quinquaginta  unum  ett.  viginti  ad  com- 
plementum  predittarum  Oz.  200  dotium  in  pecunia  preditti  iugales 


POETA  LATINO  ED  ERUDITO   DEL  SEC.    XVI  291 

de  la  vattiata  parentes  ditte  sponse  dotantes  per  eoe  et  eorum 
in  solidum  ut  supra  dotaverunt  et  assignaverunt  et  titulo  et  causa 
ipsius  insolidum  dotationis  et  assignationis  habere  licere  conces- 
serunt  et  concedunt  preditto  sponso  stipulanti  et  recipienti  une. 
decem  ett.  quinque  p.  g.  debendos  et  anno  quolibet  solvendos 
per  personas  infrascrittas  prò  rathis  infrascrittis  videlicet  :  une. 
tres  et  tarenos  novem  p.  g.  <leb.  per  franciscum  speciali  et  bea- 
tricem  laudico  iure  subiugationis  virtute  duoruin  contractuum 
subiugatoriorum  in  attis  quondam  nob.  net.  Io.  vincentii  de  mulis 
unius  die Oz.      3.    9 

Item  uncias  tres  iure  subiugationis  deb.  per  se- 
bastianum  de  Catania  virtute  trium  contrattuuin  su- 
biugatoriorum in  attis  quondam  nob.  not.  jo.  vin- 
centii de  mulis  unius  die  xv.o  aprilis  ij.e  ind.  1589  et 
alterius  die  15  septembris  iiij.e  ind.  1590  et  alte- 
rius  die Oz.      3.    ~ 

Item  uncias  tres  per  nicolaum  de  facio  iure  subiu- 
gationis virtute  contrattus  subiugatorii  iu  attis  raeis 
not.  infrascritti  die  xx.o  novembris  v.e  ind.  1591    .  Oz.      3.    - 

Item  tt.  26  per  bartolomeura  lo  liali  iure  subiu- 
gationis tanquam  heredera  quondam  beatricis  lo  Ia- 
cono virtute  contrattus  in  attis  quondam  don  ant. 
cino  die  xx.o  augusti  xiij.e    ind.  1569       .        .        .  Oz.     —    26 

Totas  dittas  Oz.  10.  5  redditus  etc.  Francas  etc.  Quorum  qui- 
dem  reddituum  superius  dotatorum  et  assignatorum  etc.  Item 
concedunt  etc.  Ad  habendum  etc.  Cesserunt  et  transtulerunt  etc. 
Et  hoc  prò  pretio  etc.  Eenunciates  etc. 

Dittas  vero  uncias  ducentas  raubarum  superius  dotatas  ditti 
dotantes  dare  et  consignare  promittunt  ditto  sponso  stipulanti  ad 
omnem  primam  et  simplicera  requisitioneui  preditti  sponsi  stipu- 
lantis  in  pace  etc. 

Promittens  dittus  sponsus  dittam  sponsam  trattare  et  habere 
In  eius  charam  et  dilettam  uxorem  etc.  In  pace  etc. 

Cui  quidem  sponse  dittus  sponsus  constituit  in  dodarium  et 
iure  dodarii  uncias  viginti  quinque  p.  g.  ad  soluptionem  quarum 
teneatur  dittus  sponsus  casu  quo  premoriretur  ditte  sponse  etc. 

Item  supraditta  sponsa  promisit  dittum  sponsum  trattare  et 
habere  in  eius  charum  et  dilettum  virum  ut  decet  et  non  alìter  etc. 

Et  hoc  in  et  sub  omnibus  iUis  pattis  etc.  et«. 


292  SEBASTIANO   BAOOLINO 

Gum  patto  etiam  etc. 
Que  omnia  etc.  Itera  etc.  linde  etc. 

Testes  uiaczeus  burgarello  et  m.r  vitus  bouatìiii  et  Viucentius 
valditaro. 

Dalle  minute   VI  indiz.  1592-3  del  not.  Lorenzo  Lombardo^  ce. 
1046  e  8egg.  (Of.  registro  ce.  1141  e  segg.). 


F.  M.  Mirabella 
(ContiniMi) 


I  BARBARI  ED  I  BIZANTINI  IN  SICILIA 

(Continuazione,  vedi  anno  XXXV,  fase.  I-II). 


CAPITOLO  TERZO 
I    Bizantini   (535  =  669). 

Spedizione  di  Belisario. — Assedio  di  Panormo. — La  guerra  in  Italia. — 
La  Sicilia  rocca  della  potenza  bizantina.  —  Belisario  ricliiamato.  —  To- 
tila  in  Sicilia.  —  Liberio.  —  Arta,baue  e  Narsete.  —  Fine  della  guerra.  — 
S.  Gregorio.  —  La  leggenda  di  Autari.  —  Costante  II  in  Sicilia.  —  Prime 
incursioni  dei  Musulmani. 

Cogliendo  il  momento  adatto,  Giustiniano  si  decise  dun- 
que nel  535  a  cominciare  la  guerra  gotica ,  ordinando  a 
Belisario  di  imbarcarsi  con  un  esercito  di  7500  soldati,  fin- 
gendo di  essere  diretto  a  Cartagine.  Sbarcato  in  Sicilia , 
forse  a  Catania  ,  come  per  approvigionarsi ,  il  duce  bizan- 
tino, secondo  gli  ordini  ricevuti,  iniziò,  viste  le  condizioni 
favorevoli,  la  conquista  dell'Isola,  clie  volea  occupare  prima 
d'  ogni  altra  terra ,  per  farne  la  base  delle  sue  operazioni 
militari  ;  dal  modo  di  agire  di  Belisario  si  scorge  netta- 
mente che  il  possesso  del  Lilibeo  non  era  che  un  pretesto 
diplomatico.  Anche  questa  volta  suo  luogotenente  era  lo 
storico  Procopio  il  quale  scrisse  la  narrazione  della  guerra. 

I  bizantini  che  nella  guerra  del  533  erano  stati  favoriti 
dai  goti,  per  odio  contro  i  vandali,  ebbero  in  quest'ira- 
presa  aiuto  dalle  jmpolazioni  dell'Isola,  le  quali  erano  forse 
spinte  in  qualche  modo  dal  sentimento  religioso ,  contra- 
stato dai  goti ,  ma  in  fondo  non  avevano  grandi  ragioni 
perchè  ragionevolmente  non  potevano  sperare  in  nessun 
modo  di  migliorare  la  loro  condizione ,  cadendo  in  potere 
dei  bizantini  ;  ma  spesso  i  popoli  s'illudono  che  basti  mu- 
tar padrone  per  trovarsi  meglio. 

Mentre  i  cittadini  aprivano  a  Belisario  le  porre  delle 
Arch.  Stor.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  20 


294  I   BARBARI  ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

città,  accoj^^lienflolo  (1)  come  liberatore,  fiaccamente  ^ii  si  op- 
ponevano le  guarnigioni  gotiche ,  le  quali  del  resto  non 
erano,  come  s^è  visto,  molte  nell'isola. 

Presa  dapprima  Catania ,  e  quindi  Siracusa ,  Belisario 
continuò  senza  grandi  sforzi  la  conquista  dell'  isola  sotto- 
mettendo «  per  capitolazione  »  molte  altre  città  (2).  Il  più 
forte  contrasto  in  questa  prima  parte  della  guerra  fu  rap- 
presentato da  Sinderith  duce  della  Provincia  il  quale  fu  però 
vinto  (3).  Non  rimase  in  breve  a  conquistare  che  Palermo, 
città  munita  e  difesa  da  un  forte  presidio  che  dovea  op- 
porre lunga  e  vigorosa  resistenza. 

Belisario  s'avvide  che  dalla  parte  di  terra  invano  si  sa- 
rebbe adoperato  a  superare  le  sue  opere  di  difesa,  che  già 
Ermocrate  alla  fine  del  V  secolo  a.  Cr.,  non  ostante  la  vittoria 
riportata  non  lungi  da  esse,  non  avea  osato  assalire.  Allora 
fece  entrare  la  sua  flotta  nel  porto  che,  come  è  noto,  s'in- 
ternava profondamente  dentro  terra ,  fino  a  toccare  quasi 
le  mura  della  parte  nuova  della  città  (Neapolis),  giungendo 
fino  all'  oflierna  Piazza  Caracciolo  (4).  Quivi  essendosi  ac- 
corto che  gli  alberi  delle  navi  superavano  1'  altezza  delle 


(1)  Procopio,  d.  B.  G.,  HI,  16. 

(2)  Cfr.  Procopio,  d.  B.  O.,  I,  5.—  Mabcellin.  com.,  Chron.,  a.  535, 
pag.  104  (ed.  Momnisen  in  M.  G.  H.)  :  «  Belisarius  consul  egitur,  recto- 
que  navigio  Siciliani  properat ,  Catinam  et  Syracusas  sine  mora  ,  immo 
ornneni  pervadit  Trinacriam». 

(3)  JoRDANES,  Romana  (M.  G.  H.  ,  voi.  V  ,  pag.  48)  :  «  Siciliani  per- 
«  vadit  (Belis.)  duce  eius  Sinderith  superato,  ubi  aliquantuluni  temporis 
«ad  ordinandum  patriara  resideat».  Cfr.  anche  Jord.,  Gotica,   p,  137. 

(4)  Sulla  topografia  di  Palermo  antico  che  ,  per  un  errore  di  metodo 
nella  ricerca  ,  è  stata  fin  qui  molto  imperfettamente  concepita ,  hanno 
scritto,  fra  i  moderni:  Schumbring,  Ber  liistorischen  Topoiiraphie  von 
Panormus,  Liibek  1870.  Holm,  Studi  di  Storia  Palermitaìta  (in  A.  S.  S. 
a.  S.  a.  I.),  Palermo,  1879.  ViNC.  Di  Giovanni,  La  topografia  antica  di 
Palermo,  2  voli.  Palermo,  1889-90.  Recentemente  G.  M.  Columba  ha  ri- 
preso la  questione  trattandola  lucidamente  e  risolvendola  in  modo  nuovo 
e  definitivo  in  una  memoria  importantissima  :  Per  la  topografiu  antica  di 
Palermo  (in  «Studi  pel  Centenario  di  Michele  Amari  »,  voi.  II,  pp.  395- 
426),  con  una  pianta,  Palermo,  1910. 


1    BABBABI  ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA  295 

Ili  lira,  fece  salire  i  suoi  soldati  su  piccole  barche  legate  al- 
l'estreinità  delle  anteuue,  faceudo  così  iiDi)eto  dall'alto  c<ni- 
tro  i  difeusori  delle  mura  potè  prendere  la  città  (1). 

La  resistenza  di  Palermo  e  ^li  sforzi  di  Belisario  per 
prenderla,  j)iù  tardi  furon  molto  celebmti  pel  crescere  del- 
l'im])ortanza  della  Città,  sicché  si  formò  la  tra<lizione  eru 
dita  che  Belisario  avesse  fondato  in  Palermo,  per  rendere 
grazie  della  Vittoria,  la  chiesa  di  S.  Maria  della  Pinta  (2), 
o  forse  meglio,  avesse  per  primo  trasformato  iu  chiesa  un 
vecchio  tempio  pagano  ivi  esistente,  tradizione  che  se  è  cer- 
tamente possibile  da  nulla  è  provata. 

Volgendo  a  male  la  guerra  pei  Goti ,  essendo  già  con- 
dotta a  termine  felicemente  la  prima  impresa,  Theodahad 
loro  re,  che  trattava  allora  con  Pietro,  nunzio  imperiale, 
offrì  a  Giustiniano  di  cedere  la  Sicilia  con  l'Italia  a  condi- 
zione di  un  certo  tributo  ;  ma  insuperbito  poi  per  alcuni 
piccoli  trionfi  ottenuti  dai  suoi  in  Dalmazia,  Theodahad 
«  quest'  uomo  senza  carattere  »  (Holm  ,  p.  527)  tradì  1'  ac- 
cordo (3)  sicché  Belisario  fu  costretto  a  passare  in  Italia 
onde  riprendere  le  ostilità.  Egli  avea  trascorso  l'inverno  del 
535  -  36  a  Siracusa,  ove  era  entrato  trionfante  dopo  la  resa 
di  Palermo  (4) ,  allontanandosene  solo  per  poco  ;  per  sotto- 


(1)  Pbocop.,  d.  B.  G.,  I,  5. 

(2)  Sulla  vecchia  cliiesa  di  S.  Maria  de  Pietà  esistente  già  nel  1167 
(cfr.  Garofalo,  Tabularium  F.  ac.  1.  Capp.  divi  Petri  in  P.  Panonnitano 
Palaiio  ,  Panormi ,  1835 ,  pag.  24)  vedi  una  memorìa  del  Mongitore  in 
Di  Giovanni,  op.  cit.,  II,  192  segg. 

Le  vestigia  della  Chiesa  nella  sua  ultima  costruzione  furono  scoperte 
nel  1904  a  Piazza  Vittoria  non  lungi  dagli  edifizi  romani. 

(3)  Procopio,  d.  B.  G.,  T,  6-7. 

(i)  Vedi  Peocopio,  d.  B.  F.,  II,  7  ;  d.  B.  6. ,  I  ,  5.  Nella  velenosa 
storia  arcana,  Procopio  narra  che  Antonina  la  moglie  di  Belisario  si  ab- 
bandonò durante  (juesto  soggiorno  a  delitti  di  vario  genere. 

Sulle  {)ersone  della  Corte  Bizantina  si  veda  il  bel  libro  del  Dihel  , 
Justinien  eco.  ove  principalmente  notevoli  sono  le  pagine  (35-71)  dedicate 
all'imperatrice  Teodora  alla  quale  fra  grandi  difetti  si  riconoscono  pure 
sommi  pregi. 


206  I   BÀRBARI   ED    I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

mettere  i  soldati  di  Africa,  ribellatisi  a  (Cartagine  contro  il 
patrizio  Salomone,  nella  solennità  della  Pasqua  (1).  Ritor- 
nato Belisario  in  Sicilia,  e  lasciati  dei  presidi  a  Siracusa  ed 
a  Palermo,  passò  nel  mese  di  Maggio  del  530  nella  peniso- 
la (2)  per  iniziare  la  guerra  definitiva  contro  i  Goti. 

In  essa  la  Sicilia  fu  il  luogo  di  apju'ovigionaniento  dei 
Bizantini;  il  granaio  ed  insieme  la  base  delle  operazioni 
militari. 

Passò  in  sul  principio  della  guerra  a  Belisario,  Bbrimuth, 
genero  di  Theodahad ,  secondo  alcuni  mentre  il  Generale 
Bizantino  era  ancora  in  Sicilia  (3) ,  secondo  altri  quando 
era  già  passato  a  Reggio  (4). 

Le  vicende  della  campagna  Italiana  di  Belisario  son 
troppo  note,  perchè  me  ne  occupi,  né  del  resto  entrano  nel- 
1'  ambito  della  presente  ricerca.  Conviene  solo  richiamarle 
fuggevolmente  per  potervi  innestare  la  narrazione  degli 
avvenimenti  Siciliani  di  quell'epoca  che  sono  ad  essi  stret- 
tamente legati  (5). 


(1)  d.  B.  V. ,  IT,  14.  Sul  patrizio  Salomone,  che  era  succeduto  a  Be- 
lisario nel  comando  della  provincia  Africana,  vedi  Diehl,  V Afrique  By- 
zantine,  Paris,  1896,  pag.  75  segg. 

(2)  Vedi  Procopio  ,  d.  B.  G.,  1 ,  8.  Il  Rbiprich  dedica  nn  excursus 
(p.  34-38)  a  dimostrare  appunto  che  la  guerra  ebbe  inizio  nel  536. 

(3)  JORDANES,  Bomana  (pag.  48)  «  Ubi  raox  Everraud  Theodahadi  Go- 
«  tliorum  regis  gener  ,  qui  contrarius  cum  exercitu  venerat  cernens  pro- 
«  speritatem  consulis  ultro  se  ad  partes  dedit  victoris  hortaturque  ut  iam 
«  antelautem  suique  adventui  suspectam  subveniret  Italiara».  Marcelun, 
Chron. ,  ad.  a.  536  (p.  104)  «  Ebreraud  Theodati  gener  relieto  exercitu 
«  regio  in  Britios  ad  Belisarium  in  Siciliam  convolavit».  Cfr.  pure  Jord., 
Getica,  308  (pag.  137). 

(4)  Procop-,  d.  B.  G.,  I,  8.  Quest'ultima  versione  che  pare  al  Reiprich 

«  sine  dubio  preferenda quippe  quum  Ebrimutlius  ad  fretum  custodien- 

dum  in  illa  urbe  collocatus  esset  »  (pag.  17) ,  è  seguita  dall'  Holra  (III , 
pag.  527)  e  pare  anche  a  me  da  preferirsi,  anche  perchè  proveniente  da 
Procopio,  che  riguardo  ai  dati  di  fatto  merita  sempre  molta  fede. 

(5)  La  narrazione  distesa  si  veda  nelle  varie  storie  generali  dell'  alto 
Medio  evo  Italiano,  principalmente  in  Hartmann,  II,  1 ,  pag.  260  segg. 
ed  in  HoDGKin,  voi.  V  {The  imperiai  ristoration). 


i   BARBARI  ED    I    BIZANTINI   IN   SICILIA  297 

Il  vecchio  duce  dopo  aver  preso  Napoli,  Cuiiia ,  Boaia 
e  Spoleto,  in  sul  finire  del  538,  avea  quasi  completamente 
scoutìtti  i  Goti ,  ed  era  padrone  di  tutta  l' Italia  Meridio- 
nale. Avea  già  reso  porto  militine  quello  di  Ancona  e  s'era 
impadronito  di  Ravenna,  quando ,  per  quei  maneggi  della 
corte  cbe  non  sono  un  mistero  ,  fu  richiamato  a  Costanti- 
nopoli, e  l'Italia  lasciata  senza  il  sostegno  del  suo  valore, 
esposta  alle  armi  del  prode  re  Totila. 

Con  questi,  che  era  successo  nel  545  ad  Erarico,  succes- 
sore di  Vitige,  i  Goti  ripresero,  durante  l'assenza  di  Beli 
sario,  terreno,  riducendo  a  mal  partito  le  cose  degli  impe- 
riali nella  Penisola.  Avevano  ripreso  Caeseua,  Petra,  Be- 
nevento, Guma  ed  altre  città,  ed  in  seguito  alle  vittorie  di 
Faenza  e  del  Mugello,  avevano  ricevuto  omaggio  da  molte 
città  che  spontaneamente  pagarono  loro  dei  tributi. 

Da  Costantinopoli,  ove  si  era  in  effetti  molto  pìh  preoc- 
cupati della  guerra  contro  i  Persiani  (1),  tanto  per  non  pa- 
rere di  non  badare  affatto  all'Italia  (2),  si  mandarono  suc- 
cessivamente con  soldati  e  denari  Demetrio  ed  il  prefetto 
del  pretorio  Massimiuo.  Ma  alcune  navi  e  vettovaglie,  rac- 
colte da  Demetrio  nei  porti  di  Sicilia,  con  l' intenzione  di 
muovere  contro  il  re  Goto  (3),  furono  prese,  senza  che  aves- 
sero opposto  resistenza  alcuna,  da  Totila,  il  quale  nella  pri- 
mavera del  543  possedeva  tutta  la  parte  peninsulare  dell'I- 
talia. Rimaneva  in  potere  dei  Bizantini  solo  la  Sicilia,  e 
Totila  consapevole  dell'  importanza  di  questo  possesso  pei 
Bizantini,  cercò  di  diminuirne  il  valore,  tagliandone  le  co- 
municazioni con  Eoma ,  col  prendere  Napoli ,  che  volle  in 
suo  potere  ad  ogni  costo,  assediandola,  pur  avendo  escluso 
di  regola  dalla  guerra,  gli  assedi  (4). 


(1)  Sn  questa  guerra  vedi  C.  M.  Patrono  ,  Bizantini  e  Persiani  alla 
fine  del  VI  sec.  (in  «  Giorn.  d.  Soc.  Asiatica  Ital.  »,  voi.  XX,  1907,  pa- 
gina 2ó9  segg. 

(2)  Vedi  C.  M,  Patrono,  Studi  Bizantini,  in  «  Kiv.  di  St.  Antica» 
dir.  da  G.  Tropea,  XIII,  pag.  50,  Padova,  1909. 

(3i  Prooopio.  d.  B.  O.,  HI,  6. 

(4;  Giacinto  Romano,  op.  cit.,  pag.  206. 


298  I  BABBABI  KD  I  BIZANTINI  iN  SICILIA 

Appunto  durante  l'assedio  di  Napoli,  fu  richiesto  di  aiuti 
Massimino,  il  quale  era  venuto  in  quel  tempo  dall'Epiro 
in  Sicilia,  ma  era  rimasto  inoperoso  a  Siracusa,  da  dove 
non  si  mosse  neppur  ora  (1). 

Preoccupato  linai  mente  delle  faccende  della  guerra  d'I- 
talia, Giustiniano  si  decise  a  mandare  nella  Penisola  Beli- 
sario. È  noto  come  il  grande  capitano,  caduto  già  in  disgra- 
zia della  corte  (2),  venisse  in  Italia  quasi  senza  esercito  sic- 
ché dovette  limitarsi  ad  una  debole  difensiva  cercando  di 
conservare  alcune  città  forti. 

Totila  assalì  perfino  Eoma,  che  si  sostenne  fra  gli  stenti 
per  lungo  tempo  ;  Papa  Vigilio  che  si  trovava  a  Costanti- 
nopoli, mandò  in  aiuto  della  Città  del  grano  di  Sicilia,  ma 
fu  intercettato  dai  Goti,  sicché,  aumentando  di  giorno  in 
giorno  la  carestia,  Pelagio  diacono  decise  di  andare  a  tro- 
vare Totila  per  trattare  della  resa.  Fu  in  quest'  occasione 
che  il  Re  dichiarò  che  non  avrebbe  giammai  perdonato  ai 
Siciliani  l'ingratitudine  mostrata  col  loro  passaggio  ai  Bi- 
zantini (3). 

Siamo  al  546,  l'anno  più  triste  per  la  potenza  bizantina 
in  Italia  ;  la  Sicilia  è,  può  dirsi,  tutto  quanto  rimane  agli 
Imperiali  ed  è  il  solo  sicuro  luogo  di  rifugio  d'Occidente. 
Quivi  s'era  ricoverato  infatti  Papa  Vigilio  che  vi  trascorse 
l'inverno  545 -4G  e  vi  morì  nel  555  quando  s'accingeva  a 
ritornare  a  Roma  (4)  dopo  averne  ottenuto  il  permesso  in 
compenso  di  aver  condannati  i  tre  capitoli  (5). 


(1)  HoLM,  111,  1,  528. 

(2)  Sull'ingratitutline  di  Giustiniano  in  genere,  ed  in  particolare  verso 
Belisario  ct'r.  il  citato  libro  di  C.  Diehl,  Justinien  ecc.,  pag.  19. 

(3)  Procopio,  d.  B.  G.,  Ili,  16. 

(4)  Cfr.  Liber  Poutificalis  ed.  Duchesne  ,  Paris ,  1886 ,  I ,  pag.  299. 
Procopio,  d.  B.  G.,  Ili,  16;  od  Marc.  Comitis,  Chronic.  auctorim.  M. 
G.  H.  auct.  ant.  XI,  pag.  43  ed.  Mommseu. 

(5)  Teodoro  Mopsuesteno  ed  i  suoi  ammiratori  Iba  vescovo  di  Edessa 
e  Teodoreto  vescovo  di  Ciro,  insegnavano  contro  gli  Eunomiani  e  gli  A- 
pollinaristi  non  essere  una  sola  persona  in  Cristo  ,  non  Dio  vestito  di 
carne,  né  la  Vergine  madre  di  Dio,  ricevendo  approvazione  dal  IV  Con- 
cilio ecumenico,  quello  di  Calcedonia. 


I   BABBA.UI  ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA  299 

E  pure  in  Sicilia  si  ricoverano  alcuni  ragguardevoli  A- 
fricani  (1)  fuggendo  dalla  loro  regione  ove  il  potere  dello 
Impero  era  pressoché  nullo  per  le  continue  rivolte  dei  sol- 
dati e  gli  attacchi  dei  Mauri.  Ma  Belisario  aveva  intanto 
ripreso  Kouia  e  vi  s*era  afforzato  in  modo  da  non  più  uscirne; 
nnzi  ricevute  alcune  milizie  in  aiuto  dall'imperatore,  scese 
in  Calabria  (547)  e  venne  anche  in  Sicilia,  entrando  in  Mes- 
sina (2).  In  questo  suo  soggiorno  Procopio  narra  nella  sua 
velenosa  storia  arcana  che  il  duce  Bizantino  abbia  vessato 
gli  isolani  con  forti  tributi  (3ì;  la  notizia,  è  evidente,  provie- 
ne da  fonte  molto  sospetta,  e  se  non  addirittura  creata  può 
considerarsi  per  lo  meno  frutto  di  molta  esagerazione,  esage- 
razione che  avrebbe  poi  raggiunto  il  culmine  in  una  notizia 
contenuta  nel  «  Liber  Pontifiealis  »  per  la  quale  «  Belisarius... 
reversus  ad  Siciliani  depopulavit  eam  »  (4).  Ma  vere  o  no  que- 
st-e  vessazioni ,  alla  Sicilia  non  mancarono  i  guai  durante 
questa  guerra  disgraziata  :  in  essa  nel  548  sbarcarono  2000 
soldati  destinati  a  Belisario  (5),  e ,  l'anno  seguente  Totila 


Agli  acefali  (cioè  a  quegli  eretici  che  professavano  l'imlifferenza  sul- 
l'agitata questione  della  natura  doppia  di  Gesù),  importando  l'abolizione 
del  Concilio  di  Calcedonia ,  a  loro  contrario  esplicitamente  ,  interessava 
perciò  che  fossero  condannati  i  tre  vescovi,  sicché  il  loro  capo  Teodoro 
Ascita,  vescovo  di  Cesarea  indusse  Giustiniano  a  scomunicarli.  L'impe- 
ratore solo  dopoché  ebbe  compiuto  tale  atto  sacerdotale  pensò  di  farlo 
ratificare  dai  patriarchi  e  quindi  da  Vigilio,  il  quale  dopoché  il  V  Con- 
cilio Ecumenico  ebbe  nel  553  sentenziata  l'eterodissia  dei  tre  capitoli  li 
condannò.  Vedi  De  Potter,  8tor.  d.  Cristianesimo,  voi.  I,  cap.  X,  $  3. 
Torino  1858.  Grisar,  Roma  alla  fine  del  Mondo  Antico,  Roma,  1899,  vo- 
lum.  I,  2,  pag.  138  seg.,  e  pag.  248  segg. 

(1)  Cfr.  DiEHL  Ch.,  VAfrique  Byzant.,  pag.  348  segg. 

(2)  Procopio,  d.  B.  G.,  Ili,  30. 

(3)  Id.  Eist.  Are,  V-37. 

(4)  Liber  Pontifiealis,  in  «  Vita  S.te  Ursicini  »,  XXIV,  in  M.  G.  H.  — 
Jier.  Lomj.  Script.,  p.  322.  —  Che  qui  sia  confuso  Belisario  con  Totila,  so- 
spettA  invece  l'editore  Holder-Egoer  (ivi),  sebbene  io  non  veda  ragione 
alcuna  per  farlo. 

(5;  Procopio,  d.  B.  G.,  Ili,  39. 


300  I  BABBABI  ED   I  BIZANTINI  IN  SIOILIA 

dopo  la  partenza  di  Belisario ,  presa  per  la  seconda  volta 
Roma,  passò  in  Sicilia  contro  cui  era,  come  s'è  detto,  sde- 
gnato perchè  s'era  data  tanto  facilmente  ai  Bizantini  nel 
535,  non  ostante  non  avesse  a  lamentarsi  del  governo  ostro- 
goto, e  (jlie  voleva  colpire,  come  il  cuore  della  potenza  bi- 
zantina in  Italia. 

A  quest'  impresa  Egli  si  accinse  con  grande  attenzione, 
valendosi  <li  alcune  navi  tolte  ai  Greci  e  di  400  barche  fatte 
allestire  appositamente.  Dopo  aver  preso  Reggio  ed  avervi 
lasciato  un  presidio,  si  recò  all'assedio  di  Messana. 

Presso  la  città  ebbe  un  combattimento  col  comandante 
del  presidio  Domnenziolo,  il  cui  esito  fu  incerto;  vedendo 
però  il  duce  bizantino  che  difficilmente  avrebbe  potuto  so- 
stenere un  urto  ulteriore,  si  rinchiuse  nella  città,  che  non 
fu  presa  (1). 

Altre  schiere  gotiche  penetrarono  allora  nell'interno,  sac- 
cheggiando crudamente  l'isola  (2);  solo  allora  Giustiniano 
convinto  dell'estrema  serietà  degli  affari  d'Occidente,  si  de- 
cise ad  un'azione  energica,  mandando,  come  primo  provve- 
dimento a  difendere  la  Sicilia,  una  fiotta  sotto  gli  ordini 
di  Liberio  (3)  ed  una  seconda  a  sostegno  della  Penisola , 
alla  testa  della  quale  volea  mettere  il  nipote  Germano,  sposo 
di  Matasunta  (vedova  di  Vitige).  Ma  essendo  questi  morto 
prima  della  partenza,  come  capo  della  spedizione  fu  scelto 
l'eunuco  Narsete ,  al  quale,  come  è  noto,  era  riservato  il 
compito  di  distruggere  del  tutto  la  potenza  Gotica. 

Liberio  navigò  verso  Siracusa  che  era  assediata  da  To- 
tila  e  riuscì  a  penetrare  nella  città  ;  ma  non  vi  restò  molto 


(1)  Pbocop.,  d.  B.  G.,  Ili,  39. 

(2)  Id.,  Id.,  ITI,  40.  Cfr.  anche  S.  Greg.  Magno,  Dial.,  II,  15;  « ...  To- 

tila cuin   non   multum    post    Romani    adiit,    ad   Siciliani  perrexit...  » 

(in  M.  G.  H.  Rer.  Lang.  scriptores).  Paolo  Diacono,  Hist.  liomana,XVI, 
22.  «  Siculmn  transgressum  (Gothi)  fretuni  Siciliani  invadnnt»  (M.  G.  H. 
auct.  ant.  voi.  II). 

(3)  Procop.,  d.  B.  G.,  Ili,  40. 


l  BARBARI   ED   1  BIZANTINI   IN   SICILIA  301 

perchè  vedendo  che  con  le  sue  forze  limitate  trovavasi  in 
pericolo,  si  recò  nella  niunitissinia  Palermo  (1).  Totila  in- 
tanto, si  allontanava  dall'isola  lasciando  dei  presidi  in  quat- 
tro città  ;  tale  partenza  si  dovrebbe,  secondo  narra  Proco- 
pio, ai  consigli  di  Si>iiio ,  questore  Spoletano  il  quale  fece 
osservare  al  Kc  di  cui  era  molto  amico,  che  l'Italia  correva 
pericolo,  minacciata  dalla  spedizione  di  Germano  che  met- 
teva conto  di  combattere  subito.  A  dar  questo  consiglio 
Spino  era  molto  interessato,  infatti,  essendo  egli  stato  preso 
prigioniero  dai  Bizantini  a  Catania,  gli  si  era  data  la  libertà 
a  sola  condizione  ch'Egli  avesse  fatto  allontanare  dall'isola 
Totila  (2). 

Totila  persuaso  in  ispecie  dalla  considerazione  che  in 
Sicilia  avrebbe  potuto  ritornare  non  appena  si  fosse  sba- 
razzato di  Liberio,  ])artì,  lasciando  nell'isola  presidi  in  quat- 
tro piazze  forti  che  non  possono  essere  né  Palermo,  né  Ca- 
tania, né  Siracusa  e  neppure  Messina,  luoghi  presidiati  da 
truppe  bizantine,  ma  forse  altre  località  secondarie  che  non 
abbiamo  elementi  ])er  ricercare. 

Nel  551  veniva  finalmente  in  Sicilia  Artabane,  generale 
che  avea  avuto  una  parte  rimarchevole  nella  guerra  d'  A- 
frica  (3)  e  che  fin  dall'inizio  della  guerra  contro  Totila  era 
stato  dall'Imperatore  destinato  a  sostituire  in  Sicilia  Libe- 
rio (ritenuto,  perché  vecchio,  di  poca  energia),  ma  che  non 
aveva  fin  allora  potuto  prendere  il  comando  dell'  Esercito 
Siciliano ,  perché  nel  venire  nell'  Isola ,  le  sne  navi  spinte 
da  una  tempesta  erano  andate  a  Melite,  isoletta  del  Pelo- 
ponneso (4). 

Artabane  come  compimento  della  campagna  che  non  avea 
potuto  condurre,  scacciò ,  poco  prima  che  Narsete  sconfig- 
gesse i  Goti  al  Vesuvio,  i  presidi  lasciati  da  Totila  (5),  nl- 


(1)  Procop.,  ìoc.  cit. 

(2)  Loc.  cit. 

(S)  Cfr.  DiKHL,  V Afrique  liysnut.,  pag.  356  segg. 

(4)  Pkocofio,  d.  B.  6'.,  Ili,  40. 

(5)  Procopio,  d.  B.  O.,  IV-24. 


302  I   BABBABI   ED   I  BIZANTINI  IN   SlOlLÌÀ 


timi  resti  della  potenza  Gotica  nell'Isola.  A])pena  terminata 
la  guerra,  la  Sicilia,  subì,  come  (juasi  tutto  il  resto  d'Italia 
le  vessazioni  di  quella  banda  di  barbari  Goti  che  sotto  il 
comando  di  Bufcilino,  scorazzava  per  la  penisola. 

Tale  invasione,  di  cui  ci  ha  lasciato  memoria  il  conte 
Marcellino  nella  Chronica  (1)  e  Gregorio  TuroiuMise  (2),  mi 
pare  debba  ammettersi  non  ostante  ne  tacciano  gli  altri  au- 
tori ,  il  che  fa  ritenere  al  Reiprich  che  non  sia  avvenuta. 
Son  troppo  poche  e  incomplete  le  fonti  che  possediamo  su 
questo  periodo  che,  non  ostante  ])ossa  sempre  dubitarsi  che 
qualche  notizia  conservataci  solo  da  una  parte  di  esse  sia 
dovuta  a  generalizzazione,  i)ure  bisogna  star  sempre  guar- 
dinghi a  rifiutarla  con  sicurezza. 

Si  preparava  intanto  per  l'isola  quasi  un  secolojii  pace 
che  tuttavia  non  dovea  produrre  quei  beni  che  siamo  co- 
munemente adusati  a  considerare  sui  risultati  ;  egli  è  che 
essa  cominciava  a  sentire  gli  effetti  tristi  della  dissoluzione 
dell'impero  di  cui  faceva  parte.  Delle  sue  condizioni  ritor- 
nerò ad  occuparmi  fra  breve  dopo  aver  dato  notizia  dei  mec- 
canismo dell' Impero  ,, si  vedrà  allora  che  la  Sicilia  si  tro- 
vava in  condizioni  forse  peggiori  <lel  resto  dell'Impero,  seb- 
bene a  provar  ciò  non  serva,  come  pure  ha  fatto  l'Amari, 
il  ricordare  ch'essa  viene  designata  più  volte  come  luogo 
d'esilio  (3),  come  ai  tempi  Romani  (4),  dovendo  in  questi 


(1)  Marc.  Com.,  Chron.  ad  a.  554. 

(2)  Gregok.  Turon.,  in  Migne,  P.  L.,  pag.  265. 

(3)  Molte  testimonianze  si  raccolgono  in  Paolo  Diacono.  Ne  ricordo 

qualcuna:  «  his  quoque  temporibus  (regni  Justini)  Narsis  patricius 

Vitalem  episcopura  Altìmae  civitatis  qui  ante  annos  plurimos  ad  Fran- 
coruiu  regnum  confugerat ,  hoc  est  ad  Agonthiensem  (Magonthiensem  ?) 
civitatem  ttindem  comprehensum  Siciliani  exilio  dannavit»,  li,  4  (Ed. 
Waitz,  p.  74).  Jugundis,  sorella  di  Cbildepertus  re  dei  Franchi  ,  moglie 
di  Hemeuigildo  re  degli*  Ispani,  ariano,  fuggendo,  per  riparare  in  Gallia 
tu  presa  dai  Goti  e  condotta  in  Sicilia  ove  morì  (III,  21  ,  pag.  104).  E 
vi  fu  deportata  Gisa,  sorella  di  Romoaldo  signore  di  Benevento  (V-14)  ; 
e  Costantino  V  volea  <leportarv'i  la  madie,  la  Grande  Irene,  nel  790 quando 
tramava  per  riprendere  lo  stato ,  mentre  poi  vi  furono  deportati  i  suoi 
fautori.  Cfr.  Theophanes,  p.  719. 

(4)  Cfr.  HoLM,  III ,  1 ,  pag.  437  seg.  Durante  il  regno  di  Ursinio  vi 


t   BARBARI   Ei)    I   BIZANTINI    IN     SICILIA  303 

wisi  intendere  piuttosto  le  isole  che  circondano  la  Sicilia 
che  la  Sicilia  stessa,  tiopjM)  grande  invero  per  luogo  di  re- 
sidenza forzosa. 

In  (piesto  periodo  di  tranquillità  va  ancora  notato  un 
fatto  che  in  apparenza  potrebbe  sembrare  non  abbia  nes- 
suna relazione,  o  po<',a,  con  la  Storia  civile,  ma  che  invece 
ne  ha  moltissima:  la  fondazione  (avvenuta  nel  575)  di  sei 
conventi  per  o[)era  di  queg:li  che  più  tardi  fu  Papa  S.  Gre- 
gorio I  (1). 

Era  questa,  può  dirsi,  la  prima  pietra  di  un  edifizio  com- 
plesso che  S.  Gregorio  dovea  costruire  in  Sicilia.  1  sei  mo- 
nasteri, coi  quali  intendeva  dar  ricovero  agli  innumerevoli 
membri  della  Chiesa  che,  esuli,  vagavano  in  pessime  con- 
dizioni ,  erano  il  primo  passo  per  quella  conquista  morale 
dell'isola  ch'Egli  compì  in  seguito  con  opera  diuturna,  ren- 
dendola «  cittadella  del  Clero  Italiano  »  e  facendola  affezio- 
nare ai  Papi  ed  a  Roma  (2). 

Contemporaneamente  a  Gregorio,  sebbene  con  meno  in- 
tensità e  quindi  con  minori  risultati ,  mostrò  piìi  tardi  di 
interessarsi  di  Italia  in  genere  e  quindi  anche  della  Sicilia 
l'Imj)eratore  Maurizio  Tiberio  (582-602)  (3).  Una  prova,  forse 
l'unica,  dell'interesse  che  questo  imperatore  mostrò  per  l'i- 
sola è  l'istituzione  della  zecca  di  Catania,  che  appunto  in- 
comincia a  funzionare  sotto  il  suo  regno. 

Riguarda  in  qu«alche  modo  la  Sicilia  in  quest'epoca  una 
leggenda  narrata  da  Paolo  Diacono  sul  conto  di  Autari. 


furono  relegati  molti  cattolici  di    Africa.    Gfr.    Victor    Vitexsis  ,  Pera. 
Vanii.,  II,  23. 

(1)  Tale  fondaziinie  è  ricordata  <la  molti  autori  ;  nel  Breviario  Romano 
sì  legge:  ><  Ptitre  mortuo  sex  luonasteria  in  Sicilia  aedificavit».  Ma  su 
que8lo  fatto  ritornerò  a  parlare  nel  cap.  seguente. 

(2)  Questa  è  l'idea  di  Michklk  Amari,  il  quale  a  S.  Gregorio  ed  alla 
Sicilia  di  (jiicst'epoca  dedica  delle  pagine  {St.  dei  Musulmani  in  Sicilia  , 
I,  22-29)  veramente  degne  della  sua  mente. 

(3)  Cfr,  il  citato  importaiitisfiimo  lavoro  di  C.  M.  Patrono,  Studi  Biz. 
{Riv.  di  St.  Ant.,  a.  XIII)  pag.  ù(i58. 


304  I   BABBABT   ED    I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Bifli  riferisce  crlie  il  re  «  iisqne  ad  Keniani ,  extremani 
Italiae  civitatem  vicinaiii  8iciliae,  pei'uinbiilasse  et  quia 
ibidem  intra  niaris  undis  coluniua  quaedain  esse  posiUi,  di- 
citur  iisque  ad  eam,  equo  sedeus  accessisse,  eaiuque  de  ha- 
stae  suae  cuspide  tetigisse  diceus  :  iisqne  hic  erimt  Lango- 
bardorimi  tìnes  ;  (ina  cohimiia  ns(iue  hodie  dicitnr  persistere 
et  coliinina  Aiithari  a|)pelari»  (1).  C^uestii  leggenda,  dive- 
nuta per  il  suo  contenuto  simbolico,  molto  popolare,  è  stata 
generalmente  rigettata  dai  critici  moderni. 

Il  Weise  (2)  stima  che  sia  confuso  Reggio  di  Calabria 
con  Reggio  di  Emilia,  Giacinto  Romano  vede  nell'atto  at- 
tribuito al  re  «  dalla  saga  nazionale  »  «  un  atto  simbolico  » 
con  cui  «  prese  ]>ossesso  delle  rive  d' Italia  meridionale  in 
nome  del  suo  popolo  »  (3).  Solo  G.  L.  Audrich  (4)  vede  nella 
leggenda  il  ricordo  di  qualche  invasione  ostile  nelle  parti 
meridionali  delhi  Penisola,  di  cui  però  non  trova  altra  no- 
tizia. È  sfuggito  a  tutti,  ch'io  sappia,  forse  a  causa  del  vo- 
lere studiare  le  lettere  di  S.  Gregorio  in  sé  e  per  sé,  e  non 
per  ricavarne  elementi  per  integrare  le  notizie  dubbie  ed 
incomplete,  una  lettera  di  questo  Pontefice,  del  Marzo  del 
591  (5)  in  cui  si  ordina  al  vescovo  Felice  di  Messana  di 
accogliere  in  quel  monastero  di  S.  Teodoro  il  vescovo  Pao- 
lino di  Tauriano  nei  Bruzzi ,  rifugiatosi  in  Sicilia  con  al- 
quanti monaci  «  occasione  barbarica  ». 

Evidentemente  l'incursione,  forse  di  poco  conto,  ricor- 
data da  S.  Gregorio  è  lo  sfondo  su  cui  fu  più  tardi  rica- 
mata la  poetica  leggenda  di  Autari,  alla  quih^  diede   più 


(1)  Paul.  Diacon.,  Ili,  32,  pag.  112  ed.  Waitz  (M.  G.  H.  rer.  Long, 
script.). 

(2)  Italiam  und  Lmigoharden,  1887  cit.  da  Romano,  pag.  242. 
(3;  Romano,  Le  invasioni  eie.,  pag.  242. 

(4)  La  leggenda  longobarda  di.  Autari  a  Reggio,  in  «Riv.  Storica  Ca- 
labra»,  serie  III,  a.  IX,  fase.  8-11. 

(5)  «  Vir  Venerabilis  Paulinus  episcopus  Tauri  civitatis  ,  provinciae 
Bruttiornni,  nobis  asseruit  monachos  snos  occasione  disperso»  barbarica 
usque  uunc  per  totani  vagare  Siciliani  »   S.  Greg.^  Epist.  /,  39. 


I  BARBARI   ED   l   BIZANTINI   IN   SICILIA  305 


colorito  eroico  lo  spostamento  della  piccola  torre  rotonda 
ch'era  appunto  la  «  colonna  Reggina  »  fra  le  onde  del  ma- 
re (1). 

Sali'  anno  in  cui  tale  incursione  sia  avvenuta  non  può 
cader  dubbio,  è  il  590,  poiché  essa  sta  tra  la  presa  di  Pavia 
e  la  morte  di  Autari,  fatti  avvenuti  in  quest'anno.  E  la  data 
della  lettera  di  S.  Gregorio,  ne  è  conferma. 

Anche  nel  601  (Febbraio)  si  temette  in  Sicilia  una  nuova 
incursione  di  barbari  (Longobardi),  e  ce  ne  dà  notizia  S.  Gre- 
gorio (2),  il  quale  giustamente  temeva  che  nel  Marzo,  spi- 
rando l'armistizio  (Ofr.,  Ep.  X,  ]6)  fossero  riprese  le  ostilità. 

Cominciavano  intanto  nel  popolo  dei  Musulmani  a  ma- 
nifestarsi i  primi  effetti  della  riforma  di  Maoucetto;  nel  044, 
essendo  morto  il  Calitfo  Omar,  il  suo  successore  Mo'àvia , 
aveva  fatto  prevalere  il  partito  della  guerra  navale,  e,  nel 
652,  dopoché  erano  state  conquistate  Cipro  e  Rodi,  i  Mu- 
sulmani si  diressero  verso  la  Sicilia.  Quivi  sbarcarono  oc- 
cupando qualche  luogo  delle  coste  e  «  a  lor  costume,  man- 
dando gualdane  a  battere  il  paese,  le  quali  facevan  prede 
e  prigioni  e  pur  non  bastavano  ad  espugnar  le  terre  nar- 
rate. Ma  tale  debolezza  del  nemico  non  si  poteva  scernere 
dai  Cristiani ,  tra  i  primi  spaventati  di  quell'  assalto ,  non 
aspettato  uè  creduto  possibile,  di  quel  terribil  nome  di  Sa- 
raceni ;  di  quelle  nuove  fogge ,  sembianti ,  linguaggio  ed 
impeto  di  combattere  »  (3). 


(1)  Di  quenta  Colonna  ho  già  fatto  cenno  a  pag.  44  ,  nota  2».  È  il 
Prof.  Columba  che  crede  appunto  che  la  Colonna  Regina,  che  segnava 
il  luogo  (V  imbarco  per  la  Sicilia,  sia  stata  in  realtcì  una  piccola  torre  a 
forma  di  colonna  (/  porti  della  Sicilia,  pag.  297). 

(2)  Ep.  XI,  31.  In  essa  ordina  a  tutti  i  vescovi  di  f;ire  eseguire  pub- 
bliche preghiere,  e  raccomanda  nel  frattempo  che  il  popolo  si  meriti  la 
grazia  di  Dio  con  una  vita  onesta  «non  bastando  solo  pregare». 

(3)  M.  Amari,  St.  d.  Mus.  di  Sic,  I,  89.  Questa  prima  irruzione  vien 
ricostruita  sulle  fonti  da  Michele  Amari  (pp.  82-90)  ed  anche  da  L.  M. 
Hartmann,  6f.  i.,  II,  1,  p.  247  segg.  Le  fonti  sono  Theoph.,  Chronogr., 
I  ,  532  ;  Liher  Pontificalis  ,  I  ,  p.  338  ed.  Duchesne  ;  Labbe  ,  Sacrosanta 
Concilia,  tomo  VI,  p.  63-69. 


306  [  BARBARI   ED   l   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Propagatasi  la  notizia  di  tale  irruzione  nella  Penisola  , 
l'Esarca  di  Ravenna  Olimpio ,  che  prima  avea  tentato  tutti 
i  mezzi  per  catturare  Papa  Martino,  in  dissidio  con  l'impe- 
ratori^ per  la  questione  monotelita,  si  rajipacifìcò  con  Mar- 
tino e  mosse  verso  la  Sicilia  (1).  La  guerra  fu  combattuta 
debolmente,  tuttavia  pur  essend(>di  lì  a  poco  morto  di  peste 
l'Esarca  Olimpio,  i  Musulmani  cbe  non  avevano  dasjierare  al- 
cun aiuto  e  temevano  forse  il  sopraggiungere  <lella  tiotta  Bi- 
zantina, di  nottetempo  abbandonarono  l' isola,  recando  via 
bottino  e  prigionieri. 

Da  Teofane  siamo  informati  cbe  i  prigionieri  Siciliani 
scelsero  come  luogo  di  deportazione  Damasco,  notizia  che, 
come  giustamente  osserva  l'Holm  (2),  era  stata  male  com- 
presa dall'Amari  il  <iuale  intendeva  che  essi  erano  rimasti 
volontariamente  prigionieri,  vedendo  in  ciò  una  critica  alla 
tia  ca  dominazione  Bizantina. 

Partiti  i  Musulmani,  la  persecuzione  contro  Martino  in- 
crudelì ;  preso  e  condotto  per  la  via  di  Messina  a  Costan- 
tinopoli, qui  fu  sottoposto  ad  un  infame  processo  e  de[>or- 
tato  a  Oherson  sulle  rive  del  Mar  Nero  (3). 

Veniva  intanto  in  Italia  (a.  663),  secondo  le  comuni  in- 
terpretazioni, per  sfuggire  i  rimorsi  del  fratricidio,  ovvero 
per  combattere  i  Longobardi,  l'Imperatore  Costante  II,  re- 
duce dalla  scontitta   inflittagli  dai   Musulmani   sulle  coste 


(1)  Cfr.  Libfr  Punti/.,  I,  p.  338.  È  uoto  che  i  Monoteliti  sottilmente 
sostenevano  che  le  opere  del  Dio  fatto  uomo  ,  dipendevano  da  una  vo- 
lontà eh'  essi  chiamano  teandrica  cioè  divino  -  umana.  Eraclio  nel  639 
promulgò  la  verità  della  loro  dottrina  ,  e  Costante  II  la  riconfermò  nel 
646  col  celebre  editto  detto  tipo.  11  Concilio  Laterano  condannò  l'eresia,  di'- 
terminando  la  lotta  tra  Costante  II  e  Papa  Martino.  Cfr.  fra  gli  altri  Diehl 
Ch.,  Eludes  sur  Vadministration  BifCdìitine,  Paris,  1888,  p.  393  segg. 

(2)  S.  d.  S.  ,  III  ,  1  ,  p.  588.  TuEorHANES  dice  che  i  prigionieri  (pxt- 
a^aav  èv  Aajtàaxcp  ^eXTjasi  aòrcòv.  L'interpretazione  dell'AMAiu  è  1,  90. 

(3)  Cfr.  Theophanes,  Chronoyr.,  l,  p.  526  e  531.  Baronio  ,  Annales 
Ecclesiastici^  a.  649  e  651. 


I   BABBÀBl  ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA  307 

della  Licia  ;  era  sua  iuteDzione  di  fissare  residenza  a  Roma, 
il  che  aveva  destati  grandi  malumori  a  Costantinopoli,  ove 
si  temeva  l'allontanamento  della  Corte.  Un'eco  curiosa  di 
questo  malcontento  ci  è  rimasta  nella  cronaca  in  versi  di 
Costantino  Manasse  il  quale  parlando  del  proposito  dello 
Imperatole  dice  cbe  Egli  si  comportò  «  non  altrimenti  di 
chi  spoglia  una?  ben  vestita  ragazza  ed  orna  una  vecchia 
dell'età  di  tre  cornacchie  come  una  vezzosa  giovinetta  »  (1). 

Dopo  alcuni  giorni  di  residenza  nella  penisola  Costante 
però  passò  in  Sicilia  ,  recandosi  a  Siracusa ,  ove  trascorse 
poi  i  suoi  ultimi  sei  anni  di  regno  e  di  vita  (2). 

La  storia  dell'isola  durante  la  permanenza  dell'Impera- 
tore a  Siracusa,  dalle  fonti  e  principalmente  da  Paolo  Dia- 
cono che  dedica  agli  avvenimenti  Siciliani  di  quest'  epoca 
quattro  capitoli  della  sua  storia  (3) ,  vien  narrata  a  colori 
molto  foschi.  L'isola  e  le  regioni  vicine,  si  dice,  soifrirono 
insopportabili  angherie  :  furono  aggravate  le  tasse ,  strap- 
pate le  mogli  ai  mariti,  i  tìgli  ai  genitori ,  si  profanarono 
i  templi,  tìnchè  stancatisi  gli  animi,  fu  ordito  un  comi)lotto 
contro  Costante  che  il  15  Luglio  del  668,  mentre  si  trovava 
nel  bagno  di  Dafne ,  fu  ucciso  da  uno^  schiavo  per  nome 
Andrea  figlio  di  Troilo,  il  quale  gli  versò  addosso  una  brocca 
d'acqua  calda  (4). 


(1)  CosT.  Man.,  Chron.,  vv.  3829-60  nel  C.  S.  E.  B. 

(2)  È  molto  probabile  che  Egli  siasi  persuaso  a  trasportare  la  sua  re 
sidenza  in  Sicilia  per  essere  più  vicino  all'Africa.  Questa  è  almeno  1'  o- 
pinione  del  Dirhl,  il  quale  osserva  che  «  il  est  certaiu  qu'il  fit  quelques 
effort«  pour  organiser  dans  l'exarchat  de  Carthage  une  plus  solide  defense 
railitaire  »  C.  Diehl,  UAfrique  Bys.,  pag.  569. 

(3^  Bist.  Lang.,  Ili,  11-14.  Sono  altre  fonti  da  lui  derivate  :  Liber  Pan- 
tificalis  ed.  Duchesne,  Paris,  1886,  voi.  I,  p.  344  e  Gesta  episc.  Neapol. 
(codice  Vaticano  Latino  5007)  in  M.  G.  H.  {rer.  lang.  script.).  L'  (ìrigo 
gentis  langobardorum  del  VII  sec.  edita  dal  Waitz  nel  cit.  voi.  dei  Mo- 
numenta riassume  così  i  fatti  (pag.  6)  :  «  Eo  tempore  (regni  Grimoaldi) 
exivit  Constantinus  imperator  de  Costantinopolim  et  venit  in  part«.s  Cani- 
paniae  et  regressus  est  in  Sicilia  et  occisus  est  a  suis  ». 

(4)  "Iv  Iopaxoó(3i[)  Iv  t(j)  paXavsi<p  (Ji  Svojia  Aà<pv8  dice  Thbophanes, 
ad.  a.  665,  p.  532  segg.  ed.  Bonn.  L'uccisore  si  chiamava  'AvSpéa?  otò? 


308  I   BARBARI   ED   1   BIZANTINI   IN   SICILIA 

Il  racconto  così  come  c'è  tnimaiidato  è  certamente  a(!- 
cettabile  ;  unlla  v'ha  che  possa  farceU)  ritenere  dnbbio.  Non 
sono  nguahnente  accettabili  però  le  notizie  sui  danni  subiti 
dalla  Sicilia  per  operji  di  Eraclio. 

Paolo  Diacono  ed  il  compilatore  anonimo  del  «  Liber 
pontifìcalis  »  erano  troppo  preoccupati  dal  fatto  che  narra- 
vano le  gesta  di  un  imperatore  eretico,  d'un  monotelita  che 
diede  tanto  da  fare  alla  Chiesa  di  Roma,  perchè  il  loro  giu- 
dizio fosse  dettato  da  un  retto  senso  di  giustizia.  È  tutta- 
via certo,  e  ne  è  prova  il  regicidio,  che  l'Imperatore  non 
dovette  essere  gradito  molto  ai  Siciliani,  i  quali  sicuramente, 
come  è  loro  avvenuto  anche  più  tardi  in  occasioni  simili , 
dovettero  nel  fatto  rimaner  disillusi  del  soggiorno  imperiale, 
dal  quale  chi  sa  che  benetizi  s'erano  ripromessi. 

Tale  disillusione,  aggravata  dalla  vicinanza  poco  piace- 
vole della  corte  assoluta,  dal  sentimento  religioso  offeso, 
se  non  dall'  istigazione  dei   vescovi   Siciliani  (1)  e  qualche 


TptólXoo.  Il  Bagno  Dafne  si  lega  col  culto  di  Apollo  Dafnite  ,  ricordato 
da  Hesychius  (s.  v.).  Non  può  essere  però  tome  ha  credulo  I'Holm  (III, 
590)  il  cosidetto  Bagno  Buftarderi,  che  è  piuttosto  un  ginnasio  Romano 
sorto  non  lungi  dal  famoso  Timoleonteo. 

(1)  Dal  GiBBON  e  dall'AMARi  (I,  96)  si  è  supposto  che  abbiano  avuto 
parte  al  regicidio  anche  i  vescovi  Siciliani.  Il  Gibbon  avea  ricavato  que- 
sta notizia  da  una  frase  della  lettera  diretta  nel  728  da  Papa  Gregorio  TI, 
a  Leone  Isaurico,  frase  che  nella  retroversione  che  si  è  fatta  dice  che  l'uc- 
cisore di  Costante  (erroneamente  detto  Nezeuxius)  «  ab  episcopi»  Siciliae 
certior  factus  haereticum  eum  esse  ipse  intus  in  tempio  trucidavit».  Ma 
MONS.  Lancia  di  Brolo  (TI,  23-4)  sostiene  che  nella  vet sione  Greca  dell'e- 
pistola, che  per  noi  fa  le  veci  dell'  originale  perduto,  debba  leggersi  è'^oo 
tepov  invece  di  gaoi>,  in  modo  che  la  fraine  significherebbe  «estra  templum 
Sepulchrum  eius  coniposuJt».  E  questa  opinione  suffraga  con  la  conside- 
razione che  tdv  tàffiov  Tuoteìv  per  uccidere  non  è  solito,  che  difficilmente 
il  Papa  avrebbe  confuso  l'uccisore  con  Mecesio  ed  il  Bagno  col  Tempio, 
e  che  infine  il  Papa  stesso  immediatjimente  dopo  questa  frase  mette  in  an- 
titesi con  «  la  sepoltura  ignominiosa  di  Costante  il  sepolcro  glorioso  di 
Papa  Martino  ».  Quand'anche  le  sennate  osservazioni  del  Lancia  non  fos- 


I  BABBABI   ED   I  BIZANTINI  IN  SICILIA  309 

nuovo  balzello ,  o ,  forse  meglio ,  uu  maggior  rigore  nella 
imposizione  delle  tasse  (1)  specialmente  per  provvedere  alle 
spese  del  riordinamento  militare  dell'Africa  (2),  furono  tutti 
motivi  che  sommati  portarono  ad  una  probabile  congiura, 
finita  col  regicidio  (3). 

Esagerazione  palese  è  invece  tutto  quanto  dicono  in  più 
le  fonti,  signoreggiate  da  quel  principio  di  generalizzare  per 
il  quale,  come  è  noto,  spesso  viene  ricordata  come  cattiva 


sero  accettate  io  crederei  poco  ad  un'azione  diretta  dei  Vescovi,  perchè 

la  frase  del  Papa  non  sarebbe  in  fondo  che  poco  più  di  una  millanteria. 

Sull'epistola  di  Leone,  che  possediamo  nella  versione  greca  vedi  Labbe, 

Sacrosanta  Concilia,  t.  Vili,  p.  663;  Di  Giovanni,  Cod.  Sic.  Dipi.  n.  272. 

(1)  Dice  il  Liber  Pontificalis  (loc.  cit.)  :  «  tales  affiictiones posuit,  populo,.. 
per  diagrapha  seu  capita  atque  nauticatione.  Il  Dihbl  {Afriq.  Byz.,  p.  569) 
interpreta  nauticatione  :  «  taxes  qui  pesaient  sur  le  commerce  maritime  », 
e  lo  Hartmann  (VAfr.  Byz.  etc,  p.  171)  navicularia  functio.  Si  tratta  pro- 
babilmente di  qualche  tassa  sulle  navi  che  entravano  nei  porti  (portorium) 
o,  forse  meglio,  di  una  tassa  di  «  esercizio  di  navigazione  ».  Nella  prima  i- 
potesi  la  tassa  avrebbe  in  Sicilia  un  precedente  ricordato  nella  lex  censoria 
portus  Siciliae  (Dig.  50,  16,  fr.  203)  [un)  promagister  portuum  prov.  Sic. 
Rotto  Adriano  è  ricordato  in  C.  I.  L. ,  III,  60-65].  Quanto  ai  diagrafa 
(elenchi)  seu  capita,  è  da  notare  che  si  accenna  evidentemente  a  qualche 
cosa  di  simile  al  tributum  in  capita ,  cui  erano  soggetti  coloro  che  non 
figuravano  nelle  liste  censorie.  Cfr.  Marquardt  ,  L^  Organisation  finan- 
cière  (nel  voi.  X  d.  Antiquitates),  pag.  219-20,  Paris,  1888. 

(2)  «  Ces  grands  desseins  (la  riorganizzazione  militare  dell'Africa)  coù- 

taient  cher  et  l'argent  manquait;  pour  s' en  procurer....  augmentait 

les  taxes»  Diehl,  pag.  569. 

(3)  Nel  1872  fu  scoperto  a  Siracusa  un  numeroso  tesoro  di  gioielli  bi- 
zantini e  di  monete  di  Costante  II.  Fra  le  gioie  il  Museo  di  Palermo  acqui- 
stò un  anello  «  vero  gioiello  per  artificio  meraviglioso  di  minutissimi  nielli 
(Salinas)  »  in  cui  sono  sette  scene  dell'evangelo  e  l' incoronazione  di  un 
imperatore  con  un'imperatrice  di  nome  Eudossia  come  si  rileva  dall'  al- 
lusione compresa  nel  versetto  biblico  incisovi.  Per  questi  fatti  pare  al 
Prof.  Salinas  di  doverlo  dire  di  proprietà  dell'imperatore  Costante.  Cfr. 
A.  Salinas,  Relaz.  del  R.  Museo  di  Palermo,  Pai.,  1873,  pag.  57-8  Arch. 
Star.  Sic,  a.  Ili,  p.  92  seg.  :  Le  Collane  Bis.  del  Museo  di  Palermo,  Pai. 
1886.  Il  Venturi  lo  stima,  senza  addurne  le  ragioni ,  molto  più  recente 
{8t.  d.  Arie  It.,  II,  670  . 

Arch.  Star.  8ie.  N.  S.  Anno  XXXV.  21 


310  I   BABBABr   ED   I   BIZANTINI  IN   SICILIA 

in  tutti  i  suoi  atti,  una  persona  sol  perchè  tale  fu  in  una 
delle  occasioni  più  note  della  sua  vita. 

Alla  mort«  di  Costante  TI  seguì  un  breve  scompiglio 
poiché  le  soldatesche  siciliane  acclamarono  imperatore  Me- 
cezio,  nobile  giovane  di  nazione  Armena  contro  cui  la  corte 
di  Costantinopoli ,  temendo  che  la  sede  dell'  Impero  rima- 
nesse a  Siracusa  si  affrettò  a  mandare  alcune  milizie  raci- 
molat-e  da  tutta  Italia.  In  una  fazione  che  probabilmente 
avvenne  vicino  Siracusa  (1)  ebbero  la  peggio  Mecezio  ed  i 
suoi,  molti  dei  quali  furono  uccisi,  altri  portati  prigionieri  a 
Costantinopoli  ed  insieme  ad  essi  barbaramente  la  testa  del 
loro  duce. 

Finiva  così  questo  primo  tentativo  dei  Siciliani  di  pro- 
clamare un  contendente  (2),  co)i  questa  piccola  guerra  civile 
che  fu  causa  di  una  nuova  invasione  Musulmana. 

È  probabile  —  dice  Michele  Amari ,  che  d'  ora  innanzi 
avrò  occasione  di  citare  spessissimo — che  l'Imperatore  Co- 
stantino sguernì  «  di  soldati  la  Sicilia,  per  tor  loro  la  voglia 
di  crear  qualche  altro  imperatore,  e  che  i  Musulmani  i  quali 
tenevano  gli  occhi  aperti  sulla  nuova  sede  dell'impero  ne- 
mico, cogliessero  quest'occassione  per  spogl  iarla  »  (pag.  08). 
E  sta  di  fatto  che  se  l'imperatore  riuscì  ad  evitare,  almeno 
pel  momento,  che  si  ripetesse  la  elevazione  di  un  conten- 
dente, facilitò  la  nuova  scorreria  ;  «d  i  Musulmani  dall'  K- 
gitto,  che  avean  già  invaso,  vennero  con  duecento  navi  al 
comando  di  Abd-Allah  ibn  Kais,  in  Sicilia,  saccheggiando 
Siracusa,  mentre  molti  cittadini  riparavano  fra  i  monti  per 
sfuggire  alla  strage. 

I  Saraceni,  rapito  quel  bottino  famoso  che  Costante  II 


(1)  Gli  Imperiali  venivano  verso  Siracusa  certamente  da  Catania  se- 
guendo, com'è  probabile,  l'antica  strada  di  cui  esistono  tracce  nel  piano 
sotto  Scala  Greca.  Qui  forse  avvenne  la  fazione. 

(2)  L'importanza  ed  il  significato  vero  di  questo  movimento  verranno 
chiariti  nel  seguente  capitolo. 


I  BARBARI  ED   I  BIZANTINI  IN  SICILIA  311 

avea  fatto  a  Boiua,  ritornarono  ad  Alessandria,  dopo  circa 
un  mese  d'aver  posto  piede  nell'isola  (1).  In  seguito  a  que- 
sta irruzione,  essendo  vescovo  Zosimo,  la  Cattedrale  a  Si- 
racusa fu  da  S.  Giovanni  presso  le  catacombe,  trasportata 
intra  moeiiia,  nell'antico  tempio  di  Minerva,  e  pare  che  al- 
lora sia  avvenuta  anche  la  traslazione  del  corpo  del  fon- 
datore della  Chiesa  Siracusana  :  S.  Marziano  (2). 


(1)  Oltre  che  dagli  scrittori  Cristiani,  sopra  ricordati,  che  narrano  que- 
sti avvenimenti  facendo  capo  ad  unica  tradizione,  se  ne  occupano  diversi 
scrittori  arabi.  La  mia  narrazione  è  conforme  a  quella  dell' Amari,  rica- 
vata dalle  testimonianze  Arabe  e  Cristiane. 

Un  erudito  Monaco  del  sec.  XII,  Pietro  Diacono,  continuatore  della 
Cronica  di  Leone  Ostiense,  per  attribuire  all'  ordine  Benedettino  gran- 
dissime proprietà  in  Sicilia,  aggiunse  al  racconto  di  quest'  impresa  Mu- 
sulmana, quello  di  una  sanguinosa  strage  nel  Monastero  dell'  Ordine  in 
Messina  e  guasti  a  terre  e  città  dei  Benedettini.  E  favoleggiò  di  un'inva- 
sione di  un  barone  agareno  detto  Mamuca  e  di  martiri  (vedi  Vitae  San- 
ctorum  Siculorvm  del  P.  Gaetani,  tomo  I,  pag.  175  segg.).  La  falsità  di 
siffatto  racconto  fu  però  implicitamente  riconosciuta  dal  Baronio  ,  dal 
Pagi,  dal  Mabillon  e  dal  Di  Giovanni,  che  giudicarono  falsi  i  docu- 
menti fabbricati  da  Pietro  Diacono,  aiutato  dall'abate  di  Montecassino. 
Dell'impostura  e  della  sua  storia  lucidamente  tratta  I'Amari,  I,  p.  100-2. 

(2)  Cfr.  P.  Orsi,  in  Not.  d.  Scavi ,  1906  ,  p.  401  e  pel  tempio  di  Mi- 
nerva oltre  la  grande  opera  del  Koldwey  e  Puchstein,  Die  gr.  Tempel 
in  Unterital.  u.  Sizilien.  Cavallari  ed  Holm,  Topografia  Archeologiea  di 
Siracusa,  Palermo,  1883,  p.  175,  282-83.  Fonti  su  Zosimo  sono  in  Bollan- 
DI8TI,  t.  III.  ^fart.•,  Caietani,  Acta  SS.  Siculorum,  I,  226;  Martirol.  Rom., 
30  Cfr.  Marzo;  anche  Pirri,  Sic.  Sacra,  Pai.  1733,  pag.  720;  Lancia  di 
Brolo,  op.  etf.,  II,  pag.  30  segg.;  Strazzulla,  Inscriptiones,  etc.,  p.  206-7. 


312  I  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 


"     CAPITOLO  QUARTO 
I  moti  secessionisti. 

Scorrerie  dei  Musulnmui.  —  Ribellione  di  Sergio  —  Caufte  delle  aspira- 
zioni secessioniste.  —  L'eresia  iconoclasta  e  la  Sicilia.  —  Nuove  scorrerie 
e  fortificazione  dell'  Isola.  —  Il  moto  di  Elpidio.  —  Relazioni  degli  stra- 
teghi dell'  Isola  coi  Langobardi.  —  Rivolta  di  Eufemio.  —  Lo  sbarco  di 
Mazzara. 

Dopo  la  morte  di  Costante,  la  storia  dell'isola  per  circa 
un  secolo  e  mezzo,  si  compendia  quasi  esclusivamente  in 
continue  invasioni ,  dovute  non  più  ai  Musulmani  di  Le- 
vante, ma  a  quelli  d'Africa  «  ove  la  schiatta  arabica  si  rin- 
forzò di  una  potente  schiatta  straniera  e  insieme  con  quella 
divenne  sì  formidabile  in  tutte  le  parti  occidentali  d'Eu- 
ropa» (Amari). 

Dal  703  all'828,  anno  in  cui  i  Musulmani  sbarcarono  in 
Sicilia  da  conquistatori,  undici  volte  comparvero  nell'isola 
delle  loro  bande  ;  le  vicende  di  queste  scorrerie  sono  state 
narrate  sulla  scorta  degli  autori  Bizantini  ed  Arabi,  d?.  Mi- 
chele Amari  né  debbo  quindi  interessarmene,  non  solo  per- 
chè nessun  nuovo  contributo  potrei  portare  alla  conoscenza 
di  essi,  ma  anche  perchè  mio  compito  non  è  narrare  i  primi 
momenti  di  questa  nuova  vita  Siciliana,  ma  indagare  piut- 
tosto le  ultime  manifestazioni  della  vita  bizantina. 

Come  ho  già  osservato  nel  capitolo  precedente,  l'esalta- 
zione al  trono  dì  un  contendente,  Mecezio,  dopo  l'uccisione 
di  Costante  II,  è  una  prova  del  malcontento  dell'isola  contro 
il  governo  bizantino  e  dell'aspirazione  ad  un'autonomia  po- 
litica. Or  anche  in  seguito  si  hanno  tre  rivolte  militari  che 
sono  appunto  dei  veri  e  propri  moti  secessionisti,  carattere 
che  io  credo  sia  il  vero  nesso  di  tutte  le  ultime  manifesta- 
zioni della  vita  siciliana  sotto  il  dominio  bizantino  (1). 


(1)  Il  primo  a  rilevare  questo  carattere,  in  tutti  gli  ultimi  moti  cre- 
duti militari  dell'Italia  bizantina,  a  cominciare  da  quello  di  Olimpio,  che, 


I  BARBARI  ED  I  BIZANTINI  IN  SICILIA  313 

Il  primo  di  questi  movimenti,  al  tempo  delle  scorrerie 
Musulmane,  avvenne  nel  718,  mentre  Costantinopoli  era 
strettamente  assediata  da  un  forte  esercito  Musulmano.  Pro- 
lìttando  di  questo  fatto  Sergio,  stratego  di  Sicilia,  fece  accla- 
mare dalle  milizie  imperatore  un  certo  Basilio,  fì<ilio  di 
Gregorio  Onouìagulo ,  cbe  assunse  nome  di  Tiberio  ;  ma 
Leone  Isaurico  gli  mandò  subito  contro  un  suo  ministro  : 
Paolo ,  il  quale  ucciso  Tiberio,  costrinse  a  fuggire  Sergio, 
facendo  strage  dei  loro  accoliti  (l). 

Il  carattere  separatista  della  ribellione  capitanata  da 
Sergio,  il  quale  fu  probabilmente  Siciliano  (2),  è  principal- 
mente rilevato  dal  Gabotto  dal  fatto  ch'egli,  come  Mecezio, 
rimase  in  Sicilia  uè  marciò  verso  l'oriente  (3)  ;  anche  dopo 
di  lui  e  prima  di  Elpidio,  pare  che  siano  avvenuti  dei  pic- 
coli moti,  in  ispecie  durante  il  primo  strategato  del  favorito 
di  Irene  (4),  dei  quali  a  me  sembra  vedere  fra  l'altro  una 
prova  nell'incursione  Musulmana  di  Obeid  Allah,  il  quale 
vi  fu  allettato  a  quanto  pare  da  alcuni  "di  Sicilia  (5). 

Le  cagioni  più  salienti  di  queste  nuove  aspirazioni  co- 
muni dei  Siciliani,  non  è  diftìcile  ricercare;  il  Gabotto  j)one 
in  forse  che  autore  di  tali  moti  sia  l'esercito  (6),  dal  quale- 
in  ogni  caso,  com'io  credo,  non  dovrebbe  escludersi  un  ele- 
mento siciliano  preponderante  e ,  per  di  più ,   nella   parte 


inviato  contro  Papa  Martino,  s'intende  con  lui,  fu  F.  Gabotto  in  un  pre- 
gevole studio  :  Eìifemio  ed  il  movimento  separatista  nelVItalia  Bizantina, 
ne  «  La  Letteratura  »,  anno  V,  Torino  1890,  nn.  19-22-24. 

(1)  Theophanes,  Chronogr.,  pag.  611.  Niceph.,  pag.  61. 

(2)  Gabotto,  op.  cit.,  n.  22  ove  lo  rileva  dal  fatto  ch'Egli  «  j)erduto 
il  grado  tornò  nell'isola  ». 

(3)  «  Egli  (Mizize)  giova  notarlo,  come  tutti  gl'imperatori  proclamati 
in  Italia  non  cerca  di  estendere  la  sua  signoria  in  Oriente,  mentre  i  pre- 
tendenti di  altre  provincie  per  primo  atto  muovono  contro  Costantino- 
poli. Egli  rimane  tranquillamente  a  Siracusa»  GABorro,  op.  cit.,  n.  22. 

(4)  Op.  cit.,  n.  22. 

(5)  Amari,  Mus.  di  Sic,  I,  174. 

(6)  Op.  cit.,  n.  22. 


314  I  BABBàEI  ed  I  BIZANTINI   IN   SICILIA 

direttiva  ;  aggiunge  poi  che  una  rivolta  separatista  rappre- 
sentava l'unica  via  di  scampo  per  le  atiiitte  regioni  (1);  que- 
sta osservazione  però,  sebbene  giusta,  sposta  semplicemente 
la  questione,  restando  sempre  da  spiegare  perchè  fosse  or- 
mai incompatibile  coi  Siciliani  il  governo  Bizantino. 

Se  bene  si  osservano  le  notizie,  non  certo  abbondanti , 
che  ci  son  pervenute  sull'elemento  indigeno  dell'isola,  non 
potrà  sfuggire  come  già  in  esso  cominciavano  a  manife- 
starsi i  germi  di  una  nuova  vita ,  per  il  sorgere  di  nuovi 
organismi  e  la  trasformazione  di  altri,  esistenti. 

Fra  queste  manifestazioni  simili  molto  a  quelle  che  die- 
dero origine  ai  comuni  Italiani  ed  alle  repubbliche  marinare 
del  Medioevo,  sono  da  notare  principalmente  le  milizie  cit- 
tadine ed  il  naviglio  isolano,  che  si  distinse  durante  le  re- 
lazioni ostili  coi  Franchi. 

L'espandersi  di  questa  nuova  corrente  di  vita,  portava 
inevitabilmente  all'aspirazione  di  liberarsi  dal  governo  bi- 
zantino, pesante  macchina  che  ne  inceppava  l'andare ,  con 
impedimenti  gravi.  Fra  questi  tiene  certamente  il  primo 
luogo  1'  eresia  iconoclasta  di  Leone  Isaurico ,  che  appunto 
in  quel  torno  levava  grande  ed  ostile  rumore  nel  mondo 
religioso  d'occidente. 

L' Imperatore  non  avea  capito  che  ormai  non  tutti  gli 
riconoscevano  il  diritto  di  ingerirsi  in  questioni  religiose,  sic- 
ché ,  anche  se  mosso ,  come  pare  all'  Amari  (2),  dal  propo- 
sito di  distornare  il  popolo  dalle  ubbie  religiose,  ebbe  aper- 
tamente avverso  non  solo  la  chiesa  ufficiale  ma  anche  il 
popolo,  e  la  guerra  che  ne  seguì  contro  Bisanzio,  condotta 
per  istigazione  di  Gregorio  II,  pontefice  di  vasta  mente, 
dalle  città  Italiane  e  dai  re  Langobardi,  riuscì  vittoriosa  ai 
collegati. 

All'editto  di  Leone,  i  Siciliani,  attaccati  non  meno  che 


(1)  Op.  cit.,  n.  19. 

(2)  Mu8.  di  Sic,  I,  pag.  181. 


I  BARBARI  ED  I  BIZANTINI  IN  SICILIA  315 

gli  altri  credenti  al  culto  delle  irnagiui,  non  mancarono  di 
op[)orsi  e  se  l'isola  non  fu,  durante  la  triste  guerra,  teatro 
di  luttuosi  avvenimenti,  lo  si  deve  all'abbondanza  delle  sol- 
datesche e  delle  fortezze  (1) ,  che  resero  vano  anche  ogni 
tentativo  di  azione  collettiva. 

Ad  ogni  modo  l'avvenimento,  è  bene  ripeterlo,  non  passò 
inosservato ,  e  se  siano  informati  di  pochi  particolari  (oscu- 
rità che  ha  dato  origine  ad  alcune  erudite  leggende  reli- 
giose) (2)  conosciamo  tuttavia  il  provvedimento  dell'  Isau- 
rico  che  aumentò  di  un  terzo  in  Sicilia  quel  tributo  «  per 
capita  »  che  abbiamo  visto  ricordato  ai  tempi  di  Costante. 
L'Imperatore  del  resto  fu  inesorabile  nell'ordinare  supplizi 
d'  ogni  sorta  agli  ostinati  oppositori  della  sua  riforma  (3) 


(1)  Lancia  di  Brolo^  II,  156.  Mich.  Amari,  op.  cit.,  pag.  175,  ricava 
da  scrittori  arabi  che  verso  quel  torno  l' isola  fu  fortificata  «  non  tanto 
forse  per  la  paura  dei  Musulmani  ,  quanto  degli  ortodossi  ».  Lo  stesso 
fatto  poi  che  Giorgio  e  più  tardi  Costantino  ,  messaggeri  di  papa  Gre- 
gorio III  a  Leone  Imperatore  ,  nonché  altri  messi  mandati  con  suppli- 
che dalle  città  Italiane  ,  vennero  arrestati  e  trattenuti  appunto  in  Sici- 
lia dai  funzionari  Bizantini  mostra  appunto  come  fossero  ben  salde  le  file 
della  loro  organizzazione  nell'isola.  —  Era  stratego  della  Sicilia  un  Sergio, 
che  non  può  essere  il  ribelle  del  718. 

(2)  Fra  queste  si  noti  la  tradizione  della  Madonna  di  Gulfi,  il  cui  si- 
mulacro conservato  ora  a  Gulfi  presso  Chiaramonte  (prov.  di  Siracusa), 
si  narra  fosse  venuto  su  di  un  naviglio  abbandonato  presso  le  rovine  di 
Caraarina,  e  disputato  dai  popoli  vicini,  fosse  poi  da  due  bovi  aggiogati 
ad  un  carro  e  lasciati  liberi  trasportato  a  Gulfi.  Questa  leggenda ,  che 
vanta  una  vasta  letteratura  dovuta  sia  a  creduli  che  ad  increduli  ,  è 
stata  nelle  sue  linee  generali  ammessa  con  qualche  alterazione  dallo  Schd- 
BRING,  in  Kamarina  (trad.  di  A.  Salinas  in  Arch.  Stor.  Sicil.,  a.  VI,  p.  46 
estr.).  Di  Imagini  sotterrate  in  quest'epoca  e  più  tardi  rinvenute  si  parla 
in  tradizioni  di  molti  Santuari  Siciliani  cfr.  Lancia  di  Brolo,  II,  157. 

(3)  Si  ha  memoria  di  un  Antioco  governatore  di  Sicilia  inultato  e  stra- 
ziato a  Costantinopoli  nel  766  (Theoph.,  p.  631),  S.  Giacomo  vescovo  di 
Catania,  fatto  morir  di  fame  e  sete  (Gaetani,  Vitae  SS.  Siculorum,  II , 
p.  32)  ;  Metodio  da  Siracusa,  sapiente,  che  fu  battuto  crudelmente  e  la- 
sciato per  sette  anni  in  un  sotterraneo  (Bollandisti,  Giugno,  t.  II,  p.  960 


éié 


I  BABBÀBI  ED  I   BIZANTINI  IN  SICILIA 


e  per  levare  la  Sicilia  dalla  diretta  influenza  della  Chiesa 
di  Boma,  ordinò  il  passaggio  ufficiale  e  definitivo  della  Chiesa 
Siciliana  al  Patriarcato  di  Costantinopoli,  dando  severissi- 
me disposizioni  perchè  i  vescovi  Siciliani  non  comunicas- 
sero atìktto  col  Papa,  di  cui  confiscò  i  «  patrimonia  »  nell'I- 
sola (1).  Del  tutto  esente  dagli  ettetti  della  lotta  la  Sicilia 
quiudi  non  audò  ed  è  difficile  che  ,  come  pare  al  Lancia , 
possa  essere  stata  in  quegli  anni  luttuosi  luogo  di  asilo  dei 
monaci  sfuggiti  alla  crudeltà  dei  persecutori  (2). 

liimasero  però  i  Siciliani  attaccati  al  culto  delle  Ima- 
gini  e  si  racconta  del  grande  entusiasmo  con  cui  sarebbe 
stata  appresa  circa  un  secolo  dopo  (842)  la  fine  dell'icono- 
clasmo (3). 

Durante  la  fiera  lotta  iconoclasta  non  mancò  alla  Sicilia 
il  flagello  di  numerose  scorrerie  di  musulmani,  che  subirono 
una  sosta  rilevante  solo  verso  l'anno  752  (4)  ;  in  compenso 
però,  quasi  non  fosse  lecito  ch'essa  vivesse  in  pace,  fu  tea- 
tro di  una  parte  della  lotta  combattuta  dall'  Imperatrice 
Irene,  vedova  di  Costantino  Copronimo  e  reggente  del  ti- 
glio Costantino,  fanciullo  di  10  anni. 

Irene,  una  delle  figure  più  notevoli  dell'  Impero  bizan- 
tino, appena  assunta  la  reggenza  aveva  esiliati  i  figli  della 
terza  moglie  del  Copronimo  ed  avea  mandato  a  governare 
le  Provincie  persone  di  sua  fiducia.  Alla  Sicilia  toccò  El- 
pidio ,  favorito  dell'  Imperatrice  (febbraio  781)  ;  ma  non 
erano  trascorsi  due  mesi  che  già  si  spargeva  la  voce  eh'  e- 


a  963)  ;  Giuseppe  l'Innografo  relegato  a  Creta  (Bollandisti,  Aprile,  t.  I, 
p.  266  seg.).  Per  più  estese  notizie  sui  Martiri  Siciliani  durante  la  guerra 
delle  immagini  si  consulti  Lancia  di  Brolo,  II,  pp.  141-164. 

(1)  Cfr.  Theoph.,  Ghìonogr.,  ad.  a.  721. 

(2)  Op.  cit.,  II,  156. 

(3)  Thkoph.  Cekambus,  Omelie,  XI  e  XX.  Evidentemente  l'entusiasmo 
che  traspare  da  queste  due  prediche  va  di  molto  diminuito,  considerando 
in  ispecie  che  Teofane  Cerameo  visse  nel  sec.  XIII.  Su  di  lui  vedi  Lan- 
cia DI  Brolo,  op.  cit.,  II,  459-93. 

(4)  Amari,  Mus.  di  Sic.,  I,  176. 


I  BASBÀRI  ED  I  BIZANTINI  IN  SICILIA  317 

gli  parteggiava  pei  relegati  figli  del  Coproiiimo  ed  Irene 
gli  maDdava  contro  lo  spatario  Teofllo.  Questi  non  rinscì 
però  che  ad  arrestare  la  famiglia  del  ribelle  Patrizio,  essen- 
dosi spiegata  in  favor  suo  una  parte  dell'esercito  siciliano. 
L'anno  appresso  l'Imperatrice  mandò  contro  Elpidio  l'eu- 
nuco Teodoro,  al  comando  di  una  flotta,  e  questi  espulse 
il  ribelle  che  riparò  in  Africa,  ove  prese  insegne  di  Impe- 
ratore (1). 

Quasi  contemporaneamente  a  questo  moto  che ,  per  la 
partecipazione  delle  milizie  locali  assume  un  carattere  se- 
cessionista (2),  la  Sicilia  partecipa  per  mezzo  dei  suoi  go- 
vernanti agli  avvenimenti  della  penisola,  in  cui  Carlo  magno 
avea  frattanto  fondato  il  regno  dei  Franchi,  distruggendo 
quello  Laugobardo  (774  presa  di  Pavia). 

I  resti  della  potenza  langobarda  si  accordarono  con  i 
Bizantini  contro  il  Papa ,  sostenuto  dai  Franchi  ed  allora 
si  ebbero  dei  tentativi  d'insurrezione  in  Italia,  e  propria- 
mente nel  Friuli  (3),  per  opera  di  quei  duchi  Langobar- 
di  che  erano  in  relazione  anche  col  patrizio  di  Sicilia  (4). 
Nel  778  le  insurrezioni  accennarono  a  risorgere  ed  il  papa 
entrò  in  aperto  conflitto  col  Patrizio  di  Sicilia,  che  coman  - 
dava  anche  le  forze  di  Napoli  (5)  ed  era  aiutato  da  Arichi 
duca  di  Benevento  ;  fu  acremente  disputato  il  possesso  della 
Campania  ed  anche  negli  anni  seguenti  il  patrizio  di  Si- 
cilia, quale  rappresentante  dell'imperatrice  Irene  ebbe  parte 
ai  segreti  od  aperti  maneggi  dei  Langobardi,  tinche  le  loro 
forze  riunite  furono  sconfitte  definitivamente  in  Calabria  (6). 


(1)  Theoph.,  Chroìwy.,  pp.  703-5  (Bonn.). 

(2)  Amari,  Mus.  d.  Sic.,  I,  217  seg.  Gabotto,  Eufemio  etc,  n.  23. 

(3)  Cfr.  G.  Romano,  Le  dominazioni  barbariche  eie,  p.  399. 

(4)  Cenni,  Codex  Oarolinus,  doc.  58-66  (anche  in  M.  G.  H.). 

(5j  Codex  CaroL,  loc.  cit.,  vedi  anche  C.  Dieul  ,  Etudes  sur  Vadmi- 
nistration  etc,  pag.  234  segg.  Su  Napoli  dipendente  dal  Patrizio  di  Si- 
cilia vedi  il  capitolo  seguente. 

(6)  Fonti  per  questi  fatti  che  interessano  la  Sicilia  solo  perdio  stanno 
a  dimostrare  come  essa  t'osse  ancora  il  punto  fermo  della  potenza  Bizan- 


318  l  BABÌ3ABI  ED  I  BIZANTINI  IN  SIOILIA 

Adelchi  stesso ,  figlio  di  Desiderio  erasi  recato  prima  di 
questa  spedizione,  in  Sicilia  appunto  per  farne  i  prepara- 
tivi, con  aiuti  dell'Imperatrice  (1). 

Le  interne  scissure  che  trava.i>:liavano  i  Musulmani  in 
Africa  valsero  a  mantenere  in  pace  la  Sicilia  ;  con  Costan- 
tìiio,  i)atrizio  (lell'isola  anzi  nell'812  Ibrahim-ibn-Aghlab, 
per  favorire  il  commercio,  stabilì  una  tregua  per  dieci  anni  (2). 
Alcune  navi  musulmane  dell'  Africa  occidentale,  soggetta 
agli  Edrisiti  e  perciò  non  legata  dai  patti  internazionali 
degli  Aglabiti ,  continuarono  a  compiere  ciò  non  pertanto 
delle  scorrerie  nelle  isole  (80G-821) ,  facendo  talvolta  mala 
prova  (3). 

Successo  ad  Ibrahim  il  tìglio  Abu-'l-Abbàs,  questi  festeg- 
giò la  sua  esaltazione  con  grandi  armamenti,  dei  quali  i 
mercatanti  cristiani  d'Africa  diedero  notizia  in  Sicilia  ed  in 
Italia.  L'imperatore  Michele  I  inviò  allora  nell'isola  un  pa- 
trizio ed  alcuni  spatarii ,  e  costoro  ebbero  alcune  navi  da 
Amalfi  e  da  Gaeta;  Carlo  magno  mandò  il  nipote  suo  Ber- 
nardo in  Italia  per  far  fronte  al  probabile  assalto  dei  Mu- 
sulmani ;  i  quali  in  fatti  nell'812-13  molestarono  varie  terre, 
fra  cui  la  Sicilia  (4)  ;  ma  mandata  loro  incontro  l'  armata 
Bizantina  furono  sconfitti  e  passati  a  tìl  di  spada  (5),  sicché 
dovettero  venire  a  confermare  la  tregua  che  era  stata  sti- 
pulata nell'812  scusandosi  «Ielle  involontarie  infrazioni  (G). 

Le  incursioni  musulmane  in  Sicilia  non  potevano  però 


tiua  in  Italia,  sono  il  Cod.  CaroL,  66,  86  e  Theoph.,  Vhronogr. ,  I,  pa- 
gin.  718,  ad.  a.  Il  carattere  dell'Isola  di  base,  in  questi  anui,  della  do- 
minazione bizantina  d' Italia,  è  rilevato  auclie  dal  Gay  ,  Z/'  Ital.  merid. 
et  Vlmp.  Bysant.,  Paris  1904. 

(1)  C'odex  Garolinus,  epist.  64. 

(2)  Amari,  o/).  cit.,  pag.  225. 

(3)  Op.  cit.j  pag.  226. 

(4)  Op,  cit.,  pag.  227. 

(5)  Pag.  228. 

(6)  Amari,  op.  cit.,  pag.  229  segg. 


I  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA  319 

tìuire  che  con  la  conquista  definitiva  dell'isola  :  era  impossi- 
bile che  i  fieri  Mnsulmaui  si  condannassero  al  supplizio  di 
Tantalo,  accontentandosi  di  aver  sottomano,  senza  possedere 
la  vicina  fertilissima  isola,  che  già  per  tante  ragioni  s'era 
disgregata  dall'Impero,  agevolan<io  con  le  sue  rivolte,  senza 
volerlo  la  loro  conquista.  Sicché  un'altra  scorreria  avvenne 
nell'819,  disastrosa  per  la  Sicilia,  e  pare  originata  «  da  sfogo 
di  rabbia  religiosa  sotto  specie  di  rappresaglia  »  (1).  Fu 
questa  1'  ultima  volta  che  gii  Arabi  comparvero  in  Sicilia 
per  predare ,  di  lì  a  sette  anni  essi  vi  ritornarono  infatti , 
ma  per  costituire  le  basi  del  loro  stabile  dominio. 

A  questo  diede  occasione  un  grave  avvenimento  svol- 
tosi in  Sicilia  :  la  rivolta  d'Eufemio  (2). 

Molti  dei  moderni  e  principalmente  il  Wenrich,  l'Amari, 
il  Gabotto ,  il  Rossi ,  hanno  trattato  variamente  di  questo 
avvenimento;  sarà  opportuno  riprendere  in  esame  i  racconti 
delle  fonti,  date  le  valutazioni  diverse  cui  i  detti  autori  sono 
pervenuti. 

Le  fonti  che  ci  hanno  tramandato  notizia  di  questa  ri- 
volta fanno  capo  a  tre  differenti  tradizioni  :  la  bizantina , 
Vitaliana  ed  infine  Varaba. 

Costantino  Porfirogenito ,  rappresentante  la  tradizione 
Bizantina  (3),  narra  che  Eufemio ,  lurmarca  nelle  milizie, 
cioè  uttìciale  superiore  (4),  invaghitosi  di  una  donzella  che 


(1)  Op.  cit.  ,  p.  231 .  Sn  quest'  impresa  il  vecchio  Fazello  ,  trattai  in 
inganno  da  un  passo  della  cronica  di  Leone  Ostiense,  e  da  qualche  im- 
postore ,  farneticò  lungamente  ,  parlando  di  un  Halcamo  suo  duce  e  di 
Cristiani  bolliti  in  pentole  di  rame  presso  Selinunte  (Deca  II,  libro  VI, 
cap.  I). 

(2)  Il  Museo  di  Palermo  possiede  un  anello  bizantimo  con  l'iscrizione 
EV4>VMI0V  VnT  che  comunemente  si  suole  riferire  a  questo  perso- 
naggio. Cfr.  Salinas,  Le  Oref.  Bit.  del  Museo  di  Palermo.  Pai.  1886,  p.  2. 

(3)  CosT.  PoRF.  insieme  a  Simone  Maestro  sono  i  principali  rappre- 
sentanti di  questa  tradizione,  e  fanno  ambedue  capo  ad  un'opera  perduta 
di  Tboqnosto.  Le  loro  opere  sono,  come  è  noto,  nel  voi.  Theoph.  Oon- 
tinuatus  del  C.  S.  H.  B.  (Bonnae  1838). 

(■i)  Toopu.àpYTjc  teX(òv.  Il  taurmarca  comandava  una  lurma  ,  compo- 
sta di  tre  drungae  (comandate  dai  drungarii)  ciascuna  delle  quali  avea 


320  I  BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

vivea  uel  chiostro,  la  rapì,  sposandola.  Avendo  i  fratelli  della 
rapita  'reclamato  presso  l' Imperatore,  questi  ordinò  al  Pa- 
trizio dell'Isola  di  assodare  la  verità  del  fatto,  per  mozzare 
secondo  le  leggi,  il  naso  al  colpevole. 

Euferaio  per  sfuggire  alla  punizione  ordì  una  congiura 
fra  i  soldati,  e  rifugiatosi  in  Africa  promise  il  suo  appog- 
gio ai  Musulniuui,  invitandoli  a  conquistare  la  Sicilia. 

La  tradizione  che  si  è  detta  araba  (1)  racconta  che  l'Im- 
peratore diede  ordine  al  Patrizio  di  Sicilia  Costantino  il 
Suda  (2)  di  punire  di  un  misfatto  Eufemio,  togliendogli  il 
comando  di  un'  annata  con  la  quale  infestava  vittoriosa- 
mente la  costiera  all'Africa;  appresa  la  qualcosa  Eufemio 
spinse  i  suoi  commilitoni  a  ribellarsi  e,  approdato  a  Sira- 
cusa, diede  battaglia  a  Costantino,  lo  vinse  ed  inseguitolo 
lo  uccise  presso  Catania.  Eufemio  fu  allora  gridato  impe- 
ratore e  si  decise  a  chiamare  i  Saraceni,  solo  quando  mos- 
sero contro  di  lui,  alla  testa  di  alcune  milizie  imperiali,  il 
barbaro  Palata  col  cugino  Michele,  quest'  ultimo  governa- 
tore di  Palermo. 

Alquanto  diversa  è  invece  la  tradizione  italiana  ra[)pre- 
sentata  da  Giovanni  Diacono  (3)  e  dall'  Anonimo  Salerni- 
tano (4).  Giovanni  Diacono  riferisce  che  Euthimius  (Euphe- 
mius),  postosi  a  capo  di  una  fazione  ribelle  di  Siracusani, 
uccise  il  patrizio  Gregora  ;  ma  combattuto  da  un  esercito 
dovè  fuggire  coi  suoi  in  Africa,  dove  chiese  aiuto  ad  Ar- 


da 1000  a  2000  uomini.  Cfr.  Amari,  oj>.  cit.,  243,  n,  2.  Coll'ordinainento 
militare  dei  themi  la  turma  era  una  divisione  del  thema  ,  ed  anzi  la  Si- 
cilia isola ,  costituiva  una  iurma  del  thema  Sicilia  (cioè  Sicilia  e  Cala- 
bria) sul  che  vedi  il  cap.  seg. 

(1)  Cfr.  Ihn  el  Atir  ;  Ibn  Haldén  ;  Nuwairi ,  nella  Bibl.  Arabe  Si- 
cula  di  Michele  Amari. 

(2)  SoòSa  significa  trincea.  Cfr,  Ddcange,  Glossarium  mediae  et  infi- 
mae  grecitatis,  s.  v.  col.  1408-9  ove  se  ne  precisa  l'uso  «  sudibus  namitsi, 
qua  contra  muniri  solent  ». 

(3)  M.  O.  H.  Script,  rer.  Lany.,  pp.  429-30. 

(4)  Ivi,  Auct.  Ani.,  voi.  III. 


I    BABBÀBI  ED  1   BIZANTINI   IN   SICILIA  321 

cario  duce  dei  Saraceni  (1).  L'Auonimo  Salernitano  invece 
racconta  una  storiella  che  ha  qualche  somiglianza  con  quella 
di  Costantino  Porflrogenito  :  Bufemio  sarebbe  stato  indotto 
a  chiedere  l'intervento  degli  Arabi  per  vendicarsi  del  pre- 
fetto della  provincia,  che  gli  aveii  tolto  la  bellissima  fidan- 
zata, Onioniza,  per  darla  ad  un  rivale. 

Su  questo  materiale  si  è  esercitata,  come  s'è  detto,  va- 
riamente la  critica  di  Michele  Amari,  Fed.  Gabotto  (2),  ed 
Agostino  Rossi  (3),  i  quali  specialmente  hanno  discusso  sul- 
l'origine della  sollevazione,  dai  primi  due  ritenuta  politica, 
dall'ultimo  privata. 

Siffatta  indagine  riuscirà  forse  più  agevole  dopo  avere 
tentato  una  ricostruzione  degli  avvenimenti  ,  sforzando 
quanto  meno  sarà  possibile  le  narrazioni  tradizionali. 

Conviene  anzitutto  sbarazzarci  della  testimonianza  del- 
l'Anonimo Salernitano,  che  è,  come  giustamente  ritiene  il 
prof.  Agostino  Rossi,  una  trasformazione  del  racconto  delle 
fonti  Bizantine,  sotto  l'influsso  della  tradizione  popolare 
«  nel  Chr.  Salem,  non  di  rado  accolta  (4) ,  la  quale  dato 
l'odio  abbastanza  generalmente  diffuso  nell'  Italia  meridio- 
nale contro  il  governo  bizantino,  rifoggiò  probabilmente  ed 
atteggiò  i  fatti  referentisi  ad  Eufemio  iu  una  forma  ostile 
a  quel  governo  »  (5). 

Rimangono  quindi  i  racconti  degli  altri  scrittori ,  dai 
quali  io  credo  possa  riea,varsi  una  sicura  ricostruzione,  non 


(1)  «  Siracnsani  cuiusdain  Euthimi  factìone  rebellantes  Grigoram  pa- 
tricium  interfecerunt.  Idcirco  praefatus  augustus  magnum  contra  eos  ve- 
xavit  exercitnm,  cnins  pluralitate  Syracusani  fngere  sunt  compulsi.  Ille 
qaoque  Euthiraius  Africani  cum  uxore  et  filiis  petens,  Arcarium  ducem 
Saracenornm  cum  magno  navium  apporatus  (sic)  super  eosdem  Grecos 
adduxit»  loc.  cit. 

(2)  Eufemio  ed  il  movimento  separatista  etc. 

(3)  Delle  cause  della  sollevazione  di  Evfemio  {Rend.  dei  Lincei,  1904 , 
pp.  198-223). 

(4)  Cfr.  6.  E.  Pbrtz,  nella  prefazione  all'ed.  dei  M.  G.  H. 

(5)  Rossi,  op.  cit.,  pag.  217-18. 


322 


I   BARBARI   ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 


essendo  discordanti  fra  di  loro,  ma  piuttosto  tutti  manche- 
voli in  qualche  parte.  Se  infatti  si  esaminano  attentamente, 
api)arir{\  chiaro  che  il  racconto  arabo  coincide  nella  prima 
parte  con  quello  di  Costantino  Porfirogenito,  il  quale  ])erò 
espone  compendiosamente  la  seconda  parte  degli  avveni- 
menti, su  cui  invece  insistono  di  più  gli  Arabi  (1).  Giovanni 
Diacono,  poi  non  fa  che  narrare  l'ultima  parte  solo  dei  fatti, 
a  cominciare  con  l'uccisione  del  patrizio  della  Sicilia,  che 
chiama  Gregora  mentre  gli  Arabi  lo  chiamano  Costantino  (2). 
Tale  concetto  risulterà  più  evidente  con  la  seguente  di- 
sposizione delle  varie  tradizioni  : 


Tradizione  bizantina 


Tradizione  araba 


Tradizione  italiana 


Eufemio  rapisce  una 
suora. 


X'  imperatore  ordina 
al  Patrizio  di  Sicilia  di 
assodare  il  fatto  e  pu- 
nirlo. 


LHmp.  ordina  di  pu- 
nire Euf.  di  un  misfatto 
togliendogli  anche  il  co- 
mando di  una  flotta  di 
Africa. 


Eufemio  fa  ribellare 
le  sue  milizie  ed  uccide 
il  Patrizio. 


Eufemio  postosi  alla 
testa  di  alcuni  ribelli 
uccide  il  Patrizio. 


(1)  Si  spiega  facilmente  questo  fatto,  pensando  all'importanza  capitale 
che  ebbe  l'avvenimento  nei  riguardi  del  dominio  Musulmano  nell'isola. 

Anche  I'Amari  osserva  che  «i  racconti messi  al  cimento  dalla  critica 

lungi  dal  contraddirsi,  a  vicenda  s'attagliano  l'uno  all'altro  »  (pag.  248). 

(2)  L'  Amari  (1 ,  251)  suppone  a  spiegare  la  differenza  dei  nomi  che 
«  dall'821  all'826  i  condottieri  ch'erano  arbitri  della  Sicilia  forse  uccisero 
un  primo  patrizio  Gregora».  Forse  non  è  necessario  supporre  ciò  essendo 
possibile  che  Gregora  sia  soprannome,  dato  il  significato  evidente.  Quanto 
al  Costantino  della  tradizione  Araba  Egli  lo  identifica  con  Fotinochefu 
patrizio  dell'Isola,  dopo  esser  fuggito  vilmente  da  Creta  ;  anche  grafica- 
mente i  due  nomi  sono  molto  simili  (I,  250), 


I   BARBARI    ED    I   BIZANTINI    IN    SICILIA  323 

Gli    muovono    contro        È  combattuto. 
Palata  e  Michele. 

Eufemia  fuf/ye  in  A-         Fugge  in  Africa  chia-        Va  in  Africa  a  chia- 
frica  chiamando  in  aiu-    mando   i  Saraceni.  mare  i  Saraceni, 

io  i  Saraceni. 

Gli  avvenimenti  quindi  possono  così  venire  ricostruiti 
con  sicurezza.  Verso  1'  anno  826  (tale  è  la  data  esatta  se- 
condo ha  dimostrato  l'Amari)  (1),  Eufemio ,  un  ricco  Si- 
ciliano, turmarca  delle  milizie,  il  quale  infestava  vittorio- 
samente con  un'armata  la  costiera  dell'Africa,  commette 
un  delitto  incerto,  che  viene  più  tardi  specificato  dalla  tra- 
dizione bizantina  ed  italiana,  sul  tipo  dei  delitti  che  ave- 
vano acquistato  popolarità  nella  storiografia,  cioè  sui  delitti 
di  amore.  L'imperatore  dà  ordine  al  patrizio  Fotino  o  Co- 
stantino il  Suda,  che  avea  forse  il  soprannome  di  Gregora, 
di  indagare  sui  fatti  per  punire  Eufemio,  qualora  fosse  ri- 
sultato colpevole,  togliendogli  il  comando  della  squadra  di 
Africa.  Eufemio,  profittando  del  malcontento  della  regione 
e  delle  comuni  aspirazioni  secessi on iste,  fa  ribellare  i  suoi 
soldati  e  fattosi  gridare  imperatore  muove  contro  il  patri- 
zio Costantino  che  mette  in  fuga  a  Siracusa  ed  uccide  a 
Catania  ove  lo  raggiunge. 

Ma  movendo  contro  di  lui,  alla  testa,  probabilment-e,  delle 
forze  bizantine  che  presidiavano  Panormo,  due  cugini  bar- 
bari :  Palata  e  Michele,  Eufemio,  vistosi  forse  impotente  a 
sostenere  l'urto  degli  imperiali  si  decise  a  chiamare  in  aiuto 
i  Musulmani ,  ai  quali  era  certamente  noto  per  le  sue  vit- 
toriose scorrerie  africane. 

Il  succedersi  degli  avvenimenti  così  ricostruito  secondo 
gli  elementi  buoni  delle  varie  redazioni  storiche  che  ce  ne 
han  conservato  memoria,  chiaramente  dimostra  che  se  l'oc- 
casione della  rivolta  di  Eufemio  deve  ricercarsi  in  un  fatto 
personale,  sempre  escludendo  il  motivo  di  donna,  pare,  essa 

(1)  Op.  di.,  I,  251. 


224  I  BÀBBA.RI  ED   I   BIZANTINI   IN   SICILIA 

potè  aver  vita  perchè  esistevano  nei  soldati  e  nella  popo- 
lazione delle  ragioni  che  li  inducevano  a  seguirlo  ed  a  cal- 
deggiarlo. In  altre  parole,  il  motivo  personale  (delitto  od 
anche  ambizione)  fece  di  Rufeinio  quel  che  suol  dirsi  l'uomo 
del  momento,  adatto  a  concretare  le  aspirazioni  dell'  Isola. 

Anche  per  questa  rivolta,  che  diede  origine  allo  sbarco 
«ìecisivo  delle  forze  Musulmane,  ])uò  dunque  ripetersi  quel 
che  s'è  detto  più  volte  per  tutti  ì  movimenti  politici  della 
Sicilia  in  quest'ultimo  periodo  della  dominazione  bizantina, 
si  tratta  cioè  di  una  nuova  manifestazione  del  distacco  pro- 
fondo ed  irrimediabile  ormai  sorto  tra  l'isola  e  Pimpero  di 
cui  faceva  parte,  manifestazione  che  per  ragioni  che  non  è 
possibile  precisare,  non  ebbe  la  forza,  come  le  precedenti, 
di  costituirla  in  stato  autonomo ,  ma  agevolò  le  mire  del 
vicino  popolo  dei  Musulmani. 

Per  il  suo  invito  ai  Musulmani,  Eufemio  è  passato  ai 
posteri  con  nome  popolarmente  infame  (1)  ;  mentre  a  me 
pare  ch'egli  non  meriti  forse  altra  fama  che  di  politicante 
disgraziato.  Le  fonti  Arabe  sono  molto  precise  in  quel  che 
riguarda  il  suo  invito,  perchè  possa  dubitarsi  che  questa  cir- 
costanza ,  tanto  consueta  nella  tradizione  storiografica  (si 
ricordi  Ooriolano,  Narsete  e  Bonifazio)  anche  in  questo  caso 
sia  stata  foggiata  su  esempi  anteriori  ;  tuttavia  va  notato  che 
Eufemio,  come  riconosce  lo  stesso  Amari,  offrì  al  loro  capo 
Ziadet  -  Allah  la  sovranità  della  Sicilia  «  in  questi  termini 
ch'ei  medesimo  tenesse  l'isola  con  titolo  ed  insegne  di  im- 
peratore, e  ne  pagasse  tributo  al  principe  Aglabita  »  (2). 

Biagio  Pace 
(Continua) 


(1)  La  sua  fama  di  traditore  venne,  in  tempi  di  furori  patriottici,  ali- 
mentata principalmente  dal  miglior  lavor  drammatico  del  Pellico. 

(2)  Amaei,  p.  258. 


NOTE 


DI 


TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA. 


I.  —  Kemonia. 

È  noto  cbe  il  Cassare  di  Palermo  —  la  parte  più  aotica 
ed  elevata  della  città,  attorno  a  cui  in  età  araba  si  svolse 
il  rabad  o  borgo  —  era  fiancbeggiato  da  mezzogiorno  da  un 

piccolo  corso  di  acqua ,  un  rigagnolo ,  che  nella  stagione 
delle  piogge  si  convertiva  in  impetuoso  torrente,  e  veniva 
perciò  designato  col  nome  di  Fiume  di  Maltempo  o  Maltempo 
semplicemente.  È  rimasta  memorabile  l'inondazione  che  que- 
sto torrente  produsse  nel  settembre  1557 ,  recando  enormi 
danni  alla  città,  ove  fece  tante  vittime  umane,  che  il  loro 
numero  fu  fatto  ascendere  a  non  meno  di  tre  mila.  Ad  evi- 
tare il  ripetersi  di  un  simile  disastro,  il  senato  palermitano 
fece  deviare  il  corso  del  torrente  verso  1'  Oreto.  Ma  una 
nuova  inondazione,  avvenuta  nel  novembre  del  1666,  in- 
dusse il  Senato  ad  ordinare  la  costruzione  di  un  condotto 
sotterraneo  che  lungo  le  mura  meridionali  portasse  le  acque 
del  torrente  al  mare.  È  questa,  a  quanto  mi  riferisce  l'ing. 
cav.  Oastiglia,  che  ne  ha  visitata  una  parte,  un'  opera  con- 
siderevole, che  meriterebbe  di  essere  studiata  e  conosciuta. 
Tuttavia,  neppure  un  tale  provvedimento  bastò  per  salvare 
del  tutto  la  città  dalle  irruzioni  di  questo  torrente,  l'ultima 
delle  quali  è  avvenuta  nel  1851  ;  essa  ha  coperto  del  tutto 
1'  antico  oratorio  sotterraneo  di  S.  Ermete ,  presso  S.  Gio- 
vanni degli  Eremiti  (1). 


(1)  Già  dal  secolo  XV  questo  fiume  era  in  parte  coperto  ;  1'  opera  è 
stata  compiuta  nei  secoli  seguenti ,  ma  il  coreo  del  torrente  può  essere 
Arch.  Stor.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  22 


326  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA 

Coloro  che  nell'  età  più  recente  si  sono  occupati  della 
topografia  storica  di  Palermo,  son  d'accordo  ad  ammettere 
che  questo  corso  di  acqua  abbia  portato  dall'  antichità  ai 
ttìmpi  normanni  il  nome  di  Kemonia.  È  un  punto  su  cui 
non  esiste  controversia.  11  Municipio  ha  consacrato  questo 
nome  in  alcune  lapidi  destinate  a  ricordare  il  cammino  che 
il  Maltempo  seguiva  in  mezzo  all'abitato.  E  poiché  col  no- 
me di  Kemonia  si  designava  anche  la  parte  più  occiden- 
tale della  città ,  a  mezzodì  del  Oassaro ,  tra  Palazzo  Reale 
e  Porta  Mazzara  —  la  regio  Portae  Mazariensis,  come  esat- 
tamente definisce  il  Fazello  (1)  —  si  è  pensato  che  questa 
località  abbia  preso  nome  dal  fiume. 

È  vero  però  che  anche  l'ipotesi  inversa  avrebbe  dovuto 
parere  altrattanto  ammissibile:  che,  cioè,  il  corso  d'acqua 
abbia  preso  il  nome  dal  luogo  ch'esso  attraversava.  Ma  per 
quei  nostri  eruditi  la  questione  veniva  inappellabilmente 
decisa  dalla  etimologia  del  nome.  Kemonia  non  era  per  loro 
che  il  femminile  di  xe^l^^'Jvioc,  un  aggettivo  nuovo,  che  essi 
derivavano  da  xe^H'tóv;  e  il  nome  ^(siiJLtóvta  non  poteva  inten- 
dersi ,  se  non  come  applicato  originariamente  al  corso  di 
acqua,  formando  l'equivalente  greco  dell'appellativo  volgare, 
usato  in  ultimo.  Fiume  di  maltempo.  Ma  pur  essendo  con- 


tuttavia  esattamente  segnato.  Esso  correva  lungo  1'  attuale  via  Porta  di 
Castro,  e  traversava  la  Piazza  di  Casa  Professa  sino  alla  Via  del  Ponti- 
cello :  lì  piegava  a  sud  sin  quasi  alla  Via  del  Giardinaccio,  e  poi  di  nuovo 
a  levante  sino  alla  chiesa ,  ora  demolita ,  della  Mercede  ;  e  quindi ,  tra- 
versando il  Corso  V.  E.,  per  il  vicolo  Paterna  giungeva  alla  Via  Argen- 
teria dove  piegava  bruscamente  ad  est ,  scorrendo  quasi  parallelamente 
al  condotto  delle  acque  del  Papireto  ,  e  si  gettava  nella  Cala.  Il  punto 
in  cui  esso  entrava  nella  città  era  un  po'  più  a  sud  di  Porta  di  Castro, 
tra  1'  antico  oratorio  di  S.  Ermete ,  e  1'  altro  costruito  di  rimpetto ,  nel 

860.  XVI. 

(1)  I.  8,  p.  181  (ed.  Palermo  1560)  :  Kemonia  quae  hodie  nometi  ami- 
8it,  statini  ab  arce  {=  Palazzo  Reale)  incipiens  regionem  portae  Masariensis 
complectebatur,  in  qua  prope  arcem  hodie  est  aedes  divae  Mariae  ab  Uria 
cui  iuncta  est  aedes  alia  vetustissima  divo  Andreae  olim  dicata  sed  nunc 
ruinis  affecta  etc. 


NOTE   DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA  327 

vinti  di  una  tale  derivazione,  essi  continuarono  ad  usare , 
più  onestamente  che  dottamente ,  la  forma  Kemonia ,  che 
è  la  sola  attestata  dai  documenti  originali  e  dai  codici  au- 
torevoli (1)  ;  ma  l'assurdo  etimologico  è  troppo  forte ,  e  lo 
Scliubring,  a  cui  questa  derivazione  pareva  accettabile,  pre- 
ferì di  scrivere  addirittura  Ohemonia  (2).  E  forse  è  da  pen- 
sare che  un  rapporto  etimologico  di  tal  genere  sia  stato  già 
immaginato  da  coloro  che  nel  testo  di  Falcando  introdus- 
sero la  forma  Khemonia. 

Ma  se  noi  esaminiamo  i  testi  in  cui  ricorre  la  voce  Ke- 
monia, troveremo  che  nessuno  di  essi  ci  obbliga  ad  inten- 
dere che  sia  designato  con  questo  nome  un  corso  d'acqua  ; 
nella  maggior  parte  dei  casi  è  manifesto,  invece,  che  si  vuol 
indicare  uno  spazio  di  terreno  :  né  solamente  lì,  ove  si  dice 
che  Kemonia  è  un  locus  o  una  pars  civitatis  ;  ma  anche  in 
frasi  come  in  Kemonia  (3),  ovvero  toó  otxoo...  xffi  xsjiiioovta?  (v. 
pag.  329)  non  si  può  intendere  la  parola  altrimenti. 

I  testi  i  quali  darebbero  la  possibilità  d'interpretare  que- 
sto nome  come  riferito  al  fiume ,  son  semplicemente  due , 
ed  è  naturale  che  in  essi  i  nostri  eruditi  abbiano  veduta 
la  conferma  della  loro  teoria.  Uno  è  il  noto  diploma  del 
1176,  in  cui  è  detto  che  la  casa  del  gaito  Giovanni  era  sita 
apud  Eemoniam  (4),  e  l'altro  un  documento  più  antico,  del 
1148,  ove  come  confine  del  giardino  attiguo  alla  Chiesa  di 


(1)  Una  sola  eccezione  si  troverebbe  ,  nella  pubblicazione  del  Cusa  j 
ma  è  dovuta  ad  errore.  Vedi  oltre,  p.  329. 

(2)  Bist.  Topogr.  v.  Panormos,  Liibeck  1870,  pag.  29. 

(3)  Docura.  del  1148  (v.  p.  329,  n.  1)  il  monastero  di  S.  Giovanni  (degli 
Eremiti)  si  trova  iuxta  sacrum  nostrum panormitanum palatium  in  loco 
qui  dicitur  Kemonia.  Falcando,  36^  (ed.  Siragusa,  ^.  99)  in  e  a  parte 
civitatis  que  vocatur  Kemonia  ;  la  stessa  frase  nell'epistola  ad  Petr. 
Thes.  56d  (ed.  cit.,  p.  177);  la  Chiesa  di  S.  Giovanni  è  in  Kemonia 
ibd.  57d  (ed.  cit.,  p.  183). 

(4)  Diploma  originale  di  donazione  alla  chiesa  di  Monreale,  n.  15.  Cfr. 
anche  Garufi  in  docum.  ined,  per  serv.  alla  Storia  di  Sicilia ,  Ser.  I , 
voi.  XVIII  1899,  pag.  176. 


328  NOTE  DI   TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA 

S.  Giovanni  degli  Eremiti  vien  indicato  un  murus  fahri- 
catus  svper  domos  que  sunt  ex  parte  Jluminis  Kamonie  (1).  Il 
testo  originario  greco  non  avrebbe  lasciato  sn  questo  punto 
i  dubbi  che  son  permessi  dalla  traduzione  latina.  In  ogni 
caso ,  il  primo  documento  non  obbliga  a  supporre  che  si 
tratti  di  un  fiume  piuttosto  che  di  un  luogo,  ed  il  secondo 
si  può  interpretare  tanto  «dalla  parte  del  fiume  Kemonia» 
quanto  «dalla  parte  del  fiume  della  Kemonia».  E  che  pro- 
prio sia  quest'ultima  la  giusta  interpretazione,  lo  dimostre- 
rebbe la  frase  già  citata  dello  stesso  diploma ,  in  loco  qui 
dicitur  Kemonia  (2),  se  non  soccorresse  un  altro  documento 
del  1166,  in  cui  si  concede  ai  frati  del  suddetto  monastero 
di  S.  Giovanni  di  costruire  un  mulino  sia  dentro  o  sia  fuori 
le  mura  della  città,  valendosi  a  questo  scopo  dell'acqua  de 
flumine  dieta  de  Kemonis  (da  leggere  Kemonia) ,  quod  habet 
transitum  infra  idem  monasteriiim  et  ecclesiam  S.  Andree  (3). 
Questo  documento  dà  la  soluzione  della  controversia  ;  la 
frase  «  fiume  detto  della  Kemonia  »  mostra  che  il  fiume  ha 
dato  nome  al  luogo,  ma,  al  contrario,  il  luogo  ha  dato  no- 
me al  fiume;  nello  stesso  modo  in  cui  nel  secolo  XIV  que- 
sto corso  d'  acqua  ci  appar  designato  col  nome  di  «  fiume 
di  Ballarò  »  (in  contrata  Rugve  nove  et  Jluminis  Ballaro)  (4), 
quando  non  è  detto  semplicemente  jlumen.  È  un  fatto  che 
non  deve  sorprenderci.  Anche  l'  altro  corso  d'  acqua ,  assai 
più  considerevole ,  eh'  esisteva  a  settentrione  del  Oassaro , 


(1)  In  Lihr.  prael.  I.  f.  192  ;  Rocco  Pirbi,  Sic.  Sacra,  1.  p.  1110.  Da 
transunto  del  sec.  1495.  Copia  di  Amico  ,  nella  Biblioteca  Comunale  di 
Palermo,  Mscr.  Qq  H  9.  f.  Behring,  Begesten,  I,  28  ;  II,  110.  Caspar  , 
Roger.,  II,  n.  216,  p.  570  sg. 

(2)  V.  pag.  327,  n.  3. 

(ii)  In  Rocco  PiRRi,  Sicilia  Sacra,  ed.  cit.,  p.  1112  (da  transunto  del 
1435).  Behring,  o.  e.,  Il,  162.  Non  so  se  la  forma  Kemonis  derivi  da  cat- 
tiva lezione  del  transunto  o  si  sia  trovata  già  in  questo.  Comunque  di  ciò 
sia,  della  correzione  non  si  può  dubitare. 

(4)  Docum.  del  1367  (archivio  della  Magione)  in  Di  Giovanni,  Topo- 
grafia ecc.^  II,  p.  26. 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA  329 

ebbe  in  pari  modo  il  nome  di  Fiume  del  Papireto,  o  anche 
semplicemente  Papireto,  dalla  fondura  per  cui  passava  sotto 
le  mura  della  città;  e  non  lasciò  questo  nome  per  pren- 
dere quello  di  Fiume  della  conceria. 

Accanto  a  questi  nomi  derivati  dal  luogo  per  cui  pas- 
sava, il  nostro  corso  d'acqua  ne  ha  avuto  un  altro.  In  un 
documento  arabo  del  1196  esso  viene  designato  con  la  frase 
al-wàdi  as-satawt  (1)  ;  e  in  un  documento  del  secolo  XV  è 
designato  con  la  denominazione  del  tutto  equivalente  di 
flumen  aquarum  pluvialium  seu  hyemale  (2),  come  più  tardi 
ci  appare  col  nome  volgare  di  Fiume  del  Maltempo.  È  un 
corso  di  acqua  che  non  ha  avuto  un  nome  suo  proprio , 
ma  è  stato  indicato  per  via  di  perifrasi  o  dal  luogo  per  cui 
passava  o  dal  suo  carattere  torrenziale. 

Kemonia  è  dunque  il  nome  del  luogo.  Che  cosa  può 
volerci  dire  questa  parola  ì  L'  etimologia  greca ,  come  ab- 
biamo visto,  è  esclusa.  Bimane  perciò  l'etimologia  araba, 
intuita  dal  Fazello.  Il  nome  ricorre  in  un  documento  arabo, 
ove  si  parla  della  Chiesa  di  S.  Andrea  {de  viridario)  che  il 
testo  latino  dello  stesso  documento  chiama  de  helbene  (=  Bàb- 
al-abnà)  (3).  Nel  testo  arabo  questo  nome  si  può  leggere  esso 
al-kamiìniyah  come  al-kammUniifah.  Nella  forma  greca  questo 
nome  si  trova  in  un  documento  originale,  del  UGO,  ove,  in 
luogo  del  xs[jL[jLoovta  che  si  legge  nel  Cusa,  sta  chiaramente 


(1)  Cesa,  Diplomi  greci  ed  arabi,  p.  499.  I  nostri  topografi  si  son  la- 
sciati sfuggire  questa  denominazione,  che  pure  meritava  di  essere  raccolta. 
Il  prof.  Nallino  mi  scrive  a  chiarimento  della  frase  :  «  al-wàdì  as-satawt 
=  fiume  (torrente)  invernale.  Così  nell'arabo  letterario.  Ma  poiché  in  tutta 
la  Barberia  sita'  non  significa  soltanto  inverno,  ma  anche  «  pioggia,  sta- 
gione delle  piogge  »  ,  negli  scrittori  medievali  di  quella  regione  al  wddi 
as  salarvi  significa  torrente  che  scorre  nella  stagione  delle  piogge  » . 

(2)  Così  in  un  documento  del  1435,  orribilmente  trascritto  dall' Auria 
(nella  Biblioteca  comunale  di  Palermo,  Mscr.  Qq  C  f.  364),  il  quale  av- 
verte altronde  eh'  era  assai  difficile  a  leggere.  E  riportato  con  singolare 
fedeltà  dal  Di  Giotanni,  o.  c,  I,  p.  423,  n.  1. 

(3)  Cusa,  Diplomi,  p.  83  sg. 


330  NOTE  DI  TOPOGRAFIA.  MEDIEVALE  PALERMITANA 

scritto  xe{i[i,oovta  (1).  A  questa  lezione  si  accosta  un  altro  do- 
cumento del  1187 ,  di  cui  rimane  un  transunto ,  conserva- 
toci nella  raccolta  fatta  dall'Amico,  nel  quale  si  legge  8.  Ni- 
colai de  Kemunia  (2),  forma  che  può  essere  stata  benissimo 
in  corso  accanto  a  Kemonia.  Da  questi  confronti  possiamo 
indurre  che  la  voce  araba  debba  esser  ietta  al-kammiiniyahy 
col  significato  di  luogo  del  mercato  del  comi  no ,  o  cimino. 
In  una  parola,  noi  potremmo  tradurre  dialettalmente  «.il  ci- 
minito»  (3). 

Ohi  aveva  veduto  giusto  era  perciò  il  Fazello,  il  quale 
nel  trattare  di  quella  parte  della  città  che  si  stende  a  mez- 
zogiorno del  Oassaro ,  ed  era  riguardata  come  rispondente 
all'  antica  Neapolis,  dice  :  Normannorum...  aetate  Kemonia , 
Albergarla,  Deisin  et  Yhalcia  quae  a  Sarracenis  proculdubio 
derivantur^  distinctam  fuisse  ex  Regum  diplomatibus  et  publids 
tabulis  compertissimum  est  (4). 


(1)  CusA  ,  ibd. ,  p.  662.  Il  documento  originale  si  trova  all'  Archirio 
<li  Stato,  nel  Tabulario  di  S.  M.  della  Grotta,  n.  1.  In  esso  si  legge:  toò 
01X00  [sic]  000  T^?  XS{JL|ioovia(;.  L'errore  dell'edizione  del  Cusa  è  dovuto 
senza  dubbio  al  tipografo  ;  ma  è  un  errore  che  è  stato  ribadito  nell'  e- 
lenco  dei  diplomi,  p.  772,  ove  la  parola  è  trascritta  nella  forma  Chemonia. 
Non  sarà  mai  deplorata  abbastanza  la  maniera  in  cui  è  stata  condotta 
questa  pubblicazione,  della  quale  non  è  possibile  fidarsi  interamente  né 
per  la  parte  araba  né  per  la  parte  bizantina. 

(2)  Sulla  raccolta  dell' Amico,  nella  Biblioteca  Comunale  di  Palermo  , 
Mscr.  Qq  H  3  f.  13,  cfr.  Garufi,  raccolta  citata  (p.  327,  n.  4),  p.  214. 

(3)  Ed  è  curioso  notare  come  questo  nome  si  trovi  effettivamente  più 
tardi,  portato  come  derivativo,  da  persona  che  abitava  in  un  vicolo  della 
contrada  di  porta  Mazzara.  Docum.  del  1337  in  Di  Giovanni  ,  Topogr. , 
II,  p.  38  :  in  quarterio  Albergarie  Panormi  in  contrata  porte  Mazarie  in 
quadain  vanella  olim  vacata  de  Nieolao  Chiminito  seu  de  Joanne  Longo. 
È  da  confrontare  un  altro  documento  del  1410  in  Di  Giovanni,  1.  e,  p.  42, 
in  cui  si  parla  di  un  pezzo  di  terra  sita  prope  portam  Mazarie  ttecus  vi- 
neam  Nicolai  de  Chamirichio  (o  chomichiof).  Tutto  induce  a  credere  che 
anche  qui  si  tratti  di  un  Nicolò  de  Chiminito ,  comunque  si  debba  spie- 
gare il  ritorno  di  questo  nome  a  tanta  distanza  di  tempo.  Altronde  poi  i 
dati  dell'opera  del  Di  Giovanni  non  possono  essere  ricevuti  senza  controllo. 

(4)  I.  8,  p.  182  (ed.  citata). 


NOTE  DI   TOPOGRAFIA   MEDIEVALE  PALERMITANA  331 


II.  Deisin. 

Ohe  il  Fazello  abbia  ragione  a  derivare  anche  questa 
parola  dall'arabo,  nessuno  può  discuterlo  ;  ma  d'altra  parte 
nessuno  è  disposto  ad  ammettere  che  sia  esistita  ad  oriente 
della  Kemonia  e  a  mezzogiorno  del  Oassaro  una  regione 
chiamata  Deisin  —  da  identificare  o  no  con  via  Divisi  — 
nonostante  ogni  richiamo  alla  testimonianza  di  diplomi  e 
di  documenti  pubblici.  Si  è  creduto  che  il  Fazello  abbia 
fatto  qui  confusione  con  il  nome  Ain-scindi  od  Ain-sindi , 
che  designava  la  fonte  e  la  località  ora  detta  Denisinni , 
mezzo  miglio  a  ponente  di  Palermo.  Senonchè ,  il  Fazello 
mostra  di  conoscer  bene  anche  quest'altro  nome,  che  vien 
da  lui  riprodotto  sotto  la  forma  Haynseitime,  forma  che  si 
trova,  se  la  trascrizione  del  Mortillaro  è  esatta,  in  diplomi 
del  secolo  XIII  appartenenti  alla  Cattedrale  ;  onde  questi 
sarebbero  appunto  i  documenti  che  il  Fazello  aveva  avuto 
sott'occhio  ed  a  cui  si  richiamava.  Egli,  anzi,  non  ignora 
neppure  la  forma  Ain-sindi,  che  appare  come  generalmente 
usata  nel  sec.  XIV  ;  senonchè,  egli  la  riguarda  come  deri- 
vata da  una  corruzione  della  prima  (1). 

Ma  il  Fazello  non  sarebbe  solo  in  questo  errore.  Colui 
che  disegnò  la  tavola  IV  del  codice  bernense  di  Pietro  da 
Eboli,  tra  la  fine  del  sec.  XII  e  il  principio  del  XIII,  volle 
rappresentare  la  città  di  Palermo  in  lutto  per  la  morte  di 
Guglielmo  II  (2).  Egli  ha  raffigurati  a  questo  scopo  gli  abi- 
tanti dei  principali  quartieri  della  città,  oltre  alla  corte  ed 


(1)  Aynsindis  corrupte  hodie  nomea  est,  ed.  cit.,  p.  185. 

(2)  Le  parole  che  stanno  in  capo  alla  tavola  :  civitas  Panormi  lugens 
super  occasu  speciosi  (i=  Guglielmo  II)  sono  manifestamente  ,  come  ha 
veduto  il  WiNCKBLMANN,  il  titolo  di  tutta  la  rappresentazione,  e  non  sem- 
plicemente della  divisione  in  cui  queste  parole  si  trovano  scritte,  la  quale 
rappresenta  solo  la  corte. 


332  NOTE  DI  TOPOGRAFIA    MEDIEVALE   PALERMITANA 

ai  famigliari  del  re:  il  Cassarum,  lo  Scerarcadium ,  la  Alza 
(Kalsa)  e  Ideisini.  Le  figure  sono  riistribuite  in  modo,  che 
ogni  gruppo  di  esse  si  trova  al  posto  che  spetta  topografi- 
camente al  quartiere  da  loro  rappresentato.  È  questa,  perciò, 
la  prima  pianta  topografica  di  Palermo.  L'  occidente  è  in 
alto  :  ha  quindi  il  primo  posto  il  giardino  reale  {Genoard) 
ed  il  Palazzo  Reale  con  l'annessa  cappella  palatina.  Sotto 
il  palazzo  reale  —  quindi  da  oriente  —  è  il  Cassarum  ,  più 
giù  del  quale,  a  breve  distanza,  sta  il  porto  (la  Cala).  A 
destra  del  Oassaro  —  perciò  a  tramontana  —  sta  lo  Scerarca- 
dium che  termina  in  giù  —  a  levante  —  con  Castellamare  ; 
dall'altra  parte  sta  appunto  Ideisini,  che  ha  da  levante  la 
Alza  (Kalsa).  Il  porto  sta ,  così,  tra  lo  Scerarcadium  e  Ca- 
stellammare a  nord ,  la  Kalsa  a  sud.  È  appena  necessario 
buttare  un'occhiata  su  di  una  qualsiasi  pianta  di  Palermo 
per  rilevare  come  questa  distribuzione  nelle  sue  somme  linee 
risponda  precisanjente  alla  topografìa  della  città.  Solo ,  lo 
spazio  occupato  dallo  Scerarcadium  è  stato  ristretto  da  nord 
a  causa  dell'ampio  sviluppo  che  si  è  dato  alla  Cappella  Pa- 
latina. Manca  tra  i  quartieri  della  città  VAmalfitania  (vicus 
Amalfltanorum)  y  ma  è  stata  omessa  scientemente,  perchè 
era  abitata  dai  mercatanti  stranieri ,  che  non  formavano 
parte  della  cittadinanza,  e  quindi  non  potevano  essere  rap- 
presentati tra  coloro  che  eran  colpiti  di  lutto  per  la  morte 
del  sovrano.  L'Amalfitania,  come  è  noto,  non  costituì  parte 
della  città  di  Palermo  se  non  circa  un  secolo  dopo. 

Il  quartiere  Ideisini  è ,  come  abbiamo  veduto ,  situato 
dal  disegnatore  tra  il  giardino  reale  e  la  Kalsa.  Esso  ri- 
sponde perciò  al  quartiere  dell'Albergarla,  tra  la  Kemonia 
e  la  Kalsa.  Eppure  si  è  preteso  che  anche  qui  non  si  sia 
rappresentato  se  non  la  fonte  e  la  località  detta  oggi  Deni- 
sinni  ;  né  si  è  domandato  come  sia  possibile  ammettere  un 
equivoco  così  grossolano  da  parte  di  persona  che  altronde 
mostra  di  avere  notizie  tanto  sicure  sulla  topografìa  della 
città  (1)  ;  o  come,  —  supposto  ch'egli  non  per  equivoco,  ma 


(1)  Si  noti  che  il  miniatore  non  poteva  trovare  nella  poesia  di  Pietro 
da  Eboli  gli  elementi  necessari  per  questa  sua  costruzione  topografica,  e 


NOTE  DI   TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA  333 

volontariamente  abbia  voluto  collocare  ivi  Denisinni  —  sia 
possibile  che  nel  rappresentare  la  città  di  Palermo,  secondo 
i  vari  quartieri,  abbia  lasciato  fuori  quello  che  dopo  il  Cas- 
saro  era  il  quartiere  piii  importante,  per  mettere  al  suo  po- 
sto un  gruppo  di  case  che  stava  fuori  della  città,  e  non  ha 
avuto  mai  importanza  alcuna. 

La  testimonianza  di  questo  documento  viene  dunque  a 
provare  che  il  Fazello  non  è  incorso  in  alcun  errore.  E  le 
notizie  del  nostro  storico  e  topografo  non  avevano  certo  per 
fonte  la  miniatura  suddetta;  basta  a  provarlo  la  diversa  ma- 
niera in  cui  sono  scritti  alcuni  nomi.  I  dubbi ,  se  mai ,  si 
devono  raccogliere  sulla  identificazione  che  il  Fazello  ha 
fatto  tra  Deisin  e  Divisi.  A  questa  identificazione  egli  non 
è  stato  indotto,  come  può  sembrare,  dalla  semplice  afiinità 
fonetica  ;  ma  principalmente  dal  fatto  che  il  nome  Alber- 
garla ci  appare  nei  documenti  con  quell'  ampia  estensione 
di  significato  ch'essa  acquistò  solo  in  seguito,  quando  il  no- 
me Deisin  cominciava  ad  uscire  d'uso.  Supposto  che  il  Fa 
zello  abbia  avuto  sott'occhio  il  documento  del  1259  in  cui 
per  noi  ricorre  la  prima  volta  il  nome  di  Albergarla  (1) , 
ne  doveva  indurre  che  esso  si  stendeva  sino  ai  dintorni 
dell'  odierna  Casa  Professa  ;  onde  non  rimaneva  pel  nome 
Deisin  altro  spazio  a  mezzodì  del  Cassaro  che  quello  com- 
preso fra  Gasa  Professa  e  la  Kalsa  :  da  ciò  si  potè  credere 
che  nel  nome  Divisi  sopravvivesse  ancora  l'antico  Deisin. 

Ma  i  documenti  in  cui  era  menzionato  il  quartiere  detto 
Deisin  non  sono  del  tutto  scomparsi.  Esiste  nel  tabularlo 


neppure  i  nomi  dei  quartieri,  quindi  bisogna  ammettere  che  egli  avesse 
in  proposito  cognizioni  proprie,  le  quali  inducono  a  pensare  che  egli  sia 
stato  in  Palermo  e  conoscesse  de  visu  la  situazione  della  città. 

(1)  CusA,  Diplomi,  p.  678  sgg.  ...'AXTispifapla  r^?  TróXeax;  iravópji,oo, 
p.  680.  Indubitatamente,  adunque,  il  nome  di  Albergarla  era  adoperato 
contemporaneamente  al  nome  Deisin,  il  quale  ultimo  però  scompare  nel 
secolo  XIII.  V.  p.  341. 


334  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA 

della  Cappella  Palatina  un  documento  originale  del  1239  in 
cui  è  menzione  di  un  giardino  ^vta  xal  SiaxefjiEvov  eie  tò  ?ité- 
piS  tcóXeod?  7tavóp[i,oo  et?  'djv  pòiiTjv  r^jv  èTcìXefojiévTjv  àxTtet  èttoopoòc 
•ij  à;ràY6i  Tipo?  5  e  y  e  o  t  v  (1). 

E  la  voce  araba  dalla  quale  deriva  il  nome  di  cui  trat- 
tiamo, non  si  è,  del  resto,  perduta.  Essa  è  rimasta,  discono- 
sciuta e  non  curata ,  in  un  documento  arabo  del  578  del- 
l'egira (1182-83),  pubblicato  nella  raccolta  del  Ousa.  In  esso 
vien  indicata,  fra  i  confini  di  una  casa  sita  «  nel  sobborgo 
meridionale  di  Palermo  »  una  località  il  cui  nome  dovrebbe 
leggersi,  secondo  il  testo  dato  dal  Ousa,  ad  Dandsin  o  ad- 
danndsin  (2).  Sarebbe  però  difficile  spiegare  in  tutto  come 


(1)  Il  CusA  ,  Diplomi,  p.  95  dà  il  passo  in  maniera  molto  inesatta: 
egli  legge  àxTreTetTOopoòc,  sebbene  le  due  parole  siano  nettamente  sepa- 
rate nel  testo,  e  sia  segnato  lo  spirito  della  e  iniziale  della  seconda.  In 
luogo  di  f|  oLTiàfBi  (^  [sic]  àizA-piz  Garofalo,  p.  23)  il  Cosa  legge  i^  àic- 
àvoDoa ,  sproposito  di  cui  il  notarlo,  una  volta  tanto,  è  innocente.  An- 
che la  parola  §eYeoiV,  di  cui  il  Cuba  ha  fatto  una  proparossitona,  porta 
un  vigoroso  accento  sulla  i,  rispondendo  in  ciò  con  esattezza  alla  pro- 
nunzia dell'arabo  dayyàsin.  La  parola  icépt^  era  stata  premunita  dallo  ar- 
ticolo t'  ;  in  seguito  però  il  notarlo  ha  inserito  un  ©  tra  l'el?  e  il  Tcépi^ 
facendo  elaoTrept^,  onde  il  Morso  aveva  letto  Ijtepi^.  Ad  ogni  modo,  io 
non  darei  a  questa  parola  il  valore  di  «  dintorni  ».  Per  indicare  questi  ul- 
timi ,  i  nostri  diplomi  bizantini  usano  costantemente  la  denominazione 
irpoàateia  {yff  tcóXeod?  TcavóppLOo).  V.,  ad  es.,  Cdsa,  X>ipZ.,  p.  14  (1134)5 
48  (1190);  107  (1165);  118  (1164);  120  (1177);  622  (1161);  670  (1186).  Il 
Tcépi^  non  può  essere,  come  risulta  dall'insieme  dei  ragguagli  topografici, 
se  non  il  borgo  che  circonda  il  Cassaro,  il  rabad  degli  Arabi.  In  un  docu- 
mento del  1173  (p.  665)  si  troverebbe  il  singolare  accoppiamento  delle 
due  voci  ektà  Tcépi^  TrpoàaTeta  7cavóp[i.oo.  Ma  a  parte  il  fatto 
eh'  è  ancora  da  stabilire  con  sicurezza  la  lettura  del  Trépi^  (il  Cusa  non 
ha  curato  di  dirci  dove  il  documento  si  trovi)  la  seconda  parola  può  rap- 
presentare una  correzione  della  prima,  se  pure  non  è  da  vedere  in  essa  un 

(2)  CusA,  o.  e,  p.  491-93.  Dell'esist«nza  di  questa  voce  nel  documento 
arabo  fui  avvertito  dal  sommario  che  si  trova  nell'opera  stessa  del  Cusa, 
a  pag.  732  (n.  141). 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA   MEDIEVALE   PALERMITANA  335 

questa  parola  possa  essersi  riflessa  nella  voce  As^saiv  o  Dei- 
sin.  Ma  la  lezione  data  dal  Casa  è  arbitraria;  nel  docu- 
mento originale  conservato  nell'Archivio  di  Stato  (Tabularlo 
di  Cefalù,  n.  22)  la  parola  non  ha  punti  diacritici,  e  quindi, 
come  il  prof.  Nallino  mi  scrive,  «  è  legittimo  ricostruire  la 
voce  in  base  al  riflesso  greco  e  latino,  e  leggere  ad-Dayyd- 
sin  »  (1). 

E  gli  {ad)-Dayydsin  grandi,  di  cui  nel  documento  è  pa- 
rola (2),  e  che  non  possono  significare  se  non  la  via  prin- 
cipale in  cui  si  lavoravano  e  vendevano  gli  oggetti  di  ddisa 
(v.  p.  347),  trovano  ancora  confronto  nell'uso  moderno  pa- 
lermitano che  conserva  a  molte  vie  —  come  del  resto  av- 
viene in  altre  città  —  il  nome  degli  esercenti  un'arte  od  un 
commercio  (ad  es.,  Pannieri,  Cassari  etc.),  e  designa  col  no- 
me di  Lattarmi  grandi  la  maggiore  delle  due  vie  dette  Lat- 
tarini  (ziiq  al-attàrtyn ,  secondo  Amari ,  St.  d.  Muss. ,  III , 
870)  sebbene  non  intenda  più  il  valore  della  parola. 

Questi  {adyDayydsin  dovevano  trovarsi,  come  vedremo, 
presso  alla  porta  as-Sudàn  (Ospedale  dei  Fate  bene  fratelli) 
e  perciò  vicina  a  quella  contrada  dei  fabbri  (al-Haddàdtyn), 
di  cui  è  menzione  in  Ibn-Hawqal,  sebbene  non  sia  da  esclu- 
dere la  possibilità  che  anche  questo  nome  nel  testo  dello 
scrittore  arabo  ci  sia  tramandato  erroneamente  (3). 


(1)  Il  documento  originale  è  stato  esaminato  a  mia  preghiera  dal  gio- 
vane arabista  d.r  I.  Barrila- Vasari,  sotto  archivista,  il  quale  ha  accertato 
la  mancanza  dei  punti  diacrìtici. 

(2)  Do  qui  la  traduzione  del  luogo  che  c'interessa,  fornitami  dal  pro- 
fessor Nallino  :  «  e  questa  menzionata  casa  venduta  è  della  terra  di  Si- 
cilia, nel  borgo  meridionale  (ar-rahad  al-qihll)  della  città  di  Palermo,  vi- 
cino agli  ad-Dayyàsin  grandi,  nella  via  (darh)  nota  anticamente  col  [nome 
di]  via  {zuqàq)  di  Ibn-al-Hàtirah  ». 

(3)  Che  il  luogo  d'Ibn-Hawqal  sìa  guasto,  è  indubitato.  Esso  parla  di 
una  porta  dei  fabbri  (Bàb-al-Haddàdiyn)  rimpetto  alla  porta  dei  Negri 
(Bàb-as-Sudàn).  Lo  Amabi  ha  supposto  che  debba  parlarsi  invece  di  una 
contrada  :   è   certo   in   ogni   caso   che  non  si  può  parlare  di  uua  porta. 


336  NOTE   DI   TOPOGRAFIA   MEDIEVALE   PALERMITANA 

Inoltre,  la  località  detta  Deisin  è  menzionata  in  nn  terzo 
docn mento  che  ci  fornisce  indicazioni  topografiche  le  qnali 
meritano  tutta  la  nostra  attenzione.  Esso  è  stato  pubblicato 
prima  dal  Di  Giovanni  e  poi  dal  Garufi  (1).  È  un  transunto 
latino  di  uno  strumento  greco,  delia  fine  del  secolo  XII  (2), 
contenente  la  donazione  di  un  orto,  sito  nella  città  di  Pa- 
lermo, fatta  da  Eugenio  Cali  (ó  xaXó?  =  AbA  - buttaip)  alla 
Biidia  di  S.  M.  della  Grotta.  Questo  transunto  ci  è  perve- 
nuto in  tre  copie,  conservate  nella  biblioteca  Comunale  di 
Palermo  (3),  le  quali  si  riconducono  tutte  allo  stesso  esem- 
plare, che  i  raccoglitori  han  cercato  qua  e  là  di  emendare, 
pur  riproducendo  fedelmente  la  parte  più  guasta,  senza  fare 
qualsiasi  tentativo  d'interpretarla. 

Essi  ci  rappresentano  perciò  la  terza  o  quarta  copia  del 
transunto:  e  la  prima  dev'essere  stata  fatta  da  un  amanuense 
ignorante ,  che  leggeva  male ,  non  capiva  quello  che  scri- 
veva, né  sapeva  quel  tanto  di  latino  che  era  necessario  per 
dividere  le  parole,  salvo  poi  la  pretesa  dei  dittonghi ,  col- 


Vedi  Biblioteca  araho-sictila,  I,  p.  20,  n.  3  [testo,  p.  8].  Che  la  parola  inso- 
lita ad-dayyàsin  possa  essersi  trasformata  in  Haddàdìijn  -  specie  sotto  la 
influenza  della  Bàb-al-hadìd  di  cui  è  menzione  immediatamente  dopo, 

pare  al  prof.  Nallino  ipotesi  ardita  sì,  non  tuttavia  inammissibile. 

(1)  Di  Giovanni,  o.  c,  II,  108  sgg.  Gtabufi,  Docum.  inediti  deW epoca 
normanna^  in  Docum.  per  servire  alla  Storia  di  Sic.  etc.,  voi.  XVIII,  1899, 
p.  195  seg. 

(2)  Il  GrARUFi,  o.  e,  p.  XXVII  8g.  ha  dimostrato  ch'esso  deve  appar- 
tenere al  1 184 ,  e  che  la  data  1094  che  gli  viene  attribuita  dai  mscr.  è 
errata. 

(3)  a)  Mscr.  4  Qq  D  54  f.  17  sg.  (copia  d'un'opera  rimasta  inedita  di 
p.  Amato  ,  Basilianae  Ahhatiae  S.tae  Mariae  de  Crypta  Panarmi  monu- 
menta Graeca,  Latina  etc. 

b)  Mscr.  Qq  E  14  f.  163  sg.  (raccolta  di  documenti  che  non  è  del  Mon- 
GiTORE  ,  come  si  crede)  ; 

e)  Mscr.  Qq  H  9  (raccolta  dall' Amico). 

L'esemplare  originario  ci  è  rappresentato  da  a.  Tutte  le  copie  sono, 
del  resto,  del  sec.  XVIII. 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA   MEDIEVALE   PALERMITANA  337 


locati  qualche  volta  dove  non  si  doveva  (1).  Così  son  ve- 
nute fuori  nel  documento  delle  frasi  assolutamente  inintel- 
ligibili ,  come  ad  esempio  :  ut  orditur  via  ex  aniiquae  aciei 
cubito  civitatis  panormi  Gxiho  lomum  damna  di  lizae  (v.  p.  340). 
E  questo  venerabile  abracadabra  è  stato  riprodotto  tale  e 
quale  dagli  editori ,  come  se  si  trattasse  di  un  documento 
originale  (2)  ;  anzi  il  Di  Giovanni  ha  trovato  il  modo  di 
spiegare  se  non  tutto  il  contesto ,  sul  quale  sorvola  dolce- 
mente, almeno  la  frase  Gubolonum  damna  di  lize^  interpretan- 
dola, secondo  le  indicazioni  fornitegli  dal  prof.  Cusa,  come 
«  una  gran  volta ,  un  cupolone  ,  sopra  un  pozzo  »  !  Questo 
transunto  esisteva  già  nel  secolo  XVI,  quando  scriveva  il  pa- 
dre Amato,  che  lo  ha  inserito  nella  sua  Storia  dell'abbazia  di 
8.  Maria  della  Grotta  (3)  ;  non  credo  che  la  traduzione  sia 
stata  fatta  da  lui,  nonostante  ch'egli  avverta:  Graecum  eM  do- 
Gumentum...  mendis  /oedatum.  Il  transuntore,  come  si  può  os- 
servare anche  in  altri  documenti  del  genere,  traduceva  pa- 
rola a  parola  (4),  e  non  trovava  sempre  quella  più  propria  ; 
basti  osservare  qui  ch'egli  ha  tradotto  col  latino  ianna  la  pa- 
rola che  nel  testo  greco  era  certamente  ttóXtj.  Così,  l'espres- 
sione ut  orditur  via  ci  fa  sentire  subito  la  frase  consueta  dei 
documenti  bizantini  a><;  àizàp-^ezan  -t]  òòóq:  e  l'espressione  etfacit 
fluvium  non  diventa  spiegabile  se  non  riconducendoci  alla 
dizione  wg  óitàYst  Tcotajjiòv.  È  perciò  coli'  uso  dei  documenti 
bizantini  che  dobbiamo  ricondurre  alla  sua  giusta  lezione 


(1)  Si  noti  in  a)  :  quo  advixerim  ;  quo  admenserim  (1.  admaiMerint)  ;  do- 
natio,  ne  etc.  per  quoad  vixerim  ;  qiioad  manserint  ;  donaiione  etc. 

(2)  Sono  state  conservate  persino  le  due  forme  Deestin  e  Degestin  quan- 
tunque sia  manifesto  clie  si  tratta  dello  stesso  nome. 

(3)  V.  p.  336,  n.  3  a. 

(4)  Ciò  era  fatto,  del  resto,  per  sistema.  In  fondo  al  documento  del  207, 
in  cui  si  parlerà  in  seguito,  si  legge  ^f.  49)  :  Ego  Basilius  humilis  prae- 
sbiter  (sic)  et  Pan.mi  tahellio,  scripsi  ad  [hiiivs  tranmtmpti  f]  ex  d.o  orig.li 
de  verbo  ad  ver  bum  trans  umpti  (sic)  fidem  apud  alios  faciendam  in- 
atrumentum  etc. 


338  NOTE   DI   TOPOGRA.FIA  MEDIEVALE   PALERMITANA 

questo  transunto ,  il  quale  non  può  essere  pubblicato  tale 
qual  è  rimasto  sulle  nostre  copie,  senza  un'iniplicita  abdi- 
cazione a  tutti  i  dritti  dell'  intelligenza.  Così  nelle  incom- 
prensibili parole  ex  antique  aciei  cubito  civitatis  Panornii 
noi  vediamo  subito  la  frase  con  cui  nei  documenti  greci  è 
designato  il  Cassaro,  tò  TcaXaiòv  àoto  TróXstó?  Ilavdpjioo  (1);  onde 
possiamo  restituire  ex  antique  ar cis  cubito  civitatis  Pa- 
normi. 

Bimane  però  a  spiegare  la  parola  cubito.  Si  può  pen- 
sare che  si  debba  leggere  ambitu  equivalente  ad  un  Tueptpó- 
Xoo  dell'originale.  Ma  questa  parola,  nel  significato  in  cui 
qui  sarebbe  adoperata ,  è  del  tutto  infrequente  nei  nostri 
documenti,  per  quanto  comune  agli  scrittori  bizantini.  È  più 
probabile  che  l'originale  portasse  un  tei  (^tet/ooc),  abbrevia- 
zione che,  secondo  la  nota  varietà  di  grafia,  poteva  essere 
n)x  o  Tt)(-  etc.  Si  avrebbe  così  una  dizione  al  tutto  ana- 
loga a  quella  di  un  documento  del  secolo  XII  (1146 ?)  :  toò 
zd{yo^<;)  toò  TcaXaioù  àatstóg  TióXeo)?  Tcavópftoo  (2).  Ma  il  transuntore 
può  avervi  veduto  invece  un  jnjxeox;  tanto  più  facilmente, 
in  quanto  si  trattava  di  un  punto  della  città  in  cui  il  Cas- 
saro faceva  realmente  un  cubito  piegando  verso  tramontana; 
poiché  riesce  evidente  che  questa  parola  accenna  alle  mura 
del  Cassaro,  e  precisamente  al  punto  su  cui  sorgeva  il  mo- 
nastero della  Martorana. 


(1)  Ad  es.  Cuba  ,  Diplomi,  p.  32  (1153)  (nella  prima  parte  di  questo 
documento  il  Cassaro  è  designato  con  l'espressione  :  j)  TcaXatà  ttóXk;  Ila- 
vóp|i,oo);  P-  ó9  (1138);  v.  anche  la  nota  seg.  La  frase  traduce  la  denomi- 
nazione araba  al-qasr  al-qadim.  Solo  una  volta,  in  un  documento  del  1143 
si  trova  la  forma  xàatpov  ;  Cosa,  o.  c,  p.  69. 

(2)  CusA,  Diplomi,  p.  73.  È  un  documento  di  cui  non  ho  potuto  ve- 
der l'originale ,  che  alla  Cappella  Palatina  non  si  trova.  lu  una  specie 
di  fac-simile  che  si  trova  nella  raccolta  del  Tardia,  nella  Biblioteca  Co- 
munale ,  Mscr.  Qq  E  170  f.  67  si  vede  scritto  tei.  H  Cusa  vi  ha  letto 
xeCyeoc,  il  Garofalo  {tabularium  etc,  p.  22)  teCYSWC  :  da  leggere  TeÌYOo(<;). 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA  339 

In  fatti,  le  parole  misteriose  Chibo  lomum  damna  di  lizae 
vanno  facilmente  lette  sub  domum  donine  Adelitzie;  la  qua- 
le forma  ci  conserva  la  maniera  greca  di  scrivere  il  nome 
Adelicia  ('ASeXitC^a).  E  qui  si  allude,  com'è  chiaro,  a  quella 
stessa  casa  sita  sul  recinto  dell'antico  Cassaro ,  que  olirti 
fuit  Adelicie  de  Golisano,  come  ci  dicono  appunto  altri 
documenti  contemporanei  al  nostro  (1)  ;  casa  che  passò  poi 
per  generosità  del  re  Guglielmo  in  potere  di  Aloysia  moglie 
di  Goffredo  da  Marturano,  la  quale  fondò  ivi  il  monastero 
noto  tuttavia  col  suo  nome. 

La  porta  Seuden  non  può  essere  che  la  Bdb  -  as  -  suddn 
(presso  la  Discesa  dei  Fate -bene  fratelli)  indicata  anche 
altrove  sotto  la  forma  (Bah)  Seuden  o  Seuten,  e  pili  comu- 
nemente Busuldeni  o  Bosuemi  (2).  La  grande  via  —  proba- 
bilmente la  stessa  ch'è  detta  nell'altro  documento  citato  del 
1238  il  {ts^àXiT]  Srijioota  ó8dc  (3)  —  che  conduceva  ai  Beisin  do- 
veva così  correre,  come  sembra,  a  sud  del  letto  del  Mal- 
tempo sin  oltre  la  Piazza  Ballarò. 

Faccio  seguire  il  testo  del  transunto  quale  a  noi  rimane 
nei  manoscritti  (a),  la  riduzione  di  esso  alla  sua  forma  ori- 
ginaria (b)  e  la  ricostruzione  approssimativa  del  testo  greco 
(e)  nella  sintassi  che  è  più  comune  a  questo  genere  di  do- 
cumenti ,  salvo ,  naturalmente ,  le  capricciose  irregolarità 
della  grafia. 


(1)  Documenti  del  1193  e  1194.  V.  Garufi,  o.  c,  p.  256  ;  258  ;  268. 

(2)  Le  parole  che  il  Garufi,  o.  c.  ,  p.  196  ha  pubblicato  insieme  col 
testo  del  documento  :  Urbis  Panonni  regio  Deesin  Degesim  hodie  Divisi  : 
ianua  Sauten  hodie  thermarum  porta ,  non  sono  che  un  commento  topo- 
grafico fatto  al  documento  dall'  Amato  medesimo,  il  quale,  tratto  in  er- 
rore dalla  identificazione  tra  Deisin  e  Divisi  proposta  dal  Fazello,  ha  rav- 
visata la  porta  Sauten  nella  porta  di  Termini ,  eh'  è  dalla  parte  di  via 
Divisi. 

(3)  CcsA,  Dipi.,  p.  95, 


340 


NOTE   DI   TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA 


a 


in  loco  appellato 
Pbacbaer  iiixta  Iii- 
(laeoruni  s  y  n  a g  o- 
gaiii  et  cogiioscitur 
ex  sedereo 

Est  autem  istius 
dicati  locidefinitio: 
ex  oriente  quidam 
fundaci  oleagino- 
rum  (altri  oleagio- 
runi),et  ex  occiden- 
te 1  iidaeorum  sy- 
nagoga  :  ex  aquilo- 
ne ut  orditur  via 
ex  autiquae  aciei 
cubito  civitatis  pa- 
normi  Gubo  lo  munì 
Damna  di  lizae  et 
facit  fluvium  qui 
est  iuxta  ludaeo- 
rum  synagogam  et 
ascendit  via  usque 
ad  magnam  viam 
quae  ascendit  in 
Deestin  et  ianuam 
Sauten  (ali.  Seu- 
den)  :  ex  austro  ve- 
ro praedicta  magna 
via  quae  ascendit 
in  Degesim. 


in  loco  appellato 
Pbacbaer  iuxta  Ju- 
deorum  synago- 
gam et  cognoscitur 
ex  sedereo 

Est  autem  istius 
dicati  loci  detìnitio; 
ex  oriente  quidam 
fundaci  oleagino- 
rum 

et  ex  occiden- 
te ludeorum  syn- 
agoga:  ex  aquilo 
ne  ut  orditur  via 
exantiquearcis  cu- 
bito (o  ambitu?)  ci- 
vitatis panormi  sub 
domum  domne  A- 
dilitzie  et  facit  flu- 
vium qui  est  iuxta 
ludeorum  synago- 
gam usque 
ad  magnam  viam 
que  ascendit  in 
Degesin  et  ianuam 
Seuden 

ex  austro  ve- 
ro predicta  magna 
via  que  ascendit 
in  Degesin. 


el<;  xónov  xaXoòjisvov 
(payakp  TtXTrjotov  r^c 
Ttóv  'Ioo§at(j)v  aovaYCD- 
Tfi<:  xal  YVtópiCetai  è^ 
asSaptoù  (?) 

ó  Sé  7rsptopio[iò(;  toò 

ootdx;*  lò  |isv  àvatoXt- 
xòv  cpoòvSaxé?  (1)  rive? 
èXairjTwv, 

xò  5è  Soxixòv 
il  Ttóv  'Ioo5at(ov  aova- 
Y(D*p^'  TÒ  Ss  pópetov  tó? 
à7càp)(£Tai  1^  Ó8ò<;  ex 
xob  xev/OMQ  (o  Tcspipó- 
Xoo?)  Toò  rcaXaioò  a- 
OTEtìx;  TTÓXeoix;  Tcavòp- 

{100    DTUÒ  TÒV  oIxOV  XOp. 

'ASeXitCta?  xal  hn&'^&i 
7C0Ta{iòv  oc  loti  tcXtj- 
oCov  TTiz  Ttóv  'looSaioDv 
aovaYODY'^C,  ^^p^  t^C 
(leYàXir]!;  óSoò  t^  àvép- 
-/exai  Tupòq  Ae^eaiv  xal 
toXtjv  aeoSév. 

ex  8è 
VÓTOO  1^  TcpoXsYojtévT] 
{le^àXiT)  óSò(;  t^  àvàfoo- 
aa  xpòc  Ss^eaiv. 


(1)  Cfr.  CuSA,  Dipi.,  p.  68  ^1143)  ;  87  sg.  (1191)  ;  89  (1201)  etc. 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA   MEDIEAALE   PALERMITANA  341 

Questo  documento  ci  dà  una  interessante  visione  di  quella 
parte  dell'  antica  città,  ch'era  adiacente  da  mezzogiorno  alla 
via  Calderai.  Su  questa  via  eran  le  mura  del  Cassero,  con 
sopra  le  case  di  donna  Adelasia  di  Golisano ,  accanto  alla 
Martoraua,  delle  quali  rimane  tuttavia  il  portico  slanciato 
ed  elegante  ;  di  fronte,  a  un  centinaio  di  metri,  la  sinagoga, 
presso  a  cui  scorreva,  da  sud,  il  rigagnolo  del  Maltempo  (1)  ; 
a  levante,  i  negozi  degli  oliandoli,  esistenti  in  quegli  stessi 
paraggi  ove  li  avea  t?ovati  più  di  due  secoli  innanzi,  Ibn- 
Hawqal  (2),  a  ponente  la  grande  via  pubblica  che  portava  a 
Deisin  e  a  quell'antica  Porta  dei  Negri  (Bàb-as-Sudàn)  che 
sino  al  secolo  XVI  meravigliava  per  la  sua  vetustà  coloro 
che  la  guardavano. 

Tra  i  documenti  da  una  parte,  la  carta  di  Pietro  da  B- 
boli  e  la  testimonianza  del  Fazello  dall'altra,  vi  ha  tuttavia 
questa  differenza ,  che  i  primi  intendono  con  ad  Dayydsin 
o  Degesin  un  punto  determinato  —  o  una  via  od  alcune  vie 
fra  di  loro  vicine  —  i  secondi  invece  ci  mostrano  questo  no- 
me applicato  a  tutta  la  parte  della  città  che  sta  a  mezzo- 
giorno del  Cassaro  sino  alla  Kalsa,  quella  parte  che  i  do- 
cumenti arabi  designano  colla  perifrasi  «  il  borgo  meridio- 
nale (ar-rabad  al-qibli). 

Noi  vediamo  che  tra  la  fine  del  secolo  XII  e  il  prin- 
cipio del  XIII  questa  parte  di  Palermo  non  aveva  un  nome 
complessivo  :  i  Degesin  e  la  Alpergaria  che  erano  due  lo- 
calità particolari,  si  son  disputjito  l'onore  di  dare  il  nome 
a  tutto  il  quartiere,  e  la  vittoria  fu  dell'Albergarla  ;  il  no- 
me Degesin  sembra  già  uscito  d'uso  nella  seconda  metà  del 


(1)  La  sinagoga  dei  giadei,  si  trovava,  com'è  noto,  sul  posto  poi  oc- 
cupato dal  monastero  di  S.  Nicola  ov'è  ora  ^archivio  municipale,  adia- 
cente al  vicolo  detto  tuttavia  della  Meschita. 

(2)  I  negozi  degli  oliandoli  erano  situati,  ai  tempi  di  Ibn-Hawqàl,  con 
altri  magazzini ,  tra  il  quartiere  della  moschea  ed  il  quartier  nuovo.  Il 
confine  dei  due  quartieri  doveva  coincidere  presso  a  poco,  sulla  via  Divisi. 

Arch.  Stor.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  23 


342  NOTE  DI  TOPOGRAFIA   MEDIEVALE  PALERMITANA 

secolo  Xin,  quando  ci  appare  già  la  denominazione  i^  'AX- 
TTspYapia  T^<;  tcóXeoìc  7cavóp(ioo,  che  dalla  fine  dello  stesso  secolo 
diventerà  la  designazione  ufficiale;  quarterium  Alhergariae 
Panormi.  La  forma  che  si  trova  nella  miniatura  di  Pietro 
da  Eboli ,  Ideisin  è  senza  dubbio  quella  dell'uso  popolare, 
con  l'articolo  j)remesso  ;  come  la  forma  popolare  ci  è  con- 
servata nel  nome  Alza  oggi  Ausa, 


III.  —  Bebelhagerin. 

Al  giardino  situato  entro  i  confini  indicati  nel  docu- 
mento precedente ,  e  donato  alla  chiesa  di  S.  Maria  della 
Grotta  da  Eugenio  ó  xaXó?  o  Buttaip,  era  prossimo  un  altro, 
che  a  sua  volta  venne  dalla  moglie  di  Buttaip  donato  nel 
1207  alla  stessa  chiesa  (1).  Lo  strumento  di  donazione  si 
trova,  pure  in  transunto,  nella  raccolta  già  citata  dall'Amato, 
ed  è  stato  pubblicato  parimenti  dal  Di  Giovanni  (2).  Come 
il  precedente,  così  questo  transunto  è  passato  per  la  stessa 
trafila  di  copie  eseguite  da  amanuensi  ignoranti  ;  tuttavia, 
salvo  ciò  che  riguarda  i  nomi  propri  (3),  è  stato  deturpato 
in  maniera  meno  grave.  Il  luogo  in  cui  si  trovava  il  giar- 
dino donato  da  Eugenio  era  detto  Phachaer  ;  il  giardino 
donato  dalla  moglie  era  in  luogo  detto  Bethat  ertum  (?)  (4). 


(1)  V.  Gardfi,  o.  c,  p.  XXV.  Il  Garufi  ignorava,  a  quanto  sembra,  que- 
sto documento,  in  cui  ricorre  il  nome  di  Eugenio  sotto  la  forma  Buttayp. 

(2)  Vedi  p.  336,  n.  3  (Mscr.  4  Qq  0  54  f.  47  sg.)  ;  Di  Giovanni,  o.  c, 
II,  p.  106  8gg. 

(3)  P.  48  si  legge  :  iux(ta)  iardinum  arcadii  Bìichalseri  cogatis  antiquae 
de  ibn  senis.  V.  Di  Giovanni,  o.  c,  p.  107.  Il  testo  dev'essere  stato  la- 
cunoso ,  o  il  transuntore  non  è  riuscito  a  leggerlo.  6  xàito?  PooXxàata 
è  nominato  in  un  documento  del  1168  (Cosa,  Dipi.,  p.  484  sg.).  l\  cogatis 
è  probabilmente  derivato  da  un  xoxàinj?  (=  xal  ó  xainric).  È  meno  fa- 
cile trovare  il  nome  che  si  nasconde  sotto  le  parole  segueciti, 

(4)  V.  appendice,  p.  350,  n.  3  e  4. 


NOTE  DI   TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA  343 

Non  è  possibile  tentare  qui  identiticazioni  precise  :  ma  il 
documento  ci  mostra  che  siamo  sempre  nella  stessa  regione 
della  città.  Da  ponente  è  citata  come  confine  di  quest'  al- 
tro giardino  una  ruga  parva  que  vocatur  arabice  Darptarattis. 
Come  confine  orientale  vien  indicata  un'altra  ruga,  que  via 
(leggi  vadit  !)  ad  portai»  que  dicitur  Behelhagerin.  Questo 
nome  si  trova  ancora  menzionato  in  un  documento  del  1206, 
riportato  dal  Pirri,  come  dato  ad  una  località  :  in  loco  qui 
dicitur  Bebelagerin  in  ruga  SS.  XL  (1).  Il  Di  Giovanni  ha 
già  identificata  questa  porta  con  la  porta  anonima  di  Abù-1- 
Hasan,  di  cui  parla  Ibn-Hawqal,  tra  la  Bàb-al-Hadid  o  2>orta 

ludaica,  e  la  Bdb-al-hahr.  Il  nome,  come  si  scorge,  è  pret- 
tamente arabo  :    Bdb-al-haggdrin,  porta  dei  tagliapietre. 

Un  altro  documento  greco  del  1201,  pubblicato  dal  Ou- 
sa  (2)  attesta  la  vendita  che  Giovanni  tìglio  di  Eugenio 
Ammiraglio  fa  di  un  suo  giardino  situato  nella  città  di  Pa- 
lermo el?  TTjV  pó(nr]v  xaXoojiévTjv  r^c  à^ias  papPàpa?  tuòXt]?  yax- 
CspTTjveX...  Il  Di  Giovanni,  dopo  aver  sottoposta  quest'ultima 
parola  ad  una  serie  di  trasformazioni  e  di  confronti  tutta 
propria ,  riesce  a  scoprire  in  essa  il  nome  Cassaro ,  ed  in- 
terpreta perciò  porta  Casseri  ;  e  cosi  egli  viene  a  trovarsi 
in  regola  con  l'ubicazione  della  Chiesa  di  S.  Barbara  la  sot- 
tana, che  dal  Pirri  e  dal  Mongitore  era  additata  nel  luogo 
occupato  adesso  dal  Seminario  arcivescovile.  La  iróXirj  yax^i- 
pTjv(eX)  o  jìorta  Casseri  sarebbe  stata  una  porta  della  Galea  (3). 

Ma  questa  ricostruzione  è  fondata  su  una  falsa  lettura 
della  parola  greca.  È  noto  che  i  bizantini   rendevano   col 

gruppo  tC  il  (7  arabo;  onde  già  nei  sommari  del  Cusa  la  paro- 
la è  resa  Chagerinel.  Bisogna  avvertire  però  che  il  /  ini- 
ziale greco  rende  anche  l'h  arabo.  Così  ad  esempio,  xaptteXtCì]- 


(1)  Sicilia  Sacra,  p.  935.  Trattasi  probabilmente  di  un  transunto  ;  e 
non  so  se  Io  parole  in  ruga  SS.  XL  non  siano  un'aggiunta  fatta  nel  tran- 
sunto medesimo,  per  determinare  la  località. 

(2)  Op.  cit.,  p.  89. 

(3)  Topografia,  I,  116  sgg.  ;  303  sg.  ;  423  sgg. 


344  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA 

t:^s=harat-al-ga(li(liib  (l)  (in  latino  Hartelgidia).  La  tcòXyj  x»- 

tCépTjvsX  va  dunque  resa  Porta  hagerin,  giacché  l'sX  dev'  es- 
sere escluso  da  questa  i)arola,  comunque  esso  sia  da  spie- 
gare. La  porta  nominata  in  questo  documento  è  perciò  la 
stessa  porta  di  cui  fanno  menzione  i  due  documenti  latini 
sopra  ricordati.  Io  non  ho  dubbio  che  nei  due  luoghi  del 
documento  del  1207,  in  cui  si  legge 

nigae  quae  venit  a  porta  va  eteri  (sic) 
uaque  viam  et  rugatn  portae  v  eteri  8 

il  veteH{!Ì)  sia  stato  arbitrariamente  sostituito  ad  un  hegerin 
che  il  copista  non  lesse  bene  o  pretese  di  emendare.  La 
porta  Vetere  di  cui  si  ha  menzione  in  questo  solo  docu- 
mento, e  che  il  Di  Giovanni  s'è  affannato  tanto  a  identi- 
ficare, è  creazione  dell'  ignoranza  d'un  copista  disattento  o 
prosuntuoso. 

Se  così  è,  la  chiesa  di  S.  Barbara  di  cui  qui  è  parola,  non 
può  esser  cercata  nel  terreno  occupato  dal  seminario  arci- 
vescovile, ma  bensì  all'estremità  orientale  del  Oassaro,  sulla 
via  che  metteva  capo  alla  Porta  Hagerin  che  doveva  a- 
prirsi ,  come  s'  è  veduto ,  tra  il  teatro  Bellini  ed  il  con- 
vento di  S.  Caterina.  Il  documento  del  1207  ci  richiama  a 
questa  parte  estrema  del  Oassaro  :  esso  parla  d'  una  ruga 
versus  iardinum  S.te  Marie  de  Admirato  Cfeorgio  et  iuxta 
iardinum  S.ti  Salvatoris  (?)  de  Admirato  Eugenio. 

Un  altro  strumento  del  1428,  citato  dal  Pirri,  ricordava 
le  case  dei  Vescovi  di  Mazara  situate  Panormi  in  Semita 
Casseri  iuxta  templum  S.  Barbar ae  inferioris  et  viridarium 
S.  Theodori,  et  plateam  marmoream  (2).  Ora  poiché  esisteva 
vicino  all'arcivescovato  una  chiesa  di  S.  Barbara,  e  una  con- 


(1)  CusA,  Dipi.  ,  p.  124  (documento  del  1191)  ;  cfr.  Ibn  -  Hawqal ,  in 
Amari,  Biblioteca  arabo-sicula,  p.  4. — Vedi  il  mio  scritto  Per  la  topografia 
antica  di  Palermo,  in  «Centenario  per  la  nascita  di  Michele  Amari,  voi.  II, 
p.  400. 

(2)  Sicilia  Sacra,  o.  e,  p.  848, 


NOTE  DI   TOPOGRAFIA   MEDIEVALE  PALERMITANA  345 

gre^azione  di  S.  Barbara  e  S.  Teodoro ,  ove  dopo  il  1582 
sorse  poi  il  seminario,  il  Pirri  credette  che  le  chiese  di  S.  Bar- 
bara e  di  S.  Teodoro  di  cui  è  parola  in  questo  documento, 
fossero  state  ivi  ab  antiquo  (1).  E  in  questa  opinione  venne 
seguito  dal  Mongitore  e  dal  Di  Giovanni.  Ma  il  Mongitore 
medesimo  ci  conserva  memoria  di  una  Chiesa  di  S.  Teo- 
doro, esistente  appunto  nella  estremità  orientale  del  Oas- 
saro,  la  quale  passò  sotto  il  patronato  del  vicino  monastero 
delle  Vergini  con  atto  rogato  da  notar  Nicolò  d' Aprea  il 
15  genu.  1454,  calendato  in  un  atto  d'  elezione  del  benefi- 
ciale, da  parte  della  badessa  Dulciora  Pisano  presso  notar 
Nicolò  Bastone  a  14  giugno  1601  (2).  E  nel  1503  i  consoli 
degli  orefici  e  degli  argentieri  ottenevano  per  la  loro  con- 
fraternita la  Chiesa  di  S.  Teodoro  insieme  col  giardinetto, 
ch'essi  si  obbligavano  a  tener  coltivato  (3).  Abbiamo  perciò 


(1)  Sic.  Sacra,  ed.  cit.,  303.  S.  Iheodori  coenobium  eo  erat  urbis  loco 
quem  nunc  Clericorum  Semùiarium  tenet.  Il  Mongitore  riferisoe  Topinione 
che  il  distintivo  de  Turri  che  si  trova  dato  alla  chiesa  di  S.  Barbara  ve- 
nisse da  ciò,  che  la  chiesa  si  trovava  sotto  al  campanile  della  cattedrale. 

(2)  Mongitore,  in  Mscr.  della  Biblioteca  Comunale  di  Palermo,  Qq  E 
7  f.  131  sg.  Vedi  le  Nuove  effem.  siciliane,  voi.  II  (1880),  p.  295  sgg. 

(3)  Id.  ,  Mscr.  della  Bibl.  suddetta ,  Qq  E  11  f.  331  sg.  I  nostri  eru- 
diti pensano  che  le  m  mache  passate  al  monastero  del  Salvatore  sian  ve- 
nute dal  monastero  di  S.  Teodoro  ove  poi  sorse  il  seminario.  Ma  già  l'ab. 
Antonino  Magri  sosteneva  che  questo  monastero  di  S.  Teodoro  era  ap- 
punto quello  situato  presso  il  monastero  delle  Vergini.  Il  Monigtore  ri- 
batte quest'affermazione  adducendo  in  argomento  che  «la  confraternita 
di  S.  Barbara  e  S.  Teodoro  ov'è  il  seminario  da  antichissimi  tempi  dovea 
al  monistero  del  Salvatore  tari  8  ogni  anno  iure  proprietatis  :  uè  per  altra 
causa  se  non  che  al  monistero  del  Salvatore  restò  il  inspatronato  di  que- 
sto monastero  di  S.  Teodoro».  L'argomento,  come  si  vede,  non  poteva 
essere  più  conti-overtibile.  —  Anche  nella  chiesii  di  S.  Barbara  inferiore 
si  era  conservato  il  rito  greco ,  non  meno  che  in  quella  di  S.  Teodoro , 
appartenenente  a  monache  basiliane  ;  ond'  è  eh'  essa  è  chiamata  anche 
S.  Barba) a  de  Graecis  in  Cassaro  in  un  documento  del  1495  (v.  Mscr. 
della  Bibliot.  Cora,  di  Palermo,  Qq  E  12  f.  62).  Il  passaggio  delle  basiliane 
di  S.  Teo<loro  al  monastero  del  Salvatore  dovette  avvenire  prima  del 
1490,  giacché  in  queir  anno  per  testimonianza  di  Valerio  Rosso  il  mo- 
nastero del  Salvatore  era  disabitato  (v.  Di  Giovanni,  o.  c,  I,  468). 


346  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA 

quanto  basta  a  dimostrare  che  la  chiesa  di  S.  Barbara  in- 
feriore e  il  viridariiim  di  S.  Teodoro  di  cui  è  menzione  nello 
strumento  del  1428,  ci  riportano  alla  stessa  località  che  ci 
è  additata  dai  documenti  della  fine  del  secolo  XII  ed  il 
principio  del  secolo  XIII. 

Notiamo  in  ultimo  che  l'appellativo  inferior  o  la  sottana 
applicato  a  questa  chiesa  di  S.  Barbara  in  opposizione  al- 
l'altra chiesa  della  stessa  santa  che  esisteva  in  Piazza  Vit- 
toria, dinanzi  a  Palazzo  Reale,  ed  era  detta  superior  o  la 
soprantty  sarebbe  assolutamente  inesplicabile  se  la  prima  si 
fosse  trovata  al  posto  occupato  dal  seminario  arcivescovile, 
cioè  a  qualche  centinaio  di  metri  di  distanza  e  allo  stesso 
livello  della  seconda.  La  chiesa  di  8.  Barbara  inferiore  do- 
veva appartenere  al  Cassavo  basso,  così  detto  in  opposizione 
alla  parte  più  occidentale  della  città,  corrispondente  alla 
Galea ,  la  quale  si  stendeva  appunto  sino  al  seminario  e 
formava  il  Cassavo  alto  :  (1)  divisione  che  Palermo  aveva 
conservata  sin  dall'età  antica,  in  cui  si  trova  fatta  distin- 
zione tra  la  città  alta  (t^  àv<i>  wòXi<;  =:  t^  TcaXaià  izóXiq)  e  la  città 
bassa  (t^  xàrw  tcóXk;  =  i]  véa  TcóXt?)  (2). 


(1)  L'  altitudine  minima  clie  ha  presentemente  questa  parte  occiden- 
tale del  Cassaro,  sino  al  palazzo  arcivescovile,  sta  tra  25  e  26  metri.  La 
parte  su  cui  si  al/a  il  monastero  delle  vergini  lia  l'altezza  massima  di  18 
metri.  Ma  mentre  in  Piazza  Vittoria  l'altitudine  di  25  rappresenta  pres- 
s'a  poco  il  livello  antico,  sotto  la  chiesa  delle  Vergini  degli  oggetti  arabi 
sono  stati  trovati  ad  alcuni  metri  di  profondità. 

(2)  Vedi  il  mio  scritto  citato,  p.  344,  n.  1.  — Si  veda  che  fede  meriti  un 
documento  del  1221  citato  dal  Monqitore  (Mscr.  della  Bibliot.  Cora,  di 
Palermo  Qq  E  9,  f.  177)  in  cui  si  parla  di  una  composizione  intervenuta 
fra  Riccardo  figlio  di  Ruggero  Ammiraglio  e  l'abadessa  del  monastero  di 
S.  Maria  de  Marturano  de  horto  sito  prope  Castrum  maris  et  ecclesiam 
S.  Barbarne  et  ecclesiam  S.  Petri  de  Balnearia  quem  monasterio  praedicto 
dedit  dnus  Armannus.  Quest'Armanno  dovrebbe  essere  evidentemente  lo 
stesso  di  cui  parla  il  documento  greco  già  citato  del  1201,  (Cosa,  dipi., 
p.  89)  a  cui  Giovanni  figlio  di  Eugenio  Ammiraglio  vende  appunto  il  suo 
terreno  situato  sulla  via  di  S.  Barbara  di  Porta  Hagerìn. 


NOTE  DI  T0P06UAFIA  MEDIEVALE  PAIJSaMITANA  347 

Poiché  sarebbe  poco  verosimile  il  caso  che  in  due  punti 
diversi  della  città  si  sian  trovate  vicine  due  chiese,  dedi- 
cate precisamente  agli  stessi  titolari ,  è  da  pensare  che  il 
culto  di  S.  Barbara  e  S.  Teodoro  sia  passato  dai  luoghi  oc- 
cupati dal  monastero  delle  Vergini,  ad  una  chiesa  attigua 
al  palazzo  arcivescovile.  Né  fu  questa,  del  rimanente  l'unica 
migrazione  di  questo  culto.  Dopo  il  1582 ,  dovette  abban- 
donare la  sua  sede,  perché  vi  fosse  costruito  il  seminario , 
e  passò  nella  chiesa  della  Madonna  del  soccorso,  che  prese 
nome  di  S.  Barbara  e  S.  Teodoro;  e  17  anni  dopo  anche  que- 
sta chiesa  fu  abbandonata  ai  Carmelitani ,  e  la  congrega- 
zione passò  alla  chiesa  nella  piazza  di  Castellamaro. 

Da  queste  poche  pagine  sorgeranno  conclusioni  non 
molto  confortanti  per  la  maniera  in  cui  è  stato  pubblicato 
il  nostro  patrimonio  diplomatico.  Si  può  dire  che  a  buona 
parte  dei  nostri  editori  é  mancata  quella  severa  disciplina 
critica,  senza  la  quale  non  si  può  fare  opera  utile  alla  scienza 
ed  agli  studi.  È  una  constatazione  dolorosa ,  che  però  ab- 
biamo il  dovere  di  far  noi  per  primi  :  essa  impone  alla 
Società  Siciliana  per  la  Storia  Patria  un  compito ,  grave 
ma  glorioso ,  che  non  dovrebbe  essere  abbandonato  agli 
stranieri. 

G.   M.    COLUMBA 


348  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE  PALERMITANA 


APPENDICE. 


Son  sicuro  di  far  cosa  molto  grata  ai  lettori  nel  comunicare 
alcune  note  fornitemi  dal  prof.  Nallino,  a  chiarimento  dei  nomi 
topografici  arabi  di  cui  è  parola  nei  documenti  innanzi  esaminati. 
Vadano  a  lui,  che  in  questo  momento  onora  la  cultura  italiana 
insegnando  storia  delle  scienze  presso  gli  arabi  nella  Università 
del  Cairo  ,  i  miei  più  vivi  ringraziamenti.  —  Il  lettore  avrà  po- 
tuto constatare  che  mancano  alla  tipografia  i  caratteri  necessari 
per  l'esatta  riproduzione  dell'alfabeto  arabico.  È  naturale  che  i 
ripieghi  a  cui  si  è  dovuto  ricorrere  per  sup[)lire  a  tale  deficienza 
non  sian  riusciti  sempre  felici  —  G.  M.  Columba. 


«  1.  —  ad-Dayyàsìn  (p.  335).  L'aspetto  stesso  del  vocjibolo  a- 
rabo  mostra  che  si  tratta  d'un  nome  al  plurale  ;  ciò  è  confermato 
poi  dall'aggettivo  al-Mhàr  «  grandi  »  che  gli  tien  dietro.  Il  sin- 
golare non  può  essere  che  dayyàs  ;  vocabolo  mancante  nei  di- 
zionari, ma  avente  la  forma  regolare,  mediante  la  quale  in  arabo 
si  ottengono  i  nomi  di  mestiere  dal  nome  della  cosa  ch'è  oggetto 
del  commercio  o  della  lavorazione.  Quindi  dayyàs  significherebbe 
colui  che  lavora  o  vende  il  dls  ,  cioè  quelle  varietà  di  giunchi 
(arundo  festucoides ,  ampelodesmus  tenax  etc.) ,  colle  quali ,  per 
testimonianza  di  scrittori  arabi  e  di  moderni  descrittori  europei 
dell'Africa  settentrionale,  si  facevano  e  si  fanno  corde  per  barche 
e  barconi ,  stuoie ,  coperture  per  capanne  ecc.  Questo  dis  è  un 
collettivo,  che  fa  <?j!sa/i  al  singolare  («nome  d'unità»),  e  che  già 
da  ])arecchi  fu  riconosciuto  essere  l'origine  del  siciliano  ddisa. 

La  riprova  che  il  vocabolo  di  mestiere  dayyàs  esisteva  nel- 
l'arabo dialettale  di  Sicilia  si  ha  dai  diplomi  editi  dal  Cusa,  ove 
(pag.  163,  col.  2*)  è  menzionato  un  tale  di  nome  Hasan  ad-Dayyàs^ 

con  accanto  la  trascrizione  greca  ^àasv  èXSsléi;.  Nell'arabo  dialet- 
tale di  Sicilia  la  à,  quando  non  si  trovasse  nell'immediata  vici- 


NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA  349 

Danza  di  r,  d^  h,  h,  ^  ,  g^  s^  q,  t ,  z ,  andava  soggetta  a  quella 

che  i  grammatici  arabi  chiamano  imaldh,  ossia  prendeva  nn  suono 
intermedio  fra  a  (lungo)  ed  e  (lungo),  che  i  contemporanei  greci 
resero  costantemente  con  s,  ed  i  latini  per  lo  piìi  con  e,  di  rado 
con  a.  Quindi  la  regolare  trascrizione  greca  e  latina  di  Dayymìn 
era  rispettivamente  Ssleotv  e  deiesin. 

È  dunque  verisimile  che  il  nome  ad-Dayyàsm  (sottintesa,  co- 
me spesso  avviene  in  arabo  in  questi  casi,  la  parola  sùq  «  il  mer- 
cato dei »  o  qualcosa  di  simile)  indicasse  che  in  quella  parte 

o  contrada  di  Palermo  si  trovavano  i  fabbricanti  e  venditori  di 
oggetti  di  dls.  E  poiché  allora  in  Sicilia  vigeva  presumibilmente 
l'uso  anche  oggi  generale  in  Oriente,  per  cui  i  fabbricanti  o  ven- 
ditori d'  una  determinata  specie  hanno  le  loro  botteghe  concen- 
trate in  un'unica  via  od  in  un  unico  gruppo  di  vie  (i  »uq  dell'A- 
frica settentrionale  e  della  Siria,  i  hàzàr  di  Costantinopoli  ecc.), 
così  è  lecito  supporre  che  l'epiteto  di  «  grandi  »  nel  diploma  al- 
luda alla  via  principale  occupata  dai  «  dayyàsìn  »  in  contrappo- 
sto alle  sue  diramazioni  secondarie  ;  appunto  come  a  Napoli  si 
hanno  «  i  Guantai  Vecchi  »  ed  «  i  Guantai  Nuovi  ». 

2.  (p.  335)  *'Ax7csT  èrcoopoò?  si  può  ricostruire  con  assoluta  sicu- 
rezza nella  forma  araba  originaria:  'Aqahat  at-Turùs  «la  salita 
di  at-Turùs».  ^Aqabah  (che  diventa  '•aqàbat  quando  regge  un  ge- 
nitivo) significa  «  strada  in  salita  »,  e  s'applica  tanto  alle  strade 
di  campagna  quanto  alle  vie  di  città.  At  -  Turus  è  nome  di  per- 
sona non  raro  tra  i  musulmani  di  Sicilia  ;  come  d'altro  canto  non 
è  raro ,  nella  Palermo  araba ,  il  caso  di  vie  denominate  da  per- 
sone. Il  nome  at-Turus  è  una  forma  dialettale  arabo-sicula,  che 
sta  in  luogo  della  forma  corretta  al  -  Atrùs  ;  propriamente  è  un 
epiteto  significante  «  il  sordo  »  e  divenuto  nome  personale.  Ciò 
spiega  le  traduzioni  sporadiche  colla  parola  xw^óc,  piìi  o  meno 
storpiata  nella  grafia. 

Nei  diplomi  arabi  ed  arabo-greci  del  Cusa  ho  trovato  parecchi 
esempi,  che  in  massima  parte  mancano  nei  difettosissimi  indici  : 

Cusa,  pag.  139  (in  greco  èXtapoóc); 
»  »      1«4  (in  greco  los  èXtoopoòi;)  ; 


àèO  NOTE  DI  TOPOGRAFIA  MEDIEVALE   PALERMITANA 

CUSA,  pag.  263  (in  greco  àX-^c;  6  àSeX^ò?  topót;,  e  6  àSeXyò?  aò- 

toò  ó  xo^wc)  ; 
»  »      263; 

»  »      587  (in  greco  ol  TcalSec  -^jtTOopoòc  Itciv  7]X(ia/où^)  ; 

»  »      588  (in  greco  ol  TcaìSeq  toopoòc;  "^XiCevvév). 

3.  —  Phachaer  (p.  340).  Varie  congetture  sono  possibili.  Ma 
come  sceglier  fra  esse? 

4.  —  Bethat  ertum  (p.  342).  La  prima  parola  è  certo  bathat 
=  spianata ,  pianura  (in  alcuni  moderni  dialetti  della  Barberia 
anche  piazza).  In  arabo  classico  sarebbe  propriamente  :  un  letto 
molto  largo  di  un  torrente  con  fondo  ghiaioso. 

5.  —  Datptarattis  {-tt^s)  (p.  343).  Darb  =  strada.  Ma  né  secondo 
componente  l'incertezza  è  troppo  grande  ». 

C.  A.  Nallino. 


MISCELLANEA 


UN'ELEGIA  INEDITA  DI    FILIPPO  Pj^RUTj^ 


L'elegia,  che  ora  per  la  prima  volta  vede  la  luce,  è  dedicata 
a  Lorenzo  Gambara,  umanista  bresciano. 

In  questa  elegia,  intessuta  di  reminiscenze  classiche ,  il  Pa- 
ruta  afferma  che  se  avrà  la  fortuna  di  capitare  in  Roma ,  non 
s'indugerà,  appena  arrivato,  ad  ammirare  i  monumenti  onde  va 
superba  la  città  eterna,  ma  si  affretterà  a  visitare,  dopo  s.  Pietro,  il 
Gambara,  che  tiene  in  conto  di  maestro. 

Unum  te  subito  propius  ;  tua,  Gambara,  tantum 

Immotis  cernam  lumina  luminibus  : 
Et  pendebo,  nova  captus  dulcedine,  ab  ore 

Cantantis  Leucen  vel  pia  facta  virùm. 

Lorenzo  Gambara  fu  nello  Studio  di  Padova  discepolo  di  Pie- 
tro Paolo  Parisio,  di  Romolo  Amaseo  e  del  veronese  Donato  fi). 


(1)  Cfr.  V.  Peroni,  Biblioteca  bresciana,  p.  100  e  segg.  «La  notizia 

*  data  dal  Peroni  avere  Lorenzo  Gambara  studiato  a  Padova,  trova  ap- 

*  poggio  in  quanto  scrisse  il  Papadopoli  nella  Hisioria  Gyntnasii  Pa- 
^  favini,  1726,  t.  II,  p.  325,  n.  CCLXIX.  Gli  atti  dell'archivio  antico  di 
«  questa  Università,  depositati  in  Biblioteca,  si  riferiscono  ad  anni  po- 
4t  steriori  al  tempo  in  cui  insegnarono  a  Padova  il  Parisio,  l'Amaseo  e 
«  il  veronese  Donato  dei  quali  il  Gambara  si  professa  discepolo  ;  quindi 

*  è  inutile  ogni  ricerca  in  tali  atti.  Nel  manoscritto  del  Dorighello  sui 
«  laureati  dell'Università  di  Padova  non  è  indicato  il  Gambara  né  nel- 

*  l'indice  delle  famiglie  bresciane  né  nel  corpo  del  ms.  sotto  Brescia  ». 
Così  mi  scriveva,  nel  settembre  1907,  il  signor  A.  Avetta,  bibliotecario 
dell'Universitaria  di  Padova.  A  lui,  al  suo  degno  successore  M.  C.  Ca- 
puto, all'egregio  prof.  F.  Garbelli ,  bibliotecario  della  Queriniana  di 
Brescia,  giungano  gradili  i  miei  più  vivi  ringraziamenti  per  le  notizie 
bibliografiche  gentilmente  fornitemi. 


352  MISCELLANEA 


Soggiornò  per  lungo  tempo  in  Ironia  presso  il  cardinale  Ales- 
sandro Farnese  ed  ivi  morì ,  nella  tarda  età  di  novantanni,  nel 
1586.  Pubblicò  vari  poemi  latini  fra  i  quali  è  da  ricordare  la 
Colombiade  (1).  Questo  poema,  sebbene  molto  lodato  da  Giusto 
Lipsio,  da  Paolo  Manuzio  e  da  Basilio  Zanchi  e  benché  scritto 
con  eleganza,  tuttavia  «  appena  per  ciò  che  all'invenzione  appar- 
tiene può  dirsi  poema  epico,  poiché  altro  non  é  che  un  racconto 
che  il  Colombo  medesimo  fa  de'  suoi  viaggi  »  (2). 

11  Gambara  godette  la  stima  di  Lilio  Gregorio  Giraldi  (3),  di 
M.  Antonio  Flaminio  (4)  e  di  altri  letterati  coevi.  Fra  gli  am- 
miratori del  dotto  umanista  bresciano  va  compreso  Filippo  Pa- 
ruta,  che  a  lui  dedicò  l'elegia  seguente  (5): 

I^aurentio  Gambarae 


Semper  ego  humidula  tantum  piscator  in  alga? 

Natus  et  in  siculis  vivere  littoribus? 
Et  tremula  in  ponto  canna  vel  retibus  escam 

Quaerere  vel  nassas  texere  viminibus? 
Ah  etiam  pelagi  media  lascivus  in  unda 

Ardere  et  madidus  semper  in  igne  mori  ? 
Tuque  mihi  ardenti  solum  nova  et  ultima  cura, 

Arbitra  et  (6)  ingenti,  candida  Nympha  (7),  mei? 


(1)  Il  titolo  preciso  del  poema  è  questo  :  De  navigatione  Christophori 
Columbi.  Di  esso  sì  fecero  in  Roma  tre  edizioni  (1581,  1583,  1585).  Nella 
Biblioteca  Queriniana  di  Brescia  si  conserva  l'edizione  del  1583    in  4. 

(a)  TiRABOSGHi,  Storia  della  letter.  ital.,  tomo  7.,  parte  4.,  p,  1398. 

(3)  Papadopoli,  op.  cit. 

(4)  A.  M.  QuERiNi,  Specimen  variae  literaturae  quae  in  urbe  Brixia 
ecc.  nizzardi,  1739,  p.  268-77.  Altri  fuggevoli  cenni  sul  Gambara  leg- 
gonsi  nella  Libreria  Bresciana  di  L.  Cozzando,  p.  161  e  segg. 

(5)  Dal  ms.  2  Qq.  C.  21  della  Biblioteca  Comunale  di  Palermo.  In- 
torno a  questo  ms.  ed  a  Filippo  Paruta  si  può  consultare  quanto  è  stato 
da  me  pubblicato  in  questo  Archivio,  XXVI,  506-554  ;  XXXI,  113-169. 

(6)  Nei  ms.  invece  di  arbitra  et  si  legge  arbitrer  che  non  dà  senso. 

(7)  A  proposito  di  questo  falso  nome  ricordiamo  che  altrove  dice  il 
Paruta  stesso  :  «  Lauria  Nympha  mea  est,  sub  Nymphae  nomine  dieta  ». 
Sotto  il  nome  di  Ninfa  si  nascond*»  perciò  una  Laura.  Allude   forse  il 


MISCELLANEA  353 


Quin  potius  tacitum  currit  ium  Luna  per  orbem 

Et  Phoebi  radiis  aemula  luce  micat , 
Perque  salum  placidi  posuerunt  praelia  venti, 

Solaque  felici  murmurat  unda  sono, 
Audax  veliferae  impono  cita  lintea  cymbae, 

Et  fugìo  infamem  per  mare  Trinacriam  ! 
Forsan  mutatis  mutabit  (1)  sors  bona  terris 

Saevitiam,  aerumnis  iam  pia  facta  meis? 
Sic  est  et  praeceps  curram  placidumque  citatis 

Percutiam  remis,  si  cadet  aura,  fretum  : 
Ire,  manus  quocumque  ferent,  quocumque  secundum 

Flamen  aget,  capiti  stant  nova  fata  meo. 
Quid  moror?  o  littus  patrium,  o  mi  cognita  arena, 

Et  mea  cura  olim  candida  Nympha,  vale  : 
Nil  mihi  vobiscum  ;  ignotos  modo  visere  portus 

Et  iuvat  externis  vivere  in  aequoribus. 
Laetus  io  tetigi  vada  salsa  et  laetus  in  altum 

Tendo  ;  sint  coeptis  omnia  laeta  meis  : 
Nec  coeptis  tantum,  sed  laeti  vota  precesque 

Dii  nunquam  celeri  dent  per  inane  Noto. 
Quis  scit  an  in  magnum  Tiberini  fluminis  alveum 

Tusca  peregrinam  deferet  unda  ratem? 
Et  volitans  oculisque  legens  sacra  arva  nemusque, 

Delicias  quondam,  Martia  Roma,  tuas, 
Sistar  ubi  flava  (2),  pontem  indignatus  (3)  eundo, 

Hadriani  (4)  molem  percutit  amnis  aqua? 
O  si  optata  mihi  dabitur  me  tangere  saxa 

Tam  male  dilecti  sanguine  tincta  Remi , 
Non  ego  Tarpeias  poscam,  Gapitolia,  turres 

Non  ego  Romana  parta  trophaea  manu. 


poeta  a  Laura  Serra,  nobile  e  bellissima  donna,  la  cui  morte  egli  com- 
pianse in  versi  italiani  e  latini  ?  Cfr.  Arch.  Stor.  Sic,  XXVI,  514. 

(1)  E  uno  de'  soliti  giochetti  di  parole  così  cari  ai  poeti  latini  e 
volgari  di  quel  tempo.  Più  innanzi  notiamo  lumina  luminibus ,  dulcis 
dulcia. 

(2)  Cfr.  HoR.  I,  2,  V.  13,  8,  v.  8,  {ftavum  Tiberini). 

(3)  Cfr.  Vbrg.  Aen.  Vili,  727:....  pontem  indignatus  Araxes. 

(4)  La  voce  Hadriani,  per  sinizèsi,  va  considerata  come  un  trisillabo. 


354  MISOELLANEÀ 


Non  magnas,  opera  alla,  minas  aequataque  coelo  (1) 

Aspiciam  Pariis  moenia  marmoribus , 
At  Vaticano  (2)  surgunt  quae  tempia  Tonanti 

Rite  prius,  surgunt  quae  sacra  terapia  Deo  ; 
Unum  te  subito  propius  ;  tua,  Gambara,  tantum 

Immotis  cernam  lumina  luminibus  : 
Et  pendebo,  nova  captus  dulcedine,  ab  ore 

Cantantis  Leucen  (3)  vel  pia  facta  virùm  (4)  ; 
Threicio  undosum  Thybrim  dum  Carmine  mulces, 

Dum  cantu  tremulam  sistere  cogis  aquam. 
Atque  udum  ad  numeros  Nymphae  caput  extoUentes 

Per  littus  vati  laurea  serta  legunt; 
Laurea  serta  legunt,  quibus  olim  Musa  canentis 

Arma  virumque  dedit  tempora  Virgilii. 
Sole  sed  occiduo,  noctem  ducentia,  curru 

Cura  primum  gelido  sidera  fulva  ruenl, 
His  ego  pulsatamque  chelim  (5)  cantataque  parvam 

Portabo  manibus  scripta  canora  domum  : 
Et  cura  exempta  fames  (6)  fuerit,  cura  lumine  somnos 

Duxerimus,  segnem  liquerimusque  thorum  ; 
Luce  recens  orta  repetes  felicia  Thybris 

Arva  iterum  et  dulcis  dulcia  fila  lyrae  ; 
Meque  trahes  comitem,  fortunatusque  laborem 

Qui  spernam  cuncto  tempore,  si  quis  erit. 
Olim  forte  dies  veniet,  cura  lucidus  aegre 

Eripies  menti  nubila  fusca  meae  ; 
Atque  ego  adhuc  tenui  condam,  te  cuncta  docente, 


(1)  Cfr.  LucR.  I,  V.  80:...,  nos  exaequat  Victoria  coelo. 

(2)  In  questo  verso  l'i  della  voce  Vaticano  è  lunga  come  in  Giovenale 
VI,  344  e  in  Marziale  I,  18  ;  X,  45.  È  breve  in  Orazio  I,  20,  7. 

(3)  Si  allude  al  poema  Expositi  nel  quale  il  Gambara  paria  di  Leuce 
e  Dafnide,  esposti  nell'isola  di  Lesbo.  Questo  poema  ebbe  due  edizioni  : 
la  1.  a  Napoli  nel  1574,  la  2.  a  Roma  nel  1581. 

(4)  Sembra  che  il  Paruta  voglia  qui  accennare  ad  altri  poemi  del 
Gambara,  e  forse  in  modo  speciale  alla  Colombiade. 

(5)  Nota  chelim  invece  di  chelyn,  forma  graficamente  corretta. 

(6)  Vbrg.  Aen.  1,  216, 


MISCELLANEA  355 


Te  monstrante  viam  (1),  carmina  prima  sono  ; 
Quae  prius  ad  cyliiaram  male  grato  pollice  iactam 

In  sylvis  tantum  cognitus  ore  canam; 
Donec  paulatim  surgens  nova  Musa  poetae 

Nomina  cantanti  mi  dabit  atque  decus  ; 
Inde  caput  viridi  velabit  laeta  corona, 

Ut  semper  de  me  fama  loquatur  anus. 
0  iam  sicaniique  sinus  portusque  recedunt  (2)  ; 

Heu  portus  patriae  (3)  :  sed  patriam  fugimus  (4)- 
Attamen  ut  rupis  media  non  mobilis  unda 

Quae  volitans  fuerat,  parva  carina  manet  ; 
Ah  quis  nunc  retinet  cursum  ?  quae  causa  morandi  ? 

Ecquid  me  prohibet  carpere  posse  fugam  ? 
Fallor?  an  incipiunt  (5)  in  me  ruere  omnia  primum, 

Quae  discessuro  laeta  fuere  mihi? 
En  tacitae  siluere  aurae,  stetit  aequor  et  omne 

Numen  propositum  nunc  remoratur  iter  ; 
Nec  solum  remoratur  iter,  sed  vela  ratemque 

Invitam  ad  siculos  in  freta  nota  trahit. 
Me  miserum  (6),  extremo  tendens  in  littore  palmas  (7), 

Causa  mei  reditus,  me  mea  Nympha  vocat. 
Aspicio  noscoque  simul  gemitusque  manusque 

Dum  clamat,  flavas  dilaniata  comas  (8)  : 
Aura,  meum,  mihi  redde  meum,  redde,  aura,  Parutam; 

Vos  mihi  iam  profugum  reddite,  Nerei'des. 
Reddite  vel  nostras  illi  portate  querelas  : 

Cordis  duritiem  frangere  verba  solent. 
Heu  heu  non  aliter  quam  Sol  declivus  Olympo 

Sol  tenebris  oculos  cinxit  et  illa  meos. 
En  quid  agam  in  bibulo  deiectus  litore?  solus 


(1)  Vero.  Aen.  I,  382. 

(2)  Vero.  Aen.  Ili,  72  {terraeque  urbesque  recedunt). 

(3)  Vero.  Aen.  Ili,  10, 

(4)  Vero.  Bucol.  ecl.  1.,  4. 

(5)  Ov.  2V.  I,  2,  107. 

(6)  Ov.  Tr.  1,  2,  19. 

(7)  dupUces  tendens  ad  sidera  palmas  (Vbrg.  Aen.,  I,  93). 

(8)  Cfr.  l'espressione  laniata  capillos  in  Ov.  Her.  Epist.    XII ,    157, 


3S6  MISCELLANEA 


Conquerar,  hei,  longani  nioestus  amai'itiem  (1)  ! 
Gonquerar  atque  mihi  impienti  maria  alta  querelis 

Uret  perpetuus  tristia  corda  dolor. 
Sed  si  iterum  dominae  addictum  me  vivere  cogit 

Imperiosus  Amor,  si  dare  colla  iugo  ; 
Saltem,  quod  superest,  misero  solamen  amanti 

Da  tu  carminibus,  Gambara  docte,  tuis  ; 
Oppressique  malis  nimiiim  miserere  parumper, 

Nam  solari  inopes  est  opus  egregium. 


Giuseppe  Abbadbssa 


«^s*- 


(1)  Atnaritieni  è  voce  usata  da  Catullo,  68,  18, 


LA  SATIRA  POLITICA  IN  SICILIA  NEL  700 

(Continuazione) 

Una  canzona  anonima  fa  ironiche  riflessioni  sulle  aperture , 
sottoposte  a  tassa  (1);  un'altra,  assai  arguta  e  molto  equivoca,  si 
abbandona  a  sfoghi  che  sanno  di  osceno  (2)  ;  un'altra  canzona, 
pure  anonima,  è  una  vibrata  apostrofe  a  Palermo,  che  gli  ac- 
centi amari  del  poeta,  rimpiangente  il  passato,  sono  il  popolare 
lamento  che  la  città  sia  ridotta  una  ladronaia  (3).  Di  un  certo 
Giovanni  Greco  un'ottava  satirica  ms.,  pure  in  forma  di  apostrofe, 
riflette  le  tristi  condizioni  di  Palermo,  caduta  in  balia  di  ladri, 
che  fanno  sperpero  del  pubblico  danaro  : 

Dimmi  Palermu  o  quanta  si  sumeri 
Ti  fai  Burlari  di  quattru  latruni 
Si  sta  picata  (4)  un'  poi  tu  spiccicari 

Sti  latri  sinni  fannu  li  vuccuni, 

A  custu  di  li  nostri  cavaleri 

lu  dinaru  è  comu  bodda  di  sapuni 

cui  li  manigia  sinni  fa  Trinceri 

lu  Re  metti  gabelli  a  tia  patruni  (5). 

Un'altra  poesia  ha  dell'osceno  : 

Lu  Pirt darreri  ni  voli  murari 

Cu  li  soi  nasi,  Sindacu  e  Preturi 

E  all'autra  vita  ci  lu  fa  pagari 

Stu  lumi,  chi  n'ha  datu  lu  signuri  (6). 

Il  Pitrè  da  un  ms.  del  sec.  XVIII  cavò  una  lunga  satira , 
nata  pura  nel  1770  per  la  gabella  introdottasi,  della  quale  serie 
l'ultima  strofa  è  la  solita  apostrofe  a  Palermo  (7). 


(1)  Cfr.  Biblioteca  del  Di  Marzo,  voi.  cit.,  p.  252-53. 

(2)  Cfr.  PiTRÈ,  Miscellanea  cit.,  p.  253. 

(3)  Cfr.  Diari  cit.,  voi.  cit.,  p.  254. 

(4)  Cerotto,  impiastro. 

(5)  Cfr.  Ms.  2  Qq  B  41  (Comun.  palermit.),  p.  157 

(6)  Cfr.  Ms.  cit.,  p.  cit. 

(7)  11  titolo  delle  strofe   è  :    Selvetta   di   ottave   siciliane ,   profane , 
Arch.  Stw.  Sic.  N.  S.  Anno  XXXV.  24 


358  MISOBLLANEA 


•  « 


Salvatore  di  Franciscì,  fratello  di  Giuseppe,  razionale  del  Se- 
nato, avendo  falsificate  polizze  alla  «  tavola  »  con  furto  di  circa 
onze  duecento,  venne  arrestato  e  indi,  nel  Dicembre  1771  ,  con- 
dannato a  dieci  anni  di  carcere  in  un  regio  castello  del  regno  e 
al  ristoro  del  banco.  La  causa  fu  fatta  dinanzi  ai  giudici  preto- 
riani (1).  E  per  questo  processo  corsero  alcune  canzoni,  che  fla- 
gellano a  sangue  il  ladrocinio  di  quel  pubblico  officiale  ;  una 
strofa  è  così  concepita  : 

£  la  tinagghia  chi  sorti  di  tacci 
Ha  scippatu  (2),  D.  turi  maniata 


d'amore ,  sdegno ,  lontananza ,  spartema  ed  alcun'  altre  ridicole ,  per 
passar  l'ozio.  Cfr.  Pitrè,  Studi  di  poesia  pop.,  p.  219. 

(1)  Cfr.  Diari  del  Villabianca  ,  pubblicati  nella  Biblioteca  del  Di 
Marzo,  voi.  XIV  della  1.  serie,  p.  327. 

(2)  scippari  deriva  da  ceppo  ,  e  vale  :  strappare  con  forza.  Dante 
usò  scipare  per  lacerare,  perchè  la  lacerazione  è  l'effetto  di  uno  strappo 
violento  :  così  Inferno,  e.  VII,  21  : 

Ahi  giustizia  di  Dio,  tante  chi  stipa 
Nuove  travaglie  e  pene  quante  io  viddi  ? 
E  perchè  nostra  colpa  sì  ne  scipa?, 

dove  il  verbo  scipa  indica  :  strazia,  lacera,  malmena,  alludendosi  alle 
pene  terribili  cui  son  condannati  i  prodighi  e  gli  avari.  Il  Traina 
(  Vocabolarietto  delle  voci  siciliane  dissimili  dalle  italiane ,  Palermo, 
Reber ,  p.  389)  ha  scippari,  sradicare,  strappare ,  e  trae  1'  origine  da 
scerpare,  svellere,  e  registra  pure  l'aggettivo  scippanti  riferito  a  zolfo 
o  ad  altro  facile  ad  estirparsi  (Vedi  Appendice  in  Vocabolarietto  cit.,  p. 
26).  Scerpare,  nel  senso  di  rompere,  schiantare,  fu  usato  anche  da  Dante, 
Inferno,  e.  XIII,  35  :  «  Ricominciò  a  gridar  :  Perchè  mi  scerpi  ?»  —  Nel 
dialetto  di  Campobasso  sì  ha  sctppe  =:  strappo  (Cfr.  D'Ovidio,  Fonetico 
del  dial.  di  Campobasso  in  Arch.  Glott.  Ital.  voi.  IV,  1878,  p.  151).  L'A- 

scoli  osserva  che  il  Flechia  riferisce  lo  sippà  dei  meridionali  assieme 
al  tose,  scipare  «■  al  poco  usato  lat.  sipare,  riconnettendo  sciupare  alla 
pur  latina  forma  supare».  L'Ascoli  si  permetterebbe  qualche  dubbio 
circa  la  opportunità  della  modificazione  che  si  apporterebbe  così  alla 


MISCELLANEA  359 


Da  tri  pirit..  chi  nun  vonnu  'mpacci 
Pri  pilu,  pri  superbia,  pri  sucata 
E  pri  'mucchiari  tanti  e  tanti  facci 
Scattiassi  lu  e...  a  la  balata  (1). 


» 


Crescendo  l'S  maggio  1773  il  rincaro  e  la  scarsezza  dei  fru- 
menti nei  granai  senatoriali,  il  9  il  popolo  di  Palermo  cominciò 
a  caricar  d'insulti  il  Pretore  Cannizzaro  e  lo  voleva  condannato, 
perchè  erasi  sparsa  la  voce  che  egli  si  fosse  fabbricata  la  casa 
a  spese  del  popolo  ;  sicché  per  la  bocca  di  quattro  ragazzotti  uscì 
una  canzone,  della  quale  i  due  ultimi  versi  suonavano  così  : 

Preturi  Cannizzaru 
Ha  misu  Palermu  con  una  canna  a  li  manu  (2). 

Per  tal  canzone,  i  quattro  ragazzotti  furono  catturati  nella 
Carbonera  della  Corte  Senatoria  ,  ricevendo  dal  boia  non  poche 
sferzate. 

« 
•  « 

Fra  i  tumulti  che  si  registrano  nella  storia  di  Palermo,  cele- 
bre fu  quello  del  settembre  1773,  il  quale  diede  luogo  a  molti 
sfoghi  satirici.  Quella  popolare  rivolta  traeva  la  sua  origine  dal- 


etimol.  dieziana  da  dissipare ,  dissupare   (less.    s.   sciparé).   All'Ascoli 
parrebbe  meglio  attenersi  all'etimo  dieziano  ;  o  cambiarlo,  se  mai,  con 

V 

un  exipare,  il  quale  converrebbe  ideologicamente  assai  bene  allo  seppà, 
ch'è  evellere  (Cfr.  Arch.  cit.  nota  3,  p.  cit.). 

(1)  Cfr,  Diari  cit,,  p,  cit.  La  frase  :  dari  lu  e.  a  la  balata  significa: 
fallire,  ridursi  sul  lastrico,  e  ricorda  l'indegna  usanza  della  pena  dei 
vitupero  inflitta  ai  falliti,  consistente  nel  sedere  in  mezzo  a  pubblico 
tutt'altro  che  afflitto  sulla  pietra  della  vergogna  (Cfr.  Pitrè  ,  La  vita 
in  Palermo  etc.  op.  cit.,  Voi.  I,  p.  209,  nota  (1). 

(2)  Cfr.  PiTRÉ,  Pasquinate,  Motti  e  Canzoni  cit,  p,  15,  e  Miscellanea 
cit.,  p,  254.  La  frase  Mettiri  cu  'na  canna  a  li  manu  vuol  dire:  ridurre 
alla  miseria,  come  chi  va  mendicando  appoggiandosi  a  una  canna.  I  To- 
scani hanno  :  pare  un  Cristo  in  canna  ! 


360  MISCELLANEA 


la  carestia,  della  quale  la  feccia  della  plebe  (1) ,  mal  soffrendo 
la  presenza  del  Viceré  Marchese  Fogliani,  attribuì  la  causa  a  lui. 
Il  Villabianca  (2),  secondo  il  solito,  fine  osservatore,  nel  dipin- 
gere a  foschi  colori  la  condotta  del  Viceré,  ci  spiega  la  ragione 
dell'astio  popolare  contro  il  Fogliani  :  si  ammisero  persone  furbe 
e  malvage  nella  corte  vicereale ,  se  ne  allontanarono  i  buoni , 
come  accadde  al  ministro  Targiani  (3).  La  corte,  quindi,  divenne 
cattiva ,  e  il  carattere  infame  di  essa  fu  descritto  da  un  inge- 
gnoso epigramma  latino  (4).  Prima  di  parlare  del  tumulto,  ricor- 
do che  il  5  luglio  dello  stesso  anno  fu  eletto  Pretore  di  Palermo 
D.  Cesare  Gaetani,  principe  del  Cassero.  Messosi  a  togliere  gli 
abusi  e  a  sostenere  gl'interessi  dei  suoi  amministrati  e  special- 
mente del  popolo,  divenne  presto  il  personaggio  più  caro  di  esso. 
Però ,  essendo  travagliato  da  calcolo  vescicale  e  giunto  a  tale 
da  non  poterne  più  tollerare  le  sofferenze,  decise,  dopo  il  consi- 
glio dei  medici,  di  farsi  operare.  L'operò  il  giovine  chirurgo  pa- 
lermitano Stefano  di  Pasquale,  reduce  da  Parigi  e  raccomandato 
dal  Viceré;  e  vi  assistettero  altri  medici  e  chirurgi.  Il  calcolo  non 
potè  estrarsi  ;  ed  il  20  settembre  il  povero  Principe ,  dopo  due 
mesi  e  mezzo  di  pretura  {pirituratu) ,  se  ne  moriva.  È  curioso 
come,  poco  dopo  la  operazione,  maestranze,  confraternite  e  con- 
solati non  si  stancassero  punto,  durante  molti  giorni,  di  far  pub- 
bliche preghiere  e  spettacolose  penitenze,  tra  le  quali  le  disci- 
pline più  terribili. 

Per  una  specie  di  suggestione,  o  per  imitazione ,  quella  feb- 
bre religiosa  di  preghiere  si  propagò  a  quasi  tutte  le  congrega- 
zioni, gl'istituti  d'ogni  genere,  degenerando  in  una  vera  morbo- 


(1)  Non  devesi  dimenticare  che  durante  il  sec.  XVIII  passavano  come 
i  più  pericolosi  fra  la  plebe  di  Palermo  i  marinai  della  Kalsa  (Cfr.  La 
Lumia,  Stor.  Sic.  voi.  IV,  op.  cit.,  p.  376,  nota  (2). 

(2)  Cfr.  Diari  in  Bihliot.  stor.  e  letter.  del  Di  Marzo,  voi.  XV  della 
1.  serie,  p.  202,  anno  1773. 

(3)  «  Le  lemosine  somministrate  al  marchese  Fogliani  dalle  persone 
furbe,  che  con  lui  avevano  fiato,  introdottesi  nella  sua  corte  ,  furono 
chiamate,  dal  marchese  Tanucci,  primo  ministro  di  Stato,  nella  Corte 
di  Napoli,  le  pie  frodi  del  Marchese  Fogliani  »  (Cfr.  Villabianca,  op.  cit., 
pag.  203,  nota  (1)). 

(4)  Cfr.  Diari  cit.,  op.  cit. 


MISCELLÀNEA  361 


sita,  che  fini  con  una  rivolta;  laonde,  deplorandosi  la  minacciata 
fine  e  poi  la  morte  del  Pretore,  sì  volle  cacciato  via  il  Viceré  (1). 
Ed  ecco  come  avvenne  la  sollevazione  popolare  :  Il  19  settembre 
1773  il  Principe  di  Cutò  (Maresciallo  di  Campo)  fece  fermare  i 
cavalli,  e,  con  un  fazzoletto  bianco ,  si  avvicinò  verso  la  plebe 
tumultuante,  gridando  di  essere  inviato  da  S.  M.,  per  sapercelo 
che  volevasi.  Subito  uno  dei  rivoltosi,  posto  a  cavallo  del  can- 
none, con  il  ritratto  di  S.  M.,  gridò  :  •«  Viva  lu  Re ,  e  fora  lu 
malu  cuvernu  e  lu  Vicerrè  »,  e  con  l' istessa  formola  replicò  il 
Principe  :  «  Viva  il  Re,  fuori  il  mal  governo  e  il  Viceré  ».  Dopo 
da  parte  della  plebe  si  venne  a  queste  proposte  ;  1,  Non  volere 
in  tutti  i  modi  il  Viceré  Fogliani  e  il  Sindaco  Barone  Lanza  ; 
2.  volere  un  indulto  generale  ;  3.  volere  un  ottimo  governo  ;  4, 
volere  l'espulsione  dal  Regno  del  Mercadante  Gazzini  e  del  Mastro 
Notaro  della  G.  C.  Salesio  di  Giorgio,  supposti  il  primo  respon- 
sabile della  carestia  avvenuta  in  Palermo  negli  anni  scorsi,  e  il 
secondo  responsabile  di  monopoli  e  angherie  «  per  tutte  le  ga- 
belle civili  che  teneva  in  affìtto».  Monsignor  Arcivescovo,  per 
far  sedare  le  cose,  con  il  duca  di  Misilmeri  e  il  Principe  di  Pie- 
traperzia  salì  dal  Viceré,  a  cui  tutti  dissero  che  pensasse  a  par- 
tire; altrimenti  non  v'era  mezzo  che  si  potesse  quietare  il  popolo, 
perchè  lo  voleva  in  ogni  costo  fuori  del  Regno  ;  e  il  Viceré , 
caduto  in  disgrazia,  fu  costretto  dalla  Corte  di  Napoli  a  lasciare 
il  governo  nelle  mani  dell'Arcivescovo,  suo  successore,  che  ebbe 
il  titolo  di  Presidente  del  Regno  (S2). 

In  seguito  a  questi  avvenimenti  le  pasquinate  e  le  satire  fioc- 
carono. Nel  cit.  ms.  Qq  F  231  si  legge  una  Nota  delle  Principali 
Persone  che  intervennero  nell'accaduta  Sollevazione    di   19  e  20 


(1)  Cfr.  PiTRÈ,  Pasquinate,  eie.  op.  cit.,  pag.  17-18.  Vedi  pure:  Vil- 
LABIANCA,  Opnscoli  palermitani,  voi.  VII,  opusc.  IV,  parte  %  pag.  84  in 
Ms.  Qq  283  (Comun.  palermit.). 

(2)  Cfr.  Distinta  e  breve  reiasione  di  tutto  V  occorso  nella  Città  di 
Palermo  nei  giorni  19,  20  e  21  sett.  1773,  in  Ms.  Qq  F  231,  N.  43  (Co- 
mun. palermit.),  pubblicata  in  Biblioteca  del  Di  Msu*zo,  voi.  XVI  della 
1.  serie,  p.  107  e  segg.  La  relazione  porta  la  data  di  Portici  30  sett. 
1773  ed  è  firmata  da  Bernardo  Tanucci.  Cfr.  pure  Pitrè,  Relazione  dei 
tumulti  della  plebe  di  Palermo  nel  sett.  1773  in  Nuove  Effemeridi  Sic.. 
serie  III,  voi.  1.,  pag.  171-192. 


36^  MISCELLANEA 


settembre,  in  Palermo  le  loro  positure,  e  motti  cavati  tutti  dai 
Salmi  e  dalla  Scrittura.  JjE  Nota  fu  pubblicata  dal  Di  Marzo  (1)  ; 
laonde,  rimandando  il  lettore  a  quelle  pagine ,  ne  cito  qualche 
esempio:  N.  1.  «Il  Sig.  Principe  del  Cassero  già  Defonto  posto 
in  una  Bara  col  motto  scritto  in  una  gran  carta  : 

Sii  nomen  eius  Benedictum  in  Saecula  :  ante 
Solem  permanet  nomen  eius  ». 

Il  sac.  Pietro  Scarpuzza ,  marsalese ,  compose  un  leggiadro 
poema  siciliano  per  i  fatti  del  1773  (2).  A  proposito  del  Principe 
del  Cassaro  dice  : 

Lassau  d'ognunu  lu  cori  attìrrutu 
E  chinu  di  tristizza  a  signu  tali, 
Chi  pari  rinnuvarsi  ogni  momentu 
Lu  cannuni,  lu  focu,  lu  spaventu  (3). 

11  Villabianca,  con  il  suo  fine  punzecchiare,  dice  in  una  can- 
zona che  la  rivolta  dei  popolani  fu  provocata  dai  balzelli  del 
Fogliani,  come  appare  dagli  ultimi  due  versi  : 

Di  li  pirtusa  l'imposizioni 
Cascaru  tutti  supfa  di  Fugliani  (4). 

Un  curioso  epitaffio  latino  fu  composto  quando  il  Viceré  Fo- 
gliani, cacciato  da  Palermo,  riparò  a  Messina  : 

Tumultuaria  Populi  sedetione  Panormi  ex  inopinato  erumpente 
expulso  Prorege  et  Messanam  refugiente,  illorum  animos  nequi- 
cquam  exultantes,  et  Principis  urbis  iura,  atque  imperium  sibi- 


(1)  Cfr.  Biblioteca  Star,  ecc.,  voi.  XVI  della  1.  serie. 
(2;  Cfr.  Di  Marzo,  Diari  cit.  del  Villabianca  in  op.  cit.  ,  voi.    XVI 
della  1.  serie,  p.  106. 

(3)  Cfr.  Diari  cit.,  p.  107. 

(4)  Cfr.  op.  cit.,  p.  cit.  Anche  a  Napoli ,  per  causa  della  terribile 
carestia  del  1763  e  64,  i  focosi  ingegni  diedero  fuori  pungenti  poesie 
(le  più  frizzanti  in  vernacolo)  contro  gli  amministratori ,  responsabili 
di  tal  penuria  (Cfr.  Martorana,  op.  cit.  p.  XVII-VIII). 


MISCELLANEA  3é3 


met  promittentes  sic   sepulcrali  Epithafio  Panormitanus  retun- 
dit   (1). 

E  continuandosi  ancora  nel  municipale  lepore  : 

D.  0.  M. 

Singularis  Messanensium   pietas 

Venerandis  Gineribus  Joannis 

Marchionis  Fogliarli 

Olim  Siciliae  Proregis  Pontem  hunc 

In  tumulum  erexit 

Sedentibus  N.  N,  Senatoribus 

Anno  ab  Austriaca  Rebellione  centesimo  (2). 

Un  sonetto  caudato   mette    in    ridicolo   l' accoglienza   che  il 
Principe  di  Villafranca  fece  al  Fogliani.  Porta  il  titolo  : 

Per  il  ricevimento 

fatto  a  S.  E. 

Il  Signor  Viceré  Marchese 

D.  Giovanni  Sforza 

Fogliani 

Dall'  Generosissimo    Sigr.  Principe  di 

Villafranca 

Tenente  Generale  ,  e  Governadore  della  real 

Piaza  di  Messina. 

Il  sonetto  comincia  ironicamente  : 

Uguale  Eroe  fra  prischi  Eroe  lucente 
Nell'Epoche  passate  unqua  s'udì 
Non  si  legge  Guerrier  almen  sin  qui 
Contro  Eolo,  e  Nettuno  intraprendente. 

Eppur  vidde  Messina  immantinente 
Che  contro  gli  Elementi  si  spedì 
Destrier,  Sedie,  Carrozze,  in  porto  il  dì 
Alle  Mortelle  a  Tor  di  Faro  intente. 


La  3'.  strofa  : 


(1)  Cfr.  Ms.  4  Qq  B  1,  e.  175  (comun.  palermit.). 

(2)  Cfr.  Ms.  cit.  e.  199. 


364  MISOBLLANKA 


Martigero  pensar  che  non  si  stanca 
Di  Fogliani  il  Bastimento  s'imbracò 
E  lo  condusser  salvo  a  Villa  franca 
Marzial  mano,  e  bianca  (1). 

Curiose,  poi,  sono  alcune  canzoni  che  stranamente  accennano 
alle  vicende  di  quei  tumulti.  La  prima  comincia  : 

Preturi,  malatia,  esposizioni, 
Medicu,  tagghiu,  petra,  midicini, 
Mastranzi,  granni,  nichi  (t2),  afflizioni, 
Vari  (3),  libàni  (4),  curuni  di  spini  (5). 

L'ira  di  un  palermitano  scattò  in  questi  versi  : 

E  ver  :  scoppiò  l'inavveduta  e  fella 
Discordia  inferocita,  argin  rompendo  ; 
Ed  il  rabbioso  dente 
Attoscò  la  vii  gente  (6). 

Finalmente,  dopo  i  moti  palermitani  del  1773  ,  per  la  città 
corse  a  voce  ed  in  iscritto  questo  epigramma  o  pasquinata,  come 
il  Villabianca  la  chiama: 

Ti  ribillasti. 
Tu  ti  tradisti  ; 
Tu  ti  attaccasti. 
Ti  cunnannasti. 

Questi  versi  sono  diretti  alle  maestranze ,  le  quali  sarebbero 
state  magna  pars  di  quei  tumulti,  e  sobillatori  audaci  della  plebe. 


(1)  Gfr.  Ms.  cit.,  Qq  H  158,  N.  LXIV.  —  Il  sonetto  porta  la  firma  S. 
C.  dal  M.  e  l'indicazione  bibliografica:  In  Messina.  Nella  Regia  Stam- 
peria della  Ved.  del  quondam  Francesco  Gaspà  1773  con  Licenza  dei 
superiori. 

(2)  Piccoli,  piccini,  pare  che  derivi  dall'arabo ,  secondo  una  lettera 
di  Michele  Amari  al  dialettologo  Corrado  Avolio ,  29  marzo  1885 ,  nel 
senso  di  cosa  piccola  e  graziosa.  Corrisponderebbe  al  greco  M  i  k  r  o  s  . 

(3)  Barelle. 

(4)  Cappi. 

(5)  Gfr.  Diari  cit.,  p.  108. 

(6)  Cfr.  Diari  cit.,  del  Villabianca,  voi.  XV  della  1.  serie,  p.  220. 


MISOELLANEA  366 


mentre  esse  vollero  comparire   innocenti ,    facendo   ricadere   su 
alcuni  disgraziati  ogni  colpa  (1). 


I  cartelli  continuarono  come  censori  di  pubbliche  magagne  : 
uno  fu  affisso  il  15  ottobre  1773  contro  i  nobili ,  ritenuti  tradi- 
tori della  patria,  e  contro  il  ribelle  Barone  Artale  (2)  ;  il  che 
prova  come  lo  spirito  satirico  si  alimentasse  nelle  fila  demo- 
cratiche. 

II  5  luglio  1774  dalla  ronda  della  maestranza  dei  mercieri  e 
mercadanti  chiamata  dal  Governo  al  mantenimento  dell'  ordine 
e  della  polizia  urbana,  a  proposito  di  un  conflitto  di  attribuzio- 
ni improvvisamente  sorto  tra  il  capitan  giustiziere  e  il  rappresen- 
tante del  Governo  medesimo,  furono  presi  quali  rei  di  furto  nel 
quartiere  della  Conzaria,  tre  commissari  degli  otto  ordinari  della 
«  corte  capitaniale  »  e  indi  frustati  pubblicamente.  Il  fatto  diede 
luogo  allo  sfogo  satirico,  specialmente  se  si  consideri  che  la  giu- 
stizia veniva  offesa  da  coloro  che  avevano  il  dovere  di  tutelarla. 
Popolare  divenne  una  lunga  canzone ,  nella  quale  si  narra  la 
storia  del  furto  e  si  mostra  la  soddisfazione  di  tutti,  per  essersi 
la  città  liberata  dai  ladri  : 


Evviva  la  mastranza 

E  cui  la  flci,  e  fu 

Chi  la  cita  è  cueta 

E  latri  'un  cci  nn'  è  cchiù. 


E  tutta  sta  sbirragghia, 
Chi  java  caminannu, 
E  javanu  arrubbannu, 
E  spiavanu  cu'  fu  (3). 


(1)  Gfr.  PiTRÈ,  Pasquinate,  Motti  etc,  op.  cit.  p,  16,  I»  Ed.  e  Miscella- 
nea, 2.  Ediz.  p.  254.  Il  Villabianca  informa  che  gli  autori  dei  cartelli  e 
altri  scritti  del  1773  venivano  catturati.  (Cfr.  Diari  clt.  voi.  XXI,  p.  70). 

(2)  Gfr.  PiTRÈ,  Miscellanea  cit.,  p.  256. 

(3)  Gfr.  Villabianca,  Diari  cit.  in  Biblioteca  del  Di  Marzo,  voi.  XVI 
della  1.  serie,  p.  214-215. 


366  Miscellanea 


Nel  1774  una  pasquinata  corse  contro  Ercole  Brancìforte, 
Principe  di  Scordia ,  pretore ,  per  le  eccessive  spese  pubbliche 
che  fu  costretto  sostenere  il  Senato  (1).  E  un'  altra  canzone  pa- 
squinesca  dello  stesso  anno  colpiva  il  fasto  e  la  pompa  del  Vi- 
ceré, Marcantonio  Colonna,  Principe  di  Aliano  (2). 

« 
*  • 

Lusso  vide  dappertutto  e  grossi  debiti  il  Villabianca,  il  qua- 
le, a  proposito  del  nobile  Senato  di  Caltagirone,  esclamava: 

Ah  che  il  Senato  non  è  più  quel  di  pria  ! 
Schiavo  è  fatto  de'  scribi  e  de'  sensali  (3). 

L'epigramma,  che  Giovanni  Meli  rivolge  a  Palermo ,  è  cosi 
fiero  che  pare  proprio  dettato  dal  più  ardente  cittadino  paler- 
mitano, e  non  dal  Meli,  il  quale  sembra  il  più  pacifico  uomo 
dei  suoi  tempi. 

In  otto  versi  è  un  piccolo  trattato  di  storia  contemporanea  : 
storia  della  città  di  Palermo,  del  suo  re,  del  suo  governo  e  dei 
suoi  rappresentanti  (4).  Egli  finge  di  parlare  a  una  statua  che 
in  una  piazza  rappresentava  «  Palermo  »  e  lancia  i  suoi  fulmini 
contro  il  senato  e  il  Viceré  : 

Chi  fai  Palermu,  cu  stu  to'  viscanti  (b) 
Gantandu  allegra  un  paru  di  canzuni? 
E  chi  mi  cunti,  chi  soni,  chi  canti, 
Unn'è  la  cuntintizza?  A  sii  scarpuni. 
Megghiu  fora  pri  tia,  tra  peni  e  chianti, 
Sfasciariti  lu  pettu  ad  un  cantuni, 
Sulu  pinzannu  ch'ai  pri  davanti 
Latru  un  Senatu  e  un  Viceré  minchiuni  1  (6). 


(1)  Cfr.  PiTRÈ,  Pasquinate  eie.  op.  cit.  p.  18  e  Miscellanea  di.,  p,  256. 

(2)  Cfr.  Villabianca  in  Diari  cit.  voi.  XVI  della  1.  serie,  p.  269  Bi- 
blioteca del  Di  Marzo,  op.  cit. 

(3)  Cfr.  Ms.  Qq  E  94,  op.  n.  3,  pag.  103. 

(4)  Cfr.  G.  Navanteri,  Studio  critico  su  CHovanni  Meli,  Palermo,  Re- 
ber  1904.  p.  218. 

(5j  Vessicatorio. 

(6)  Cfr.  Alfano  Edoardo,  Giovanni  Meli,  Palermo,  1894.  S.  Giannone 
e  G.  Piazza  Editori,  epigramma  XXXII. 


tetSCELLAMEA  367 


Altrove  dal  Meli  furono  pennelleggiate  le  tristi  condizioni 
della  società  palermitana,  come  si  può  vedere  dall'invettiva  ch'egli 
pone  in  bocca  al  popolano  Sarudda  nel  brindisi  al  Genio  di 
Palermo  nella  Fiera  vecchia  e  ch'è  ormai  documento  storico  (1). 
Allude  a  una  «  serpe  »,  nella  quale  si  può  raffigurare  il  Viceré 
o  Ferdinando  IH  o  il  Senato.  Acre  contro  coloro  che  dilapida- 
vano il  pubblico  danaro,  e  più  acre  ancora  contro  la  città,  che 
rimane  sopita  nell'indifferenza  e  nell'ozio  dinanzi  a  tanto  sfacelo, 
Giovanni  Meli  si  rivela  il  più  schietto  pittore  dei  costumi  del 
tempo.  Ecco  il  brindisi  violento,  che  al  bel  passato  contrappone 
le  miserie  presenti  : 

Jeu  vivu  a  nnomu  tò,  vecchiu  Palermo, 
Pirchì  eri  a  tempu  la  vera  cuccagna  ; 
Ti  mantinivi  cu  tutta  la  magna, 
Cu  spaia  e  pala,  cu  curazza  ed  ermu. 

Ora  chi  si  cchiù  vicchiareddu  e  'nfermu. 
Si  pigghia  ognunu  la  scusa  pri  'ncagna  ;  (2) 
Lu  tò  scursuni  ti  spurpa  e  ti  sagna  ;  (3) 
Tu  sequiti  a  pisciari,  e  ti  stai  fermu. 

Tuttu  sì  chinu  di  'mbrogghi  e  raggiri  ; 
Lu  bonu  accucca,  lu  latru  ciurisci  ; 
Lu  poviru  a  la  furca  viju  jiri. 

Tu  sequiti  lu  tò  ;  stai  sodu,  e  pìsci. 
'Nsumma,  Palermu,  di'  :  Si  po'  sapirì 
Chista  tua  camurria  quannu  finisci?  (4) 


(1)  PiTRÈ,  La  vita  in  Palermo  etc,  op.  cìt.  voi.  I.  p.  261. 

(2)  Pigghiari  la  scusa  pri  ncagna  in  sic.  vale  :  avere  un  pretesto. 
(^)  Salassa,  cava  sangue,  dal  frane,  saigner  e  dallo  spagn.  sangrar. 

Gfr.  Ri  vina  in  vina  mi  vurria  signari  (Guastblla,  Canti  popolari  del 
Circondario  di  Modica,  op.  cit.,  p.  68);  Sagna  na  vina  ri  lu  piettu  min 
(Francesco  Magno,  Canti  popolari  sic.  Vittoria,  Velardi  e  figlio  Edit., 
1886,  p.  63) .  Enzo  re  disse  :  «  Che  è  ciò  che  non  si  muore  Poi  che  è 
sagnato  al  core?».  (D'Ancora  e  B acci.  Manuale  della  letter.  i/..  Voi.  1, 
Firenze,  Barbera,  1888,  p.  37  in  Dolori  amorosi).  11  sagnato  di  Enzo 
che  alcuni  registrano  segnato,  metaforicamente  significa  :  ferito.  In  una 
versione  rimata  dei  Sette  Savi  ,  il  Raina  cita  signare  salassare  (Cfr. 
Romania,  1878,  p.  51). 

(4)  Per  le  vive  allusioni  politiche  di  questo  brindisi,  1'  Autore  sop- 


368  MISOELLANEA 


Ora  fai  lu  galanti  e  pariginu  : 
Carrozzi,  abiti,  sfrazzi,  gali  e  lussu  ; 
Ma  'atra  la  fitinzia  dasti  lu  mussu, 
Ca  si*  fallutu  ahimè  I  senza  un  quattrinu. 

Oziu,  jocu  superbia  mmaliditta 
T'hannu  purtatu  a  tagghiu  di  lavanca  ; 
Tardu  ora  ti  nn'avvidi  e  batti  l'anca  ; 
Scutta  lu  dannu,  p ti  la  sditta  1 

• 
»  « 

Nel  1777  il  ministro  Tanucci,  poco  pieghevole  ai  voleri  della 
regina,  fu  rimosso  dal  Ministero  e  chiamato  in  sua  vece  l'am- 
miraglio inglese  Acton.  Non  mancarono  allora  i  versi  mordaci 
e  le  pasquinate,  e  fu  composta,  con  intenzione  satirica,  un'Elegia 
DelVAb....  Per  la  caduta  del  M.  T.  Primo  Ministro  di  Napoli  (1). 
L'autore,  di  cui  s'ignora  il  nome,  dà  libero  sfogo  alla  sua  bile, 
salutando  con  gioia  la  caduta  del  Ministro,  e  si  vale  di  allegorie 
e  immagini,  che  sanno  di  classico  (2).  Ecco  alcuni  versi  latini, 
che  alludono  anche  alla  Sicilia  e  lasciano  sospettare  che  l'ele- 
gia siasi  composta  da  un  siciliano  : 

Lustra  novem  gemuit  duro  sub  verbere  Syren  : 
Sebethus  lacrimis  turbidus  auxit  aquas. 

Auxit  aquas  lacrimis  aeque  turbatus  Anapus 
Sub  scutica  siculo  sorte  gemente  pari. 

Ingemuit  Tybris,  Tarpei  pene  Tonantis 
E  fundamentis  diruta  tempia  videns. 

La  traduzione  italiana  : 


presse  nella  stampa  la  seconda  quartina  e  le  due  terzine,  sostituendovi 
quelle  altre  due  quartine  che  cominciano  :  «  Ora  fai  lu  galanti  etc.  *  le 
quali.  Un  qui  si  sono  lette  in  quasi  tutte  le  edizioni  del  Sarudda  (Gfr. 
Avv.  G.  E.  Alfano,  op.  cit.  in  Opere  poetiche,  nota  p.  158). 

(1)  Gfr.  Ms.  Qq  H  158  (Bibl.  Comunale  palermit.  N.  LXXXIX). 

(2)  Ai  distici  latini,  poi,  corrispondono  le  strofe  italiane. 


MISCELLANEA  369 


Afflitta  fu  Partenope 
Per  nove  lustri,  e  intanto 
Coree  il  Sebeto  torbido, 
E  gonfio  al  mar  di  pianto. 

S'accrebber  per  le  lacrime 
D'Anapo  ancora  l'acque 
Mentre  alla  sferza  rigida 
Il  Sicilian  soggiacque. 

Pianse  fin'anco  il  Tevere 
Mirando  con  cordoglio. 
Quasi  ridotti  in  cenere 
Il  Tempio,  e  il  Campidoglio  (1). 

• 
»  * 

Nell'aprile  del  1778  il  popolo  di  Messina  tumultuò,  per  il  rin- 
caro del  grano,  contro  i  negligenti  senatori  Bernardo  Papardo  e 
Del  Pozzo,  principe  del  Parco,  Giuseppe  Denti ,  il  barone  Giu- 
seppe Cianciolo,  Giuseppe  Lazzari,  Pietro  Donato,  Francesco  Sa- 
lomone (2).  U  cartello  pasquinesco  del  giorno  25  contro  i  sei  la- 
truni  ha  un'aria  di  spavalda  soddisfazione,  come  dice  il  Pitrè , 
per  i  risultati  di  tanto  scempio,  prodotto  dal  fuoco  dato  dalla 
folla  alla  casa  dei  senatori  e  di  altre  ragguardevoli  persone  (3). 

* 
*  • 

Tra  gli  anni  1778  e  1779,  quando  era  Pretore  di  Palermo  il 
marchese  di  Regalmici  Antonino  La  Grua  Talamanca  e  Branci- 
forte,  furono  compiute  parecchie  opere  pubbliche  molto  utili  al 
decoro  della  città.  Se  non  che  le  grandi  opere  non  si  fanno  senza 
le  grandi  spese,  e  queste  impongono   sacrifici  dei   contribuenti. 


(i)  In  nota  al  cit.  ms.  si  legge  :  «  Si  allude  alle  vertenze  tra  la 
Corte  di  Roma,  e  quella  di  Napoli  trattate  da  questo  Ministero  con 
strapazzo  della  prima», 

(2)  Cfr.  ViLLABiANCA,  Diari  in  Biblioteca  del  Di  Marzo,  voi.  XVII 
della  1.  serie,  p.  178-79. 

(3)  Pitrè,  Miscellanea  cit.  in  Arch.  Stor.  Sic.  cit.,  p.  i244. 


370  MISCELLANEA 


Le  gravezze  imposte  ai  Palermitani  provocarono  motti  e  cartelli 
contro  r  autore  di  siffatte  novità  (1).  «  Il  che  ,  osserva  il  Villa- 
bianca,  prova  sempre  che  il  popolo  tien  poco  a  grado  i  benfatti 
e  le  opere  pubbliche,  ma  soltanto  abbondanza  del  comestibile  e 
spettacoli  testivi  :  Panem  et  circenses  »  (2). 

Una  pasquinata  latina,  in  tono  di  smacco,  dal  titolo  :  «  Per 
la  fabbrica  della  Villa  Giulia  (1778)  »  è  questa  : 

Ossibus  et  ustis  fecit  Florescere  villam 
Ossibus  et  ergo  cornua  terra  parit  (3). 

Questo  cartello,  pure  del  1778,  ha  carattere  personale  :  «  Per 
la  nobilitazione  della  Porta  di  città  fatta  dal  Marchese  di  Regal- 
mici  Ant.  la  Grua   Pretore». 

Qui  Patriam  decoras,  qui  Portas  undique  honoras 
Et  nescis  Portas  nobilitare  tuas  (4). 

* 

*  * 

Nel  1779  Onofrio  Jerico  in  sesta  rima  sic.  scrisse  una  leggia- 
dra composizione,  nella  quale,  dopo  i  molti  encomi  al  pretore 
marchese  di  Regalmici  e  ai  senatori  per  le  tante  opere  pubbliche 
allora  promosse,  curiosa  e  mordace  è  in  fine  la  chiusura  seguente: 

Dixi.  Però  'na  grazia  v'addumannu 
Gom'un  aju  carrozza  e  vaju  a  pedi, 
Vurria  li  strati  netti  tutta  l'annu 
0  fangu,  o  provulazzu,  chi  arriseri, 
Sfasci  li  scarpi,  allorda  li  quasetti 
E  in  procintu  di  càdiri  mi  metti  (5). 


(1)  Cfr.  PiTRÈ,  Pasquitiate  etc.  op.  cit.,  p.  19). 

(2)  Cfr.  Diari  in  Biblioteca  cit.  voi.  XXVI,  pp.  279  -  90. 

(3)  Cfr.  cit.  Ms.  Qq  E  118,  p.  13. 

(4)  Cfr.  Ms.  cit,,  p.  cit.  —Le  porte  sono  quella  di  Carini  e  quella  del 
suo  Palazzo. 

(5)  Cfr.  Di  Marzo,  Diari  cit.,  voi.  XVII,  p.  317.  Di  certo,  il  pretore 
Regalmici  si  rese  accetto  al  popolo  per  le  sue  opere  di  pubbl  Ica  utilità, 
e  nella  tornata  del  10  aprile  1779  gli  Accademici  del  Btwn  Gusto  fecero, 
nel  palazzo  del  principe  di  S.  Flavia,  un  trattenimento  poetico ,  tutto 
encomiastico  per  il  pretore  (Cfr.  Di  Marzo,  Diari  cit.,  p.  316), 


MI8CELLAN£A  371 


Lo  stesso  Pretore,  nel  medesimo  anno,  avendo  ricevuto  l'or- 
dine di  mandare  a  Napoli  farine ,  subito  spedì  mille  salme  di 
frumento ,  ma  a  Napoli  buona  parte  di  esso  arrivò  adulterata 
con  farine  di  loglio,  fave  e  altro.  1  sospetti  caddero  su  Cristofo- 
ro Di  Maggio,  ufiflciale  di  Patrimonio  e  proamministratore  delle 
bolle,  e  sul  figlio  Giuseppe ,  creduto  poi  il  vero  reo.  11  padre, 
protetto  dalla  Corte  e  creduto  innocente ,  fu  scarcerato ,  ma  il 
figlio  ricercatissimo.  Orbene:  un  poetastro  fece  circolare,  per  la 
burla  fatta  al  pubblico,  la  seguente  canzone,  nella  quale  ricor- 
dando, in  una  specie  di  sintesi,  tutti  i  fatti,  si  prende  la  briga 
di  dar  la  berta  ai  colpevoli. 

Napoli,  Summa,  focu  spati  e  spila, 
Ciinsigghiu,  giunta,  re,  Ultra  mannaia 
Saccu,  lurmentu,  farina  purrita  (1), 
Viceré,  pirituri,  suppapala  (2), 
Invinlariu,  cuppileddi  di  munita, 
Maja,  surdali  e  dda  guardata, 

Casleddu,  vicaria,  testa  bannila 

Ticchi  ticchi  chi  fu  ?  Cugghiunata  (3). 

• 
*  « 

Il  24  giugno  1780  giunse  in  Palermo  da  Napoli  Giambattista 
Paterno  Asmondo,  palermitano,  d'anni  cinquantaseì ,  nominato 
Presidente  del  Tribunale  del  Concistoro  ed  anche  del  Supremo 
magistrato  del  Commercio  (4j.  In  tale  occasione  corse  una  can- 
zone bernesca,  che  punzecchia  tanto  il  Paterno  quanto  il  viceré 
Marcantonio  Colonna  principe  di  Stigliani  (5).  Sono  caratteristici 
due  versi  : 


(1)  Fradicia,  putrida. 

(2)  Suppapata  deve  significare  in  questo  caso  paura  momentanea, 
affannosa.  In  sic.  vuol  dire  pure  :  sbrigliala. 

(3)  Cfr.  Di  Marzo,  Diari  cil.,  p.  369-71. 

(4)  Cfr.  Di  Marzo,  Diari  cit.,  voi.  XVII,  pag.  360. 

(5)  Cfr.  Ms.  2  Qq  B  41,  p.  230  e  DiaH  cit.,  p.  cit.  Anche  a  Napoli 
non  mancò  la  satira  contro  i  più  alti  magistrali,  e  Michele  Terracina 
di  Manfredonia  scrisse  un  sonetto  contro  D.  Michele  de  Jorio  nativo 
di  Procida,  per  ischerzo  chiamato  Patron  Michele,  sfornilo  di  dottrina, 


372  MISCELLANEA 


lu  di  lu  miu  nni  fici  'na  frittata, 
Tu  di  lu  tò  poi  farmi  un  fricandò  (1). 


•    4 


Un  villano  idiota  di  Riesi,  in  quel  di  Caltanissetta,  chiamato 
Croce  Cammarata,  di  bassa  statura,  scarno  e  di  poca  forza,  ma 
d'ingegno  assai  svelto,  presentatosi  nel  1780  a  S.  E.  il  Conte  di 
Fuentes,  casa  Pìgnatelli  (2)  grande  di  Spagna  di  prima  classe, 
padrone  dello  Stato  e  Comune  di  Riesi.  non  si  peritava  di  spif- 
ferare a  quel  signore  che  il  proprio  paese  era  stato  una  pubbli- 
ca mangiatoia,  alludendo  così  a  coloro  che  l'avevano  dilapidato 
cou  cattiva  amministrazione.  L'ottava  è  una  bella  prova  della 
spontaneità  satirica  del  siciliano. 

Principi  e  gran  Signuri  di  la  Spagna, 
Ca  purtati  la  spaia  'ntra  li  pugna. 
La  vostra  gran  putenza  v'accumpagna, 
La  ragiuni  naturali  ni  ripugna. 
Riesi  è  stata  na  santa  cuccagna, 
Fri  cui  l'havi  tinutu  'ntra  li  pugna, 
Vostra  Ccìllenza  nenti  ni  guadagna 
Cui  ghichi  (3)  arrobba  e  si  n'allicca  l'ugna  (4)  : 

{Contimia)  Lbanti  G. 


il  quale,  mercè  la  protezione  del  primo  ministro  Acton,  salì  tanto  alto 
che  giunse  a  presidente  del  S.  R.  G.  Tribunale  rispettabile  ed  il  primo 
allora  nel  regno  di  Napoli.  E,  poiché  il  De  Jorio  del  suo  vicariato  pub- 
blicò un  calendario  per  questo  Tribunale,  nella  quale  stampa  affastellò 
tante  cose  buone  e  cattive,  e  riunì  tante  notizie  digeste  e  indigeste , 
che  per  i  dotti  furono  oggetto  di  risa ,  il  poeta  dà  la  baia  dicendo  : 
«Patrò  Miche,  zeffanae  sto  lumario-che  puozz'essere  acciso  comm'a 
Seneca — Smocchissimo  spettabele  vecario»  (Cfr.  Martorana,  Canti  na- 
pol.,  pag.  398-400). 

(1)  Cfr.  Diari  cit.,  p.  cit. 

(2)  Discendente  da  Giovanni  Gioacchino  Pìgnatelli,  che,  marito  al- 
l'unica erede  di  Bartolomeo  Moncayo  marchese  di  Coscoquela,  ebbe  da 
questa  Riesi  a  titolo  di  dote  (Cfr.  Di  Marzo,  Dizionario  topografico  cit., 
voi.  II,  pag.  428). 

(3)  Arriva. 

(4)  Cfr.  Vigo,  Raccolta  ampliasima  etc,  op.  cit.  Catania ,  1870,  p. 
738  e  nota  (3). 


DELLi^  CljlESETTA  DELLi^  Mi^DONNA  DELLi^  GRAZ^    IN  ALCAMO 
e  di  un  quadro  della  titolare  dello  stesso  sacro  edilìzio 


Il  Dott.  Ignazio  De  Blasi  nel  suo  Discorso  Storico  dell'opulenta 
città  di  Alcamo  (1),  parlando  dì  questa  chiesetta  e  di  questo  qua- 
dro, piglia  tali  strafalcioni,  che  a  rilevarli  e  correggerli,  anziché 
scrivere  delle  annotazioni  più  o  meno  brevi,  simili  a  quelle  che 
dovetti  fare  all'  Alcamo  Sacro  del  Dott.  Gio.  Battista  Bembina , 
di  cui  la  maggior  parte  è  stata  già  pubblicata  nel  periodico  ì>a- 
lermitano  La  Sicilia  Sacra  (2),  ho  stimato   meglio   compilare  il 


(1)  Manoscritto  conservato  nella  biblioteca  comunale  di  Alcamo  e 
di  cui  una  metà  circa  venne  data  alle  stampe  nel  1881  -  82  dalla  tipo- 
grafia Bagolino  di  essa  città. 

(2)  Tra  le  varie  annotazioni  collocate  nella  parte  tuttavia  inedita 
delV Alcamo  Sacro  avvene  una  concernente  la  Chiesetta  di  S.  Nicolò  di 
Bari,  che  in  tempi  remoti  esisteva  alle  falde  sud-est  del  monte  Boni- 
fato  ;  nella  quale  annotazione  manifesto  il  mio  povero  parere  circa  le 
origini,  non  ancora  accertate,  dell'attuale  città  di  Alcamo;  parere,  che, 
com'ivi  prometto,  sarebbe  mia  intenzione  ampliamente  svolgere  e  meglio 
rafforzare  in  apposito  studio.  Non  potendo  intanto,  per  ragioni  di  sa- 
lute, attender  per  ora  alla  compilazione  di  siffatto  lavoro,  mi  piglio  la 
libertà  di  qui  trascrivere  la  notacennata  :  «  Che  nelle  adiacenze  di 
questa  chiesa  fosse  esistita  una  piccola  terra  non  può  mettersi  in  dub- 
bio :  giacché,  oltre  che  sino  a  non  molto  tempo  addietro  se  ne  vedean 
le  vestigia,  il  De  Blasi  nel  suo  Discorso  Storico  il  comprova  con  diversi 
irrefragabili  documenti.  Non  credo  però  che  essa  terra  avesse  avuta 
origine  quando  I'  imperatore  Federico  II  obbligò  i  ribelli  Saraceni  ad 
abitare  nelle  pianure.  Ritengo  invece  per  validi  motivi,  che  dirò  in  più 
adatto  luogo,  che  la  formazione  di  quel  paesello  rimonti  ai  tempi  della 

Arch.  Stor.  Sic.,  N.  S.,  Anno  XXXV.  26 


374  SflSCELLANEA 


presente  articoluccio ,  che  ha  oggi  l'onore  di  veder  la  luce  nel- 
V Archìvio  Storico  Siciliano. 

Adunque,  riguardo  alla  chiesetta  e  al  quadro  su m mentovati, 
il  prefato  mio  concittadino  lasciò  scritto  quanto  segue  : 

«  Mandata  già  in  oblìo  la  cognizione  della  prima  chiesa  di 
«  nostra  Signora  della  Grazia,  stimasi  presso  lutti  gli  Alcamesi, 
«  che  dal  chiesiastico  divoto  il  sacerdote  D.  Gio.  Battista  Oneto 
«  Savonese  ed  abitatore  di  questa  città ,  la  chiesa  di  nostra  Si- 
«  gnora  della  Grazia  ricevuto  abbia  il  primo  ed  unico  suo  nascere; 
«  onde  risaper  è  d'  uopo  la  depersa  notizia  ,  e  quindi  di  essa  la 
«  fondazione  ci  addita  essere  stata  nell'  anno  152()  un  pubblico 
«  documento  di  notar  Stefano  Torneri,  nel  di  cui  registro  leggesi 

*  a  18  settembre,  9  ind.,  di  detto  anno,  che  il  benefiziale  di  detta 
«  chiesa  fé'  dipingere  il  quadro  coli'  immagine  della  Beata  Ver- 
«  gine,  S.  Giovanni,  S.  Giorgio  e  lo  Spirito  Santo  per  onze  2  e 

*  tari  24. 


dominazione  musulmana  in  Sicilia,  ai  tempi  cioè,  in  cui  i  Saraceni,  die- 
tro di  aver  occupato  l'Isola,  ebbero  agio  di  poter  volgere  le  loro  cure 
al  miglioramento  della  coltura  dei  nostri  fertilissimi  campi  ;  dovendo 
per  far  ciò  lasciare  i  monti  su'  quali  eransi  in  principio  accampati  e 
fortificati  per  potersi  meglio  difendere  dagli  attacchi  dei  loro  nemici. 
Fu  allora^  a  mio  avviso,  che  gli  abitatori  dell'antica  città,  posta  a  ca- 
valiere del  monte  Bonifato,  se  ne  scesero  nel  sottostanti  plani  a  for- 
mare le  borgate  onde  parlano  il  De  Blasi  e  il  Bembina  ,  e  delle  quali 
la  più  grossa  sarebbe  stata  quella  che  poi  ebbe  nome  dalla  Chiesetta  di 
S.  Vito.  Ho  per  fermo  inoltre  che,  siccome  nella  città  sul  Bonifato  vi 
erano  allora  dei  cristiani  e  del  musulmani ,  quest'ultimi ,  discesi  dal 
monte,  si  fossero  stanziati  nelle  falde  del  lato  nord  di  esso,  dando  alle 
nuove  residenze  il  nome  arabo  di  Alkamah,  ed  1  primi  nelle  falde  del 
lato  sud-est,  appellando  quel  loro  paesello,  o  casale,  Bonifato  come  il 
vicino  monte  e  la  città  a  questo  sovrastante.  In  un  rogito  infatti  del 
1470,  ove  è  parola  di  un  pezzo  di  terreno  dato  in  enfiteusi  dai  giurati  al- 
camesi, sta  scritto  che  tal  terreno  era  situm  et  existentem  in  territorio 
universitatis  terre  Alcami  et  in  contrata  Sancii  Nicolay  di  honofato,  con- 
finantem  cum  territorio  ecclesie  civitatis  montis  regalis.  E  questo  pae- 
sello, o  casale,  detto  Bonifato  sarà  stato,  a  mio  credere,  quel  benefato 
del  diploma  di  re  Guglielmo  del  1182,  i  cui  abitanti,  giusta  il  citato 
diploma,  coltivavano  una  divisa  di  terre  appellata  della  Doana  ed  esisten- 
te in  partihus  bene  fati  », 


MISCELLANEA  375 


«  In  qual  luogo  però  la  prima  chiesa  di  questa  Beata  Vergine 
«  abbia  ricevuto  il  suo  edifizio,  per  tutt'oggi  non  vi  è  stalo  avan- 
«  zato  lume  veruno ,  anzi  questo  affatto  è  svanito  pella  demoli- 
«  zione  di  essa,  come  verosimilmente  può  giudicarsi,  dopo  che  da 
«  quella  o  per  non  essere  più  adatta,  o  perchè  minacciava  totale 
«  rovina,  fu  trasportata  l'immagine  suddetta  nel  luogo  dove  oggi 
«  esiste ,  in  cui  fu  per  allora  fatta  una  cappelletta ,  e  dopo  fab- 
«  bricata  dal  riferito  sac.  Oneto  la  presente  chiesa ,  ed  ecco  la 
«  posteriore  fondazione  di  essa,  che  ci  fanno  sapere  le  manoscritte 
«  memorie  lasciate  dal  sac.  D.  Vincenzo  Zappanti  e  D.  Giacomo 
«  Cossentino  del  tenor  seguente:  1619,  2  ind.,  21  luglio  giorno 
«  di  domenica  ad  ore  23  fu  portata  dal  clero  e  regolari  Vimma- 
«  gine  di  nostra  Signora  della  Grazia  accompagnata  da  tre  squa- 
ma, dre  di  soldati  sotto  altrettante  bandiere  ,  e  collocata  fuori  le 
«  mura  della  città  dalla  parte  occidentale  in  una  cappelletta,  che 
«  guarda  tutta  la  strada  principale  del  Corso,  dove  poi  a  cinque 
«  marzo  delVanno  1629,  12  ind.,  fu  cominciata  la  fabbrica  della 

*  sua  chiesa  nel  medesimo  loco  dove  era  situata  la  sacra  immagine, 
«  a  spese  del  Sac.  D.  Orio.  Battista  Oneto  Savonese  ed  ahitatore 
«  di  Alcamo,  gettandovi  le  prime  fondamenta  l'arciprete  D.  Tom- 
«  maso  Guarnotta  alla  presema  dei  Giurati  e  del  Clero  colle  sol- 

*  lennità  intiere  del  Rittiale  Romano,  come  ne  appare  strumento 
«  per  gli  atti  di  notar  Giacinto  Bucca  di  Alcamo  lo  stesso  giorno, 
«  e  poi  sino  all'anno  1636  a  13  marzo,  4  ind.,  fu  benedetta  dal 
«  Rev.  D.  Sebastiano  Lazio,  e  vi  si  cantarono  solenni  vespri. 

«  Scorsi  poi  due  anni  dopo  il  trasporto  e  situazione  di  que- 
«  sta  sacra  immagine  nella  mentovata  cappelletta  ,  priachè  però 
«  si  abbia  dato  principio  alla  fabbrica  di  questa  nuova  chiesa 
«  nel  1629  a  spese  del  già  detto  Oneto,  volendo  questi  esserne  nen 
«  men  fondatore,  che  dotante  della  slessa,  le  fece  una  donazione 
«  con  pubblico  documento ,  che  ci  manifestano  gli  atti  di  notar 
«  Antonino  Vaccaro  a  5  giugno,  4  ind.,  1621 ,  pag.  615,  e  final- 
«  mente  non  bastandogli  di  aver  dimostrato  la  sua  devozione 
«  verso  questa  gran  Signora  sino  al  termine  dei  suoi  mortali  glor- 
ie ni,  volle  quella  anche  usargliela  per  tutti  i  futuri  secoli  colla 
«  fondazione  di  un  beneficio  di  messe,  che  lasciò  in  questa  chiesa 
«  per  la  sua  testamentaria  disposizione  negli  atti  dell'  anzidetto 
«  notar  Vaccaro  stipolata  solennemente  a  22  dicembre ,  4  ind.  , 
«  1635 ,  e  poscia  aperta  e  pubblicata  a  20  gennaio  dell'  istesso 


376  MISCELLANEA. 


«  anno ,  pag.  18,  per  essere  passato  all'  altra  vita ,  abbenchè  in 
*  Savona  sua  patria,  al  dire  del  Sac.  D.  Simone  Gaininarata  nelle 
«  sue  manoscritte  memorie,  per  il  di  cui  motivo  fecesi  l'inventa- 
«  rio  della  sua  eredità  presso  gli  atti  dell' istesso  notar  Vaccaro 
«  a  7  marzo  dì  detto  anno,  pag.  26. 

«  Nel  suddetto  quadro  di  nostra  Signora  rimirasi  oggi  altra 
«  mano  di  pittura  a  cagione  di  un  fulmine,  che  a  primo  ottobre, 
«3  ind.,  1709  incendiò  l'immagine  di  detta  Signora  della  Grazia, 
«  e  perciò  fu  rifatta  da  quel  celebre  pittore  Antonino  Grano,  se- 
«  condo  l'attestato  delli  suddetti  sacerdoti  di  Zappanti  e  Gossenti 
«  no  nei  loro  manoscritti  ». 

L'atto  con  cui  il  De  Blasi  vuol  provare  la  fondazione  nel  1520 
d'una  chiesa  alcamese  sotto  il  titolo  di  Santa  Maria  della  Grazia 
fu  da  me  pubblicato  il  1884  tra  un  manipoletto  di  contratti  di 
pittori  del  secolo  XVI  (1);  e,  stante  la  sua  attinenza  col  mio  as- 
sunto, fommi  lecito  di  riprodurlo  : 

«  Die  xviij  septembris  IX  ind.  1520.  —  Presentes  coram  nobis 
«  hon.  m.r  thomas  de  serro  de  civitate  callaris,  consentiens  prius 
«  in  nos  etc,  ex  una;  et  nob.  ramundus  bazacalupo,  hon.  bapti- 
■«  sta  crapìata,  andreas  gandolfu  et  blasius  de  vaditaru,  dictu  ni- 
«  grinu,  januenses,  habitatores  terre  alcami,  ex  altera;  sponte  etc. 
«  ad  infrascriptam  devenerunt  conventionem.  Hinc  est  quod  ipsi 
«  m.r  thomas  pictor  se  obligavit  et  promisit  dictis  nobilibus  ra- 
«  mundo  et  consortibus,  presentibus  et  stipulantibus,  tacere  qua- 
«  trum  unum  in  tila  longitudinis  palraarum  octo  cum  dimidio  et 
«  palmarum  septem  latitudinis  cum  ymagine  beate  Virginis  marie 
<«  de  la  gratia,  et  cura  figura  sancii  joannis  baptiste  in  parte  ai- 
«  nistra  et  lìgura  sancii  georgii  ex  parte  dextera  et  cum  lu  deu 
«  patri  di  supra;  quem  quatrum  ipse  magister  dare  et  consignare 
«  promisit  expeditum  dictis  nob,  ramundo  et  consortibus  infra 
«  terminum  mensis  unius  ,  ab  hodie  in  antea  numerandum  ,  dì 
«  fini  coluri  et  cum  li  cornìchi  deorati  et  lu  manto  di  nostra  donna 
«  di  azolu  flinu,  et  raittiri  oru  flnu  a  lì  lochi  necessarìi  et  soliti. 
«  Et   hoc    prò    magisterio   et   manufactura  unciarum  duarum  et 


(1)  V.  Archivio  Storico  Siciliano,  N.  S.,  an.  VI,  fase,  III,  pag,  106, 


MISCELLANEA  377 


«  It.  XXIIII  in  pecunia  p.  ^.  ,  de  quibus  quidem  unciis  duabus 
«et  ti.  XXIHI  m.r  thomas  presentialiter  habuit  et  recepit  a  dic- 
«  tis  nob.  rainundo  et  consortibus,  presentibus  etc,  tarenos  duo- 
«  decim  in  auro  ;  et  tt.  XVIIII  dieti  nob.  ramundo  et  consortes 
«  insolidura  et  quilibet  ipsoruni  prò  toto,  cum  renuntiatione  be- 
«  ficii  novarum  costitutionum  de  pluribus  reis  debendi ,  dare  et 
«  solvere  promittunt  prefato  m.ro  thome  presenti  et  stipulanti  ad 
«  ejus  primani  requisitionera  ,  et  tarenos  sex  in  medio  facture 
«  dieti  quatri,  et  restans  completo  dicto  quatro.  Cum  pacto  quod 
«  si  dictus  m.r  thomas  defìceret  in  premissis  teneatur  ad  omnia 
«  damna  interesse  et  expensas ,  et  possit  ipse  nob.  ramundus  et 
«  consortes  fieri  tacere  alterum  quatrum  prò  majori  magisterio  et 
«  manufactura  ad  interesse  ipsius  m.ri  thome,  contra  quem  possit 
«  mieti  procurator  ad  tarenos  sex  prò  die. 

«  Et  hec  omnia  etc. 

«  Testes  hon.  antoninus  de  mauchera,  hon.  guglielmus  de  bo- 
nanno  et  paulus  de  guido  ». 

In  virtù  di  questo  rogito,  come  il  lettore  ha  potuto  verificare 
co'  propri  occhi ,  il  pittore  Tomaso  De  Serro  di  Cagliari  obbli- 
gossi  a  dipingere  un  quadro  della  Madonna  della  Grazia  ,  non 
già  al  beneficiale  di  una  chiesa  dedicata  alla  Vergine  dal  detto 
titolo  ;  ma  ai  signori  Raimondo  Bazicalupo  ,  Giov.  Battista  Cra- 
piata,  Andrea  Gandolfo  e  Biagio  Valditaro,  genovesi  ed  abitanti 
in  Alcamo.  Ove  allora  la  prova  della  fondazione  d'una  chiesa  al- 
camese  di  Santa  Maria  della  Grazia  nel  15^  '?  0  meglio  :  Ove 
la  prova  dell'  esistenza  di  essa  chiesa  nel  1520  ?  (Dell'  esistenza 
e  non  della  fondazione  perchè  altrimenti  l'elezione  del  beneficiale 
avrebbe  preceduto  la  fondazione  della  chiesa). 

In  verità  nel  detto  anno  una  Chiesetta  di  S.  Maria  della  Grazia 
in  Alcamo  esisteva;  ed  è  quella,  or  non  più  in  essere,  che  gl'il- 
lustri coniugi  D.  Gio.  Federico  Enriquez  e  D.na  Anna  Caprera, 
Padroni  di  Alcamo,  eressero  presso  le  mura  della  città,  nel  lato 
ovest,  il  1486  (1),  e  che  i  Giurati  riformarono  nel  1816  (4),  ridu- 
cendola in  meschinissime  proporzioni.  Ma  il  De  Blasi  (bisogna 
esser  giusti)  avendo  scritto  che  la  «  cognizione   della  Chiesa  di 


(1)  V.  in  detto  Arch.  Stor.  Sic.,  pag.  401. 

(2)  V.  in  detto  Arch.,  an.  XIX,  pag.  421. 


378  MISCELLANEA 


nostra  Signora  della  Grazia  era  già,  lui  vivente,  andata  in  oblio  », 
non  intese  affatto  confondere  tale  chiesa ,  esistita  soltanto  nella 
sua  immaginazione,  con  la  Chiesetta  di  S.  Maria  della  Grazia, 
fondata  dai  prefati  feudatari.  Difatti  egli  nella  parte  41.»  del  ca- 
pitolo 4^.»  del  suo  Discorso  Storico  ha  riguardo  a  questa  chiesetta 
le  seguenti  formali  parole  :  «  La  Chiesa  di  S.  Maria  della  Grazia, 
«  volgarmente  detta  della  Madonna  della  Stella,  accanto  la  porta 
«  della  cittii ,  detta  della  Stella  ,  contigua  ed  attacata  alle  mura 
«  di  essa  città  da  parte  di  occidente  ed  accanto  la  chiesa  della 
«  Compagnia  di  S.a  Maria  dello  Stellarlo  da  mezzogiorno,  per  un 
«  atto  d'elezione  di  Beneficiale  di  questa  chiesa,  fatta  in  persona 
«  del  chierico  Filippo  di  Bella  per  la  morte  del  presbitero  Matteo 
«  Varca ,  stipolato  negli  atti  di  notar  Pietro  Scannariato  di  Al- 
«  camo  a  9  dicembre  7.  ind.  1533,  nel  registro,  si  afferma  essere 
«  stata  edificata  e  costrutta  dall'EccelLmi  Signori  D.  Gio.  Fede- 
«  rigo  Enriquez  Grande  Almirante  dì  Castiglia  e  D.na  Anna  Ca- 
«  prera  consorti,  Conte  e  Contessa  di  Modica  e  Signori  di  Alcamo 
«  per  atto  nelle  tavole  di  notar  Giuliano  Ad  ragna  di  questa  città, 
«  a  19  maggio  4.  ind.  148fi,  e  perciò  il  Conte  padrone  ne  fa  l'e- 
«  lezione  del  Beneficiale  in  vita  coli'  introito  di  onze  4  annuali, 
«  assegnati  da  detti  fondatori  per  dote  di  detta  loro  chiesa  (1); 
«  quali  onze  4  se  gli  pagano  dallo  stato  di  questa  città  »  ecc.  ecc. 


Un  altro  errore  del  De  Blasi  è  l'avere  egli  creduto  che  l'im- 
magine, di  cui  è  parola  nelle  riportate  notiziette  dello  Zappanti 
e  del  Cossentino,  fosse  stato  il  quadro  che  ì  prementovati  genovesi 
commisero  al  pittore  Tomaso  De  Serro  nel  1820 ,  e  1'  avere  da 
tale  inammissibile  premessa  arguito  che  nel  1619  il  detto  quadro 
fosse  stato  rimosso  dalla  supposta  prima  chiesa  di  nostra  Signora 
della  Grazia  e  trasportato  nel  luogo  in  cui  al  presente  esiste  la 
chiesetta  omonima  fondata  dal  sac.  D.  Gio.  Battista  Oneto. 

Quelle  notiziette,  come  il  lettore  avrà  potuto  notare  leggendole 
più  sopra,  furono  vergate  dallo  Zappanti  (il  Cossentino  allora  o 
era  nelle  fasce,  o  non  ancor  nato)  (2),  tutte  in  una  volta  e  non 


(1)  Inveges,  Cartag.  Sicil.,  lib.  2,  cap.  10,  §  2,  pag.  404. 

(2)  Nel  libro  dei  nomi  e  cognomi  dei  sacerdoti  defunti d'Alcamo, 


MISCELLANEA  379 


prima  del  1636,  ch'è  l'anno  meno  antico  ivi  segnato  ;  nel  quale 
anno  la  chiesetta  della  Madonna  della  Grazia  eretta  dall'  Oneto 
era  già  bella  e  compiuta.  E  quindi  coll'articolo  determinativo  la 
unito  alla  parola  immagine  intese  lo  Zappanti  indicare  la  figura 
della  Madonna,  ch'era  sull'unico  altare  della  chiesetta,  non  già 
il  quadro  del  pittore  De  Serro. 

—  Ma  sarebbe  potuta  quella  figura  essere  il  quadro  del  pit- 
tore De  Serro  ?  — 

Prima  di  rispondere  a  questa  domanda,  che  mi  chiama  a  di- 
scutere nel  campo  delle  possibilità  e  delle  congetture,  credo  op- 
portuno far  conoscere  al  lettore  l'atto  del  5  giugno  IV  ind.  1621 , 
menzionato,  ma  forse  non  ben  letto  dal  De  Blasi,  col  quale  atto 
il  Sac.  Oneto  costituiva  una  rendita  annuale  di  onze  2  e  tari  12 
a  favore  della  chiesetta  che  accingevasi  ad  erigere.  Da  esso,  me- 
glio che  dalle  notiziette  dello  Zappanti ,  rilevasi  quali  fossero 
state  le  origini  della  cappelletta,  ove  nel  luglio  del  1619  fu  por- 
tata Vimmagine  della  Signora  della  Grazia,  e  quali  i  motivi  per 
cui  nello  stesso  sito  venne  nel  16:29-35  inalzato  il  sacro  edificio 
di  cui  ci  occupiamo. 

«  Die  quinto  iunj  IV  ind.  1621  —  ex  stilo  alieno  (1)  —  Invocato 
«  Sanctissimae  et  Individuae  Trinitatis  nomine  ac  Domini  Nostri 
«  prius  lesu  Christi  ejusquegloriosissimae  matris  Mariae  Virginis, 
«  sanctorum  apostolorum  Petri,  Pauli,  Ioannis  Baptistae,  demum- 
«  que  sanctorum  omnium  curiae  celestis;  et  sit  nobis  semper  cle- 
«  mens  et  plus.  Amen.  Universis  pateat  quod  R.dus  don  Ioannes 
«  Baptista  De  Onecti  sacerdos  nimiam  ab  suam  devotionem  ad  eius- 
«  dem  Domini  Nostri  ejusque  gloriosissimae  matris  decus  et  ho- 
«  norem,  non  diu  sacellum  edificavit;  in  cujus  altare  reverenter 
«  adest  gloriosissimae  Deiparae  imago  della  Gratia  ,  et  in  solo 
«  ipsi  concesso  per  Universitatem  hujus  terrae  sub  die  XV.  sep- 
«  tembris  ij  ind.  1618 ,  sito  in  plano  Ven.  ecclesiae  sancti  Hyp- 


in  cui  8on  pure  alcuni  cenni  biografici  sul  sac.  D.  Vincenzo  Zappanti 
e  sul  sac.  Giacomo  Cosentino,  il  maggiore,  leggesi  che  il  primo  di  co- 
storo morì  nel  1642  a  42  anni,  il  secondo  nel  1712  a  76  anni. 

(1)  Gli  è  per  me,  molto  probabile  che  quest'atto  di  donazione  così 
mal  fatto  e  non  scevro  di  spropositi,  fosse  stato  composto  e  scritto  dal- 
lo stesso  sacerdote  Oneto. 


380  MISCELLANEA 


«  politi,  non  longe  a  cadaveribus  contagiosi  morbi  eonimque  cir- 
«  cuitu,  ac  ante  maj<rium  Vicuni  nucumpatum  Imperiale;  in  quem 
«eidem  in  dies  assidue  et  a  solis  ortu  usque  ad  occasura  cernue 
«  peregri natur  (l),  ob  tantum  quam  ac  igneum  amoreni  frequen- 
«  tera  ipsara  devotionem.  et  pre  oculos  etiani  lìabens  tremendum 
«judicium,  tria  novissima,  casum  umanae  fragilitatis  ,  saepe 
«  sepius  repentinum  futurum  eventum  et  quod  homo  sit  cinis  et 
«  in  einerem  revertatur,  nilque  ei  proderet  etiam  si  totum  nuin- 
«  dura  lucraretur  et  anima  vero  sua  detrinientum  patiatur;  animo 
«  quoque  advertens  quod  mundi  figura  velociter  currit,  perit  et 
«  veluti  aqua  super  terram  decurrens ,  cum  vita  hominum  sit 
«  brevis,  ut  ex  memoria  Tobi,  quia  homo  natus  de  muliere,  brevi 
«  vivens  tempore,  repletur  multis  miseriis  etc.  qui  quasi  flos  e- 
«  greditur  et  conteritur  etc.  Quapropter  et  demumque  considerans 
«  quod  nil  sanctius  optimumque  quam  ipsi  Deo  servire,  pietatis 
«  opere  et  elemosina  ecclesias  construere  et  sacra  colere;  eum  si- 
«  cut  aqua  ignem,  ita  elemosina  peccata  extinguit;  quibus  enim 
«  precogitatis  stantibus,  decrevit  itaque  sacellum  ampliare,  denuo 
«  construere  et  in  fulvam  ecclesiam  longitudinis  cannarum  trium 
«  et  latitudinis  palraorum  decem  et  octo  sumptibus  suis  reddigere. 
«  Et  eum  ecclesiae  edificari  non  possint  nisi  prius  obtenta  bene- 
«  ditione  IH. mi  quorumque  locorum  Ordinari)'  et  cum  patrimoni,] 
«  et  dotis  eonstitutione  iuxta  sacrorum  canonum  et  tridentini 
«  concini  dispositionera,  ideo  ipse  Rev.dus  prò  adimplimento  et 
«  validitate  omnium  in  presenti  contentorum  ad  infrascriptum 
«  actum  cum  dote,  obligationibus,  renuntiationibus  et  aliis  de- 
«  venire  voluit,  et  sponte  sua  se  contentavit  et  contentat  eis 
«  modo  et  forma  infrascriptis. 

«  Ideo  hodie  presenti ,  pretitulato  die,  predictus  rev.dus  don 
«  Io,  Baptiata  de  Onecti  ,  savonensis  et  civis  predictae  terrae 
«  Alcami,  mihi  notarlo  cognitus,  presens  coram  nobis,  reservata 


(l)  Questo  assiduo  e  cotidiano  pellegrinaggio  dovette  al  certo  farsi 
più  fervido  e  numeroso  in  seguito  alla  peste  in  Sicilia  del  1624-25,  che, 
giusta  a  quanto  leggesi  nel  Discorso  Storico  del  pcelodato  De  Blasi 
(cap.  42.  part.  18.),  ebbe  in  Alcamo  fine  contemporaneamente  ad  un 
fatto  prodigioso  successo ,  davanti  la  detta  cappelletta  della  Madonna 
della  Grazia. 


MISCELLANEA  381 


«  tamen  predicta  licentia,  benedictione  et  confirmazione  ili. mi  et 
«  rev.rai  Domini  Mazariensis  Episcx)pi  ,  qua  tamen  obtenta  pre- 
«  sens  actijs  siios  vires  habeat  suurnque  debitum  sortiatur  efifec- 
«  tura,  et  non  aliter  nec  alio  modo,  sponte,  precedentibus  infra- 
«  scriplis  uonditionibus  et  non  aliter,  promisit  et  convenit  seque 
«  sollemniter  prò  se  ejusque  heredes  et  successores  in  perpetuum 

*  obligavit  et  obligat  suis  propriis  sumptibus  et  expensis  supra- 
«  dictum  sacellum  ampliare  seu  de  novo  construere  et  ecclesiam 
«  edificare  longitudinis  et  latitudinis  predictarum  circum  circa 
«  bene  et  mastrabiliter  construendam  ad  gloria m  et  honorem  ìp- 
«  si-US  semper  Virginis  Matris  della  Gratia  et  infra  terminum  an- 
«  norum  trium  numerandorum  a  die  obtenta  benedictione  pre- 
«  dieta,  et  interim  ,  domino  annuente  ,  successive  construere  et 
«  edificare  et  semper  ad  honorem  ejusdem  gloriosissimae  Matris, 

*  et  prout  supra  et  non  aliter  nec  alio  modo. 

«  Et  quia  justa  ipsorum  canonum  et  tredentini  concilii  dispo- 
«  sitionem  ,  opus  est  quod  ecclesiae  denuo  construendae  dotetur 
«  et  constituatur  dos  et  patri  moni  um  ,  ea  propter  ut  servetur 
«  ipsa  dispositio  ipse  rev.dus  fundator  prò  se  suisque  etc.  dotavit 
«  et  dotat  ac  constituit  et  promisit  in  dotem  ecclesiae  predictae  ut 
«  supra  construendae,  et  ex  nunc  prò  tunc  et  converso,  me  notario 
«  prò  se  suisque  successoribus  in  perpetuum  legitime  stipulante, 
«  uncias  duas  et  tarenos  duodecim  annuales,  bonos,  tutos,  francos 
«  et  exigibiles,  quos  per  se  et  suos  etc.  traddere  et  consignare  pro- 
«  misit  ac  se  obligavit  et  obligat  predictae  ecclesiae  ,  et  prò  ea 
«  futuio  beneficiali  in  perpetuum  et  me  notario  legitime  stipu- 
«  lante  ut  supra  ,  stati m  et  incontinenti  habita  licentia  et  bene- 
«  dictione  ipsa  in  ea,  missas  celebrandi,  et  ultra  traddere  et  con- 
«  signare  omnia  ornamenta  et  indumenta  necessaria  tam  prò  al- 

*  tare  et  sacerdote  prò  celebratione  in  eadem  ecclesia  et  sacello; 
«  dictique  uncie  due  e  tareni  dodecim  cunctis  temporibus  et  im- 
«  jìerpetuum  descrivere  habeant  et  debeant,  scilicet:  uncie  2  red- 
«  ditus  prò  celebratione  unius  misse  ejusdem  gloriosissimae  Vir- 
«  ginis  qualibet  ebdomada  et  in  die  feriae  quartae  tantum  ,  et 
«  alij  tareni  duodecim  prò  expensis  necessariis  in  die  festivitatis 
«  eiusdem  ecclesiae  :  et  hoc  ad  honorem  et  gloriam  supradictara 
«  ac  in  veniam  et  remissionem  omnium  peccaminum  predicti 
«  R.di  fundatoris  ejuscfue  parentum  et  genitorum,  et  non  aliter 
«  nec  alio  modo. 


382  ailSÒKLLAMEÀ 


«  Hsic  tsiraen  in  presenti  express}»  et  precedente  reserva tione  : 
«  quod  ipse  Rev.dus  tanqujim  t'undator,  prò  se  suisque  heredibus 
*  et  imperpetuurn  successoribus,  sUinte  ecclesiam  predictam  esse 
«  fundandam  propris  predictis  siiis  suinptibus  ,  tenore  presentis 
«et  oinni  alio  raeliori  modo  quo  melius,  humiliter  et  reverenter 
«  rogavit  et  rogat  predictum  ill.um  doininum  Episcopum  quod 
«  per  supradictiun  confìrmationem  et  benedictionem  ,  ex  gratia 
«expressa,  benigne,  absolute  concedere  eidem  R.do  ,  et  ad  sui 
«  predictam  devotionem  et  soUatium  ,  ac  suorum  etc.  predictam 
«  gloriosissimara  imaginem  et  semper  in  predicto  loco  positam  di- 
«  gnaretur.  Et  prò  causis  supradictis,  et  non  aliter  nec  alio  modo. 

«  Pariterque  idem  dominus  Episcopus  concedere  et  impartire 
«  quod  predictus  Rev.dus  fundator,  prò  se  suisque  heredibus  et 
«  successoribus  imperpetuurn,  sit  et  esse  debeat  ejusdem  ecclesiae 
«  benefìcialìs,  ac  prò  se  et  suis  etc.  habeat,  habere  possit,  et  sibi 
«  prò  se  et  suis  etc.  concedatur  jus  patronatus  eligendi  et  pre- 
«  sentandi  in  eadem  ecclesia  et  sacello  et  se  sepelliendi  ac  su- 
«  pradictos  heredes,  successores  et  etiam  affines  et  consaguìneos 
«  et  alias  personas  predicto  fundatori  et  suis  etc.  benevisas  et 
«  non  aliter  etc,  aliquo  obstaculo  contradicente  directe  vel  indi- 
«  recte ,  impedimento  juris  vel  facti ,  et  quod  possit,  et  etiam 
«sui  etc.  ,  in  casu  cujuscumque  novi  beneficialis ,  eligere  ,  pre- 
«  sentare  et  nominare  tam  eorum  consanguineos  et  affines,  semper 
«  post  mortera  predicti  fundatoris  extraneis  preferendos,  quam  e- 
«  tiam  extraneos  et  ad  predicti  R.di  fundatoris  semper  libitum 
«  voluntatis ,  et  similiter  predictorum  suorum  heredum  et  suc- 
«  cessorum,  servato  ordine  predicto,  et  tam  pre  quoscumque  actus 
«  inter  vivos  et  quoscumque  procurationes  per  eos  faciendas  , 
«  quam  per  quecumque  testamenta,  codicillos,  ultimas  voluntates 
«  et  dispositiones.  Que  quidem  potestas  eligendi  et  nominandi  ut 
«  supra  indifferenter  intelligatur  et  sit  concendenda  ipso  Rev.do 
«  et  suis  etc.  ìmperpetuum,  et  proui  supra. 

«  Sub  hac  tamen  expressa  conditione  et  protestatione,  qua  et 
«  ea  precedente  ad  presentem  devenitur  ,  et  non  aliter  nec  alio 
«  modo,  quod  in  electione  cujuscumque  novi  beneficialis  in  eadem 
«  ecclesia,  omni  futuro  tempore  et  ìmperpetuum  eligendi  per  dic- 
«  tum  Rev.dum  De  Onecti ,  habentem  jus  patronatus  ut  supra  , 
«  vel  per  dictos  suos  etc,  semper  servetur  forma,  ordo  et  dispo- 
«  sitio  supradictorum  sacrorum  canonum  et  sacri  Tridentini  Con- 


MISCELLÀNEA  383 


«  sili.j,  a  qiiibus  non  intellig:atur  net^ue  sit.  recessum,  nec  minus 
«  remolus  sensus  ab  actu,  et  non  aliter  nec  alio  modo  etc. 

«  Et  haec  omnia  etc. 

«  Testes  Cleraens  Papini  et  Antonius  Lombardo  (?)  ». 

A  quest'atto  di  donazione  ,  allo  sco|X)  anche  di  rendere  più 
attendibili  le  notiziette  dello  Zappanti,  avrei  voluto  aggiungere 
il  rogito  del  5  marzo  XI F  ind.  16'29,  che,  giusta  le  stesse,  redasse 
il  not.  Giacinto  Bucca  a  perpetua  memoria  della  solennità  con 
cui  quel  giorno  in  Alcamo  venne  collocata  la  prima  pietra  della 
chiesetta  in  parola  ;  ma  degli  atti  XII  ind  1629  di  detto  notaro 
or  più  non  si  ha  che  il  solo  volume  dei  così  detti  registri ,  nel 
quale  l'atto  del  5  marzo  non  figura.  Esiste  però  un  volumetto  di 
repertori  che  vanno  dall'anno  Xll  ind.  16^28-29,  all'anno  V  ind. 
1636-37;  nel  primo  dei  quali,  alla  lettera  I  trovansi„  fra  le  altre, 
le  seguenti  indicazioni,  di  cui  (se  mal  non  mi  appongo)  la  prima 
riguarderebbe  il  contratto  d'  obbligazione  per  la  fabbrica  della 
chiesettii,  la  seconda  l'atto  menzionato  nelle  notiziette  dello  Zap- 
panti e  la  terza  uno  dei  pagamenti  fatti  ai  maestri  che  appre- 
starono le  pietre  occorrenti  alla  detta  fabbrica  : 

a)  Oblig.  fabr.  Pro  D.  joanne  B.atta  Honetto  contro  m.rum 
Pranciscum  Francica  (19  feb.)  f.  14. 

6)  Actus  p.  1.  —  Pro  eodem  (5  marzo)  f.  27. 
e)  A  poca  Pro  joanne  B.atta  Honetto  contro   m.rum  Frane  i- 
scum  Arcodaci  et  consortibas  (5  luglio)  f.  140. 

Nel  poco  che  resta  ad  esaminare  dello  scritto  del  De  Blasi  ri- 
scontransi  due  errori,  di  minore  entità  però  dei  precedenti ,  dei 
quali  uno  concerne  la  datji  flel  testamento  del  sac.  Oneto  l'altro 
la  rifazione  dell'  immagine  della  titolare  della  nostra  chiesetta 
nel  1709.  Questi  altri  due  errori  saran  da  me  messi  in  rilievo  e 
rettificati  lungo  la  risposta  eh'  è  ormai  tempo  di  dare  alla  do- 
manda. —  Ma  sarebbe  ]X)tuta  quell'immagine  essere  il  quadro  del 
pittore  De  Serro  f  — 

» 
»  « 

Ex  nichilo  nihil  fit.  E  parimente  senza  una  conoscenza  del- 
l' immagine  della  Madonna,  onde  è  parola  nelle  notiziette  dello 
Zappanti,  non  si  può  alla  superiore  domanda  dare  una  risposta 
più  o  meno  soddisfacente.  Questa  immagine  inbinto  or  più  non 


384  MISCELLANEA 


si  trova  (1),  e  quindi  per  saperne  qualcosa  bisogna  ricorrere  e 
ciò  che  ne  lasciarono  scritto  i  nostri  antenati. 

Il  De  Blasi,  che,  volendo,  avrebbe  potuto  farcene  una  fedele 
e  rnlnuUi  descrizione  ,  quando  non  altro  facendosela  detUire  da 
qualcuno  de'  suoi  contemporanei  di  magj^iore  età,  ce  ne  tramandò 
la  seguente  dolorosa  ed  inesatta  notizia  :  «  Nel  suddetto  quadro 
«  di  nostra  Signora  rimirasi  oggi  altra  mano  di  pittura  a  cagione 
«  di  un  fulmine,  che  a  primo  ottobre,  3  ind.  17()9,  incendiò  l'im- 
«  magine  di  detta  Signora  della  Grazia,  e  perciò  fu  rifatta  da  quel 
«  celebre  pittore  Antonino  Grano,  secondo  1'  attestato  delli  sud- 
«  detti  sacerdoti  di  Zappanti  e  Cossentino  nei  loro  mss.  ». 

Ho  dato  a  questa  notizia  del  De  Blasi  la  qualifica  di  inesatta 
perchè  ei  dice  di  averla  attinta  dai  manoscritti  dello  Zappanti  e 
del  Cossentino,  quando  invece  in  un  frammento  degli  stessi  ma- 
noscritti, posseduto  oggi  dal  mio  egregio  amico  prof.  F.  M.  Mi- 
rabella, essa  notizia  ,  di  mano  del  Cossentino  ,  è  così  espressa  : 
«  Nell'anno  17()9,  3.  ind.  a  p.o  S.bre  caxò  un  trono  ad  ore  13  la  ma- 
«  tina  giorno  di  martedì  alla  ven.  chiesa  di  S.  Maria  della  Grazia  fo- 
«  ra  la  città  si  guastò  la  st.a  immagine  della  B.  M.  V.  abrugiò  paly 
«  dell'altare  li  fioretti  et  altre  cose  bensì  senza  danno  di  per- 
«  sone  »  (2). 

Un  altro  scritto  dei  nostri  antenati,  in  cui  è  memoria  dell'im- 
magine in  discussione,  è  la  copia  di  un  inventario  dei  giogali  e 
mobili  della  Ven.  chiesa  di  questa  città  di  Alcamo  ecc.,  fatto  nel 


(1)  L'immagine  della  Madonna  della  Grazia ,  che  oggidì  si  venera 
nella  chiesetta  formante  oggetto  del  presente  scritto ,  è  una  statua  di 
nessunissimo  pregio,  che  fu  scolpita  poco  prima  del  1860  da  un  villico 
alcamese  per  nome  Giovanni  Stellino.  Mi  si  dice  che  l'attuale  cappellano 
di  detta  chiesetta,  volendo  decorar  l'altare  di  una  statua  migliore,  abbia 
già  dato  incarico  di  formarla  e  mandargliela  ad  una  rinomata  casa 
d'arte  plastica  residente  in  Lecce, 

(2)  Nel  1709-10  il  pittore  Antonino  Lo  Grano  era  in  Alcamo  a  la- 
vorare gli  affreschi  che  sono  nella  Chiesa  Parrocchiale  di  S.  Paolo  e 
S.  Bartolomeo.  È  quindi  molto  probabile  che  in  quel  tempo  egli  aves- 
se restaurata  l' immagine  della  titolare  della  nostra  chiesetta.  Ma  di 
ciò  il  De